L’ex comico che «striscia» ai piedi dei dem

Cognome e nome: Iacchetti Enzo. Il Signor Enzino, un perenne fanciullino di 74 anni.

Dagli esordi al Costanzo Show fino a Striscia la Notizia

Dopo inizi da – ipse dixit – «cabarettaro», è scoperto dal grande pubblico nei primi anni Novanta grazie al Maurizio Costanzo Show, dove si esibisce in poesie e canzoncine «bonsai».

La consacrazione è del 1994.

Antonio Ricci lo chiama a Striscia la Notizia per affiancare Ezio Greggio, di cui è stato per anni «efficace spalla e surreale vittima» (così Aldo Grasso in Enciclopedia della televisione, Garzanti).

Ricci fa parte della sua seconda «trinità personale», insieme a Giobbe Covatta ed Enzo Jannacci.

La prima è costituita dal padre, Giorgio Gaber e Maurizio Costanzo, che portandolo sul palco del teatro Parioli ha cambiato la vita all’allora trentottenne Enzino.

Il percorso politico: dal Pci fino al M5s

Da ultimo, innalzato a furor di popolo agli onori degli altari della Chiesa dei Mantra progressisti, un novello maître-à-penser schierato dalla «parte giusta della Storia», e quindi, ça va sans dire, a sinistra.

A 18 anni, cresciuto come me con il mito di Enrico Berlinguer, era infatti consigliere comunale per il Pci.

Poi però ebbe una crisi di rigetto, «ho smesso perfino di andare a votare», per poi tornare a farlo per il partito fondato da un collega: il M5s.

Contento dei grillonzi? Mica tanto: gli hanno lasciato «l’amaro in bocca. Arrivati al vertice, sono apparsi più impegnati ad accaparrarsi seggiole e poltrone, che a mantenere le promesse».

Qualcuno era comunista, cantava proprio Gaber.

«Sì, ma Gaber stesso alla fine non ne poteva più di etichette e slogan, c’ha fatto addirittura una canzone, Destra-sinistra. Ed era il ’94, l’anno del mio debutto a Striscia», e quindi del suo ingresso nello squadrone dei «rossi» a libro paga di Silvio Berlusconi, si potrebbe opinare, scadendo però nel banal grande.

Il rilancio a Cartabianca e la lite con Mizrahi

Con l’archiviazione del programma-culto, Iacchetti sembrava destinato all’oblio.

Lo salva Bianca Berlinguer, che gli regala una nuova giovinezza ospitandolo a È sempre Cartabianca.

Dove fa il botto nella puntata del 16 settembre 2025, diventata memorabile per una frase, tra l’agghiacciante, il lunare e il balordo, buttata lì da uno dei partecipanti al talk show.

Si parlava della rappresaglia infinita dell’esercito israeliano a Gaza e dintorni, con le sue decine di migliaia di palestinesi uccisi.

Iacchetti non prende bene (è un eufemismo) i primi interventi di Eyal Mizrahi, presidente della Federazione Amici di Israele, che peraltro aveva definito il governo di Bibi Netanyahu «il peggiore nella storia di Israele» (per aver imbarcato i ministri naziultraortodossi).

Ma aveva anche aggiunto che era Hamas a dover rispondere di tutti quei morti.

La frase fa partire la brocca a Iacchetti: «Non si possono ascoltare ’ste stronzate», «sei venuto a fare una figura di merda», per poi evocare la mattanza dei bambini.

Ed è qui che arriva la spiazzante esortazione rivolta a Iacchetti da Mizrahi: «Definisci bambino».

Come se invece che in un’arena televisiva, dove anche solo una smorfia può incendiare il dibattito, si fosse trovato a una tavola rotonda organizzata dall’Unicef sull’inverno demografico italiano. Iacchetti, occhi fuori dalle orbite: «Vergognati!», «Non ti faccio parlare», arrivando a bacchettare financo la conduttrice: «Hai fatto male a invitarlo».

A quel punto Mizrahi gli dà del «fascista», e Iacchetti sbraca: «Cos’hai detto, stronzo? Vengo lì e ti prendo a pugni».

Nota a margine: Naza, il documentario premiato a Venezia, realizzato da israeliani con ufficiali dell’intelligence militare israeliana e soldati (che hanno raccontato le «zone di annientamento», i cecchini che sparano ai civili «come in un videogioco», la macabra contabilità che indica il margine di vittime civili considerato tollerabile in ogni singolo attacco), dimostra che per l’Idf la miglior definizione di «bambino» era «un danno collaterale come un altro», e che «crimini di guerra» non è solo un modo di dire.

Da comico a guru dell’opinione pubblica

In realtà, lo Iacchetti barricadero si era già visto in azione nello stesso talk show il 24 giugno 2025, dove aveva espresso il suo sdegno per la tragedia vissuta dal popolo palestinese: «Io ci sto male, io faccio il comico e non faccio più ridere come prima» – «da mo’», da un bel pezzo, avrà commentato qualche suo detrattore – «non riesco più a fare uno spettacolo, nemmeno a fare il cretino, che è quello che mi serve per guadagnarmi il pane».

Da quel momento, Iacchetti è assurto al ruolo di guru.

Le sue riflessioni, spesso improntate all’ovvio dei popoli, considerate come scolpite sulle Tavole della legge.

Lo si chiama per fargli vestire i panni dell’oracolo illuminato e illuminante su politica e geopolitica.

A rischio esondazione (sua).

Perché si sa: gureggia oggi, gureggia domani, l’applauso facile del «pubblico pagante» è inebriante e porta a far slittare il piede sulla frizione.

