Un documentario per demolire Musk. Tanti cazzotti ma senza il ko finale

A un certo punto dell’interminabile odiografia che Alex Gibney confeziona su Elon Musk si vede l’imprenditore sudafricano intervenire in video collegamento durante la campagna elettorale di Alternative für Deutschland (Afd), un mese prima del voto del 2025.

L’indagine a tesi di Gibney e il rifiuto di Musk

Chissà che cosa penserà il documentarista premio Oscar ora che l’uomo più ricco del mondo ha commentato su Twitter con un «Ben fatto» il successo in Sassonia del partito di Ulrich Siegmund. Ma non è il caso di suggerire un’appendice a Musk, il doc presentato ieri nella sezione Venice open, che dura già così quattro ore, compresi dieci, provvidenziali, minuti di intervallo.

Ritrarre il patron di Tesla, di Space X e di X (ex Twitter) è certamente impresa titanica, tanto più che il protagonista ha rifiutato con un «Alex Gibney è un idiota» la sua mancata collaborazione. L’autore però non s’è perso d’animo e ha perseguito il suo progetto a tesi, schierando una lunga teoria di testimoni, collaboratori, ex mogli e compagne: tutti concordi nel tratteggiare il profilo di una personalità pericolosa, corrotta e opportunista.

Solo il padre e il fratello di Elon, pur parlando di «un’infanzia difficile», gli riconoscono una grande genialità. Senza però riuscire a fugare l’impressione complessiva di un documentario molto orientato se non proprio militante, che assesta tanti cazzotti, ma non il colpo del kappaò.

Da innovatore green a «genio della fuffa»

Presentato a sua volta nel catalogo come «il più importante documentarista del nostro tempo» capace di firmare inchieste sulla pedofilia nella Chiesa, su Scientology e su Steve Jobs, Gibney ricorda in un certo senso l’Oliver Stone prima maniera quando afferrava il soggetto della sua indagine e non lo mollava fino al The End, battendo sempre sullo stesso tasto. In 235 minuti di testimonianze si riconosce solo all’inizio un rilevante grado di visionarietà a Musk.

Con Tesla e Space X, questo inventore e ingegnere un po’ frustrato perché i meriti se li prendono sempre i manager, vuole dare nuovo impulso all’innovazione green e all’industria aerospaziale. Ben presto, però, gli obiettivi diventano meno nobili e il magnate immaginifico si trasforma in un «genio della fuffa».

Da quando ha eccepito sui lockdown e sui vaccini e, poi, ha spalleggiato Donald Trump in campagna elettorale e accettato l’incarico al Dipartimento dell’efficienza governativa dell’amministrazione americana (Doge), «l’imprenditore-inventore» è diventato il pericoloso campione della tecnodestra.

La Silicon Valley e il passaggio al lato oscuro

Non solo lui, in realtà: molti big della Silicon valley, prima esaltati come fautori dell’Eden tecnologico mondiale, ora che a sorpresa dialogano con la Casa Bianca sono improvvisamente passati nel dark side della narrazione globale. Nell’ottimo Bunker di Florian Zeller, per esempio, anch’esso presentato ieri in concorso qui al Lido, anche Mark Zuckerberg fa una pessima figura chiedendo all’archistar interpretato da Javier Bardem di costruirgli un avveniristico bunker che possa ospitare fino a una trentina di amici e parenti con cui salvarsi dall’apocalisse prossima futura.

Deve mettersi di mezzo sua moglie, Penelope Cruz, editor di narrativa internazionale, per evitare che il coniuge firmi il megacontratto con il fondatore di Facebook: anche lui, ieri benefattore e filantropo, oggi turbocapitalista e egoista.

I lati nascosti e le controverse manovre aziendali

L’obiettivo di Gibney è smontare la lettura dei biografi di fiducia e delle schiere di follower che parlano di Musk come del nuovo Leonardo Da Vinci in grado di rispondere a ogni interrogativo e di «trasformare l’umanità in una specie multiplanetaria». Il suo racconto parte invece dal basso per illuminare i lati nascosti dell’epopea del «più grande capitalista nella storia degli Stati Uniti d’America», come viene annunciato alla convention elettorale di Trump al Madison Square Garden di New York.

Così, c’è chi come Martin Eberhard, racconta le oscure manovre ordite dall’imprenditore sudafricano per conquistare il titolo di «fondatore di Tesla». Chi ricorda i lanci falliti, e il rischio di bancarotta conseguente, dei missili di Space X puntati su Marte. Chi, come la giornalista Kara Swisher, sottolinea i drastici tagli di personale e la riconversione di Twitter operati per ripristinare il free spech. L’ex moglie e scrittrice Justine Musk racconta invece la sofferenza di Vivian, la figlia trans nata come Xavier, da cui il padre ha preso le distanze.

Le testimonianze private e il monito finale

L’influencer Ashley St. Clair, già attivista Maga, movimento dal quale si è allontanata, rivela di aver rifiutato 40 milioni di dollari per tacere sulla relazione con Elon dalla quale è nato un figlio, per poter testimoniare nel documentario. «L’ho fatto per i miei figli», ha assicurato in conferenza stampa.

Lo stesso Gibney ha rivelato che «tanti hanno rinunciato a testimoniare per paura». Ma il suo lavoro è andato avanti lo stesso e «vuol essere un monito» perché ora il campione della tecnodestra è arrivato a «una corruzione morale che giustifica l’appoggio a un presidente che, puntando sul petrolio, sta distruggendo il pianeta». Tutto chiaro.

Da non perdere

Delirio Kiev: mannaia sul regista anti Putin
Pensiero unico

Delirio Kiev: mannaia sul regista anti Putin

Nuovo pressing sulla Biennale di Venezia per estromettere dalla Mostra del cinema il film «Dau»: «Progetto legato al Cremlino» Ma la produzione è tedesca e chi l’ha diretto, Ilya Khrzhanovsky, è un dissidente che da anni si oppone alla propaganda dello zar.