Nei continui sommovimenti tellurici che il ridestato vulcano della geopolitica ha provocato, è probabile che la prossima scossa riguarderà L’Avana. A oltre sessant’anni dalla rivoluzione del 1959, Cuba vive oggi intrappolata in una doppia gabbia: da un lato la pressione economica degli Stati Uniti, dall’altro un sistema politico che continua a reprimere il dissenso e a rimandare riforme profonde.
Il più evidente segnale della crisi è l’esodo migratorio che ha svuotato l’isola di centinaia di migliaia di persone. La popolazione cubana è ormai scesa sotto i 10 milioni di abitanti, con un calo demografico senza precedenti nella storia recente del Paese: tra il 2019 e il 2024 quasi 1 milione di cubani è arrivato negli Stati Uniti e, se si includono altre destinazioni, dall’America Latina all’Europa, il numero complessivo è ancora più alto.
Durante l’epoca di Hugo Chávez e poi di Nicolás Maduro, Caracas ha fornito all’isola greggio a condizioni estremamente vantaggiose, spesso in cambio dell’invio di medici e personale sanitario. Quel sistema ha cominciato a incrinarsi con il progressivo collasso economico del Venezuela, e la rottura definitiva è arrivata il 3 gennaio 2026, quando l’operazione militare statunitense ha portato alla cattura del presidente venezuelano Maduro e alla conseguente sospensione delle forniture di petrolio verso Cuba. Per L’Avana è stato un colpo durissimo: senza il greggio venezuelano, e con le sanzioni americane che scoraggiano altri fornitori, l’isola si è ritrovata improvvisamente con il sistema energetico praticamente al collasso.
In questo contesto, torna inevitabilmente al centro il tema dell’embargo economico statunitense, in vigore dal 1962. Il sistema di sanzioni limita fortemente il commercio tra Stati Uniti e Cuba, impedisce alle imprese americane di investire sull’isola e rende molto più difficili le transazioni finanziarie internazionali. L’impatto sulla vita quotidiana dei cubani è reale. Le sanzioni aumentano i costi delle importazioni, rendono complicato l’accesso al credito e isolano l’economia cubana da molti circuiti finanziari. Colpire un’intera popolazione nella speranza che la sofferenza produca un cambiamento politico è una logica che finisce inevitabilmente per penalizzare soprattutto i cittadini comuni e, come l’esperienza insegna, non è detto che produca l’esito auspicato da Washington.
Allo stesso tempo, però, è bene chiarire che sarebbe sbagliato sostenere che l’embargo spieghi tutto, come ha fatto per decenni il governo cubano costruendo la narrazione per cui ogni difficoltà economica viene attribuita esclusivamente all’embargo statunitense. Molti problemi dell’economia cubana derivano anche da fattori interni: un sistema produttivo inefficiente, una burocrazia soffocante e uno Stato che continua a controllare gran parte delle attività economiche, lasciando poco spazio all’iniziativa privata.
Ovviamente la crisi economica ha inevitabilmente prodotto tensioni sociali e politiche. Lo si è visto con chiarezza nel luglio del 2021, quando migliaia di cubani sono scesi in strada in diverse città dell’isola chiedendo libertà, cibo e migliori condizioni di vita. È stata la più grande ondata di proteste dalla rivoluzione del 1959. La risposta dello Stato è stata rapida e dura: centinaia di arresti, processi e condanne severe per molti manifestanti. Ancora oggi numerosi attivisti e oppositori sono in carcere o sotto stretta sorveglianza.
In mezzo, tra pressioni americane e ottusità del governo, c’è il popolo cubano e le sue sofferenze. Il quale, al pari di noi, eviterà di prendere seriamente in considerazione la ridicola scampagnata dell’improbabile «pasionaria» Ilaria Salis e della Cgil di Maurizio Landini verso l’isola urlando slogan anti americani, contro il blocco, e in completo silenzio, invece, verso Miguel Díaz-Canel, presidente di una Cuba senza democrazia e diritti. Bisogna essere sinceri: 77 anni dopo la rivoluzione, Cuba ha il diritto di uscire da questa impasse storica. Il diritto di costruire istituzioni democratiche, un’economia più aperta e una società in cui dissentire non significhi rischiare il carcere.
