C’è un’organizzazione che viola la legge pur di favorire l’invasione dell’Italia da parte di stranieri irregolari e la sinistra la difende. Non si tratta di un gruppo che opera in accordo con potenze straniere, come ogni tanto qualcuno ipotizza, immaginando che dietro gli sbarchi di clandestini ci sia la mano di Mosca. Ma di un’associazione a delinquere che si muove con finalità politico-ideologiche.
E a scoperchiare i traffici di questo gruppo di persone che hanno sostituito il comunismo con il «migrantismo» è stata la Procura di Ravenna.
L’inchiesta sui medici pro migranti a Ravenna
Alla fine di agosto i pm hanno disposto le perquisizioni delle abitazioni e degli studi di una ventina di medici, accusando i camici bianchi di «una serie indeterminata di reati di falso ideologico finalizzati a impedire il trattenimento presso i Centri per il rimpatrio di stranieri irregolari sul territorio nazionale».
Le operazioni di quella che i magistrati classificano come un’associazione a delinquere le avevamo anticipate tempo fa, quando emersero i primi casi di dottori che firmavano certificati per attestare l’inidoneità al trasferimento nei Cpr di stranieri destinati all’espulsione. Medici che per ragioni politiche erano pronti ad attestare il falso, insieme con avvocati disposti ad approntare moduli fotocopia da distribuire negli ambulatori delle diverse realtà ospedaliere.
Ma l’indagine della Procura di Ravenna non si è fermata alla realtà locale, si è estesa fino a trovare riscontri dei reati in un periodo temporale che va dal 2024 al 2026 e coinvolge molte altre città. Da Ferrara a Rimini, da Bologna a Forlì: l’attività illecita del gruppo di professionisti in camice bianco è stata accertata dagli uomini della polizia giudiziaria. Un sistema collaudato che operava a Roma come a Matera, a Bari come a Biella o Livorno.
Nell’ordinanza di perquisizione i pm spiegano che gli elementi fin qui raccolti «dimostrano che non si tratta di singoli fenomeni tra loro scollegati, ma della manifestazione di una struttura associativa con ripartizione di ruoli e compiti, finalizzata alla consumazione di falsi ideologici».
La campagna dei medici contro i Cpr
Insomma, nelle corsie degli ospedali, nei reparti di malattie infettive (dove guarda caso si nega sempre il collegamento fra virus e immigrazione), negli ambulatori che avrebbero dovuto accertare la salute di chi andava espulso, operava una banda che aveva come obiettivo una campagna contro i Cpr e aveva – scrive la Procura – «non l’espressione di un mero pensiero politico-ideologico, ma l’obiettivo di bloccare gli accompagnamenti nei Cpr degli immigrati irregolari».
Una struttura organizzata e collegata che operava su tutto il territorio nazionale, con a disposizione perfino una consulenza legale, per trovare la formula migliore in grado di aggirare le direttive del ministero dell’Interno.
Ovviamente sapevamo dell’esistenza dei medici democratici i quali, al pari dei giuristi democratici, dei giudici democratici e degli insegnanti democratici, esercitano spesso il proprio mestiere con un’impostazione politico-ideologica. Tuttavia, mai avremmo immaginato che esistesse addirittura un’organizzazione pronta a violare la legge pur di perseguire degli obiettivi più adatti a una formazione clandestina e militante che a un raggruppamento di medici.
Cosa si evince dall’inchiesta sui medici
Con l’accusa di associazione a delinquere nei confronti di una ventina di medici già identificati, l’inchiesta di Ravenna ci svela quanto sia difficile contrastare l’invasione di migranti irregolari e di quali coperture godano le migliaia di clandestini che le forze dell’ordine faticano a contenere e a espellere. Ci sono dottori, magistrati, prelati e decine di operatori che fanno il tifo per loro e sono pronti anche a commettere reati pur di sostenerli.
Del resto, intorno al fenomeno degli sbarchi e delle irregolarità è cresciuta un’area grigia di sinistra che appoggia l’immigrazione. E quando si scoprono organizzazioni come quella scovata dalla Procura di Ravenna, invece di elogiare il lavoro degli investigatori e dei magistrati, si schiera contro difendendo chi è accusato di aver dato vita a un sodalizio criminale. Forse al fine di evitare che gli inquirenti individuino ulteriori partecipanti all’associazione a delinquere.
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