Svelato il business dei baby trans. «Creano pazienti perpetui per soldi»
Rachel Levine (Getty Images)

Washington ha deciso di accendere i riflettori sul business della transizione di genere, dichiarando guerra al mercato miliardario nato intorno all’ideologia gender.

Il vicepresidente americano JD Vance ha annunciato di aver inviato al Dipartimento di Giustizia (DoJ) il rapporto dall’evocativo titolo Lupi in camice bianco, elaborato dal Dipartimento della Salute americano Hhs, la principale autorità Usa in materia di salute pubblica, chiedendo che sia aperta un’indagine penale federale sulle strutture sanitarie che hanno, peraltro, utilizzato codici di fatturazione impropri o fraudolenti per ottenere dal programma Medicaid il rimborso per trattamenti legati alla transizione dei minori.

Non si tratta soltanto dell’ennesimo capitolo della guerra culturale americana sulle teorie gender: se le accuse saranno confermate, c’è in ballo una questione molto più prosaica, i soldi. «Si è scoperto che convincere bambini vulnerabili a rifiutare il loro genere può creare pazienti a vita, che sono fruttati agli ospedali decine di migliaia di dollari di entrate supplementari per ogni bambino», ha scritto Vance su X. In cima alla classifica dei nosocomi che avrebbero gonfiato di più le fatture ci sarebbero il Mount Sinai di New York e il Boston children’s hospital.

La tesi dell’Hhs è questa: una combinazione di ideologia, incentivi economici e politiche pubbliche hanno trasformato la medicina della disforia di genere pediatrica in un modello capace di generare entrate di lungo periodo nel Ssn attraverso quattro meccanismi: innanzitutto, la creazione di una domanda medica cronica incoraggiando percorsi terapeutici lunghi e complessi, che automaticamente generano importanti flussi di guadagno; poi, rimborsi assicurativi fraudolenti con diagnosi farlocche; quindi, la pressione istituzionale, professionale e sociale verso la transizione dei minori, privilegiata rispetto ad approcci più cauti o psicoterapeutici («le istituzioni sanitarie sono state catturate dall’ideologia», si legge nel rapporto, «sotto l’amministrazione Biden il governo federale ha spinto attivamente l’accettazione delle procedure di rigetto del sesso per i minori»); e infine, la continuità del trattamento nell’età adulta. Quest’ultimo meccanismo, quello dei «captive patients» è probabilmente la parte più inquietante del documento perché parla di pazienti «catturati» attraverso la creazione di una domanda medica perenne.

E qui subentra il business: endocrinologi, psicologi, laboratori, ospedali, chirurghi e industria farmaceutica hanno partecipato a una filiera nella quale ogni passaggio ha prodotto una nuova prestazione. L’indagine dovrà verificare se, come sembra, gli incentivi economici abbiano «orientato» le decisioni cliniche. Quel che è certo è che «il danno ai giovani americani è più che documentato», si legge nel report.

C’è poi il problema delle fatturazioni fraudolente attraverso diagnosi mendaci, per un ammontare di circa 120 milioni di dollari. Il DoJ non dovrà limitarsi a stabilire se le terapie indicate siano state giuste o sbagliate ma dovrà anche verificare se la diagnosi indicata sulla fattura sia corrisposta davvero alla condizione del paziente: se qualcuno (più di qualcuno, vista la mole di presunte frodi) avesse deliberatamente utilizzato diagnosi false per ottenere rimborsi, si entrerà nel territorio della maxi frode sanitaria.

Lo scenario è quello di un’offerta che negli ultimi anni è esplosa. The Gender Mapping Project aveva conteggiato la presenza di cliniche dedicate alla transizione di genere dal 2007 al 2022, mostrandone la straordinaria crescita: nel giro di pochi anni, intorno alla transizione è cresciuto un intero ecosistema economico, una «gender industry» a tutti gli effetti. Strutture concepite e addestrate, insomma, per speculare e far soldi sui problemi dei minori.

Il New York Times, già nel 2022, ha parlato di uno «stark generational shift», un forte cambiamento generazionale, riportando i dubbi degli studiosi sulle ragioni di questa crescita. Le spiegazioni possibili sono molte: maggiore libertà nel dichiararsi, cambiamento culturale, nuove categorie linguistiche, influenza dei pari, maggiore disponibilità di servizi, mutamento della pratica clinica. Ma sarebbe altrettanto ingenuo fingere che il mercato non abbia alcun ruolo.

Nello squallido panorama di adulti che speculano sui minori, si è fatta strada una figura simbolica di questa stagione americana: Rachel Levine, ex assistant secretary for Health dell’Hhs durante l’amministrazione di Joe Biden. Levine non si è limitata a difendere il diritto degli adolescenti transgender a essere ascoltati: ha sostenuto il modello della cosiddetta gender-affirming care, arrivando a dichiarare che tra pediatri, endocrinologi, psichiatri e altri specialisti «non c’è discussione» sul valore di queste cure per i giovani transgender e difendendo al Senato l’impiego dei bloccanti della pubertà negli adolescenti.

È tramite Levine, fortemente voluta da Biden, che si è fatta strada la «transizione di Stato». Proprio quel modello è al centro della revisione dell’Hhs: il nuovo rapporto mette fortemente in discussione la solidità delle evidenze scientifiche, la (im)prudenza con cui sono stati trattati i minori e soprattutto gli incentivi economici che si sono sviluppati intorno a queste pratiche.

Il paradosso è quasi perfetto: mentre Levine diceva che nel mondo medico non esisteva praticamente alcun dissenso, il sistema che ha contribuito a difendere è oggi sottoposto a un’indagine federale per verificare se, come appare ormai chiaro, oltre alle convinzioni ideologiche ci siano stati anche interessi economici e possibili frodi. «Quest’amministrazione non starà con le mani in mano», ha promesso Vance, ringraziando anche il ministro della salute Robert Kennedy. Toccherà agli investigatori stabilire non «se», ma «quanto» si è orribilmente speculato sulla pelle di bambini e adolescenti.

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