Economista con uno sguardo filosofico e umanistico (si è dottorato con una tesi sul rapporto tra Heidegger e Marx nella genealogia metafisica della teoria del valore e ha pubblicato una silloge poetica di successo), Gabriele Guzzi è stato anche consulente economico a Palazzo Chigi. Di recente con Fazi ha pubblicato Eurosuicidio. Come l’Unione europea ha soffocato l’Italia e come possiamo salvarci, un libro che documenta e riapre un dibattito serio sulla crisi dell’Ue.
Nell’ultimo decennio di critiche all’euro ne sono state mosse tante, penso per esempio al premio Nobel Joseph Stiglitz. In Italia il principale precursore è stato Alberto Bagnai, poi approdato tra le file della Lega. Che debito ha nei confronti di questi autori?
«Il mio libro parte proprio dal fatto che esiste uno iato abissale tra le conclusioni cui è giunta la teoria economica più importante a livello internazionale e il dibattito pubblico egemone. Vuole essere una sintesi nuova di tanti contributi a me precedenti, almeno dal 1970, con l’aggiunta di tre elementi: una nuova ricostruzione storica sul fallimento strutturale dell’Ue, una riflessione filosofico-politica - altrove carente o del tutto assente - e un aggiornamento rispetto alla crisi delle istituzioni europee degli ultimi anni, dall’inizio della guerra in Ucraina, che ha reso impossibili da negare tutti i difetti originari dell’Ue».
Ciononostante, in Italia è ancora un tabù mettere in discussione l’euro. Si ripete che siamo stati noi a non saperne sfruttare i vantaggi…
«Il declino economico che ha vissuto l’Italia all’interno dell’Unione europea non ha paragoni nella storia del capitalismo moderno. Una nazione che cresceva a tassi molto elevati, con industrie in settori ad alta tecnologia, inserita nelle catene globali del valore… Un’economia capitalistica avanzata che interrompe quasi improvvisamente il suo percorso di crescita non ha eguali nel capitalismo moderno. E questo declino è cominciato esattamente con il processo di integrazione monetaria. Vuol dire che è tutta colpa dell’euro? No, ma l’euro si è andato a sommare a difetti già presenti che, però, non ci impedivano di crescere più della Germania, della Francia, del Regno Unito e persino degli Stati Uniti in alcuni anni».
Che cosa è successo?
«Che le principali fonti di domanda aggregata sono state bloccate dall’adesione al progetto europeo. Abbiamo fatto austerità più di tutti, privatizzato più di tutti, precarizzato il lavoro più di tutti. E perdere le leve di politica monetaria, per un’economia che aveva vissuto prima alti tassi di inflazione, ha prodotto un peggioramento della competitività internazionale. Che poi, come noto, è stata recuperata attraverso un processo di deflazione salariale. L’Italia è cresciuta così poco perché è stata la più brava della classe, perché è stata la più europeista di tutte, perché ha seguito le indicazioni di policy in praticamente tutti gli ambiti della vita collettiva, dall’industria alla sanità, al lavoro, alle politiche fiscali. E ora dovremmo essere ancora più preoccupati, perché l’Ue sta ampliando i poteri non solo sulla moneta ma anche sull’esercito, facendo persino più danni».
Eppure la maggior parte della classe dirigente invoca «più Europa».
«Qui tocchiamo la questione filosofico-politica e spirituale che esplicito nel libro: a mio avviso si deve parlare di una teologia politica dell’euro. Non bastano le ragioni economiche, il conflitto di classe e la postura geopolitica, tutti elementi reali, a spiegare questa adesione acritica e dogmatica delle élite italiane al processo di integrazione. L’Ue è stato un grande strumento di accentramento di ricchezza; è stato un modo per esplicitare la nostra adesione al consesso occidentale, perché l’Italia era stata fino agli anni Ottanta un Paese troppo importante ma anche troppo imprevedibile; ha introdotto un vincolo esterno, come esplicitato dai Guido Carli, i Mario Draghi e i Ciampi, per modificare surrettiziamente la Costituzione; ma è stato anche un sostituto religioso-politico di una classe dirigente in crisi di identità. D’altronde i due partiti che avevano guidato dialetticamente la Prima Repubblica, Pci e Dc, affrontavano una crisi definitiva proprio negli anni in cui l’integrazione accelerò. Quelle tradizioni avevano sempre avuto un riferimento spirituale, rivoluzionario, chiamiamolo escatologico-messianico: entrati in crisi i loro riferimenti, hanno preso l’euro e l’Ue come un feticcio per ridarsi una legittimità interna senza affrontare i problemi. Ecco perché l’Unione europea è così un indicibile in Italia rispetto ad altri Paesi: perché noi non ci siamo avvicinati con razionalità e realismo, ma con il dogmatismo e l’entusiasmo dei neoconvertiti».