L’esito delle elezioni municipali francesi impone a tutti una lettura meno superficiale di quella che sembra emergere dai primi commenti rilasciati dopo il voto. I riflettori si sono concentrati sull’esito elettorale nei grandi centri urbani, a partire da Parigi, dove il socialista Emmanuel Grégoire ha sconfitto la candidata di centrodestra Rachida Dati. Stesso risultato a Marsiglia, dove ha prevalso Jean Michel Aulas, candidato della sinistra, e a Lione, dove rivince il sindaco uscente dei Verdi, Grégory Doucet, anche se il risultato è contestato. Sono successi certamente importanti da cui sembrerebbe facile dedurre che in Francia stia ritornando una nuova primavera repubblicana. Ma è davvero così?
Analizzando più attentamente i dati e pur tenendo presente che il voto locale ha sempre logiche proprie, potrebbero però emergere effetti contrastanti e indicazioni di una certa rilevanza anche in vista delle presidenziali previste nel 2027. La prima indicazione evidenzia che il secondo turno delle elezioni municipali francesi ha confermato l’avanzata del Rassemblement national sul piano nazionale, anche se non si è tradotta nella conquista delle principali grandi città, offrendo così letture discordanti in vista del voto del prossimo anno. Il Rassemblement non sfonda nei grandi centri urbani in presenza di un elettorato più giovane, più istruito, più globalizzato, mentre guadagna i favori di un elettorato periferico e rurale, evidenziando così che la frattura tra una Francia urbana e una Francia periferica è una frattura politica strutturale.
Il leader del Rassemblement national Jordan Bardella ha comunque rivendicato «la più grande svolta della sua storia», sostenendo che il partito ha acquisito «un forte slancio», spendibile nel prossimo futuro. La destra ha infatti ottenuto una vittoria significativa a Nizza e si è imposta in diverse città piccole e medie, soprattutto nel Sud del Paese, come Carcassonne, Agde e Mentone, aggiungendo questi risultati al successo del primo turno a Perpignan.
Secondo un sondaggio della società di ricerca Harris Interactive, Bardella resterebbe il favorito per il primo turno delle prossime presidenziali con il 35%, 17 punti sopra l’ex primo ministro Édouard Philippe. Tuttavia, e questa è la seconda indicazione, l’esito delle municipali ha mostrato la persistente difficoltà del Rassemblement national nei ballottaggi, dove si scontra con la tradizionale convergenza delle altre forze politiche per bloccarne l’ascesa. A Tolone, ad esempio, la candidata del partito Laure Lavalette, in vantaggio al primo turno, è stata superata al ballottaggio dalla sindaca conservatrice uscente José Massi. I risultati hanno premiato anche Philippe, rieletto a Le Havre, e acceso la competizione nel campo conservatore, dove i Repubblicani, pur rivendicando il ruolo di principale forza politica, appaiono ancora privi di una candidatura presidenziale unitaria. Nel complesso, il voto municipale consegna al Rassemblement national un rafforzamento territoriale e politico, ma al contempo, conferma anche che il partito di Marine Le Pen e Jordan Bardella continua a incontrare forti resistenze quando si tratta di trasformare il consenso in vittorie decisive nei principali centri, dove affronta un «soffitto urbano» che può essere decisivo al secondo turno.
In questo quadro una terza indicazione emerge dall’esito elettorale di Nizza, che potrebbe configurarsi forse come un piccolo laboratorio per il resto del Paese. Da questa città infatti, la quinta della Francia, sono emersi equilibri tali da poter influenzare le prossime presidenziali. Le recenti esperienze hanno dimostrato che, quando al secondo turno arrivava una lista della destra, l’appello al cosiddetto Rassemblement republicain, l’alleanza trasversale delle altre forze politiche, bastava spesso ad orientare il voto. A Nizza questo non è avvenuto e una più ragionata politica delle alleanze ha permesso alla destra, con Eric Ciotti, di conquistare la città. Certo, e questo vale per tutti, è necessario non eccedere troppo nel considerare queste elezioni un «antipasto presidenziale», dal momento che il voto per i sindaci francesi rimane quello con maggiori implicazioni locali: sono gli stessi francesi a ritenerlo tale. Tuttavia, le indicazioni emerse invitano a un’attenta valutazione, mantenendo lo sguardo sulla Costa Azzurra, oggi più di ieri.
Le elezioni, seppur parziali, tenutesi qualche settimana fa in due importanti Paesi come l’Inghilterra e la Germania hanno inviato un messaggio univoco. Nel Regno Unito il Partito laburista ha perso nel collegio di Gorton e Denton, alla periferia di Manchester, nel Nord-Ovest dell’Inghilterra, dove vinceva da decenni.
I laburisti sono stati superati dai Verdi e da Reform UK, partito di destra sovranista e populista in ascesa. Era un’elezione piccola ma importante, per valutare lo stato di salute del partito, dopo alcuni recenti scandali che hanno messo sotto pressione la leadership del primo ministro Keir Starmer.
