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2026-02-11
Reali, magnati, premier: i padroni del mondo sono nella rete dell’orco
Da destra in alto, Bill Clinton, BIll Gates, Woody Allen e Steve Bannon
Ci sono alcuni punti che balzano agli occhi a seguito della pubblicazione degli Epstein files. Innanzitutto, quello che per decenni è stato presentato dalla stampa «soltanto» come uno scandalo sessuale (su cui c’è ancora molto da indagare, visti i risvolti horror che emergono con il passare dei giorni) è anche, in realtà, la più grande storia di corruzione del secolo. Gran parte delle figure pubbliche coinvolte nello scandalo erano uomini delle istituzioni, corrotti da sesso e soldi. Puntava sulle umane debolezze dei potenti, Epstein, per perseguire gli interessi economici suoi e della casta che rappresentava. E quei decisori pubblici, all’epoca, erano quasi tutti esponenti della sinistra liberal e progressista.
Come era prevedibile, la stampa sta puntando molto su Trump, ma più passa il tempo, più le responsabilità del presidente degli Stati Uniti appaiono vaghe. Ieri addirittura è circolato un file declassificato dell’Fbi che testimonierebbe che The Donald, che ha interrotto le frequentazioni con il faccendiere pedofilo 20 anni fa, prima del primo arresto di Epstein nel 2008, lo aveva denunciato alla polizia nel 2006. Non è stata trovata alcuna email scambiata tra i due e la stessa supertestimone Virginia Giuffré ha sempre dichiarato che il comportamento di Trump «non è mai stato inappropriato». Nel frattempo anche la complice e compagna di Epstein, Ghislaine Maxwell, ha indirettamente scagionato il presidente, tirando però nel girone dei «buoni» anche l’ex presidente Bill Clinton.
Il problema però è che Clinton è stato il capofila di quella gauche caviar che si è accoccolata sulle ginocchia di Epstein. Il faccendiere pedofilo era un habitué della Casa Bianca: nei primi anni dell’amministrazione di Bill Clinton, Jeffrey Epstein l’ha visitata almeno 17 volte. I registri mostrano che il pedofilo è andato da Clinton anche tre volte nello stesso giorno. Il suo badge era emesso da «Rubin», probabilmente l’ex segretario al Tesoro Robert Rubin, all’epoca direttore del Consiglio economico nazionale: Epstein dunque si intratteneva con il presidente influenzando verosimilmente le politiche del governo. Clinton testimonierà il prossimo 27 febbraio.
È inquietante anche l’influenza che Epstein ha esercitato sul governo britannico, che potrebbe portare l’attuale premier Keir Starmer alle dimissioni. Il faccendiere infatti ha intrattenuto intensissime relazioni con una delle figure chiave della sinistra inglese, quel Peter Mandelson che, mentre si faceva fotografare in mutande nelle case di Epstein, gli suggeriva come fare pressioni sul governo di cui lui stesso faceva parte. Mandelson è indagato da Scotland Yard per cattiva condotta nell’esercizio di funzioni pubbliche.
Imbarazzante anche il ruolo dello storico ministro della Cultura di François Mitterrand, Jack Lang, che per un tozzo di pane (chiedeva a Epstein favori e biglietti aerei), si è dovuto dimettere da presidente dell’Istituto del mondo arabo. La procura fiscale francese ha aperto un fascicolo su di lui e sulla figlia Caroline Lang - che con Epstein ha aperto perfino una società off-shore - per riciclaggio e frode fiscale aggravata.
Era nell’esercizio delle sue funzioni di primo ministro norvegese prima, e presidente del Comitato per il Nobel poi, anche Thorbjorn Jagland, già segretario generale del Consiglio d’Europa, che nella fitta corrispondenza con Epstein si lamentava di «non poter andare avanti solo con donne giovani»: la polizia norvegese ha aperto un’indagine per «corruzione aggravata». Anche l’ex primo ministro israeliano Ehud Barak dell’Israel Democratic Party è stato fotografato mentre entrava nella residenza di Epstein a Manhattan. Barak ha ammesso di aver volato sull’aereo di Epstein, ma ha negato di aver assistito a comportamenti inappropriati. E chissà come ha fatto Johanna Rubinstein, presidente dimissionaria dell’Unhcr Svezia, già a capo della filiale americana della Childhood Foundation, a soggiornare con i suoi bambini nell’isola caraibica privata del condannato per molestie sessuali: ringraziò Epstein per essere stata «in paradiso», mentre l’isola è stata l’inferno per centinaia di ragazze minorenni.
