Il prossimo 12 giugno a Roma, nella cornice del Palazzo dei Congressi all’Eur, verrà presentato un nuovo soggetto politico, nato dall’evoluzione del «Progetto civico nazionale», l’iniziativa lanciata alla fine del 2025 dall’assessore capitolino ai Grandi aventi, Alessandro Onorato.
Non si tratta di un ennesimo cartello centrista destinato a frammentare ulteriormente il panorama politico italiano, né di una sigla di facciata per trattative parlamentari.
L’ambizione dichiarata è molto più strutturata: trasformare la fitta rete di amministratori locali tessuta in questi mesi in una forza politica organizzata e permanente, capace di far valere il proprio peso specifico all’interno del campo progressista e di imporre nell’agenda nazionale il pragmatismo di chi governa quotidianamente i territori. Il centrosinistra si troverà davanti a un interlocutore che, parlando il linguaggio dei territori, chiederà più spazio nella definizione della linea nazionale. Si tratta di un evidente salto di qualità delle liste civiche locali: la scommessa è trasformare la mobilitazione «civica» che aiuta un candidato a vincere nel suo comune, in una forza nazionale che chiede di incidere su candidature e regole della coalizione.
Bisognerebbe spendere qualche parola in più per analizzare il fenomeno civico, ma limitandoci a due titoli: le liste civiche nei Comuni hanno spesso cercato di essere una risposta alla dilagante antipolitica, depurando le questioni divisive più strettamente ideologiche con il pragmatismo del fare per affrontare i problemi; nei Comuni sotto 15.000 abitanti, stante la legge elettorale, concorrere sotto la forma civica è quasi sempre obbligatorio e, spesso, i due schieramenti di «centrodestra» e «centrosinistra» si confrontano sotto forma «civica». Ciò detto, questo tentativo, non nuovissimo in verità, presenta alcune differenze rispetto al passato, che meritano di essere sottolineate.
La prima è che l’obiettivo dell’iniziativa è quello di fornire uno spazio concreto alla possibilità di una candidatura civica in caso di primarie, rendendo il Progetto civico un attore negoziale. Non chiede solo ascolto, chiede che gli amministratori possano incidere anche quando il centrosinistra deve scegliere chi guida la coalizione, rafforzando il campo progressista, portando amministratori riconoscibili e con seguito personale contro le candidature paracadutate sui territori, imposte dai partiti: ma questa intenzione però sarà verificata valutando la qualità delle candidature che il progetto saprà esprimere. La strada maestra per questo percorso, che questo movimento ha in testa, è ovviamente quella delle primarie. Il rischio che questa operazione possa, invece, complicare le cose diventando solo una nuova sigla al tavolo delle trattative è abbastanza evidente.
La seconda è un altro fattore che sicuramente creerà problemi, e che chiama in causa il sindaco di Genova, Silvia Salis. Completamente avulsa dal percorso di Onorato, ha più volte dichiarato come intende risolvere la questione chiave per il centrosinistra, cioè decidere se la leadership si debba costruire attraverso un accordo tra soggetti politici o attraverso competizione aperta. L’assenza della Salis e dello stesso Matteo Renzi (suo mentore) all’iniziativa (a differenza di tutti gli altri leader del centrosinistra) chiarisce che loro due hanno scelto la strada che nega di fatto il ricorso alle primarie. Tutto ciò crea confusione che si aggiunge a quella già abbondantemente presente nel campo largo.
La nascita del cosiddetto partito dei sindaci, però, non sarà misurata solo dalla foto del 12 giugno ma da ciò che accadrà dopo. Se la rete degli amministratori riuscirà a portare nelle piazze una domanda riconoscibile di rappresentanza, il centrosinistra avrà un nuovo soggetto con cui fare i conti. Viceversa, se resterà una cornice di supporto, il suo peso si consumerà nella trattativa sulle prossime candidature. Pur esistendo una carta dei valori, il progetto non ha ancora un programma dettagliato con priorità e strumenti precisi. Nonostante ciò, gli organizzatori hanno affermato che tra gli obiettivi principali ci sono l’efficienza del sistema sanitario, la semplificazione burocratica e l’innovazione tecnologica. In più, l’intenzione è di puntare su questioni, come la sicurezza delle città, le piccole e medie imprese e le partite Iva, che la sinistra inspiegabilmente ha lasciato alla destra e su cui loro, invece, vogliono cambiare passo. Non si capisce perché un movimento di sindaci che pone problemi di questa natura non usi la sede ideale che è quella dell’Anci per discutere e avanzare rivendicazioni e costruisca invece appuntamenti che sono di una parte politica dimenticando che i sindaci, per loro natura, dovrebbero rappresentare tutta la loro comunità e non solo una parte.
