Tutta colpa di quel fetentone dell’anticiclone africano. Come gli ayatollah iraniani a Hormuz o come Giuseppe Conte davanti alla Commissione Covid «sta mostrando una resistenza anomala». Parola di sua maestà Mario Giuliacci. Allora il ceto medio (riflessivo e no) si tuffa nella piscina condominiale, le signore da spiaggia lanciano la moda del ventaglio di madame Butterfly e la classe operaia in canottiera post-bossiana semplicemente suda a rigagnolo ascoltando le previsioni terroristiche dei climatologi d’assalto, fra vaticini e stregonerie.
Il colonnello non fa parte del club, tiene il punto da mezzo secolo e sottolinea in un’intervista a Leggo che «non bisogna confondere il caldo estivo con l’ondata di caldo». Ma alla fine giustifica se stesso e i colleghi: «Se Valentino Rossi va in pista e la moto va in tilt, la responsabilità non è sua. Gli errori sono colpa dei modelli matematici. Avevamo ipotizzato un’attenuazione nella settimana di Ferragosto ma è saltata. Si chiamano previsioni e non certezze. I modelli ci hanno tradito perché l’anticiclone africano sta mostrando una resistenza anomala».
Praticamente ci conferma la labilità dei numeri, spiega con la saggezza che lo contraddistingue il teorema dell’economista premio Nobel Ronald Coase: «Se torturi i numeri abbastanza a lungo confesseranno qualsiasi cosa». Eppure siti web di meteorologia ubriachi di clickbait, stampa mainstream con grafici da fine del mondo, espertoni televisivi autonominati come Luca Mercalli e Mario Tozzi continuano a dipingere realtà da Armageddon, proprio sventolando quei modelli da giorno prima, destinati ad essere smentiti il giorno dopo. Fa caldo, il cambiamento climatico non lo nega nessuno. Ma arrivare ad aggiungere una punta di rosso alle mappe televisive per dare l’idea del rosolamento infernale (il colore bordeaux inizia a 22 gradi) è qualcosa che con il giornalismo non ha nulla a che spartire. Come l’utilizzo del «cherry picking», vale a dire scegliere dal mazzo le ciliegie più buone, i dati che fanno comodo a una tesi, e dimenticarsi sulla scrivania tutti gli altri (tendenza Milena Gabanelli).
Oggi va di moda l’allarmismo spinto. Un esperto di clima molto seguito sul web proprio per la sua pacatezza, Marcello Mazzoleni, proprio ieri lanciava una provocazione dal suo #Meteosincero: «È da qualche settimana che nessuno ci sta più parlando di cosa accade in Francia o nel Regno Unito. O tutti i corrispondenti da quelle zone sono in ferie, oppure (sarà un caso) che non se ne parla perché sono diverse mattine in cui si stanno registrando valori a una cifra anche a Londra e Parigi?». A una cifra, 9 gradi e mezzo, urgono paille e un cambio di paradigma mediatico: da domani il rischio è una nuova glaciazione. Come negli anni Settanta quando Venezia doveva finire paralizzata dalla morsa dei ghiacci o come negli anni Novanta quando il buco dell’ozono avrebbe dovuto ucciderci tutti entro il 2030. Invece si sta richiudendo senza aiutini.
Nelle zone rurali dell’Inghilterra e nel Galles, dove secondo i reportage di metà luglio l’irrevocabile destino del popolo sarebbe quello di andare arrosto fra prati secchi e torrenti asciutti, i farmer hanno cominciato ad accendere caminetti e termosifoni. Notizie in merito sui nostri network, zero. Qui i modelli matematici «spintanei» valgono più della realtà. Prudenza, misura, buonsenso, questi sconosciuti. In Italia siamo tutti schiavi di Enzo Jannacci: «L’importante è esagerare». E il climatologo da «prime time» tende a interiorizzare e a esibire lezioni a noi tristemente note in altri campi.
Così come il virologo mastervirus ha suonato il piffero durante la pandemia (Roberto Burioni, Andrea Crisanti, Fabrizio Pregliasco, Massimo Galli) e adesso latita mentre il totem Anthony Fauci balbetta davanti al Congresso americano; così come il criminologo da salotto ci devasta l’anima risolvendo l’agguato a Giulio Cesare (tu quoque) ma non il delitto di Garlasco; così come l’economista bocconiano ha cominciato ad ammonirci a colpi di spread nell’era Mario Monti e non ha mai smesso; così come il masterchef è uscito dalle cucine con filosofie della casseruola nell’era di Cracco e i suoi fratelli; così come le archistar da bilocale hanno preso il sopravvento nell’era City Life, ecco che l’Italia travolta dalla calura finisce per arrendersi alla rappresentazione apocalittica del climatologo infernale.
Fra «apocalisse», «bolgia dantesca», «bomba climatica» perdono i realisti e vincono i titolisti. Brutta faccenda, ti viene voglia di recuperare le filastrocche dei nostri vecchi («Rosso di sera eccetera…») e guardare fuori dalla finestra. Anche perché, mentre a Roma e a Milano si continua a rimanere abbracciati al Pinguino, sulle Prealpi ha cominciato a piovere. Dopo esserci cascato una volta, Mario Giuliacci predica prudenza: «All’inizio pensavo che la perturbazione in arrivo potesse essere quella risolutiva, ma si rivelerà piuttosto fiacca. Una vera svolta con speranze concrete si intravede tra il 16 e il 17 agosto, grazie a un nuovo fronte atlantico. Dal punto di vista climatico l’estate va dal 1° giugno al 31 agosto: aspettiamo prima di tirare le somme. Non è detto che il 2026 sia il più caldo di sempre».
Quando ti illudi d’esserti riconciliato con la meraviglia del dubbio, ecco la stilettata. Anche il colonnello non rinuncia a lanciare il suo catastrofico anatema. «Se non azzeriamo i combustibili fossili dimentichiamoci il clima mediterraneo: il Sud Italia rischia di assumere il clima del Marocco». Anche sua maestà avanza un tanto al chilo. Se non accade, la colpa non è di Valentino Rossi e neppure sua.
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