Ostilità al governo e al Guardasigilli. Gli unici valori per il Pd della Schlein

Centosessantadue favorevoli, undici astenuti, nessun contrario. Questo è l’esito conclusivo della direzione del Pd, di qualche giorno fa, che ha approvato la relazione del segretario Schlein. Tutto bene, quindi: almeno in apparenza il partito si mostra compatto e pronto per le battaglie che lo attendono nei prossimi mesi.
Elly Schlein, nel rintuzzare le critiche della sparuta componente riformista in merito al referendum sulla giustizia e sui temi internazionali, ha solennemente chiosato, forte del risultato numerico, che il Pd ha solo una linea. Tanto tuonò che non piovve: la promessa battaglia dei riformisti, capeggiati da Pina Picierno, si è rivelata solo un malinconico dissenso, nella solita litania tipica di questi incontri del Pd.
Diversi osservatori si sono soffermati su questo aspetto, perdendo di vista il vuoto pneumatico di prospettiva politica della relazione del segretario e la buona dose di autoreferenzialità del dibattito interno. Le uniche cose che tengono assieme l’attuale gruppo dirigente del Pd sono le critiche verso le politiche del governo Meloni e la campagna referendaria per il No alla riforma della giustizia, aspetto nel quale ormai il merito ha da tempo lasciato il posto alla volontà di usare la clava referendaria per assestare un colpo al governo di centrodestra. Su tutte le altre tematiche, il nulla: le questioni del posizionamento internazionale e del futuro del cosiddetto «campo largo» che sono strettamente interconnesse, sono state rimandate, e non sembra esserci la consapevolezza del fatto che presto i nodi arriveranno al pettine.
Di fatto la linea di politica estera è la proiezione della politica nazionale e quella che viene proposta oggi dalla sinistra italiana è una coalizione posticcia e fragile, poco utile agli italiani e inadatta nel momento in cui bisognerà operare scelte politiche chiare e nette per la nostra sicurezza e per il nostro futuro. Una comune visione sulla politica estera è indispensabile per essere credibili nei confronti degli altri Paesi, per guadagnare fiducia e prestigio nelle Istituzioni internazionali, Unione europea in testa.
Ma tra Pd e Movimento 5 stelle il confronto vede più differenze sostanziali che punti di visione comune. Del resto una coalizione politica e di governo non può essere gestita come una assemblea studentesca, come la immagina Elly Schlein. Bypassare le contraddizioni interne nascondendole dietro agli attacchi rivolti agli avversari e nemici è troppo facile. Questi temi sono fastidiosi, sia per la sinistra che per il Pd e perciò la polvere viene nascosta sotto il tappeto: oggettivamente non una grande strategia.
Il Pd non è in grado di immaginare un discorso radicalmente nuovo, da sviluppare guardando alla realtà per arrivare a una nuova idea di Italia e di Europa capace di «far pace» con l’Occidente. La destra non solo è più avanti, ma è anche oggettivamente favorita in un Paese che nutre serie preoccupazioni come il nostro, perché sembra aver compreso l’urgenza di rivisitare il vecchio ordine mondiale.
La direzione di qualche giorno fa ha reso evidente invece che, dopo qualche anno della sua ascesa al potere, il gruppo dirigente del principale partito della sinistra italiana si è rivelato un re nudo, privo di un’analisi realistica del mondo, amante di declamazioni retoriche che si rivolgono moralisticamente solo a una parte della società italiana, dimenticando il resto.
Il discorso e lo spirito identitario da cui questo gruppo è animato, incarnato dalla scommessa sul risveglio di un presunto «popolo di sinistra», indica l’incapacità di leggere un Paese segnato negli ultimi anni da bruschi spostamenti elettorali e quindi da un’estrema mobilità, legata ai grandi cambiamenti in corso. Soprattutto quel discorso e quello spirito, rivolti al passato, impediscono di immaginare un futuro che solo un’apertura razionalmente guidata potrebbe «pensare». Il suo profilo non è quindi all’altezza della drammaticità della situazione ed esso è anche, e inaspettatamente, poco energico. Se la destra non inciampa da sola è difficile, nelle condizioni attuali, immaginare che la sinistra possa svolgere un ruolo da protagonista nel prossimo futuro.