Anche Woody Allen e Noam Chomsky hanno rappresentato per decenni i vertici para-istituzionali della cultura globale, l’uno come cineasta, l’altro come linguista e docente emerito al Mit: feroci fustigatori del potere conservatore, influenzavano l’opinione pubblica mentre si intrattenevano con il diavolo. Quanto a Bill Gates, se ufficialmente non ha ricoperto incarichi pubblici, di fatto è il primo finanziatore dell’Organizzazione mondiale della sanità; privatamente andava a lezione dal faccendiere pedofilo per farsi spiegare come «fare soldi con i vaccini» e «rendere le pandemie un modello di business». Menzione a parte merita Steve Bannon: gran parte dei messaggi declassificati tra lui ed Epstein sono stati inviati nel 2018 e nel 2019, dopo che Bannon ha lasciato il suo ruolo alla Casa Bianca con Trump (dove ha lavorato otto mesi). Bannon stava girando un film su Epstein e gli elaborava strategie su come migliorare la sua reputazione.
Oggi gli amici di Epstein, che lo frequentavano mentre esercitavano il loro potere dentro le istituzioni, sono finalmente chiamati nelle aule di giustizia.
Il video di torture era di un arabo
Le pressioni sul Dipartimento di Giustizia statunitense (Doj) per svelare i nomi oscurati all’interno degli Epstein files (eccetto, naturalmente, quelli delle vittime) iniziano a sortire i primi effetti. Da lunedì, i membri eletti del Congresso possono accedere su richiesta ai documenti originali, un primo atto di trasparenza concesso dal governo Usa. Dopo aver esaminato alcuni fascicoli, il deputato repubblicano Thomas Massie, insieme con il collega dem Ro Khanna, ha contestato alcune scelte del Doj. Così, ieri, si è scoperto con chi Epstein commentasse «video di torture»: è il miliardario emiratino Sultan Ahmed bin Sulayem, presidente e ad di Dp World, uno dei maggiori operatori portuali al mondo.
«Dove sei? Stai bene? Mi è piaciuto il video delle torture», si legge nell’email inviata da Epstein il 24 aprile del 2009. «Sono in Cina e arriverò negli Stati Uniti la seconda settimana di maggio», risponde l’emiratino. Intanto, il segretario al Commercio Howard Lutnick ha ammesso di aver visitato la famigerata isola di Epstein nel 2012, specificando di esserci stato con la famiglia durante un pranzo e solo per un’ora. Questa versione collima con quanto emerge nei file, al contrario di quanto dichiarato in precedenza sul fatto di aver interrotto i rapporti col faccendiere nel 2005. Altri documenti, però, suggeriscono affari comuni fino al 2014.
Secondo un altro file desecretato, Donald Trump nel 2006 chiamò la polizia di Palm Beach per complimentarsi delle indagini su Epstein: «Grazie al cielo lo state fermando, sanno tutti che cosa fa». Il tycoon, inoltre, consigliava agli inquirenti di concentrarsi sulla «malvagia» compagna di lui, Ghislaine Maxwell, e nel corso della telefonata avrebbe raccontato di essere stato una sola volta in presenza di adolescenti con Epstein e di essere «andato via subito di corsa».
Sempre secondo Massie, risulta coinvolto nello scandalo anche un altro uomo che occupa «una posizione piuttosto elevata in un governo straniero». La sensazione è che stia tremando la classe dirigente di mezzo mondo. Anche se, va ribadito, figurare negli Epstein files non significa automaticamente essere colpevole. All’interno ci sono numerosi documenti contenenti semplici rassegne stampa: basta essere stato qualcuno negli ultimi 20 anni per esserci finiti dentro. Ieri, per esempio, è stato tirato in mezzo anche il calciatore francese Franck Ribéry, ma il suo avvocato ha già annunciato querele.
