In una recente intervista a Die Welt, Peter Altmaier, figura di primo piano della Cdu, già ministro, capo della Cancelleria e stretto collaboratore di Angela Merkel, ha lanciato un allarme che merita attenzione: per la prima volta nella storia della Repubblica federale, la Germania potrebbe trovarsi di fronte a una crisi costituzionale.
Molto efficace per descrivere le difficoltà berlinesi è un’immagine proposta da Bloomberg, che ha paragonato Friedrich Merz a Timmy, una balena spiaggiata rimasta bloccata per circa un mese sulla costa tedesca del Mar Baltico. La differenza è che la megattera è riuscita a tornare in mare aperto; il cancelliere, invece, sembra impantanarsi sempre di più. E anche se, allo stato attuale, affermare con certezza che la Germania sia sull’orlo di una crisi costituzionale pare soprattutto una forzatura utile solo a mettere in guardia l’elettorato, possiamo comunque dire che il Paese è in una fase di una complessa transizione, in cui le certezze del passato (stabilità, governabilità, continuità) non sono più garantite.
A oltre un anno dall’insediamento, Merz non è riuscito a centrare i due obiettivi principali del suo mandato: rilanciare l’economia e arginare l’ascesa dell’estrema destra. I dati economici fotografano una crescita modesta: nel primo trimestre il Pil è salito dello 0,3% rispetto allo scorso anno. Risultato migliore delle attese, ma insufficiente se rapportato all’entità degli interventi messi in campo. Il governo ha varato un fondo speciale per le infrastrutture da 500 miliardi di euro per riparare scuole, strade e ferrovie, e sono stati incrementati anche gli investimenti militari, ma lo slancio iniziale si è scontrato con l’aumento dei costi energetici e dell’inflazione che ha eroso la fiducia di famiglie e imprese. La crisi energetica innescata nel Golfo ha ulteriormente complicato il quadro, rendendo sempre più difficile la prospettiva di una ripresa significativa entro il 2026.
Le misure per contenere l’impatto del caro energia sono apparse deboli o difficilmente applicabili. Tra queste, il bonus da 1.000 euro affidato alla volontà dei datori di lavoro, soluzione che non ha convinto nemmeno l’esecutivo federale. Il risultato è un crollo del consenso: solo il 20% dei tedeschi approva l’operato del cancelliere.
Parallelamente, cresce la destra di Afd, che nei sondaggi ha raggiunto il 26-27%, superando per la prima volta l’Unione (Cdu/Csu). Secondo un recente sondaggio, il distacco ha toccato i cinque punti, dato politicamente esplosivo in vista delle prossime elezioni locali. Il tema non riguarda soltanto la tenuta del governo, ma l’equilibrio complessivo del sistema. L’intreccio tra instabilità politica e fragilità economica potrebbe aprire una fase critica, potenzialmente più grave delle crisi del 2008 o della pandemia. Per decenni, la forza della Germania è stata la combinazione di stabilità istituzionale e solidità economica: se questo binomio si incrina, l’intero modello entra in discussione, e le ripercussioni andrebbero ben oltre i confini nazionali. Berlino, infatti, resta il perno economico e uno dei principali attori politici dell’Unione europea: un suo indebolimento inciderebbe inevitabilmente sugli equilibri comunitari.
Oggi, la questione più delicata e complessa per le forze politiche tradizionali è la progressiva riduzione delle alternative. L’abituale flessibilità del sistema tedesco - capace di costruire coalizioni diverse senza traumi - si sta erodendo sotto il peso della frammentazione e della polarizzazione. Le opzioni si restringono, mentre cresce il malcontento, alimentato anche da scelte politiche percepite come sbilanciate, in particolare sulla corsa agli armamenti. L’aver puntato molto, se non tutto, sul riarmo e il non aver affrontato le cause delle difficoltà odierne ha generato fortissima insoddisfazione e insofferenza, confluite nel consenso ad Afd. Per l’Unione europea si tratta di un banco di prova decisivo. Berlino non è Bratislava né Budapest: un’eventuale e possibile affermazione di Afd porrebbe sfide politiche ben diverse da quelle affrontate finora con altri Stati membri. Anche scenari istituzionali dati per possibili, come un eventuale ritorno in Germania di Ursula von der Leyen per la presidenza della Repubblica federale potrebbero essere rimessi in discussione. Per tutte queste ragioni, ciò che accade oggi in Germania non è una questione interna, ma un passaggio cruciale e inedito per l’intera Europa.
Manca poco più di un anno al voto per eleggere il nuovo sindaco di Milano. La data appare lontana, ma si intravvedono le prime agitazioni a sinistra, alimentate da una serie di sondaggi che assegnano un buon vantaggio al campo largo.