Sanremo, la musica e le provocazioni sulla politica

Luglio 2026.

Iacchetti è intervistato nell’ambito della rassegna musicale Naturalmente pianoforte.

In un contesto del genere ti aspetti che il Signor Enzino faccia notizia per aver rievocato, che so, i rapporti con papà Antonio, scomparso a soli 57 anni, che voleva tenerlo lontano dal mondo dello spettacolo, «un ambiente fatto di droga, prostitute e raccomandazioni» (ah, l’infinita saggezza dei genitori).

Oppure per aver spiegato perché fu scartato al colloquio per un posto in banca: «“Iacchetti, lei è un comunista”, mi apostrofarono. Portavo i capelli lunghi, ero tutto peace & love, suonavamo il beat alle feste dell’Unità. Mi intimarono: “I capelli può tirarseli indietro, però basta con la chitarra”. Allora non vengo».

Oppure per aver elencato i tentativi di andare a Sanremo, cercando di bissare l’esperienza, allora innovativa (era il 1994) di Giorgio Faletti e il suo Minchia signor Tenente: «La bocciatura più clamorosa è stata con Migranti, un brano scritto per me da Francesco Guccini. Il direttore artistico Claudio Baglioni la scartò dicendo: “Iacchetti non è un cantante”». Iacchetti offre un’altra chiave di lettura: «Baglioni punì me perché con Francesco erano cane e gatto». E poi: «Se io non sono un cantante, anche lui non è un presentatore, e si vede. E allora?», senza dimenticare che anche Guccini infilzò «quella sua maglietta fina»: «Guarda te, il compagno Baglioni adesso parla di disperati in mezzo al mare, ma la mia canzone l’ha cestinata». Baglioni replicò che non ne sapeva nulla, affermazione peraltro singolare in bocca al direttore artistico del Festival.

Oppure, ancora, per aver svelato le ragioni del dissing con Gianni Morandi e il direttore artistico dell’epoca Gianmarco Mazzi (lo è ancora, dietro le quinte e in penombra, come «puparo» di Stefano De Martino, anche se nel frattempo è diventato ministro del Turismo), lite finita con 40.000 euro di risarcimento pagati da Iacchetti per chiudere la querelle legale innescata dai suoi post sanguigni sulla scarsa trasparenza dei meccanismi di selezione dei debuttanti, tra Sanremo social e Area Sanremo (nella citazione in giudizio Mazzi e Morandi lasciarono altresì intendere che forse l’alzata di scudi non era stata disinteressata, causa esclusione del figlio Martino Iacchetti. Oggi il Signor Enzino è laconico: «Morandi? Non ci parliamo più. Fine»).

Invece rivela di sognare Matteo Salvini «fermo su un Frecciarossa fra Firenze e Bologna, con 40 gradi e senza aria condizionata» e Roberto Vannacci intento ad «asfaltare le strade di notte, a 40 gradi».

Per poi passare a Orazio Schillaci, scandendo testualmente: «Vorrei vedere il ministro della Sanità andare in un ospedale, avere bisogno di una Tac o di una risonanza magnetica, e sentirsi rispondere «ci dispiace, la prima libera è fra otto mesi». E allora «voglio vederlo morire prima, come succede in tanti casi da noi».

Non l’avesse mai detto (infatti poteva dirla meglio).

Le ritrattazioni e l’incertezza sul futuro lavorativo

Iacchetti è costretto a correre ai ripari rivolgendosi a Schillaci con una versione «addomesticata» dell’accaduto: «Io non le ho mai augurato di morire, mi creda. Ho fatto solo un esempio, una gag simpatica (ma mimica, postura e vis polemica nel video fanno intendere ben altro, nda). Ho detto: mettiamo che il ministro della Sanità chieda una Tac e gliela fissino dopo mesi. Può darsi che muoia, come succede a tanta gente deceduta prima di avere gli appuntamenti per gli esami».

E dire che subito dopo lo scontro con Mizrahi, un anno fa, aveva giurato: «Vorrei dire a tutte le testate televisive: non chiamatemi perché ormai il mio pensiero lo conoscono tutti (però il 12 settembre scorso era sul Nove a «vergognarsi» del programma elettorale di Vannacci, nda), non sono un’opinionista, vorrei tornare a fare il mio mestiere che non so perché sta rallentando. Cioè sto perdendo parecchio lavoro. Ho parlato ieri con Morgan che mi ha detto la stessa cosa, “non mi vuole vedere più nessuno”».

Sinceramente non glielo auguro.

Ma è la spietata legge del consenso social-televisivo: tanto è granitico quando ti travolge come un tornado, quanto è friabile ed effimero appena il vento gira.

Da non perdere

Pensiero unico

Malkovich salva la Mostra di bolliti e pro Pal

Nel ruolo di spia cinica e svagata, l’attore americano tiene in piedi da solo l’ottimo «Wild horse nine». Per il resto, la kermesse è stata discreta, tra Moretti e Amelio modesti, la solita madrina che ostenta il supporto a Gaza e giovani promesse non mantenute.

Il film che non piace a Kiev in Italia non c’è
Pensiero unico

Il film che non piace a Kiev in Italia non c’è

Nessuna distribuzione nello Stivale per «Dau», del regista russo Khrzhanovsky. Benché abbia rinunciato alla cittadinanza, gli ucraini non lo volevano in concorso ma lui li ha spiazzati: «Spero vinciate la guerra». L’opera parla di un fisico geniale.