Difficile pronosticare oggi se questo movimento avrà un futuro o se invece, come alcuni paventano, anziché avere un partito dei sindaci avremo solo dei sindaci di partito.
Milano conferma un dato ormai strutturale: il suo modello di sviluppo (più precisamente di accumulazione) ha generato squilibri distributivi profondi e difficilmente reversibili. È un sistema dove la rendita fondiaria e immobiliare ha assunto un peso sempre più dominante fino a diventare il principale fattore strutturante dell’intera economia urbana.
Gli altri settori produttivi le devono pagare un tributo crescente, mentre la definizione stessa di «interesse pubblico» si fa sempre più sfuggente, contesa tra gruppi sociali vincenti e altri naturalmente perdenti.
Una delle contraddizioni più clamorose di questo modello emerge dalla vicenda che coinvolge il consolato americano: un caso che rivela, senza possibilità di equivoci, che la cosiddetta «rigenerazione urbana» di Milano poggia anche sul lavoro di persone tenute in condizioni di semischiavitù. Nell’area dell’ex Tiro a segno è in costruzione la nuova sede del Consolato degli Stati Uniti, un’opera faraonica, come è nello stile americano, dislocata su 40.000 metri quadrati, con un costo dichiarato di almeno 351 milioni di dollari, il cui completamento è previsto nel 2028. Una cifra che però non include il costo del lavoro (e non è un dettaglio secondario). La Procura di Milano ha accertato che la ditta costruttrice impiegava lavoratori stranieri in condizione di paraschiavitù.
I pubblici ministeri Paolo Storari e Mauro Clerici hanno messo sotto controllo giudiziario la società edile statunitense Caddell, con l’accusa di caporalato e sfruttamento dei lavoratori, e operato il fermo di un manager della stessa azienda in procinto di scappare in Turchia. Il cantiere, inaugurato in pompa magna nel 2022 con la posa della prima pietra alla presenza del console Robert Needham e del sindaco Beppe Sala, funzionava grazie al lavoro di operai che venivano reclutati in India da un’agenzia di Nuova Dehli, la Dynamic house. Per ottenere il posto di lavoro erano costretti a pagare una cifra ingente, circa 500.000 rupie (5/6.000 euro) con la promessa di documenti regolari e biglietto aereo incluso. Una volta arrivati a Milano, la realtà era ben diversa: turni di 12 ore al giorno, sei giorni su sette, senza festività. La paga? Appena 2 o 3 euro l’ora. E più della metà dello stipendio veniva sistematicamente sottratta.
«I poveri non sono un problema da risolvere ma una risorsa da sfruttare», diceva Zygmunt Bauman. È difficile non pensare a questa frase leggendo le condizioni in cui questi uomini erano costretti a lavorare. Il sistema di sfruttamento descritto ricorda da vicino quello adottato in diversi Paesi del Golfo: la Kafala, un’istituzione giuridica utilizzata per monitorare i lavoratori stranieri impiegati specialmente nel settore edilizio. La pratica è legalmente diffusa in Qatar, Kuwait, Libano, Oman, Bahrein, Arabia Saudita e negli Emirati Arabi Uniti. In quel sistema il lavoratore straniero è vincolato a uno sponsor che coincide con il datore di lavoro: questo detiene il controllo totale sulla mobilità del dipendente e sui suoi documenti. Il lavoratore non può cambiare impiego, non può lasciare il Paese, non può sottrarsi. La Kafala è di fatto l’istituzionalizzazione della schiavitù.
Ecco qui rappresentata la modernizzazione al contrario di Milano. Una città che vanta ingenti investimenti in immobili realizzati da questi Paesi, ma che sembra aver importato anche un ignobile modello di sfruttamento dei lavoratori migranti. Ciò che colpisce, oltre alla gravità dei fatti, è l’assenza di parole di chi governa la città. L’amministrazione comunale non può pensare che si tratti un «affare americano»: il cantiere insiste sul suolo milanese, il sindaco era presente all’inaugurazione, la città ne porta un po’ la responsabilità morale e politica. Altrettanto significativa è la latitanza della sinistra che tende a occuparsi di migranti solo quando è utile a una polemica contro la destra. All’appello, infine, manca anche il sindacato che ha dimostrato ancora una volta di essere fuori contesto, incapace di cogliere le contraddizioni più acute del modello di sviluppo in atto. Il dato di fatto è che tutti questi continuano a parlare di candidature per le prossime elezioni amministrative, di primarie e di altri aspetti che riguardano la loro vita interna dimostrando, se ve ne fosse ancora bisogno, la loro lontananza dai problemi reali delle persone.