Un altro grande leitmotiv dell’apologetica europeista è che i salari non sono cresciuti perché si è arenata la produttività. Recentemente, però, perfino Francesco Giavazzi ha ammesso che la svalutazione del lavoro spinge gli imprenditori a investire meno in tecnologia e puntare più su produzioni ad alta intensità di lavoro.
«La teoria economica post-keynesiana insegna che la domanda aggregata incide sulla crescita non solo nel breve ma anche nel lungo periodo, quindi anche sulle dinamiche di produttività. Ci si arriva con il buon senso: l’ampiezza della domanda rappresenta sostanzialmente un incentivo a investire. Quindi il blocco della domanda può avere causato o concausato la conversione strutturale dell’economia italiana dai settori ad alto investimento tecnologico a quelli che richiedono pochi investimenti ma hanno bassissima produttività. Poi non dimentichiamoci che l’integrazione europea ha richiesto la privatizzazione dell’Iri, che più di tutti faceva ricerca e sviluppo. Siamo nell’epoca delle “conversioni senza pentimento”: i membri dell’establishment incominciano ad affermare cose di buonsenso, senza però dirci come mai nei 30 anni precedenti hanno pensato, dichiarato e fatto l’esatto opposto. È un bene che la verità si riveli, ma non bisogna dimenticare. Ecco, il mio libro vorrebbe contribuire a mettere in ordine i fatti, poi ognuno la può pensare come vuole».
Nel tempo l’Ue è diventata un problema anche per il mondo?
«L’Unione europea è un grossissimo problema innanzitutto per sé stessa. L’Eurosuicidio, per 30 anni un fenomeno principalmente italiano, ora si sta diffondendo anche ad altri grandi Paesi: la Francia sta affrontando un bivio di natura costituzionale, come noi nel 1992, tra il vincolo interno e il vincolo esterno, tra la repubblica e Maastricht; la Germania sta pagando 30 anni di impostazione neomercantilista e ordoliberale su cui ha sì guadagnato, grazie all’euro, ma costringendo la propria economia a una carenza di investimenti per rimanere competitiva. Per dieci anni ha venduto le merci ai Paesi del Sud Europa, e per i successivi 15 alla Cina e agli Stati Uniti. Gli Usa a un certo punto si sono stufati di essere i loro compratori di ultima istanza e la Cina ha investito molto e ora le macchine se le produce in casa. Quindi anche la Germania, che aveva tratto vantaggio dall’euro, ora sta pagando dazio per la propria cecità».
A proposito di oblio della storia, gli ultimi due riarmi tedeschi hanno portato ad altrettante guerre mondiali. È evidente che l’obiettivo ora sia invertire la crisi dell’industria teutonica, resa possibile anche dall’euro. Qui la lettura filosofico spirituale si trasforma in angoscia...
«Forse occorre introdurre anche qualche elemento psichiatrico, perché questa vocazione suicidaria, dall’industria alla guerra in Ucraina, si spiega solo se noi assumiamo la categoria di un cambio di epoca, di un disfacimento delle ideologie che hanno fondato l’Unione. È un tempo di passaggio, quindi molto pericoloso, ma potenzialmente anche fecondo e positivo. La fine di questa grande fase neoliberale combacia nel nostro continente con la fine dell’Ue».
Quanto durerà l’agonia?
«Giorgio Ruffolo diceva che il capitalismo ha i secoli contati, io invece credo che l’Unione europea non arrivi all’ambito dei secoli. Allo stesso tempo, però, queste classi dirigenti faranno di tutto per negare ulteriormente la realtà e protrarre il più possibile la fine, che coincide con la loro».
Che dovrebbe fare l’Italia, attendere o agire per prima?
«Io credo che in Italia oggi manchino i presupposti per una vera azione politica: per una disfunzione istituzionale la politica democratica non è in grado di esercitare pienamente i suoi mandati. Questo è un punto che a mio avviso qualunque governo e qualunque Parlamento, di destra o di sinistra, devono urgentemente affrontare. Altrimenti non penso sia possibile affrontare la fine dell’Ue. Allo stesso tempo, bisogna considerare quanto accade negli altri Paesi: certamente la Francia ma ancora di più la Germania avranno nei prossimi anni molti elementi di divergenza forti con l’Ue, dal riarmo alla conflittualità con la Russia. La postura italiana della “vigile attesa” ha una sua plausibilità, ma neanche può essere una giustificazione. Bisogna comunque prepararsi a un mondo che è cambiato e allo scenario, sempre più probabile, della dissoluzione dell’Ue».