In Germania, nel Baden-Württenmberg, si è assistito a una umiliante sconfitta del partito che fu di Willy Brandt, che ha raccolto solo il 5,5% dei voti. Due segnali, ultimi nella catena, che in Europa la sinistra ha cercato di catalogare come ininfluenti, relegandoli a semplice cronaca elettorale. La realtà descrive invece una tendenza che qualche attento osservatore potrebbe meglio definire come una crisi (irreversibile?) del socialismo europeo. Tranne alcuni casi, come ad esempio la Spagna di Sanchez(ma per quanto ancora?), il trend è abbastanza evidente. Per descrivere il declino del socialismo e della socialdemocrazia in Europa è nato un nuovo neologismo: pasokification. Il termine deriva dal Pasok, il partito socialista greco, capace, tempo fa, di passare dal 44% al 5% dei voti in meno di sei anni, livello da cui non si è più ripreso.
In questi anni la pasokification, come conseguenza più o meno diretta della crisi economica e sociale, non si è fermata ad Atene, anzi, ci sono state ulteriori vittime come il Partito socialista francese e il PvDA olandese e altri ancora. Tutte forze diventate irrilevanti nei loro rispettivi Paesi.
Si può certamente dire che questa crisi è originata da tre fattori. Il primo è che, sotto la spinta degli stravolgimenti e degli scompensi economici, tanti elettori non vedono più nessuna differenza significativa tra la destra e la sinistra. Pertanto, sono solitamente i partiti di centrodestra a essere eventualmente scelti dall’elettorato centrista e liberale. Il secondo è che, proprio perché i partiti socialisti e socialdemocratici vengono percepiti come troppo ambigui, in tempi di crisi, tanti elettori di sinistra preferiscono ritornare a una vecchia o nuova sinistra anti establishment che metta strutturalmente in discussione l’ordine socio-economico-ambientale del mondo in cui vivono. E fra questi ovviamente sono premiati i Verdi. Il declino dei socialisti europei quindi trova negli aspetti sopra descritti conferma su tutta la linea. Tuttavia, la crisi profonda del socialismo in Europa, non è solo il frutto di tradimenti, ma va ricercata soprattutto nell’incapacità delle classi dirigenti di comprendere la portata del profondo mutamento del capitalismo finanziario, con conseguente riduzione della politica a un ruolo subalterno e comunque compromissorio.
Oggi il socialismo europeo sembra giunto al capolinea, non riuscendo a elaborare un progetto in grado di superare la sua crisi, rimuovendo le cause che l’hanno prodotta. Manca un vero e proprio processo di rifondazione, anche culturale, adeguato alle grandi trasformazioni mondiali che stanno letteralmente spazzando via vecchi concetti ideologici e antiche certezze alla base della cultura di sinistra. La sinistra difetta di una visione prospettica che sappia riflettere sulla storia con cui, alla fine dell’Ottocento, si è affermato il movimento socialista in Europa, con l’eccezione della Germania. In Inghilterra, Belgio, Francia e anche in Italia il movimento sindacale, mutualistico e cooperativo (nel senso più nobile) ha preceduto la formazione dei partiti. Così il socialismo fabiano inglese, che non solo ha posto le basi del welfare, ma anche della democrazia industriale (Cole), così il socialismo belga, che con la carta di Quaregnon (1894) ha sviluppato un rapporto federativo tra partiti, sindacato e cooperazione. Questi aggregati oggi non esistono più. Si è chiusa un’epoca. Alcuni giorni fa è scomparso il grande filosofo tedesco Habermas il quale, nelle sue analisi, indicava l’esigenza che il pensiero critico dovrebbe sempre confrontarsi con la realtà mutante. Dubito che i dirigenti attuali della sinistra lo abbiano mai letto.
La crisi della sinistra europea riflette anche quella del movimento sindacale, sempre più in difficoltà a comprendere i cambiamenti in atto nelle dinamiche del lavoro e che sicuramente l’avvento della AI non potrà che approfondire. Lo spaesamento abbinato all’inaridimento culturale e alla pochezza delle classi dirigenti si traduce in una assenza di linea politica chiara e coerente. In definitiva, questa sinistra compromessa col mondialismo, l’europeismo, paladina di un pacifismo retorico, che professa tolleranza e l’accoglienza prêt-à-porter, dinnanzi alle dinamiche mondiali appare confusa e incapace di trovare risposte che non siano sterili balbettii. In questo quadro troviamo tutti gli elementi che portano a dire che il futuro del socialismo europeo è oggettivamente compromesso.





