Pubblicità Novig con Sydney Sweeney a Times Square
Una pubblicità di Novig con Sydney Sweeney a Times Square, New York (Getty Images)

Ma insomma, chi è questa Sydney Sweeney? Ha 29 anni, è nata nello stato di Washington, ha un viso da casting di Baywatch e un corpo intriso dell’impudenza di essere ovvio, se fossimo negli anni Ottanta. Ma siccome non lo siamo, è divisivo. Intorno alla boombastica Sydney è tutta campagna: campagne pubblicitarie, campagne elettorali, campagne militari. I social la amano per le sue trovate promozionali, alcune femministe la odiano per lo stesso motivo. E intanto lei incassa. Soldi e popolarità.

I repubblicani americani la santificano come una Giovanna d’Arco anti woke e vedono in lei il ritorno all’emancipazione della bellezza classica che se ne infischia dei tribunali della morale. Sydney divide, ma partendo da un presupposto: è una brava attrice, interpreta ruoli complessi e la sua fisicità va ad occupare un tassello estetico da qualche tempo accantonato nello showbiz. È quella che le sciure della Milano da bere avrebbero definito «una bella figliola che sa il fatto suo». Lei lo sa, in effetti, e se ne compiace.

Leggenda narra che per convincere i suoi genitori a permetterle di dedicarsi alla recitazione, abbia presentato loro un piano aziendale quinquennale, neanche fosse Breznev. Spopola nella serie Hbo Euphoria col ruolo di Cassie, nelle prime stagioni liceale ossessionata dall’ex fidanzato della sua migliore amica, e nell’ultima, uscita nel 2026, sex worker (la chiamano così, sarebbe più elegante il post-aristotelico peripatetica) con un profilo redditizio su OnlyFans; è nota per la serie White Lotus. E per le innumerevoli polemiche dietro a ogni sua trovata.

Lo spot Novig e la reazione delle atlete

L’ultima in ordine di tempo riguarda uno spot per l’azienda di scommesse sportive Novig: la si vede seminuda, intenta a coprirsi di volta in volta capezzoli, sedere, gambe con palloni da football, mazze da baseball, addirittura viene fotografata mentre è seduta in mezzo a un canestro di basket. Ammicca un poco, poi sussurra: «È solo sport».

La reazione di molte sportive professioniste è stata repentina. «Chiudi quella c…o di bocca», hanno replicato le giocatrici della squadra di calcio femminile del Norimberga, allestendo quasi un processo. La campionessa olimpica australiana Ariarne Titmus ha sottolineato come quella provocazione pubblicitaria metta in ombra i sacrifici delle atlete per preparare le gare: «Non riesco a descrivere quanto mi senta infuriata, è un calcio in faccia a ogni donna che ha dedicato la sua vita a perfezionare la propria arte, ma anche a ogni donna che ama lo sport per quello che è veramente: lavoro di squadra, amicizia, dedizione, eccellenza, unità. Come possiamo vivere in un mondo in cui monetizzare il corpo femminile e sessualizzare lo sport femminile è ancora una realtà?».

La velocista britannica Amy Hunt, vincitrice di quattro medaglie d’oro ai Campionati europei e quarta classificata nei 200 metri ai Campionati mondiali di atletica la scorsa domenica, ha pubblicato una sua foto, commentando: «Sydney Sweeney, ecco come appaiono le donne nello sport: duro lavoro, sangue, sudore, lacrime».

La chiave della polemica sta in un termine: l’accusa di «sessualizzazione», di mostrare, cioè, il corpo delle sportive attraverso una lente che ne amplifica il potere concupiscente verso l’osservatore. La Sweeney, niente affatto turbata, ha risposto postando sui suoi profili web diverse copertine di riviste arcinote con pose di campionesse famose, tra cui Serena Williams in cui, come si dice, i corpi non lasciano spazio all’immaginazione.

