Ci risiamo. Dopo aver promosso cinque referendum sul lavoro miseramente falliti per mancato raggiungimento del quorum, dopo aver partecipato attivamente alla campagna referendaria sulla giustizia, la Cgil insiste nelle iniziative politiche.
Questa volta la decisione del leader della Confederazione di Corso d’Italia è quello di promuovere una raccolta di firme per inviare al Parlamento due proposte di legge di iniziativa popolare: una sulla sanità e la seconda sugli appalti. Il merito delle proposte non è ancora noto, ma il più importante sindacato in Italia impegnerà le proprie strutture nei prossimi mesi verso questo obiettivo: l’apparato è stato già allertato in proposito.
Sulla sanità è probabile che la filosofia della proposta legislativa sarà indirizzata al rafforzamento del settore pubblica, mentre sugli appalti è prevedibile che l’articolato riprenderà il contenuto che era stato già sottoposto a referendum, quando il sindacato voleva modificare le leggi che a suo dire favoriscono il ricorso ad appaltatori privi di solidità finanziaria, spesso non in regola con le norme antinfortunistiche. Si richiederà di cancellare alcune norme ed estendere la responsabilità dell’imprenditore committente nell’ottica di garantire maggiore sicurezza sul lavoro.
Il silenzioso (o silenziato) dibattito interno descrive una situazione preoccupante: da un lato evidenzia un vero e proprio affaticamento dell’apparato, impegnato ultimamente senza sosta su obiettivi che difficilmente si possono definire di natura sindacale, e dall’altro fa prevalere la sensazione che ormai la Cgil si sia gettata anima e corpo nell’agone politico, perdendo di vista la sua missione e sbiadendo la propria identità. L’obiettivo di Maurizio Landini, prossimo alla scadenza del mandato, è esclusivamente quello di entrare in politica, utilizzando l’occasione delle elezioni del 2027.
È la ragione principale di questo attivismo. Con il peso della sua organizzazione, Landini avrebbe potuto benissimo chiedere ai partiti che sono più o meno collegati alla Cgil, - Pd, Avs, Movimento 5 stelle - di mettere in campo proposte legislative finalizzate all’obiettivo, ma sembra preferire un suo diretto protagonismo. Ciò non per rivendicare l’autonomia sindacale, ma perché ciò lo renderà più visibile.
Ad ogni modo, l’«aspirante» parlamentare dovrebbe essere edotto che in Italia, seppur l’articolo 71 della Costituzione preveda che si possano presentare, raccogliendo 50.000 firme, proposte di legge di iniziativa popolare, storicamente l’esito di iniziative del genere non ha quasi mai trovato una traduzione effettiva in Parlamento. Il perché è presto detto: questo diritto è di fatto controllato dal Parlamento e dai partiti. Gli organi parlamentari non hanno l’obbligo di pronunciarsi sulle proposte di iniziativa popolare e non esiste un vincolo che dia priorità a queste proposte di legge rispetto ad altre. Solo il regolamento del Senato, modificato pochi anni fa, prevede che le commissioni di competenza debbano avviare l’esame dei progetti di legge di iniziativa popolare entro e non oltre un mese, chiamando in audizione uno dei promotori del progetto di legge. Questo però non vale per la Camera.
Nella maggior parte dei casi, l’iter legislativo non inizia proprio e le proposte di legge di iniziativa popolare rimangono depositate in commissione senza essere neppure discusse. A tutt’oggi i partiti sono i padroni assoluti di questo strumento di democrazia «dal basso», che ovviamente fanno funzionare solo quando l’oggetto della proposta risponde a uno specifico interesse, spesso elettorale e quasi mai generale, mentre in virtù della selezione operata dal Parlamento, rimangono tanti cadaveri eccellenti.
Giù la maschera, Landini. Il più importante sindacato italiano impieghi meglio le risorse finanziarie derivanti dagli iscritti, verso obiettivi contrattuali che migliorino le loro condizioni di vita.
Ci sono taciti accordi non scritti ma inviolabili nel giornalismo italiano. Uno di questi è che gli uomini politici si possono criticare tutti, tranne uno: il presidente della Repubblica. Le sue parole devono essere semplicemente trasmesse. Sulla stampa, ormai, nemmeno il Papa gode di un simile riguardo.
In queste ultime due settimane è stato praticamente impossibile trovare una sola riga di valutazione critica al «surreale» comunicato sulla guerra all’Iran, rilasciato il 13 marzo scorso dalla Presidenza della Repubblica, a margine della riunione del Consiglio supremo della difesa. Eppure un dibattito anche sul pensiero pubblico del Quirinale dovrebbe essere linfa vitale per la nostra democrazia.