Le recenti inchieste sull’urbanistica non paiono infatti intaccare più di tanto il consenso: hanno piuttosto alimentato discussioni sul fatto che Milano sia una città troppo elitaria, dove il guadagno di pochi tende a prevalere sull’interesse pubblico. Ma il dibattito esiste anche perché tanti vedono un capoluogo ambivalente, luogo delle opportunità ma anche dei sacrifici. Resta un fatto: la maggior parte dei milanesi ha continuato a preferire le stesse giunte di centrosinistra sotto le quali questa sensazione si è diffusa. È un’apparente contraddizione che si può provare a spiegare in vari modi.
Il primo è che, nonostante la narrazione di una città «escludente», nel complesso Milano soddisfa chi ci vive. Circa il 70% dei residenti è proprietario di casa: per queste persone l’aumento dei prezzi delle abitazioni - motivo di forti critiche - si traduce in aumento del valore dei loro immobili, rivendibili a prezzi molto più alti.
Il secondo elemento è che più del 60% degli attuali residenti non viveva in città 15 anni fa. Sono persone che si sono trasferite perché attratte dall’offerta di Milano: università, servizi pubblici abbastanza efficienti, lavoro, vita sociale. Anche se sono ormai evidenti sia le sofferenze delle periferie sia l’abbassamento del livello di sicurezza per i cittadini: temi sui quali la sinistra ha finora balbettato.
Sta di fatto che tutto ciò ha permesso, dal 2011 a oggi, al centrosinistra milanese di mantenere la maggioranza, in controtendenza rispetto al resto del territorio. Prendiamo le regionali 2023: in tutta la Lombardia la coalizione di centrodestra che candidò Attilio Fontana vinse con il 54,65%: ben 20 punti in più del centrosinistra con candidato Pierfrancesco Majorino. A Milano, la coalizione di quest’ultimo vinse con il 45%, con Fontana fermo al 39. È in questo quadro che si spiega l’appetito di molti candidati. Ma come sempre succede, più nomi ci sono e più iniziano le divisioni. Le cronache cittadine informano che tra i candidati a sostituire Beppe Sala due sono quelli che vanno per la maggiore: Mario Calabresi, giornalista e figlio del commissario di polizia Luigi, ucciso in un agguato terrorista 54 anni fa, e Pierfrancesco Majorino, attuale consigliere regionale. Uno che, se c’è da candidarsi a qualcosa, risponde sempre presente. Sono due profili che non ricevono un forte consenso, e ognuno di essi trova ostacoli in ampi settori della possibile coalizione.
Partiamo da Calabresi. Rumors interni al Pd, sia attorno al segretario milanese sia nella segretaria regionale, riferiscono della sensazione di una candidatura debole. Inoltre, nella parte più a sinistra, la sua storia personale risveglia antichi ricordi e riapre ferite mai dimenticate: suo padre venne si assassinato da esponenti di Lotta continua, ma una fetta dell’opinione pubblica gli ha sempre attribuito la responsabilità per la morte dell’anarchico Giuseppe Pinelli. Per questo risulta difficile pensare che Avs e altri raggruppamenti di sinistra possano convintamente appoggiarlo.
Per quanto riguarda Majorino invece le contrarietà sono più trasversali e con ragioni diverse. Un’area che include anche settori del Pd rinfaccia a Majorino le cariche di consigliere e assessore al comune di Milano, poi la candidatura in Europa, poi l’abbandono del Parlamento europeo dopo poco tempo per candidarsi in Lombardia. Per i riformisti, poi, si tratta di una candidatura troppo a sinistra. Motivo per cui, anche se con ragioni opposte, Avs non si scalda più di tanto: non vorrebbe delegare la propria rappresentanza radicale a un esponente Pd.
Insomma, di fronte alla coalizione di sinistra c’è un bel rebus, e anche in questo caso, come a livello nazionale, c’è grande incertezza sul tema della primarie. Il quadro è questo: condizioni elettorali favorevoli per il centro -sinistra , ma forti divisioni sui nomi che, se si accentueranno, rischiano di non dare la partita elettorale per scontata. Vedremo gli sviluppi, ma comincia già a farsi largo l’idea che, al di là di queste schermaglie posizionali preventive, forse sia il caso di ricercare qualcun altro che possa meglio competere per assicurarsi il governo della città respingendo i tentativi, fin qui non convintissimi, del centrodestra di rientrare in partita.