E c’è chi ricorda come sport e nudità un tempo fossero legati a filo doppio: l’agoghè degli antichi spartani era praticata senza vestiti sia da uomini, sia da donne, e le stesse Olimpiadi in Grecia non prevedevano abiti per i partecipanti. Osserva qualcuno come i meccanismi odierni non facciano poi distinzione di genere: quando Matteo Berrettini durante una partita si cambia la maglietta, gli sdilinquimenti social fioccano. Forse accade perché ogni cosa può essere sessualizzabile dall’occhio di chi la guarda con intenzione, anche se venisse istituita la psicopolizia. Fatto sta che a trarre beneficio dalla diatriba è stata proprio l’azienda Novig, che ha visto crescere le visite sui suoi siti. E Sydney il suo conto in banca, considerato che della Novig è pure azionista.

Dai jeans di American Eagle alla polemica sull’eugenetica

Qualcosa di analogo era capitato nel 2025. In quel caso, il marchio di abbigliamento American Eagle la scelse come testimonial dei suoi blue jeans, rappresentandola mentre li indossa con lo slogan: «Sydney Sweeney has great jeans», un gioco fonetico in cui «jeans» si pronuncia «genes», a significare sia i pantaloni, sia i geni del corpo. Calzoni belli e genetica pure, il significato sottinteso. Le accuse di propagandare il suprematismo bianco, l’estetica della bellona bionda e persino l’eugenetica non sono mancate.

Come prevedibile, la pubblicità era stata studiata per raggiungere quello scopo. Il valore azionario dell’American Eagle salì di colpo del 12%. Katie Gatti Tassin, commentatrice e co-conduttrice del podcast statunitense Diabolical Lies, individua il nocciolo della questione: «Ingaggiano Sweeney per servizi fotografici sexy che sono concepiti appositamente per scatenare polemiche», ha detto al New York Times. «È associata alla capacità di creare clamore attorno a un marchio per aumentarne la visibilità».

Le altre campagne e il ritorno dell’estetica anni Cinquanta

Come quando l’attrice era diventata il volto di una campagna per una saponetta di Dr. Squatch, marchio nordamericano di prodotti per la cura e l’igiene maschile, presentata come se fosse stata realizzata con l’acqua in cui la stessa Sweeney aveva fatto il bagno. O come quando, pochi giorni prima del caso Novig, era stata attaccata per il lancio della nuova collezione di intimo Syrn. Le foto e i video per la campagna, in cui l’attrice indossa biancheria intima aderente, reggicalze, giarrettiere di pizzo, sono girate su un set allestito alla maniera di una cucina degli anni Cinquanta. Ai gruppi femministi statunitensi l’estetica aveva ricordato quella delle «tradwife», ovvero le influencer antifemministe vicine ai gruppi trumpisti.

Sydney Sweeney e la frattura del femminismo

Il punto forse sta lì. Da un lato, l’attrice si muove con consapevole libertà portando il corpo dove tira il vento. Gli anni Ottanta col loro immaginario stanno facendo presa sul pubblico, magari come reazione ad anni di austerità minimal: non è un caso che Victoria’s Secret, il marchio di lingerie, abbia annunciato un ritorno alle passerelle delle supermodelle, dei push-up, dell’estetica di Adriana Lima, di Gigi e Bella Hadid. Segno forse che le donne, cioè le clienti dell’azienda, vogliano identificarsi con quel tipo di ispirazione?

E poi la Sweeney coglie in pieno la frattura filosofica del femminismo contemporaneo, realtà assai frastagliata. Alcune come Camile Paglia sostengono che negare la bellezza di un corpo per paura di essere oggettificate sia puritanesimo travestito da progressismo. Altre invece, come Judith Butler, che i canoni di bellezza tradizionali siano solo performativi, usati per sfruttare a fini economici e pratici un concetto di femminilità pianificato a tavolino. Forse la verità sta nel mezzo: la Sweeney non si toglie i vestiti, si toglie il pensiero che siano gli altri a giudicare il perché li toglie. E intanto monetizza in popolarità, come da consuetudini social.

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