Pd sempre più rotto: dopo la «disertrice» arriva pure il «nipote del comunismo»
Virginia Libero e Marco Rocco De Luca (Ansa)

«Siamo i nipoti del comunismoooo». Il ragazzo con gli occhiali è particolarmente eccitato e sbircia spesso gli appunti appoggiati al palchetto del Pd, anche se la frase non è difficile da memorizzare.

Ma c’è da capirlo, sta per sillabarne un’altra più lunga: «Nel concreto dobbiamo liberarci dal giogo imperialista statunitense, dalla retorica sionista, distruggere questo capitalismo e creare un nuovo sistema economico. Salpare verso nuovi orizzontiiii». Neanche Nanni Moretti in Ecce Bombo (1978). Ma qui è il contesto che conta: Festa nazionale de L’Unità di Reggio Emilia, spazio dedicato ai Giovani Democratici, la cantera dem dentro la quale anche i fuori corso si sentono Lamine Yamal.

Il piccolo Lenin che delira in camiciola bianca è Marco Rocco De Luca. Non un banale Pro Pal caduto da una finestra della Sapienza durante un’okkupazione, ma un consigliere comunale di Cesena di 26 anni chiamato a Roma nella direzione dell’organizzazione giovanile per dedicarsi a «cultura politica, memoria e antifascismo». È il terzo De Luca fra i piedi di Elly Schlein ma non ha nulla a che vedere con gli altri due. Lui è molisano, sul profilo Instagram scrive «Leggo, problematicizzo e dormo poco», ha fatto un giro nella segreteria della presidenza della Regione Emilia-Romagna nell’era di Stefano Bonaccini (ecco dove il past president ha toccato con mano la superiorità culturale della sinistra) e ha scandito con una certa ingenuità ciò che mezzo Pd pensa quando non è al potere, dai tempi di Palmiro Togliatti.

Nel presepe marxista dei Giovani dem dell’era digitale mancano solo i rubli e i vopos, visto che i Disubbidienti e i Disertori li ha evocati qualche giorno fa Virginia Libero, anche lei nella segreteria junior, sempre dal palco emiliano. «Non saremo noi i soldati delle vostre guerre, alle armi andateci voi, noi organizzeremo i disertori», aveva detto la dirigente padovana (28 anni) fresca di laurea in giurisprudenza, fan del rapper Salmo. La mattina dopo, accortasi della sollevazione di Base Riformista e sollevata di peso dal Nazareno, ha rettificato: «Siamo pacifisti ma Kiev non c’entra nulla con quello che ho detto dal palco. Sappiamo da che parte stare, quella dell’Ucraina».

Allora tanto valeva tenerci Luca Casarini.

Gli exploit hanno eccitato i nostalgici del Rosso Antico ma lasciato esterrefatti riformisti e centristi, tradizionalmente atlantici e rosé. Giorgio Gori e Franco Bassanini indignati, Matteo Orfini e Laura Boldrini plaudenti. L’economista ex renziano Luigi Marattin ha sintetizzato bene la situazione su X: «Ho sempre pensato che non servisse una sorta di Comitato di liberazione nazionale contro il pericolo fascista ma ho cambiato idea. Invece serve, però contro il Campo Largo». Mentre si problematicizza, sotto il cielo progressista c’è più confusione del solito ma la carica settembrina dei baby piddini non è casuale. Qualche editorialista fa risalire il fremito a una consonanza di idee con i Democratis Socialists americani guidati da Bernie Sanders e rappresentati dal sindaco di New York Zohran Mamdani, con critiche strutturali al capitalismo e un appiattimento totale Pro Pal.

In realtà a sinistra, più prosaicamente, è cominciata la rincorsa a posizionarsi per le prossime elezioni e, come ripetevano i nonni saggi sulle Prealpi lombarde durante le fiere del bestiame, «chi vusa pusé la vaca l’è sua» (chi grida di più è padrone della mucca). Ecco che a miss Libero risponde a stretto giro, per riflesso condizionato, mister De Luca. Lei incendia i cuori strumentalizzando il pacifismo? Lui, visto che non prende sonno, risponde con il doppio carico del comunismo da rimpiangere e del capitalismo da abbattere. Tutti e due in corsa, gomiti appuntiti, lingua in fiamme e pensiero ammuffito nel secolo scorso come formaggio di fossa. Virginia Libero ha anche un piccolo credito da riscuotere: era già stata candidata perdente alle regionali del Veneto, pur raccogliendo 5.000 voti.

La seconda motivazione è più sottile. Lasciando gli young dem sproloquiare di comunismo, di imperialismo e di pacifismo, il Pd tenta di creare un argine a sinistra per non far scivolare i più estremisti fra attivisti e militanti verso il Movimento 5 Stelle. È la riedizione del diktat novecentesco del Pci «nessun nemico a sinistra», non deve esserci nessun concorrente politico appetibile per i compagni. E le sparate dei due «gggiovani» diventano funzionali alle primarie contro il vero nemico del popolo dem: Giuseppe Conte.

Così la festa de L’Unità, la Flotilla e i cortei in ordine sparso si stanno trasformando in un X Factor itinerante: si cercano nuovi volti da mettere in lista e i palchi vengono utilizzati come lo speakers corner di Hyde Park. Ogni esibizione un punteggio senza palette, con Marco Furfaro e Chiara Gribaudo a tenere il conto dell’applausometro al Nazareno. È fondamentale allestire una kinderheim per trascinare la piazza giovanile nella stagione elettorale, esattamente come accadde con le Sardine qualche anno fa. Oggi sono finite in scatola e Mattia Santori, il loro capo, in consiglio comunale a Bologna a occuparsi di turismo. Siamo alle solite. Carlo Emilio Gadda le definiva «coscienze inquiete a stipendio fisso».

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