Jacopo Rosatelli
Jacopo Rosatelli, assessore al Welfare del Comune di Torino (Ansa)

Ripetutamente, negli ultimi mesi, Elly Schlein ha indicato fra le priorità del Partito democratico la sanità, che dovrebbe essere uno dei grandi temi su cui il campo largo potrebbe trovare un terreno di unione. Sembra tuttavia che i dem abbiano un’idea di salute vagamente discutibile, e decisamente filtrata dall’ideologia.

A Torino torna l’idea delle stanze del consumo

Lo dimostra ciò che avviene a Torino, dove il Comune ha avviato un percorso per valutare la realizzazione di una «stanza del consumo» per le persone tossicodipendenti. Si tratta di quelle che un tempo venivano chiamate, in modo più brutale, stanze del buco.

Non è di certo una trovata originale. Tra il 2007 e il 2008 a uscirsene con una proposta analoga fu l’allora sindaco dem Sergio Chiamparino, il quale spinse molto per la «somministrazione controllata di sostanze stupefacenti in ambito sanitario».

Il sindaco ottenne sulle prime l’appoggio di Livia Turco, ministro della Salute: «È una proposta che non c’entra con l’antiproibizionismo, ma riguarda la sanità pubblica, ed è già praticata in molti Paesi europei, anche dove vigono politiche proibizioniste. L’iniziativa non può non avere il mio plauso».

In realtà non se ne fece nulla. A frenare il progetto furono anche gli ostacoli normativi legati alla disciplina sugli stupefacenti. L’articolo 79 del Testo unico, infatti, prevede sanzioni per chi adibisce o consente che un locale venga utilizzato come luogo di consumo di sostanze stupefacenti.

Quello delle stanze del buco, tuttavia, è rimasto un pallino della sinistra. Nel 2012 fu Giuliano Pisapia, sindaco di Milano, a rilanciare il tema. Gli risposero, tra gli altri, varie associazioni da tempo attive nel contrasto al consumo di droghe e nel sostegno alle persone con dipendenza, da San Patrignano in giù.

La «riduzione del danno» e le critiche

«Il problema della droga è educativo, esistenziale, di significato. I risvolti sanitari esistono, ma non sono il problema principale. Queste sale servono solo a nascondere il problema e a tranquillizzare la propria coscienza», disse a Tempi Silvio Cattarina della comunità di recupero di Pesaro per tossicodipendenti «L’Imprevisto».

«Dietro iniziative come quella delle sale da iniezione c’è sempre della buona fede, però c’è dentro anche poca ricerca, speranza e aspettativa. I tossicodipendenti sono sfortunati, alcuni hanno un passato terribile, ma non è vero che sono per forza perduti e sconfitti. Ribelliamoci a questa logica deterministica. Si fanno le sale del buco perché si pensa che nella realtà non ci sia una chiamata, un invito, una vocazione per ciascuno. Di conseguenza, si cerca di risolvere tutto con delle tecniche, degli artifici».

Non aveva torto. Ad animare le cosiddette «narcostanze» è, nei fatti, la rassegnazione, presentata come «riduzione del danno». Invece di affrontare la tossicodipendenza la si accompagna, concentrandosi semplicemente sugli aspetti igienici del problema.

Si potrebbe dire che si accetta la dipendenza come qualcosa di inevitabile, che è poi l’approccio portato avanti dai centri sociali ormai da decenni. Le stanze, disse ancora Silvio Cattarina, «sanciscono pubblicamente, ufficialmente ed esteticamente la sconfitta, che la droga non si può vincere, che il male è inesorabile. Così cerchiamo di rendere bello il male, rinunciamo a risolvere il problema, giochiamo al ribasso con le persone. Invece noi dovremmo santificare il bene e non il male».

La simulazione a Torino

Ebbene, a Torino hanno deciso di riproporre una visione che l’autore del pezzo considera tipica degli ambienti antagonisti. Un po’ come hanno fatto a Bologna, dove è stata avviata una sperimentazione sulla distribuzione di pipe per il crack ai consumatori.