Tra le righe di questo discorso c’è il Quirinale?
«È ovvio che negli ultimi 15 anni il Quirinale, cui già la nostra Costituzione affida poteri importanti, ha assunto un peso politico crescente. Più che l’elezione del prossimo presidente, credo sia fondamentale un riordino istituzionale nel rapporto tra Quirinale, governo e Parlamento: una priorità per chi vuole porre la sovranità democratica al centro della sua agenda».
Da quando il governo Meloni si è insediato, il presidente della Repubblica e tutta l’allegra compagnia della sinistra nostrana si sono accorti che in Italia esiste un problema salari. Ironia della sorte: con la maggioranza di centrodestra gli stipendi sono tornati a crescere, benché non ancora a sufficienza, più dell’inflazione. Al di là le Alpi, invece, qualcuno esulta per il motivo opposto. «La bassa inflazione rafforza la competitività della Francia», titola un articolo del principale quotidiano economico francese, Les Echos, di proprietà di Bernard Arnault, patron di Lvmh nonché l’uomo più ricco di Francia.
Un’inflazione intorno all’1%, secondo l’Insee (l’Istat d’Oltralpe), a fronte di un dato europeo che a novembre del 2025 registra ancora +2,4%. L’articolo suggerisce due ragioni fondamentali: la riduzione delle tariffe regolamentate dell’elettricità a partire da febbraio e «una dinamica salariale più moderata» degli altri Paesi. Laddove la moderazione, che nell’ambito della filosofia morale rappresenta indubbiamente una virtù, si rivolge qui alle buste paga dei lavoratori: una virtù, forse, solo per chi le eroga, non certo per chi le incassa. Si parla di aumenti dei salari nominali nell’ordine del 2% annuo, contro una media del 3,5-4% nell’area euro. In altre parole, il quotidiano francese gode del fatto che la Francia sta guadagnando competitività abbassando il costo del lavoro, ossia inaugurando - benché in maniera molto meno traumatica - quella stagione di compressione salariale che l’Italia ha iniziato circa 15 anni fa e che oggi tutti, dal capo dello Stato ai leader di sindacati e sinistra, sconfessano. Eppure, dai nostri ritrovati paladini della giustizia sociale mai si è udito un monito contro la vera causa della «moderazione» salariale: la moneta unica. D’altra parte, i salari reali in Italia sono fermi da decenni ma loro alzano la voce solo quando si intravedono segnali di ripresa. Lo scorso ottobre, dopo quasi undici anni da presidente della Repubblica, Sergio Mattarella ha denunciato gli «squilibri» salariali nel nostro Paese. I governi di destra servirebbero anche solo per questo. Ora, però, la stagione della macelleria sociale ha raggiunto Parigi. L’Italia, a costi umani elevatissimi, è ormai divenuta un cavallo di razza nel modello di crescita imposto dai tedeschi e, quest’anno, ha superato il Giappone nell’esportazione di beni.
La Francia, invece, si ritrova in una posizione simile a quella dell’Italia nel 2011, coi cosiddetti deficit gemelli: deficit di bilancio pubblico e deficit di bilancia dei pagamenti. Parigi, in crisi di competitività, accumula debito estero per finanziare le proprie importazioni, non sostenute da adeguate esportazioni. Mentre Berlino continua a registrare cospicui surplus commerciali (pagati da tutti coi dazi di Trump), Parigi per la seconda volta di fila inizia l’anno in esercizio provvisorio perché nessuna forza politica vuole intestarsi una finanziaria che comunque prevede un rapporto deficit-Pil intorno al 5% (nulla a che vedere con le nostre manovre lacrime e sangue, ma lì non si trova un Mario Monti). La Germania avrebbe spazio per riflazionare la propria economia e alleggerire la pressione sulla Francia, ma questo non succederà, in barba al tanto decantato asse franco-tedesco. E così a Emmanuel Macron e ai suoi governicchi nominati per non tornare alle urne non resta che l’unica via rimasta all’interno dell’euro, cioè senza poter svalutare la propria moneta, per recuperare competitività: svalutare il lavoro. Non si preannuncia un buon 2026 per i nostri cugini. Ma sia concesso dubitare che loro, al contrario nostro, saranno alla fine disposti a morire per l’euro.