Chi, invece, sembra coinvolto nelle indagini dell’Fbi è l’ex numero uno di Victoria Secret, il miliardario Les Wexner. Un documento che pare una scheda interna al bureau, de-oscurato grazie alle pressioni dei deputati, lo inquadra come «co-conspirator», cioè una figura rilevante della rete legata a Epstein. Questo non fa di lui un colpevole, ma è piuttosto significativo. Secondo il Financial Times, inoltre, nel 2008 Epstein pagò 100 milioni di dollari a Wexner come risarcimento dopo che questi lo aveva accusato di avergli rubato centinaia di milioni di dollari. Un altro miliardario menzionato nei file per abusi sessuali e altre nefandezze, benché mai alcuna accusa fu intentata contro di lui, è Leon Black, ex ad di Apollo global management. Anche su questa figura, insieme agli altri quattro nomi usciti ieri, si sono accesi i riflettori.
Nel Regno Unito, intanto, i ministri e i parlamentari laburisti hanno confermato la fiducia a Keir Starmer dopo le numerose richieste di dimissioni. Da diversi giorni la stampa inglese canta il de profundis all’attuale premier, che per il momento, però, sta riuscendo a resistere, probabilmente più per il timore di un’ulteriore ascesa del partito di Nigel Farage che per reale credito nei suoi confronti. Anche perché, nonostante questo serrare i ranghi, si rincorrono le voci di ulteriori dimissioni all’interno del Partito laburista. La faccenda è oltremodo delicata perché coinvolge, attraverso il principe Andrew, anche la Casa reale, che tuttavia ha assicurato il massimo sostegno alle indagini. Secondo il Telegraph, il fratello del Re e Epstein stavano pianificando anche possibili affari in Cina.
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Quello che emerge dai documenti desecretati è una tela di relazioni che legava il faccendiere ai potenti della terra: da politici come Clinton e Barak a ricconi come Gates e uomini di cultura come Allen e Chomsky.Gli Usa svelano chi inviò filmati osceni al faccendiere: l’emiratino Ahmed bin Sulayem Donald nel 2006 alla polizia di Palm Beach: «Indagatelo». I Labour sostengono Starmer.Lo speciale contiene due articoliCi sono alcuni punti che balzano agli occhi a seguito della pubblicazione degli Epstein files. Innanzitutto, quello che per decenni è stato presentato dalla stampa «soltanto» come uno scandalo sessuale (su cui c’è ancora molto da indagare, visti i risvolti horror che emergono con il passare dei giorni) è anche, in realtà, la più grande storia di corruzione del secolo. Gran parte delle figure pubbliche coinvolte nello scandalo erano uomini delle istituzioni, corrotti da sesso e soldi. Puntava sulle umane debolezze dei potenti, Epstein, per perseguire gli interessi economici suoi e della casta che rappresentava. E quei decisori pubblici, all’epoca, erano quasi tutti esponenti della sinistra liberal e progressista. Come era prevedibile, la stampa sta puntando molto su Trump, ma più passa il tempo, più le responsabilità del presidente degli Stati Uniti appaiono vaghe. Ieri addirittura è circolato un file declassificato dell’Fbi che testimonierebbe che The Donald, che ha interrotto le frequentazioni con il faccendiere pedofilo 20 anni fa, prima del primo arresto di Epstein nel 2008, lo aveva denunciato alla polizia nel 2006. Non è stata trovata alcuna email scambiata tra i due e la stessa supertestimone Virginia Giuffré ha sempre dichiarato che il comportamento di Trump «non è mai stato inappropriato». Nel frattempo anche la complice e compagna di Epstein, Ghislaine Maxwell, ha indirettamente scagionato il presidente, tirando però nel girone dei «buoni» anche l’ex presidente Bill Clinton. Il problema però è che Clinton è stato il capofila di quella gauche caviar che si è accoccolata sulle ginocchia di Epstein. Il faccendiere pedofilo era un habitué della Casa Bianca: nei primi anni dell’amministrazione di Bill Clinton, Jeffrey Epstein l’ha visitata almeno 17 volte. I registri mostrano che il pedofilo è andato da Clinton anche tre volte nello stesso giorno. Il suo badge era emesso da «Rubin», probabilmente l’ex segretario al Tesoro Robert Rubin, all’epoca direttore del Consiglio economico nazionale: Epstein dunque si intratteneva con il presidente influenzando verosimilmente le