La domanda più interessante su una cosa noiosa, oscurantista, patologica e deviante come il woke è perché sia nato. È interessante capire come mai la Sinistra mondiale si sia convinta, per almeno dieci anni, che la vecchia Affirmative action non fosse più sufficiente e che bisognava estendere quegli obiettivi politici sino all’abbattimento delle statue di Cristoforo Colombo.
La scelta di questi temi e soprattutto di queste modalità formali e comunicative – quella che per anni si è chiamata la «polarizzazione della politica» – era necessaria per crearsi un esercito: in un contesto di sostanziale abbandono dei grandi temi, in una Globalizzazione che annulla le differenze e relativizza i nemici grazie all’unico grande mercato globale nel quale tutti vendono e comprano tutto da tutti, l’adesione religiosa ad un tema politico si può ottenere soltanto tramite l’innesco diretto del meccanismo vittimario-vendicativo.
La divisione del mondo non in «buoni e cattivi», come ai tempi dei blocchi contrapposti, ma in «vittime e carnefici» sollecita la ricerca tribale dei colpevoli da punire. In questa forma estrema di lotta politica simbolica il vecchio obiettivo della conquista del potere assume modalità nuove, modalità che per il woke sono state folli proprio perché la società alla quale il woke si rivolgeva aveva bisogno di questo tipo di stimoli per sentirsi coinvolta.
La fine del woke e la nuova strategia dell’immigrazionismo
Il fatto che sia stata scelta proprio Alexandria Ocasio Cortez per fischiare la fine del primo tempo appare una scelta perfettamente coerente: solo un’esponente nota per la sua inadeguatezza e le sue gaffes poteva svolgere quel compito in maniera simbolicamente adeguato.
Ed anche il suo annuncio di qualche giorno fa è stato in fondo una gaffe, giacché avendo detto, riferendosi alla proposta di abolire la polizia: «Woke one was crazy», ha implicitamente ammesso il successo dell’operazione «woke 1».
Ocasio-Cortez annuncia il «woke 2» e svela la gaffe
Se il «woke 1» era un’insieme di follie «che ora la Sinistra deve abbandonare per tornare alle reali priorità dell’elettorato», allora è già pianificato un «woke 2» sul quale basare la prossima fase, inevitabilmente incentrata sul tema dell’Immigrazionismo come dato ineluttabile ed indispensabile, vero impianto strutturale del Parastato gramsciano.
Proprio per questo motivo la causa accidentale della «fine del woke» si deve individuare nelle politiche remigratorie e nei tagli che il Doge ha operato negli Usa nei confronti di UsAid, due mosse decisive che hanno indotto la Sinistra ad abbandonare il woke e a reimpostare la narrazione simbolica.
Il vero problema dopo il woke: il potere conquistato dalla Sinistra
Ed è proprio a questo punto che si apre il grande tema inerente «la fine del woke», tema che sinora è stato ignorato per concentrarsi sui riposizionamenti degli esponenti di sinistra divisi in «antiwoke da sempre» ma silenti per mero tornaconto e «nostalgici del woke», quelli che in fondo in una comune hippie permanente, ma con la polizia dalla propria parte, male non si trovavano. La grande e decisiva questione sinora ignorata non è sul come la Sinistra gestirà questo lutto ma sul cosa intende fare ora la Destra.
Come in ogni processo di istituzionalizzazione rivoluzionaria l’esagerazione performativa diventa inutile una volta che le strutture di selezione, di finanziamento e di veto culturale vengono conquistate e mantenute; i drughi di Arancia meccanica diventano a loro volta poliziotti e proseguono in quella veste ad esercitare l’amata superviolenza.
Ma la «follia» perseguita prima e rinnegata poi non cancella i posti occupati; l’aver ammesso gli errori non implica alcun risarcimento alle vittime e chi oggi prende le distanze dal woke quasi sempre è qualcuno che non intende abbandonare per alcun motivo i vantaggi ottenuti grazie al woke.
La sfida della Destra: smantellare le casematte del woke
Ecco perché a questo punto la questione politica fondamentale interessa non più la Sinistra bensì la Destra: a woke finito cosa intendono fare i governi che del woke non sono espressione, nei confronti del potere che grazie al woke è stato conquistato negli anni e tuttora detenuto pressoché nella sua interezza?
I governi che in tutto l’Occidente non sono espressione del Progressismo globalista, come intendono smantellare non solo le dinamiche ingiuste, antisociali e discriminanti messe in atto dal woke ma le stesse casematte del potere, conquistate negli anni ed attualmente mantenute?
Gli Usa rappresentano l’avanguardia mondiale di tale opera di ristabilimento della normalità ma anche nella Francia che si appresta a tenere le più importanti elezioni presidenziali dal 1945 il tema è sentito nei termini di «débureaucratisation», tanto che lo stesso Jordan Bardella rilancia spesso la proposta di un «ministère de l’Efficacité gouvernementale» esplicitamente ispirato al Doge di Elon Musk.
A ciò si aggiunga la grande sfida tecnologica e non è certo un caso se anche in Francia, la patria del funzionariato pubblico, si stia riflettendo a fondo sull’avvicendamento di 125.000 funzionari in uscita le cui mansioni potranno essere svolte dalla IA con un risparmio per lo Stato di 7,5 miliardi.
Ma attenzione, non si sta parlando di mera «efficienza» – concetto novecentesco e in questo caso fuorviante: qui si giocherà lo scontro tra chi vorrà mantenere il potere ottenuto grazie al woke di questi anni e chi vorrà far parte di un futuro nel quale si potrà tornare a dire che il sole sorge e l’erba è verde.
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