Poi uno dice che il Nord non vuole dare una mano al Sud; se si tratta di aiuto a morire, scatta eccome il soccorso rosso. La Toscana del Pd, infatti, darà alla Campania del Movimento 5 stelle un dispositivo speciale per l’esecuzione del suicidio assistito, per la cui messa a punto si erano spesi i migliori ingegni del nostro Consiglio nazionale delle ricerche.
Il macchinario, che consente al malato di attivare la pompa per l’infusione del farmaco letale attraverso il solo movimento degli occhi, era servito per dare esecuzione alle volontà di Libera, cinquantacinquenne di Firenze affetta da sclerosi multipla avanzata, deceduta lo scorso marzo.
A disporre il trasferimento dell’attrezzatura è stata un’ordinanza del tribunale di Torre Annunziata, nel Napoletano, investito dal ricorso d’urgenza di una signora malata di sclerosi laterale amiotrofica. A costei erano già stati riconosciuti i requisiti per l’accesso all’iter della «dolce morte», fissati nel 2019 dalla Consulta e precisati nel 2024, quando la Corte costituzionale stabilì che, per «trattamenti di sostegno vitale», non bisognava intendere solo alimentazione e nutrizione artificiale, bensì qualsiasi procedura medica la cui interruzione avrebbe comportato la dipartita del paziente.
Il giudice ha prescritto all’Usl Toscana Nord Ovest di consegnare la strumentazione alla Asl Napoli 3 Sud, che aveva avuto difficoltà a procurarsela autonomamente. In una nota, l’azienda sanitaria ha spiegato che aveva avviato «due distinte consultazioni preliminari di mercato, entrambe concluse senza alcuna manifestazione di interesse».
Dopodiché, l’Asl si era rivolta allo stesso Cnr, chiedendo la fabbricazione di un secondo dispositivo e «dichiarandosi disponibile a sostenerne integralmente i costi». Anche questo tentativo era andato a vuoto. Di qui, la decisione di rivolgersi alla Toscana, «rappresentando, tuttavia, la necessità di completare alcuni passaggi amministrativi e le verifiche tecniche e funzionali ritenute necessarie prima del trasferimento» del marchingegno.
Il punto della lunga precisazione della Asl è ribadire che il verdetto di Torre Annunziata «non contiene alcuna condanna per ritardi o condotte inerti»; semplicemente, ha l’obiettivo «di coordinare e scandire le operazioni ancora necessarie» affinché si concretizzi la macabra solidarietà tra le due regioni. Tant’è che il magistrato «ha rigettato la domanda della ricorrente volta a ottenere l’applicazione, ai sensi dell’articolo 614 bis del Codice di procedura civile, di una penalità pari a 500 euro per ogni giorni di ritardo».
Irene – il nome di fantasia dato, per privacy, alla donna campana dall’Associazione Luca Coscioni – potrà morire come chiede. Questione di dignità? Di certo, la fine delle sue sofferenze terrene, autorizzata dalla nuova tanato-burocrazia istituita dai pronunciamenti della Consulta, curva ancora di più il piano inclinato che, dalla pietà per gli ammalati gravi, conduce verso una banalizzazione alla canadese dell’eutanasia.
Innanzitutto, le ragioni alla base del procedimento avviato al Tribunale di Torre Annunziata confermano qual è il prossimo obiettivo dei radicali, dopo che la Corte costituzionale ha rifiutato di seguirli sull’allentamento dei paletti introdotti dalla sentenza su dj Fabo: velocizzare le procedure, normalizzando il suicidio assistito «espresso».
Nella vicenda di Irene, le lungaggini lamentate riguardavano un iter già accordato; in altre occasioni, gli attivisti se l’erano presa persino con i tempi d’esame delle cartelle da parte delle commissioni delle Asl. La decisione tra la vita e la morte ridotta a un mucchietto di scartoffie da bollinare in serie.
In secondo luogo, l’inedito meccanismo di condivisione regionale sembra andare nella direzione di un «federalismo» del suicidio assistito che, nella sostanza, è stato bocciato dalla Consulta. La quale ha ammesso che gli enti locali disciplinino aspetti organizzativi, negando, però, che possano sostituirsi al legislatore nazionale nell’elaborare – come hanno provato a fare Toscana e Sardegna – requisiti d’accesso alla «dolce morte», nell’introdurre tempi stringenti per l’attuazione delle volontà dei pazienti, o addirittura – era un passaggio della legge sarda – nell’implicare un ruolo del dottore in un atto che, da ultimo, è il paziente a dover compiere. Nonostante ciò, anche la Campania sta valutando una normativa regionale, che reca lo zampino della solita Coscioni.
I fautori dell’autonomismo rinfacciano al Parlamento la presunta inerzia. Nessuno pare prestare attenzione alla gravità della questione in ballo: coinvolgere o meno il Servizio sanitario nazionale. Non è una banalità: ne va della natura della professione dei medici. Quelli che giurano di non dare mai la morte ai malati.
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