Reali, magnati, premier: i padroni del mondo sono nella rete dell’orco

- Quello che emerge dai documenti desecretati è una tela di relazioni che legava il faccendiere ai potenti della terra: da politici come Clinton e Barak a ricconi come Gates e uomini di cultura come Allen e Chomsky.
- Gli Usa svelano chi inviò filmati osceni al faccendiere: l’emiratino Ahmed bin Sulayem Donald nel 2006 alla polizia di Palm Beach: «Indagatelo». I Labour sostengono Starmer.
Lo speciale contiene due articoli
Ci sono alcuni punti che balzano agli occhi a seguito della pubblicazione degli Epstein files. Innanzitutto, quello che per decenni è stato presentato dalla stampa «soltanto» come uno scandalo sessuale (su cui c’è ancora molto da indagare, visti i risvolti horror che emergono con il passare dei giorni) è anche, in realtà, la più grande storia di corruzione del secolo. Gran parte delle figure pubbliche coinvolte nello scandalo erano uomini delle istituzioni, corrotti da sesso e soldi. Puntava sulle umane debolezze dei potenti, Epstein, per perseguire gli interessi economici suoi e della casta che rappresentava. E quei decisori pubblici, all’epoca, erano quasi tutti esponenti della sinistra liberal e progressista.
Come era prevedibile, la stampa sta puntando molto su Trump, ma più passa il tempo, più le responsabilità del presidente degli Stati Uniti appaiono vaghe. Ieri addirittura è circolato un file declassificato dell’Fbi che testimonierebbe che The Donald, che ha interrotto le frequentazioni con il faccendiere pedofilo 20 anni fa, prima del primo arresto di Epstein nel 2008, lo aveva denunciato alla polizia nel 2006. Non è stata trovata alcuna email scambiata tra i due e la stessa supertestimone Virginia Giuffré ha sempre dichiarato che il comportamento di Trump «non è mai stato inappropriato». Nel frattempo anche la complice e compagna di Epstein, Ghislaine Maxwell, ha indirettamente scagionato il presidente, tirando però nel girone dei «buoni» anche l’ex presidente Bill Clinton.
Il problema però è che Clinton è stato il capofila di quella gauche caviar che si è accoccolata sulle ginocchia di Epstein. Il faccendiere pedofilo era un habitué della Casa Bianca: nei primi anni dell’amministrazione di Bill Clinton, Jeffrey Epstein l’ha visitata almeno 17 volte. I registri mostrano che il pedofilo è andato da Clinton anche tre volte nello stesso giorno. Il suo badge era emesso da «Rubin», probabilmente l’ex segretario al Tesoro Robert Rubin, all’epoca direttore del Consiglio economico nazionale: Epstein dunque si intratteneva con il presidente influenzando verosimilmente le politiche del governo. Clinton testimonierà il prossimo 27 febbraio.
È inquietante anche l’influenza che Epstein ha esercitato sul governo britannico, che potrebbe portare l’attuale premier Keir Starmer alle dimissioni. Il faccendiere infatti ha intrattenuto intensissime relazioni con una delle figure chiave della sinistra inglese, quel Peter Mandelson che, mentre si faceva fotografare in mutande nelle case di Epstein, gli suggeriva come fare pressioni sul governo di cui lui stesso faceva parte. Mandelson è indagato da Scotland Yard per cattiva condotta nell’esercizio di funzioni pubbliche.
Imbarazzante anche il ruolo dello storico ministro della Cultura di François Mitterrand, Jack Lang, che per un tozzo di pane (chiedeva a Epstein favori e biglietti aerei), si è dovuto dimettere da presidente dell’Istituto del mondo arabo. La procura fiscale francese ha aperto un fascicolo su di lui e sulla figlia Caroline Lang - che con Epstein ha aperto perfino una società off-shore - per riciclaggio e frode fiscale aggravata.
Era nell’esercizio delle sue funzioni di primo ministro norvegese prima, e presidente del Comitato per il Nobel poi, anche Thorbjorn Jagland, già segretario generale del Consiglio d’Europa, che nella fitta corrispondenza con Epstein si lamentava di «non poter andare avanti solo con donne giovani»: la polizia norvegese ha aperto un’indagine per «corruzione aggravata». Anche l’ex primo ministro israeliano Ehud Barak dell’Israel Democratic Party è stato fotografato mentre entrava nella residenza di Epstein a Manhattan. Barak ha ammesso di aver volato sull’aereo di Epstein, ma ha negato di aver assistito a comportamenti inappropriati. E chissà come ha fatto Johanna Rubinstein, presidente dimissionaria dell’Unhcr Svezia, già a capo della filiale americana della Childhood Foundation, a soggiornare con i suoi bambini nell’isola caraibica privata del condannato per molestie sessuali: ringraziò Epstein per essere stata «in paradiso», mentre l’isola è stata l’inferno per centinaia di ragazze minorenni.