«Io sono sempre stato un assiduo e feroce sostenitore della riapertura delle scuole, perché l’idea della didattica a distanza e dell’abbandono dei ragazzi nel loro contesto individuale e familiare mi terrorizzava. Credo di essere stato un buon profeta o forse un cattivo profeta, ahimè, perché il prezzo di quel lungo periodo di didattica a distanza l’abbiamo pagato, lo vediamo ancora adesso e lo vedremo nel prossimo futuro». La desecretazione dell’audizione in commissione Covid di Agostino Miozzo, già coordinatore del Comitato tecnico scientifico, offre l’ennesima occasione per rivangare l’ovvio (almeno per questo giornale e i suoi lettori): le misure di contrasto alla pandemia, benché rivestite di tecno-retorica, erano il frutto di una volontà squisitamente politica. Che dentro al Cts la chiusura delle scuole trovasse pareri tutt’altro che positivi, d’altra parte, era cosa ben nota. Non solo per i contenuti dei verbali trapelati già all’epoca, ma anche grazie alle carte dell’inchiesta di Bergamo.
Sull’edizione del 7 marzo del 2023, Francesco Borgonovo riportava un eloquente scambio di messaggi tra l’allora presidente dell’Iss, Silvio Brusaferro, e il ministro Roberto Speranza, che si esprimeva così: «Dobbiamo chiudere le scuole. Ne sono sempre più convinto». Ma il giorno seguente Brusaferro notava: «Per chiusura scuola Cts critico». E il ministro incalzava: «Così ci mandate a sbattere». Dopo una serie di ulteriori scambi, Brusaferro cedeva: «Va bene. Domani bisognerà pensare a illustrare come il parere riporti principi ed elementi di letteratura e modellistica lasciando al Consiglio dei ministri le scelte». Tradotto: prima si prendeva la decisione, poi si trovava l’appiglio «scientifico».
L’audizione di Miozzo appare indubitabilmente sincera. L’esperto sottolinea il contesto emergenziale in cui agivano i commissari, mettendo in guardia dai «Soloni del senno di poi». Parla del Cts come punto di riferimento «mitologico», «di fatto chiamato a rispondere a qualsiasi tipo di richiesta e necessità» che «di sanitario avevano ben poco: la distanza tra i tavoli nei ristoranti, il numero di passeggeri all’interno di un autobus, la distanza tra i banchi di scuola». «Che ci azzeccavo io, medico esperto di emergenze internazionali, con la distanza degli ombrelloni al mare?», osserva. «Eppure dovevamo dare un’indicazione, che alla fine, in un modo o nell’altro, veniva fuori con l’intelligenza, con il buonsenso, con la lettura che di volta in volta si faceva del contesto nazionale e internazionale». Dato il vuoto decisionale, in buona sostanza, il Cts si è dovuto far carico di una serie di questioni lontane dalla sua competenza. E sbaglia, spiega Miozzo, chi ci ha visto un «generatore di norme, di leggi, di indirizzi e di potere decisionale, cosa che assolutamente non ha mai avuto»: «Quello che il Comitato elaborava come indicazioni tecnico-scientifiche era offerto al governo, che lo doveva tradurre in atti normativi». L’equivoco si verificò solo perché alcuni passaggi venivano copiati tali e quali nelle leggi.
Miozzo ribadisce a più riprese che il Cts forniva solo pareri sulla base di assunti scientifici necessariamente - visto il contesto - in divenire. La dinamica, però, appare chiaramente invertita: se un organo subisce pressioni politiche (fatto testimoniato sopra) e viene interpellato su questioni che esulano dalle proprie competenze, è perché esso viene usato per sottrarre decisioni politiche al dibattito democratico. Una strategia che non riguarda solo il Covid: in pandemia ha conosciuto il suo culmine, ma è iniziata ben prima e proseguita ben dopo: l’ideologia green ne è una dimostrazione plastica. E anche il prezzo di queste scelte scellerate, per usare le parole di Miozzo, lo abbiamo pagato e lo pagheremo ancora in futuro. Se si parla tanto di Covid, in fondo, è puramente per una questione di metodo.
Miozzo avanza almeno un’altra considerazione degna di nota quando spiega che il piano pandemico del 2006 era una «lettera morta negli archivi della nostra amministrazione». Nessuno lo conosceva, «non era mai stata fatta un’esercitazione e non era stato fatto l’acquisto di beni di pronto soccorso e di Dpi. Non c’era nulla». Una responsabilità che imputa ai ministri precedenti e non a Speranza. Ai fini del buon funzionamento della democrazia, è fondamentale stabilire le responsabilità: a tagliare i fondi alla sanità per un decennio, in nome di una presunta austerità espansiva richiesta dall’«Europa», sono stati governi sostenuti dalla sinistra che oggi bercia contro l’attuale esecutivo. Lo dicono i dati, lo raccontano le condizioni in cui ci siamo trovati ad affrontare la pandemia. Almeno e limitatamente all’impreparazione del piano pandemico, possiamo anche assolvere Speranza. Ma non possiamo assolvere il Partito democratico dall’aver ucciso la sanità italiana.