politiche del governo. Clinton testimonierà il prossimo 27 febbraio. È inquietante anche l’influenza che Epstein ha esercitato sul governo britannico, che potrebbe portare l’attuale premier Keir Starmer alle dimissioni. Il faccendiere infatti ha intrattenuto intensissime relazioni con una delle figure chiave della sinistra inglese, quel Peter Mandelson che, mentre si faceva fotografare in mutande nelle case di Epstein, gli suggeriva come fare pressioni sul governo di cui lui stesso faceva parte. Mandelson è indagato da Scotland Yard per cattiva condotta nell’esercizio di funzioni pubbliche.Imbarazzante anche il ruolo dello storico ministro della Cultura di François Mitterrand, Jack Lang, che per un tozzo di pane (chiedeva a Epstein favori e biglietti aerei), si è dovuto dimettere da presidente dell’Istituto del mondo arabo. La procura fiscale francese ha aperto un fascicolo su di lui e sulla figlia Caroline Lang - che con Epstein ha aperto perfino una società off-shore - per riciclaggio e frode fiscale aggravata. Era nell’esercizio delle sue funzioni di primo ministro norvegese prima, e presidente del Comitato per il Nobel poi, anche Thorbjorn Jagland, già segretario generale del Consiglio d’Europa, che nella fitta corrispondenza con Epstein si lamentava di «non poter andare avanti solo con donne giovani»: la polizia norvegese ha aperto un’indagine per «corruzione aggravata». Anche l’ex primo ministro israeliano Ehud Barak dell’Israel Democratic Party è stato fotografato mentre entrava nella residenza di Epstein a Manhattan. Barak ha ammesso di aver volato sull’aereo di Epstein, ma ha negato di aver assistito a comportamenti inappropriati. E chissà come ha fatto Johanna Rubinstein, presidente dimissionaria dell’Unhcr Svezia, già a capo della filiale americana della Childhood Foundation, a soggiornare con i suoi bambini nell’isola caraibica privata del condannato per molestie sessuali: ringraziò Epstein per essere stata «in paradiso», mentre l’isola è stata l’inferno per centinaia di ragazze minorenni.Anche Woody Allen e Noam Chomsky hanno rappresentato per decenni i vertici para-istituzionali della cultura globale, l’uno come cineasta, l’altro come linguista e docente emerito al Mit: feroci fustigatori del potere conservatore, influenzavano l’opinione pubblica mentre si intrattenevano con il diavolo. Quanto a Bill Gates, se ufficialmente non ha ricoperto incarichi pubblici, di fatto è il primo finanziatore dell’Organizzazione mondiale della sanità; privatamente andava a lezione dal faccendiere pedofilo per farsi spiegare come «fare soldi con i vaccini» e «rendere le pandemie un modello di business». Menzione a parte merita Steve Bannon: gran parte dei messaggi declassificati tra lui ed Epstein sono stati inviati nel 2018 e nel 2019, dopo che Bannon ha lasciato il suo ruolo alla Casa Bianca con Trump (dove ha lavorato otto mesi). Bannon stava girando un film su Epstein e gli elaborava strategie su come migliorare la sua reputazione.Oggi gli amici di Epstein, che lo frequentavano mentre esercitavano il loro potere dentro le istituzioni, sono finalmente chiamati nelle aule di giustizia.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/reali-magnati-premier-i-padroni-del-mondo-sono-nella-rete-dellorco-2675256631.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-video-di-torture-era-di-un-arabo" data-post-id="2675256631" data-published-at="1770753903" data-use-pagination="False"> Il video di torture era di un arabo Le pressioni sul Dipartimento di Giustizia statunitense (Doj) per svelare i nomi oscurati all’interno degli Epstein files (eccetto, naturalmente, quelli delle vittime) iniziano a sortire i primi effetti. Da lunedì, i membri eletti del Congresso possono accedere su richiesta ai documenti originali, un primo atto di trasparenza concesso dal governo Usa. Dopo aver esaminato alcuni fascicoli, il deputato repubblicano Thomas Massie, insieme con il collega dem Ro Khanna, ha contestato alcune scelte del Doj. Così, ieri, si è scoperto con chi Epstein commentasse «video di torture»: è il miliardario emiratino Sultan Ahmed bin Sulayem, presidente e ad di Dp World, uno dei maggiori operatori portuali al mondo.