Anche Woody Allen e Noam Chomsky hanno rappresentato per decenni i vertici para-istituzionali della cultura globale, l’uno come cineasta, l’altro come linguista e docente emerito al Mit: feroci fustigatori del potere conservatore, influenzavano l’opinione pubblica mentre si intrattenevano con il diavolo. Quanto a Bill Gates, se ufficialmente non ha ricoperto incarichi pubblici, di fatto è il primo finanziatore dell’Organizzazione mondiale della sanità; privatamente andava a lezione dal faccendiere pedofilo per farsi spiegare come «fare soldi con i vaccini» e «rendere le pandemie un modello di business». Menzione a parte merita Steve Bannon: gran parte dei messaggi declassificati tra lui ed Epstein sono stati inviati nel 2018 e nel 2019, dopo che Bannon ha lasciato il suo ruolo alla Casa Bianca con Trump (dove ha lavorato otto mesi). Bannon stava girando un film su Epstein e gli elaborava strategie su come migliorare la sua reputazione.
Oggi gli amici di Epstein, che lo frequentavano mentre esercitavano il loro potere dentro le istituzioni, sono finalmente chiamati nelle aule di giustizia.
Il video di torture era di un arabo
Le pressioni sul Dipartimento di Giustizia statunitense (Doj) per svelare i nomi oscurati all’interno degli Epstein files (eccetto, naturalmente, quelli delle vittime) iniziano a sortire i primi effetti. Da lunedì, i membri eletti del Congresso possono accedere su richiesta ai documenti originali, un primo atto di trasparenza concesso dal governo Usa. Dopo aver esaminato alcuni fascicoli, il deputato repubblicano Thomas Massie, insieme con il collega dem Ro Khanna, ha contestato alcune scelte del Doj. Così, ieri, si è scoperto con chi Epstein commentasse «video di torture»: è il miliardario emiratino Sultan Ahmed bin Sulayem, presidente e ad di Dp World, uno dei maggiori operatori portuali al mondo.
«Dove sei? Stai bene? Mi è piaciuto il video delle torture», si legge nell’email inviata da Epstein il 24 aprile del 2009. «Sono in Cina e arriverò negli Stati Uniti la seconda settimana di maggio», risponde l’emiratino. Intanto, il segretario al Commercio Howard Lutnick ha ammesso di aver visitato la famigerata isola di Epstein nel 2012, specificando di esserci stato con la famiglia durante un pranzo e solo per un’ora. Questa versione collima con quanto emerge nei file, al contrario di quanto dichiarato in precedenza sul fatto di aver interrotto i rapporti col faccendiere nel 2005. Altri documenti, però, suggeriscono affari comuni fino al 2014.
Secondo un altro file desecretato, Donald Trump nel 2006 chiamò la polizia di Palm Beach per complimentarsi delle indagini su Epstein: «Grazie al cielo lo state fermando, sanno tutti che cosa fa». Il tycoon, inoltre, consigliava agli inquirenti di concentrarsi sulla «malvagia» compagna di lui, Ghislaine Maxwell, e nel corso della telefonata avrebbe raccontato di essere stato una sola volta in presenza di adolescenti con Epstein e di essere «andato via subito di corsa».
Sempre secondo Massie, risulta coinvolto nello scandalo anche un altro uomo che occupa «una posizione piuttosto elevata in un governo straniero». La sensazione è che stia tremando la classe dirigente di mezzo mondo. Anche se, va ribadito, figurare negli Epstein files non significa automaticamente essere colpevole. All’interno ci sono numerosi documenti contenenti semplici rassegne stampa: basta essere stato qualcuno negli ultimi 20 anni per esserci finiti dentro. Ieri, per esempio, è stato tirato in mezzo anche il calciatore francese Franck Ribéry, ma il suo avvocato ha già annunciato querele.
Chi, invece, sembra coinvolto nelle indagini dell’Fbi è l’ex numero uno di Victoria Secret, il miliardario Les Wexner. Un documento che pare una scheda interna al bureau, de-oscurato grazie alle pressioni dei deputati, lo inquadra come «co-conspirator», cioè una figura rilevante della rete legata a Epstein. Questo non fa di lui un colpevole, ma è piuttosto significativo. Secondo il Financial Times, inoltre, nel 2008 Epstein pagò 100 milioni di dollari a Wexner come risarcimento dopo che questi lo aveva accusato di avergli rubato centinaia di milioni di dollari. Un altro miliardario menzionato nei file per abusi sessuali e altre nefandezze, benché mai alcuna accusa fu intentata contro di lui, è Leon Black, ex ad di Apollo global management. Anche su questa figura, insieme agli altri quattro nomi usciti ieri, si sono accesi i riflettori.
Nel Regno Unito, intanto, i ministri e i parlamentari laburisti hanno confermato la fiducia a Keir Starmer dopo le numerose richieste di dimissioni. Da diversi giorni la stampa inglese canta il de profundis all’attuale premier, che per il momento, però, sta riuscendo a resistere, probabilmente più per il timore di un’ulteriore ascesa del partito di Nigel Farage che per reale credito nei suoi confronti. Anche perché, nonostante questo serrare i ranghi, si rincorrono le voci di ulteriori dimissioni all’interno del Partito laburista. La faccenda è oltremodo delicata perché coinvolge, attraverso il principe Andrew, anche la Casa reale, che tuttavia ha assicurato il massimo sostegno alle indagini. Secondo il Telegraph, il fratello del Re e Epstein stavano pianificando anche possibili affari in Cina.