Il decreto Lavoro sarà oggetto di confronto e di decisione nel Consiglio dei ministri. Secondo le prime indicazioni tra le priorità previste dal governo ci sarebbe la proroga degli incentivi dedicati a giovani, alle donne e alle Zone economiche speciali. Poi ci sarà un altro appuntamento importante, fissato per il giorno precedente al Primo Maggio, giovedì 30 aprile, che coincide anche con la scadenza del taglio delle accise sui carburanti. Questa data potrebbe essere il momento cruciale per prendere alcune decisioni chiave: la proroga delle misure fiscali, il tanto atteso via libera al «Piano casa», la messa in atto di iniziative tese a contrastare il fenomeno dello sfruttamento e del caporalato, oltre che rafforzare le garanzie per i cosiddetti «rider», attraverso l’istituzione di un sistema di identificazione univoco di riconoscimento del lavoratore.
Si tratta di decisioni da adottare in una fase molto complicata, perché il tema delle risorse finanziare resta centrale in un quadro di forte incertezza, causata dall’impatto economico e energetico del conflitto in Medio Oriente e dal mancato rispetto dell’obiettivo di deficit al 3%. Che come è noto comporta il mantenimento della procedura di infrazione da parte dell’Unione Europea nei confronti dell’Italia e lascia aperta la possibilità, da parte del nostro governo, di valutare un possibile scostamento di bilancio. Tutte questioni che dovranno essere oggetto di un auspicabile confronto con la Commissione europea, con l’obiettivo di ottenere una maggiore flessibilità finanziaria.
Immaginiamo già le critiche dell’opposizione di sinistra nei confronti del governo reo di non aver fatto nulla per impedire questo stato di cose e persino di aver strumentalmente convocato il cdm per assumere le decisioni sul lavoro a ridosso del Primo Maggio, solo per silenziare i sindacati e i lavoratori, saturando lo spazio mediatico, e inviando messaggi rassicuranti per garantire in qualche modo che il potere d’acquisto non sarà ulteriormente intaccato dall’onda lunga delle speculazioni.
La verità è che l’anno appena trascorso ha segnato un punto di svolta nel modo in cui la questione salariale è stata affrontata nel dibattito pubblico italiano. Dopo anni di attenzione discontinua, il tema è emerso come problema strutturale. Anche nelle zone economicamente più avanzate del Paese, la dinamica salariale è oggi al centro delle attenzioni non solo perché è una questione nazionale ma anche perché è sempre più evidente che non riguarda soltanto l’equità sociale, ma incide direttamente sulla competitività del sistema economico.
Ma al di là dei compiti che un governo deve avere nell’attivare politiche fiscali a favore del lavoro e nella predisposizione di un quadro macroeconomico che permetta al sistema produttivo di operare nel migliore dei modi, vi è da dire che l’esecutivo, in quanto datore di lavoro pubblico, ha agito relativamente bene, rinnovando i contratti della scuola e degli enti locali e predisponendo il tavolo per il rinnovo del contratto della sanità pubblica. Possiamo dire altrettanto delle organizzazioni sindacali e datoriali?
Non sarebbe davvero stato male se nel recente dibattito il segretario Cgil e il presidente di Confindustria avessero preso coscienza dei loro compiti e delle loro responsabilità nell’affrontare i problemi del mondo del lavoro e dei lavoratori. Ad esempio prendendo atto che nonostante il sistema contrattuale italiano sia da considerarsi tra i migliori in Europa, in realtà la contrattazione ha mostrato limiti strutturali: oltre agli enormi ritardi nei rinnovi del settore privato, non è riuscita a garantire aumenti adeguati, spesso legati a una produttività ferma a diversi anni fa. Sindacati e imprese dovrebbero sapere che le ragioni di questo ritardo persistente sono note e strutturali: il peso elevato delle pmi, la centralità di settori a basso valore aggiunto come il turismo, edilizia e i servizi alla persona, un sistema di relazioni industriali frammentato e in alcuni comparti molto debole, livelli di competenze ancora insufficienti - sia dal lato dei lavoratori sia dei manager - e un passaggio scuola-lavoro ampiamente migliorabile - continuano a comprimere la dinamica delle retribuzioni.
Soprattutto appare evidente l’incapacità di adattarsi alle trasformazioni tecnologiche e di mercato e di conseguenza mantenendosi non raramente minimi retributivi molto bassi. Inoltre in questi anni si è assistito ad una proliferazione di contratti siglati da organizzazioni sindacali e datoriali con una bassa rappresentatività, generando effetti perversi di «dumping salariale e contrattuale».
A queste criticità si aggiunge un paradosso, ovvero che i record occupazionali possono costituire il terreno per una nuova stagnazione salariale. Con l’aumento del costo del capitale, molte imprese hanno scelto di espandere il fattore lavoro rinviando investimenti e digitalizzazione. In definitiva sé si vuole affrontare la questione salariale, il governo dovrà fare la sua parte ma le parti sociali, sindacato e datori di lavoro, non possono essere da meno e dovrebbero mostrare più coraggio e lungimiranza. Ingredienti che finora hanno dimostrato di non avere.