«Dove sei? Stai bene? Mi è piaciuto il video delle torture», si legge nell’email inviata da Epstein il 24 aprile del 2009. «Sono in Cina e arriverò negli Stati Uniti la seconda settimana di maggio», risponde l’emiratino. Intanto, il segretario al Commercio Howard Lutnick ha ammesso di aver visitato la famigerata isola di Epstein nel 2012, specificando di esserci stato con la famiglia durante un pranzo e solo per un’ora. Questa versione collima con quanto emerge nei file, al contrario di quanto dichiarato in precedenza sul fatto di aver interrotto i rapporti col faccendiere nel 2005. Altri documenti, però, suggeriscono affari comuni fino al 2014. Secondo un altro file desecretato, Donald Trump nel 2006 chiamò la polizia di Palm Beach per complimentarsi delle indagini su Epstein: «Grazie al cielo lo state fermando, sanno tutti che cosa fa». Il tycoon, inoltre, consigliava agli inquirenti di concentrarsi sulla «malvagia» compagna di lui, Ghislaine Maxwell, e nel corso della telefonata avrebbe raccontato di essere stato una sola volta in presenza di adolescenti con Epstein e di essere «andato via subito di corsa».Sempre secondo Massie, risulta coinvolto nello scandalo anche un altro uomo che occupa «una posizione piuttosto elevata in un governo straniero». La sensazione è che stia tremando la classe dirigente di mezzo mondo. Anche se, va ribadito, figurare negli Epstein files non significa automaticamente essere colpevole. All’interno ci sono numerosi documenti contenenti semplici rassegne stampa: basta essere stato qualcuno negli ultimi 20 anni per esserci finiti dentro. Ieri, per esempio, è stato tirato in mezzo anche il calciatore francese Franck Ribéry, ma il suo avvocato ha già annunciato querele.Chi, invece, sembra coinvolto nelle indagini dell’Fbi è l’ex numero uno di Victoria Secret, il miliardario Les Wexner. Un documento che pare una scheda interna al bureau, de-oscurato grazie alle pressioni dei deputati, lo inquadra come «co-conspirator», cioè una figura rilevante della rete legata a Epstein. Questo non fa di lui un colpevole, ma è piuttosto significativo. Secondo il Financial Times, inoltre, nel 2008 Epstein pagò 100 milioni di dollari a Wexner come risarcimento dopo che questi lo aveva accusato di avergli rubato centinaia di milioni di dollari. Un altro miliardario menzionato nei file per abusi sessuali e altre nefandezze, benché mai alcuna accusa fu intentata contro di lui, è Leon Black, ex ad di Apollo global management. Anche su questa figura, insieme agli altri quattro nomi usciti ieri, si sono accesi i riflettori.Nel Regno Unito, intanto, i ministri e i parlamentari laburisti hanno confermato la fiducia a Keir Starmer dopo le numerose richieste di dimissioni. Da diversi giorni la stampa inglese canta il de profundis all’attuale premier, che per il momento, però, sta riuscendo a resistere, probabilmente più per il timore di un’ulteriore ascesa del partito di Nigel Farage che per reale credito nei suoi confronti. Anche perché, nonostante questo serrare i ranghi, si rincorrono le voci di ulteriori dimissioni all’interno del Partito laburista. La faccenda è oltremodo delicata perché coinvolge, attraverso il principe Andrew, anche la Casa reale, che tuttavia ha assicurato il massimo sostegno alle indagini. Secondo il Telegraph, il fratello del Re e Epstein stavano pianificando anche possibili affari in Cina.
Leone XIV (Ansa)
Nel piazzale antistante il Duomo della città, è stato particolarmente caloroso il saluto del Papa ai fedeli. Parlando a braccio, Leone XIV ha invitato tutti a essere costruttori di pace e speranza: «Per come ci ha insegnato Sant’Agostino se vogliamo cambiare i tempi, se vogliamo che il mondo viva in pace dobbiamo cominciare con noi stessi». Il rimando è alla celebre massima agostiniana che di fronte ai «tempi cattivi», la reazione deve essere quella di cercare di vivere bene, perché «i tempi siamo noi; come siamo noi, così sono i tempi». La pace in questa prospettiva cessa di essere un pio richiamo o un auspicio geopolitico per diventare un invito alla vita buona per ciascuno: «Basta con parole di odio, basta con insulti, bullismo, basta con tutte quelle cose che fanno guerra fra le persone, fra le comunità, fra i Paesi. Dobbiamo imparare tutti a essere costruttori di pace».