«Abbiamo istituito un tavolo permanente con Asl, Terzo settore e Università», dice ai giornali Jacopo Rosatelli, assessore al Welfare in quota Avs, che sembra intenzionato a seguire la sua strada anche se Regione e governo hanno già manifestato contrarietà all’iniziativa. Il Comune, per ora, sta lavorando a uno studio di fattibilità per capire come arrivare alla realizzazione di una struttura dedicata al consumo con la presenza di operatori sanitari.

Della questione si è parlato nel corso di un evento, intitolato proprio «Le stanze del consumo», che si è tenuto venerdì a Torino per festeggiare i trent’anni dell’associazione L’Isola di Arran, con il patrocinio del Comune di Torino. Susanna Ronconi del Forum droghe ha raccontato la storia delle stanze del buco, poi si è tenuta una tavola rotonda sull’argomento e, per concludere in bellezza, è stata organizzata una simulazione, anzi due, di stanza del consumo a scopo di «sensibilizzazione». L’iniziativa e le due simulazioni sono state presentate dalla stessa associazione.

«L’obiettivo della Stanza del consumo», si legge nella presentazione ufficiale della simulazione, è quello di «far capire concretamente, a cittadinanza, operator* e istituzioni, come funziona una stanza del consumo. Lo facciamo ricostruendo gli ambienti, le procedure e le attività che caratterizzano questo tipo di servizio. Il pubblico attraversa gli spazi accompagnato da operatori e operatrici, scoprendo il funzionamento del servizio: le modalità di accesso, le regole, gli interventi di prevenzione e assistenza, il ruolo delle diverse figure professionali coinvolte».

L’Isola di Arran, del resto, da sempre ha scelto come paradigma quello della già citata riduzione del danno. E, a quanto pare, il Comune la apprezza molto, visto che solo nel 2026 le ha finanziato progetti per 198.000 euro.

Lo scontro politico sulla droga

«Mentre noi portiamo a Torino il modello Caivano, cacciando a pedate antagonisti e spacciatori da luoghi trasformati in ruderi e trasformandoli in centri di sport, cultura e aggregazione sana per i giovani, la sinistra non si smentisce mai e ai giovani delle periferie sa offrire solo una cosa, la droga», dice l’assessore regionale piemontese di Fdi Maurizio Marrone.

«Nel campo da calcio di via Oxilia a Barriera di Milano la squadra di rugby di Askatasuna sapeva organizzare solo grigliate e bevute, mentre il Comune lasciava senza strutture le vere società sportive che allenano le migliaia di ragazzini delle vicine case popolari, ma con il fondo del Viminale finalmente potrà tornare al più presto al quartiere. In quella che era invece la Barca occupata, uno squat anarchico lastricato di siringhe e immondizia, lo sgombero delle forze dell’ordine ha messo fine ai rave molesti, mentre la Circoscrizione ha inserito associazioni di giovani che fanno teatro, concerti per le band emergenti e sportelli di servizi al cittadino. Lì il fondo Caivano consentirà di ristrutturare il primo piano reso inagibile dagli squatter, il sotterraneo allagato e allestire il giardino, finalmente ripulito dai rifiuti.

Mentre il governo con il ministro Piantedosi realizza tutto ciò, l’amministrazione comunale promuove le stanze dell’eroina e del crack, suggerendo così di continuare pure a drogarsi a chi è nel tunnel della tossicodipendenza, delle violenze degli spacciatori, delle spaccate e degli scippi per procurarsi la dose».

In effetti sembra che il fronte progressista, nel corso dei decenni, non abbia affrontato alcuna evoluzione. Appare ancora impantanato nei fanghi ideologici dei decenni passati. Intrappolato in battaglie che ormai appassionano soltanto quel che rimane dei radicali, dei centri sociali e pochissimi altri. Slogan triti, teorizzazioni fuori dal tempo. Idee sconfitte dalla Storia che tornano incessantemente con risvolti surreali.

È interessante notare, in conclusione, la contraddizione che l’autore individua nel campo progressista: continua a demonizzare e maledire chi rifiuta un vaccino, ma incentiva chi assume droga. Senza dubbio è una curiosa concezione della libertà e della salute.

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