La storia di Jason Arday sembrava scritta da uno sceneggiatore di Hollywood con il manuale della Diversity, Equity and Inclusion (Dei) aperto sulla scrivania. Gli ingredienti per il kolossal del riscatto c’erano tutti: un bambino nero dei sobborghi londinesi, una diagnosi di autismo, il mutismo fino agli undici anni e l’analfabetismo fino ai diciotto. Poi la folgorante metamorfosi: lo sport, la beneficenza milionaria, un dottorato e infine, a soli 37 anni, la cattedra a Cambridge.
Il caso Arday e il sistema accademico britannico
Nel 2023, Arday è diventato il più giovane docente nero nella storia del prestigioso ateneo britannico, incensato dall’intellighenzia progressista mondiale. Era la parabola perfetta, insomma. Talmente perfetta che nessuno, nei salotti accademici, ha osato compiere il gesto più volgare e anti progressista del mondo: controllare se fosse vera.
Il sistema, infatti, aveva già deciso il finale: per Cambridge, Arday era il manifesto vivente dell’inclusività; per i media, un’edificante macchina da click; per il circuito Dei, un’icona da esibire nei panel. Le tracce di questa glorificazione collettiva sono rimaste impresse nel web e, alla luce dei fatti, oggi risultano imbarazzanti: l’intero sistema mediatico mondiale ha alimentato il mito del «miracolo vivente», l’uomo capace di correre centinaia di miglia con una gamba fratturata e di sconfiggere l’analfabetismo per conquistare la cattedra più ambita del Regno Unito. Più che la sobria cronaca di una carriera universitaria, la copertura mediatica è stata una sfilata di agiografie acritiche.
Le accuse che hanno travolto Arday
Poi, il sipario è crollato. Arday è morto a 41 anni, pochi giorni dopo essersi dimesso da Cambridge, travolto da accuse di plagio e incongruenze biografiche. La sua morte, un probabile suicidio, ha trasformato uno scandalo di corridoio in una tragedia umana cupa e imbarazzante, mettendo a nudo come l’aristocrazia accademica britannica abbia preferito coccolare un feticcio identitario piuttosto che verificare la solidità della sua storia.
Il castello di carte ha cominciato a tremare a luglio, quando il filosofo Nathan Cofnas ha riaperto il dossier sulla tesi di dottorato di Arday, evidenziando (in un articolo su Substack dall’eloquente titolo «Dei fraud and cover-up at Cambridge») vistose «somiglianze» con studi di altri accademici. Retraction Watch ha poi pronunciato la parola definitiva: «plagio esteso».
Le reazione di Cambridge
La prima reazione di Cambridge è stata un riflesso pavloviano: difendere il professore e bollare tutto come una «vile campagna di fango». Poi, davanti all’evidenza, l’ateneo ha dovuto innestare la retromarcia, aprendo un’indagine interna. Il 5 agosto, Arday si è dimesso e giovedì scorso è stato trovato senza vita nella sua casa di Londra. La polizia parla di morte «non sospetta», i media di apparente suicidio.
Arday e la questione razzismo
Subito dopo il decesso, è scattato il soccorso ideologico. Il sindaco di Londra Sadiq Khan ha parlato di «gogna pubblica perniciosa», il premier britannico Andy Burnham ha espresso il proprio cordoglio alla famiglia e la deputata laburista Zarah Sultana ha sfoderato la carta del vittimismo: se fosse stato bianco e borghese, nessuno lo avrebbe toccato.
Il salto mortale più spettacolare lo ha fatto Ibram X. Kendi, guru dell’antirazzismo americano, con l’articolo «I media hanno linciato Jason Arday». La parola «linciaggio» era lì nell’armadio della retorica, pronta all’uso, ma la domanda è rimasta lì, ostinata e scomoda: se le accuse erano così infondate, perché Cambridge si è vista costretta a indagare sulle credenziali del suo stesso docente?
Le menzogne biografiche
Tra i miti della biografia di Arday figurava persino una testa di maiale recapitata alla sua famiglia come intimidazione razzista. Peccato che la Metropolitan Police non ne abbia traccia nei propri archivi. Idem per i traguardi sportivi e le raccolte fondi, mentre i compagni di scuola hanno smentito la storia del mutismo e dell’analfabetismo: tutte balle.
Come ha fatto un curriculum così iperbolico a superare i filtri di università, editori e testate giornalistiche senza uno straccio di controllo? Il vero fallimento è di Cambridge, più che di Arday.
Alle accademie interessa quanto sei spendibile
Il punto, va detto, non è se Jason sia stato arruolato grazie a una quota etnica. La verità è più ipocrita: oggi il mercato delle vanità accademiche non assume professori, compra pacchetti narrativi preconfezionati. Non importa cosa hai scritto, importa quanto è spendibile la tua epopea nei panel aziendali.
Così, se qualcuno solleva un dubbio metodologico, la risposta della gerarchia non è aprire i cassetti, ma sguainare l’accusa di lesa maestà: «Chi è il barbaro che vuole abbattere l’idolo?». La macchina istituzionale ha difeso il prodotto finché ha potuto, accorgendosi troppo tardi che mancava il controllo qualità. Ma la tragedia umana non cancella il disastro etico.
Le università dovrebbero cercare studiosi
La lezione è di una semplicità disarmante: un’università non deve cercare santi o eroi da copertina, ma studiosi. Di fronte a una favola troppo bella per essere vera, la risposta più inclusiva, scientifica e autenticamente antirazzista sarebbe stata la meno glamour di tutte: «Per favore, mi mostri i dati».
Perché il dramma non è solo che un uomo possa aver mentito: il vero dramma è che un intero sistema culturale abbia avuto un disperato, cinico bisogno di credergli e di venderlo come tale.
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