Il Pontefice era giunto in elicottero alle ore 14.30 accolto dalle autorità civili e religiose, tra cui il vescovo di Pavia, monsignor Corrado Sanguineti e il sindaco Michele Lissia. Dopo una prima, toccante tappa al Centro nazionale di adroterapia oncologica, dove ha incontrato i piccoli pazienti definendo medici e infermieri come «angeli», papa Leone si è recato nella basilica di San Pietro in Ciel d’Oro che custodisce le spoglie di Sant’Agostino di Ippona, il santo di cui papa Prevost è figlio spirituale.
All’interno della basilica il Santo Padre ha presieduto la celebrazione della Parola, pronunciando un’omelia rivolta alla Chiesa pavese che, come tutte le chiese in Occidente, è chiamata ad evangelizzare in un’epoca di profonda secolarizzazione. Il Papa ha riconosciuto apertamente le fatiche della comunità, esortandola a non lasciarsi scoraggiare dal contesto attuale e dalle difficoltà nella trasmissione della fede. «C’è sempre più bisogno, oggi, di accompagnare le persone alla scoperta o alla riscoperta della fede», ha detto.
Tuttavia, il Papa ha avvertito che occorre centrarsi su ciò che è essenziale, evitando il «rischio di disperderci e affaticarci in cose secondarie, magari buone, ma che non vanno all’essenziale». Ma cos’è, dunque, questo «essenziale»? «L’essenziale è vivere con Cristo», stare uniti a Lui come «pietra viva» e fondamento. Per il Papa, annunciare il nucleo del Vangelo significa annunciare Gesù, colui che rivela non solo il mistero di Dio, ma il mistero stesso dell’essere umano.
Dopo aver lasciato la basilica ed essere passato dal Duomo per l’adorazione del Santissimo Sacramento e la venerazione di san Siro, il Papa ha raggiunto piazza Vittoria per incontrare le autorità civili e la cittadinanza. Qui Leone XIV, fra l’altro, ha reso omaggio alla tradizione accademica di Pavia, sottolineando che promuovere le scienze significa promuovere l’uomo. Ha rievocato ancora la figura di Sant’Agostino come esempio di quella «sana inquietudine» che anima chiunque sia assetato di verità, giustizia e bellezza. «La sua figura, mentre incarna il dialogo arduo e costante tra fede e ragione, testimonia la loro reciproca appartenenza. Non si può infatti credere senza pensare, né è possibile illuminare i quesiti più alti della ragione senza fede».
La fede non è un rifugio, una fuga, ma un motore di speranza contro il nichilismo: «Nella misura in cui crede, l’essere umano non si rassegna alla fine, a un frammento storico che termina con la morte: proprio la fede ci ricorda che non siamo sudditi di un fato anonimo, sostenendo invece la certezza che Dio è creatore e salvatore della vita». Un altro celebre motto agostiniano, credo ut intelligam e intelligo ut credam, «credo per comprendere, comprendo per credere», riassume bene il senso di queste parole. Leone XIV ha mostrato come questa prospettiva cambi radicalmente il modo di vivere la cittadinanza. La croce presente nello stemma cittadino è stata interpretata dal Papa non come un semplice fregio araldico, ma come una «sintesi culturale» che àncora la storia locale al valore universale dell’amore cristiano. La comunità di Comunione e liberazione di Pavia ha salutato la visita con «gratitudine. Il suo legame con Sant’Agostino ce lo fa sentire davvero vicino. Gli siamo grati anche per la stima con cui guarda alla vita dei movimenti».
Alle 18.45 il Papa è partito in elicottero verso Sant’Angelo Lodigiano, per recarsi nella parrocchia dei santi Antonio Abate e Francesca Cabrini in cui è venerato il cuore di Santa Francesca Cabrini (1850-1917), la suora che sulla spinta di papa Leone XIII fu missionaria negli Stati Uniti prendendosi cura in particolare degli italiani emigrati. Fu papa Pio XII, che la canonizzò e la proclamò «Celeste patrona di tutti gli emigranti», ed è così che ieri l’ha ricordata papa Prevost indicando come sia oggi attuale un «carisma missionario che si pone al servizio dei migranti», un carisma animato «dall’unico vero «motore» della vita di Santa Cabrini», l’amore di Cristo.