La guerra in Ucraina continua senza soste: dopo l’attacco alle raffinerie in territorio russo ad opera di droni ucraini, Mosca ha violentemente reagito, usando persino missili supersonici, con un bombardamento di rappresaglia sulla capitale ucraina. Negli ambienti europei ultimamente si è cercato di veicolare un messaggio rassicurante, teso ad affermare che la situazione sul terreno stia evolvendo a favore delle forze di Kiev. Ma la situazione è davvero questa?
Rispondere a questa domanda è complesso. Sebbene la Russia sia effettivamente all’offensiva da diverso tempo, l’intensità e l’efficacia delle sue azioni militari sono molto variabili e incostanti, e le linee difensive ucraine non sono affatto crollate. La Russia non ha ottenuto ancora gli obiettivi che si era prefissata: il controllo totale del Donbass e la cosiddetta «denazificazione» del Paese, che si risolverebbe nel cambio di regime e nell’identificazione di un nuovo leader ucraino più vicino agli interessi di Mosca. Conseguentemente, è decisamente difficile sostenere che Vladimir Putin stia vincendo o abbia raggiunto i suoi scopi: voleva rendere l’Ucraina russa, ma il risultato ottenuto è che Kiev si è molto avvicinata all’Europa; puntava a fermare l’espansione della Nato, mentre Finlandia e Svezia hanno aderito all’Alleanza successivamente al suo attacco. In ogni caso, il dato incontrovertibile è che il conflitto continua, e probabilmente sarà proprio il fattore tempo l’elemento chiave a determinarne le sorti. Per quanto tempo il Cremlino sarà disposto e soprattutto sarà in grado di sostenere uno sforzo bellico di tale intensità? Difficile pronosticarlo, anche se non bisogna mai sottovalutare la pazienza e la resilienza russa. Inoltre, gli europei continuano a non mettere nel conto che la Russia dispone di un arsenale nucleare imponente, che ovviamente ci auguriamo tutti non venga mai utilizzato.
E nell’altro campo, per quanto tempo l’Ucraina sarà capace di resistere? Ma soprattutto, per quanto ancora i Paesi occidentali potranno e vorranno sostenerla? Il cancelliere tedesco, Friedrich Merz, ha recentemente formalizzato la sua proposta di concedere all’Ucraina una «membership associata» all’Ue. L’obiettivo dovrebbe essere quello di accelerare l’integrazione di fatto mentre sono in corso i negoziati con la Russia. Secondo il cancelliere, sarebbe una tappa verso la piena adesione. Ma dietro al pragmatismo di questa mossa si nasconde una pericolosa trappola: si creerebbe una sorta di «sala d’attesa» dove tenere gli ucraini ancora a lungo, forse per sempre. Nella Ue manca assolutamente la volontà politica comune necessaria per affrontare i problemi legati all’adesione dell’Ucraina. La «membership associata» proposta da Merz assomiglia a un’adesione fittizia, come i villaggi di cartapesta fatti costruire dal principe Grigorij Potemkin per Caterina II di Russia. La verità è che l’Ucraina rappresenta un serio problema, e forse anche un pericolo per l’Ue, perché è considerata da molti come troppo grande, pericolosa o corrotta per essere ammessa nel consesso europeo. Alcuni affermano addirittura che con l’adesione ci troveremmo con un milione di ex combattenti, capaci di maneggiare le armi, liberi di circolare nell’Ue: preoccupazioni o accuse che possono sembrare eccessive o infondate, ma di fatto riflettono le percezioni in alcune capitali. In ogni caso nessun leader sembra essere disposto a rischiare per far entrare l’Ucraina, stante l’ostilità più o meno accentuate delle opinioni pubbliche.
Ma c’è un secondo e più grande problema: la Ue sclerotizzata non è capace di riformarsi per procedere a un nuovo grande allargamento. Ventidue anni dopo la riunificazione con i Paesi dell’ex blocco di Varsavia e 13 anni dopo l’ultima adesione della Croazia, la domanda rimane sempre la stessa: l’Ue è in grado di mantenere le sue promesse di integrazione e armonizzazione per un efficace allargamento?
A tutto ciò bisogna aggiungere che la geopolitica mondiale è in continuo movimento. Alcuni osservatori informati sostengono che nel recente vertice a Pechino tra Xi Jinping e Donald Trump il leader cinese abbia ribadito che non è possibile immaginare che la Russia perda la guerra. Non a caso subito dopo ha ricevuto, in pompa magna, proprio il leader russo Vladimir Putin. L’Europa, oltre che Kiev, è avvertita. Per cui sarebbe consigliabile che i soloni di Bruxelles accogliessero le disponibilità russe per l’apertura di un negoziato invece di prendere tempo nella ricerca di un negoziatore, e usassero nello stesso tempo più cautela nell’affermare che Volodymyr Zelensky stia vincendo la guerra, perché corrono il rischio molto alto di cadere semplicemente in una illusione ottica.