Il comunicato emesso, a ben vedere, contiene una serie di inesattezze e ribaltamenti della realtà preoccupanti, in quanto espressi dal vertice del Consiglio che ha la funzione e la responsabilità della difesa nazionale. Tale ruolo imporrebbe, quantomeno, di saper interpretare con lucidità le crisi internazionali, anziché analizzarle con antichi paradigmi, fermi probabilmente al 1948, inapplicabili in un mondo oggi notevolmente mutato, sia sul piano geopolitico, sia su quello delle alleanze.
Il comunicato presidenziale si apre esprimendo «grande preoccupazione per i gravi effetti destabilizzanti» provocati dall’azione militare «degli Stati Uniti e di Israele contro l’Iran». E fin qui tutto bene, ma a leggere quello che viene dopo, ci si stupisce quasi che al Consiglio supremo della difesa sembrino pensare che la guerra sia stata scatenata direttamente da Teheran. Nel passaggio immediatamente successivo, infatti, si denunciano «le progressive lacerazioni della pacifica convivenza internazionale, l’indebolimento delle istituzioni multilaterali e le numerose violazioni del diritto internazionale» ma si afferma che questo attacco al diritto internazionale è stato «irresponsabilmente aperto dall’aggressione della Russia all’Ucraina».
Forse la memoria storica difetta, ma ci chiediamo come classificare allora i bombardamenti illegali della Nato sulla Serbia nel 1999, allora Presidente del Consiglio era Massimo D’Alema, quelli sull’Afghanistan del 2001, sull’Iraq nel 2011 e sulla Siria dal 2014? L’impressione è che non ci si interroghi a sufficienza sul fatto che la frequenza e l’impunità delle violazioni commesse, in tutti questi anni, abbiano svuotato di significato le norme che regolano la convivenza tra gli Stati. Infatti da tempo, e molto prima del conflitto ucraino, stiamo assistendo a un «decoupling» (disaccoppiamento) tra la norma giuridica e la realtà geopolitica.
È evidente, ad esempio, la lampante contraddizione tra istituzioni giudiziarie internazionali (come la Corte Penale Internazionale) che hanno mostrato un attivismo senza precedenti, e i meccanismi di esecuzione politica, di fatto paralizzati.
Il mondo ha assistito in questi ultimi trent’anni, non a semplici violazioni episodiche, ma a uno smantellamento progressivo e sistematico delle architetture di sicurezza collettiva. Per questo in tale quadro appare quantomeno riduttivo ancorare la genesi della crisi del diritto internazionale alla invasione dell’Ucraina da parte della Russia di Putin. Troppo semplice e storicamente fuorviante.
Nel documento presidenziale non mancano poi altre valutazioni parziali e distoniche. La guerra all’Iran? Qui si mettono le mani avanti, affermando che gli attacchi ai civili che spesso uccidono bambini «sono sempre inaccettabili come nel caso della strage della scuola di Minab» (170 morti, quasi tutte bambine, anche se nel comunicato la paternità delle bombe rimane ignota), ma subito dopo si precisa che l’estensione del conflitto avviene «ad opera dell’Iran». Pertanto «il Consiglio valuta gravi le azioni dell’Iran per ostacolare la libera navigazione nello Stretto di Hormuz».
È indubbio che l’Iran sia uno Stato canaglia, repressivo e illiberale (simile alla Corea del Nord), ma per evitare di essere protagonisti del teatro dell’assurdo, non è illogico immaginare che se un Paese sovrano, seppur canaglia, viene bombardato, possa risultare inevitabile che risponda al fuoco generando una spirale che rischi di portare ad un allargamento del conflitto. A meno che lo si voglia incolpare di non arrendersi e di cercare di colpire le basi militari da cui partono gli aerei e i missili che lo bombardano. Un fatto questo, tra l’altro, legittimato dal «diritto inalienabile all’autodifesa», stabilito dall’articolo 51 della Carta dell’Onu. A proposito di diritto internazionale.
Manca poi, nel documento, un esame approfondito sul ruolo dell’Europa. Sulla funzione che avrebbe potuto e potrebbe assolvere in questo deteriorato scenario e che di fatto invece non svolge. La conclusione del ragionamento dovrebbe quindi portare ad un’ovvia deduzione, e cioè che dietro il linguaggio felpato delle istituzioni e la retorica della responsabilità, nei comunicati della più alta carica dello Sato italiano, rischi di prevalere la logica del doppio standard e di un certo suprematismo ideologico. Nella post-verità quirinalizia la guerra è brutta e l’Italia la condanna sempre. Ci mancherebbe altro! Ma se davvero si vuole conseguire l’obiettivo della pace, allora bisogna aggiornare le lenti con le quali leggere la realtà. I vecchi schemi geopolitici sono saltati e non sono più utilizzabili. Riproporli con l’intento di fornire un contributo alla disanima di un mondo in pieno rivolgimento, anziché aiutare la soluzione dei problemi, alla fine li complica soltanto.