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Keir Starmer (Ansa)
Ed è proprio sentendo sorgere dentro di noi la domanda sul perché, di fronte a fatti così meritevoli di ribellione, nessuno si stia ribellando, che è necessario chiederci se non esista in realtà un preciso meccanismo che tali ribellioni guidi, impedisca o autorizzi. I piani annunciati da Keir Starmer per vietare l’accesso ai social media ai minori, con obblighi di verifica dell’età e blocco delle Vpn, vanno sorprendentemente oltre le misure cinesi e russe in termini di controllo preventivo e centralizzato delle narrazioni digitali e stabiliscono un vero e proprio primato nell’accezione positiva di «censura» per una democrazia occidentale.
Queste misure, presentate come tutela dell’infanzia, riprendono e amplificano la revisione dell’Online safety act con enfasi sul contrasto alla «disinformazione» prefigurando non soltanto una chiara torsione autoritaria ma mostrando al mondo ciò che sarebbe potuto accadere ovunque con una vittoria di Kamala Harris. A portare al punto di collasso il rapporto tra potere e opinione pubblica britannica è stata l’evidenza con la quale il governo laburista ha inteso accelerare su queste misure proprio in occasione della pubblicazione del Rapporto ufficiale dal titolo «The rape gang inquiry report» nel quale si documentano decenni di sfruttamenti sessuali e orrende violenze sistematiche su minorenni britanniche perpetrate da reti organizzate e istituzionalmente coperte di immigrati pakistani.
Le stime indicano 250.000 vittime e le coperture e le connivenze emerse ricordano i meccanismi di protezione dall’alto della rete di Jeffrey Epstein. A fronte di uno scandalo che assume i contorni di un vero e proprio crollo di civiltà a sinistra si tace o addirittura si minimizza, i media censurano e la politica emana leggi per arrestare chi ne parla sui social.
A questo punto occorre riflettere non solo sui fatti in sé ma sui meccanismi che consentono al governo con il peggior gradimento della storia a rimanere al suo posto malgrado le numerose dimissioni di ministri e, soprattutto, sul perché non si verifichino moti di protesta generalizzati ed efficaci fatte salve le proteste di strada come a Southport o Belfast. Aveva ragione George Sorel, forse la «ribellione delle masse» non ha le caratteristiche del moto spontaneo ma del mito. In «Riflessioni sulla violenza» (1908), Sorel definisce il «mito» come un insieme di immagini capaci di evocare nelle masse l’istinto di lotta contro l’ordine esistente. Per Sorel il mito per eccellenza a disposizione del popolo è lo sciopero generale non in quanto evento spontaneo ma inteso come paziente costruzione che conferisce coesione e slancio eroico alle masse.
Senza un mito adeguato - e senza élite che lo diffondano - le masse restano passive anche di fronte a ingiustizie estreme, soprusi e provocazioni di ogni tipo. Pensiamo ai «Gilet gialli» in Francia, un movimento con un forte carattere spontaneo e popolare che nel periodo 2018-2020 ha rappresentato una delle più ampie mobilitazioni di massa degli ultimi decenni, con centinaia di migliaia di persone in piazza ogni settimana contro tasse e rincari e contro il sistema di potere di Emmanuel Macron. Un movimento molto ampio e diffuso ma privo di una struttura organizzativa stabile e, soprattutto, di un’élite che lo motivasse, lo incanalasse e lo autorizzasse in modo coerente e strutturato, tanto da non pervenire ad alcun risultato effettivo né tantomeno ad un ricambio di élite.
Al contrario, invece, possiamo pensare al crollo del regime di Bashar al-Assad in Siria, avvenuto in due settimane con l’accordo orchestrato delle élite internazionali e con il supporto interno di élite siriane in attesa di ricambio. In Siria il popolo non ha svolto alcun ruolo, ha semmai subito una guerra tuttora in corso ed al posto di Assad è stato insediato l’ex jihadista Al-Jolani, poi ricevuto con tutto gli onori in varie cancellerie occidentali. Appare dunque chiaro come la «protesta di piazza» altro non sia se non la fase teatrale della narrazione del ricambio delle élite; non espressione spontanea di una volontà popolare autonoma ma fase spettacolare attraverso la quale le élite in conflitto si forniscono una «giustificazione dal basso». Rimaniamo dunque attoniti di fronte alle assurde incongruenze, alle palesi e inaccettabili ingiustizie e ci convinciamo che la mancata ribellione delle masse sia dovuta a scarsa motivazione, a debolezza, a mancanza di «coscienza di classe» la quale soltanto, una volta creata, porterà all’inevitabile rivoluzione. Ma anche questa, e soprattutto questa, è una truffa: si tratta sempre e solo di alternanza ai vertici del sistema di potere.
