Non appena al popolo viene concesso un margine di discrezionalità, una pur minima possibilità di far sentire la propria voce e decidere in autonomia, ecco che la Cgil si spaventa. Dai primi di agosto, il sindacato rosso si sta battendo con tutte le forze contro la legge 104/2026, cioè quella che introduce l’obbligo di consenso informato per le attività scolastiche.
Si tratta, per essere chiari, di una norma che concede alle famiglie libertà di scelta e tutela il diritto dei genitori all’educazione dei propri figli senza danneggiare quelli degli altri. Se una famiglia ritiene che un certo tipo di attività extracurricolare non sia adatta per i propri pargoli può decidere di non farli partecipare. Fine. Che cosa potrebbe esserci di più libertario?
Alla Cgil però questa regola non piace affatto. Tanto che dal 6 agosto raccoglie le firme per un referendum furbescamente intitolato «Sì educazione affettiva nelle scuole». Dove sta la furbizia? Nel fatto che si vuole far credere alla popolazione che ora l’educazione affettiva o quella sessuale non vengano svolte nelle scuole, cosa semplicemente falsa. In realtà, il referendum non serve a introdurre proprio niente, ma chiede soltanto di cancellare la possibilità per i genitori di opporsi a forme sgradite di indottrinamento.
La Flc Cgil, dice il comunicato ufficiale del sindacato, «sostiene convintamente l’iniziativa e invita le lavoratrici e i lavoratori della conoscenza a firmare per riconoscere alla scuola il suo ruolo di prima agenzia educativa ed evitare che altri soggetti, quali la rete, o peggio il mercato dei siti pornografici, diventino il punto di riferimento per reperire informazioni sui temi della sessualità, veicolando modelli privi dei concetti di rispetto ed emotività».
La Cgil, si legge ancora, «si è opposta al provvedimento fin dall’inizio dell’iter parlamentare ritenendolo una pesante regressione sul piano del diritto delle nuove generazioni a un percorso formativo laico, pluralista, orientato allo sviluppo armonico della personalità, oltre che una pericolosa ingerenza nell’autonomia scolastica e nella libertà di insegnamento». Secondo il sindacato l’educazione all’affettività e alla sessualità è un «elemento costitutivo della crescita, fondamentale per la promozione della salute, la gestione del proprio benessere e delle relazioni e debba pertanto essere garantita a tutte le alunne e a tutti gli alunni fin dall’infanzia».
Queste parole dicono tutto. Per la Cgil è la scuola – dunque lo Stato, dunque la burocrazia – la prima agenzia educativa. Non i genitori, non la famiglia. Deve essere la politica a stabilire che cosa sia meglio per i bambini, e a tutti devono essere somministrati opportuni corsi di rieducazione. Ecco perché la Cgil vuole «restituire alle scuole la facoltà di progettare, all’interno dei Piani triennali dell’offerta formativa (Ptof), interventi di educazione sessuale e affettiva come attività inclusive, salvaguardando le norme che regolano l’autonomia scolastica, nell’interesse primario delle studentesse e degli studenti». Guai a rifiutare una attività sgradita. I genitori non devono potersi opporre ad alcun intervento sui loro bambini, anche se a educarli dovesse essere un attivista fanatico.
Di fatto, quindi, la Cgil si è mobilitata per chiedere meno libertà. E se qualcuno si domandasse come mai il sindacato non si occupi di questioni più attinenti al suo mandato, per esempio del fatto che i cinesi si stiano mangiando Stellantis, si potrebbe rispondere con facilità: alla Cgil il modello cinese piace, almeno nella parte in cui attribuisce allo Stato la supremazia su individui e corpi intermedi. Va detto che, a differenza della Cgil, sull’educazione la Cina ha le idee chiare: poco spazio a stramberie e molta insistenza su famiglia e patria, concetti che la Confederazione rossa rifiuta con disprezzo. E per carità, è libera di farlo. Il punto semmai è che questa lotta senza quartiere sui temi etici e civili è divenuta per la Cgil un enorme paravento dietro cui nascondere la sua totale irrilevanza sulle grandi questioni del lavoro. Leggiamo da tempo nei comunicati di battaglie a favore dell’immigrazione di massa, dell’aborto e del fine vita, ora c’è il referendum liberticida. Ma su ciò che gli compete davvero il sindacato non riesce più a mobilitare le masse. In compenso fa la guerra alla destra assieme a partiti che disprezzano gli elettori che hanno studiato poco.
La questione dell’educazione affettiva, in ogni caso, merita un ragionamento a parte. È davvero curioso che a farne una bandiera sia il sindacato guidato da Maurizio Landini. Cioè l’uomo che ebbe a definire Giorgia Meloni «cortigiana», un termine che forse persino gli esperti sinistrorsi di tematiche di genere sconsiglierebbero di usare.
È lo stesso Landini che, a Marcinelle, è rimasto placido a osservare i suoi compagni sindacalisti girarsi di spalle mentre parlava – in un luogo emblematico del dolore e della sofferenza degli italiani e dei lavoratori tutti – il presidente del Senato. Viene il sospetto, allora, che il primo a dover frequentare un corso di affettività sia proprio il capo della Cgil. Anzi, a dirla tutta non gli serve nemmeno l’educazione affettiva: gli basterebbe giusto un piccolo di buona, vecchia educazione.
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