Nei continui sommovimenti tellurici che il ridestato vulcano della geopolitica ha provocato, è probabile che la prossima scossa riguarderà L’Avana. A oltre sessant’anni dalla rivoluzione del 1959, Cuba vive oggi intrappolata in una doppia gabbia: da un lato la pressione economica degli Stati Uniti, dall’altro un sistema politico che continua a reprimere il dissenso e a rimandare riforme profonde.
Il più evidente segnale della crisi è l’esodo migratorio che ha svuotato l’isola di centinaia di migliaia di persone. La popolazione cubana è ormai scesa sotto i 10 milioni di abitanti, con un calo demografico senza precedenti nella storia recente del Paese: tra il 2019 e il 2024 quasi 1 milione di cubani è arrivato negli Stati Uniti e, se si includono altre destinazioni, dall’America Latina all’Europa, il numero complessivo è ancora più alto.
Durante l’epoca di Hugo Chávez e poi di Nicolás Maduro, Caracas ha fornito all’isola greggio a condizioni estremamente vantaggiose, spesso in cambio dell’invio di medici e personale sanitario. Quel sistema ha cominciato a incrinarsi con il progressivo collasso economico del Venezuela, e la rottura definitiva è arrivata il 3 gennaio 2026, quando l’operazione militare statunitense ha portato alla cattura del presidente venezuelano Maduro e alla conseguente sospensione delle forniture di petrolio verso Cuba. Per L’Avana è stato un colpo durissimo: senza il greggio venezuelano, e con le sanzioni americane che scoraggiano altri fornitori, l’isola si è ritrovata improvvisamente con il sistema energetico praticamente al collasso.
In questo contesto, torna inevitabilmente al centro il tema dell’embargo economico statunitense, in vigore dal 1962. Il sistema di sanzioni limita fortemente il commercio tra Stati Uniti e Cuba, impedisce alle imprese americane di investire sull’isola e rende molto più difficili le transazioni finanziarie internazionali. L’impatto sulla vita quotidiana dei cubani è reale. Le sanzioni aumentano i costi delle importazioni, rendono complicato l’accesso al credito e isolano l’economia cubana da molti circuiti finanziari. Colpire un’intera popolazione nella speranza che la sofferenza produca un cambiamento politico è una logica che finisce inevitabilmente per penalizzare soprattutto i cittadini comuni e, come l’esperienza insegna, non è detto che produca l’esito auspicato da Washington.
Allo stesso tempo, però, è bene chiarire che sarebbe sbagliato sostenere che l’embargo spieghi tutto, come ha fatto per decenni il governo cubano costruendo la narrazione per cui ogni difficoltà economica viene attribuita esclusivamente all’embargo statunitense. Molti problemi dell’economia cubana derivano anche da fattori interni: un sistema produttivo inefficiente, una burocrazia soffocante e uno Stato che continua a controllare gran parte delle attività economiche, lasciando poco spazio all’iniziativa privata.
Ovviamente la crisi economica ha inevitabilmente prodotto tensioni sociali e politiche. Lo si è visto con chiarezza nel luglio del 2021, quando migliaia di cubani sono scesi in strada in diverse città dell’isola chiedendo libertà, cibo e migliori condizioni di vita. È stata la più grande ondata di proteste dalla rivoluzione del 1959. La risposta dello Stato è stata rapida e dura: centinaia di arresti, processi e condanne severe per molti manifestanti. Ancora oggi numerosi attivisti e oppositori sono in carcere o sotto stretta sorveglianza.
In mezzo, tra pressioni americane e ottusità del governo, c’è il popolo cubano e le sue sofferenze. Il quale, al pari di noi, eviterà di prendere seriamente in considerazione la ridicola scampagnata dell’improbabile «pasionaria» Ilaria Salis e della Cgil di Maurizio Landini verso l’isola urlando slogan anti americani, contro il blocco, e in completo silenzio, invece, verso Miguel Díaz-Canel, presidente di una Cuba senza democrazia e diritti. Bisogna essere sinceri: 77 anni dopo la rivoluzione, Cuba ha il diritto di uscire da questa impasse storica. Il diritto di costruire istituzioni democratiche, un’economia più aperta e una società in cui dissentire non significhi rischiare il carcere.