Una volta tutto ciò viene chiamato «libertà, uguaglianza e fraternità», un’altra volta «dittatura del proletariato», ma sono sempre le poche persone che lottano per il potere apicale a motivare, autorizzare, costruire o bloccare i miti che danno alle masse l’impressione di essere protagoniste. Viviamo il momento storico nel quale tutto ciò appare con più chiarezza.
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Roberto Vannacci (Imagoeconomica)
L’ultima provocazione del leader di Futuro Nazionale, ieri ospite di Sky Tg24, è l’immigraticidio. «Se accettiamo il reato di femminicidio allora va introdotto l’immigraticidio. Voglio che chi usa violenza contro le donne marcisca dietro le sbarre, che si tenga conto delle circostanze aggravanti. Se noi accettiamo che un reato venga definito in base alla vittima, allora va introdotto l’immigraticidio. Un delitto non può essere più o meno grave in base al sesso o al colore della pelle. Siamo contrari alla creazione di nuovi reati come l’islamofobia o l’omofobia».
Sull’educazione affettivo-sessuale a scuola come prevenzione del femminicidio, Vannacci aveva sostenuto che «in Nord Europa dove l’educazione sessuale viene fatta da anni, gli omicidi di donne sono più numerosi che in Italia», e che invece va combattuto «crescendo uomini forti e non deboli. Per me la cultura patriarcale è l’uomo che si prende carico della famiglia, che la protegge, che protegge le donne in quanto esseri fisicamente più deboli rispetto all’uomo».
Poi c’è il tema degli omosessuali. Le posizioni del generale sugli omosessuali, espresse anche nel suo libro Il mondo al contrario e reiterate in dibattiti pubblici, ruotano attorno al concetto di «non normalità» statistica dell’omosessualità e alla difesa della famiglia tradizionale. Negli ultimi giorni Vannacci aveva criticato il suo ex partito, la Lega, accusandola di una «deriva» volta a legittimare le rivendicazioni della comunità Lgbtq+ e ribadendo che, secondo i suoi principi, la famiglia da promuovere è «solo quella naturale».
«Meglio anormale che generale, è questa la risposta che abbiamo dato a Vannacci quando dice che gli omosessuali non sono normali», replica Riccardo Magi di +Europa al pride di Roma. Sulla stessa linea il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri, in testa al corteo del Roma pride dietro al grande striscione rosso della manifestazione che riporta lo slogan «La Repubblica è di chi la abita»: «Dobbiamo batterci per una pienezza di diritti per tutti, al di là dell’orientamento sessuale e di genere: è scritto nella nostra Costituzione e la nostra legislazione, a oggi, non la rispetta». Replicando alle frasi di Vannacci, il sindaco aggiunge: «Non rispondiamo neanche perché noi siamo per la Costituzione. Non ci stupisce che le forze fasciste e oscurantiste vogliano colpire i diritti di qualcuno, ma sappiamo bene che quando si conculcano i diritti di una minoranza, si colpiscono i diritti di tutti. Non arretriamo e ci battiamo con ancora maggiore convinzione».
Commentando poi i sondaggi dell’ultima settimana per il suo partito, Vannacci ha aggiunto: «Questo è il risultato di un piano che si sta realizzando. Il 5.9% nei sondaggi non lo festeggiamo, questo è solo l’inizio. Non credo ai sondaggi, i veri sondaggi li faccio per la strada, quando le persone mi chiedono di andare avanti. La feccia, i figli di nessuno, e la sporca dozzina sono tra di noi».
E sulle alleanze che facciamo? «Io non ho fatto istanza di alleanza. Chi ha cominciato a erigere muri sono stati proprio i partiti del centrodestra. Io non ho mai detto che avrei eretto muri, cosa che invece hanno fatto i vari Lupi, Romeo, Zaia, Centinaio, i vari Marina Berlusconi, che non so a che titolo parli perché non ha ruoli politici, i vari Occhiuto. Evidentemente o hanno paura o vogliono mettere le mani avanti. Sono loro», ha aggiunto, «che vogliono evitare o che vogliono assolutamente impedire un’eventuale intesa che comunque avverrebbe solo se questa alleanza di centrodestra convenisse di non oltrepassare quelle linee rosse che ho stabilito».
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