«Sono molto preoccupato per ciò che succede nel mondo, in Medio Oriente, la guerra di nuovo, dobbiamo essere anche noi annunciatori di pace. Dobbiamo pregare molto per la pace, rifiutare quella tentazione di far male all’altro, la violenza non è mai la strada giusta». Lo ha detto Papa Leone parlando a braccio nel saluto iniziale alla comunità della parrocchia del Quarticciolo dove è in visita. «Dobbiamo rifiutare sempre quello che fa male, come la droga. Dobbiamo dire sempre no alla droga e sì a quello che fa bene», ha affermato alla platea il pontefice. Durante la visita alcuni ragazzi del quartiere hanno donato al Papa una maglia personalizzata con scritto Leone XIV, il Pontefice ha firmato anche dei palloni da calcio.
Can Yaman (Ansa)
Il celebre attore turco, che interpreta Sandokan nella fiction Rai, coinvolto a Istanbul con altre sei persone in un’inchiesta su traffico e consumo di stupefacenti tra i vip. La «stanza segreta» e l’ipotesi dei video-ricatti.
Potrebbe esserci l’ombra del ricatto dietro alle indagini in corso in Turchia su un traffico e consumo di stupefacenti che hanno portato al fermo per alcune ore del noto attore Can Yaman e che stanno facendo tremare il mondo dello spettacolo in Turchia. Can Yaman, popolarissimo in Italia, è stato fermato dopo la mezzanotte di venerdì insieme ad altre sei persone in un blitz che la squadra narcotici ha effettuato in nove discoteche e night club di Istanbul.
Secondo quanto riferito dalla Procura di Istanbul, citata da Turkish Minute, le perquisizioni, a cui hanno preso parte circa 100 agenti della sezione antidroga della polizia di Istanbul, con il supporto della gendarmeria, hanno interessato il noto Bebek hotel sul Bosforo e 9 locali notturni, tra cui il Klein Phonix, uno dei locali più alla moda della capitale turca; sarebbero stati effettuati sequestri di cocaina, marijuana, pasticche, residui di sostanze liquide ritenute stupefacenti, un bilancino e munizioni.
Proprio al Bebek hotel secondo Cnn Turk, citata dalla testata online Hurriyet, gli inquirenti sospettavano l’esistenza di una «stanza segreta» nella quale potrebbero essere state realizzate delle registrazioni. Stanza che, a quanto pare, sarebbe stata trovata durante la perquisizione. La stampa locale, che parla di un possibile «livello superiore» dell’indagine, ora si chiede quale fosse la vera funzione di questa presunta stanza, e chi la utilizzasse, avanzando anche il sospetto di possibili video girati per essere successivamente usati a scopo di ricatto. Dietro al fermo del trentaseienne attore, protagonista di fiction e serie tv, ci sarebbe una soffiata.
Secondo quanto riportato da Hurriyet, durante il blitz qualcuno avrebbe segnalato alle forze dell’ordine che Yaman, presente all’interno di uno dei locali controllati (il nome dell’attore non era tra quelli sui mandati), sembra un night club, aveva fatto uso di droga. Durante la successiva perquisizione a Yaman sarebbe stata trovata addosso della sostanza stupefacente. L’attore, che dopo il fermo è stato condotto presso l’Istituto di medicina legale per gli esami del sangue necessari a verificare l’eventuale consumo di droga, è poi stato rilasciato nel tardo pomeriggio di ieri. Tra i sette fermati dalla polizia turca nell’ambito delle indagini, che riguardano, a vario titolo, le accuse di «possesso di droghe o stimolanti per uso personale», «agevolazione dell’uso di droghe» e «incoraggiamento di una persona alla prostituzione, facilitazione di tale pratica o mediazione o fornitura di un luogo per la prostituzione», oltre a Yaman e alla collega attrice Selen Gorguzel, ci sarebbero anche Ayse Saglam e Ceren Alper, oltre a proprietari di locali, gestori e Youtuber. Al momento non è noto se per le altre persone coinvolte è stato disposto l’arresto o il rilascio come per Yaman. L’indagine, in corso da mesi, è condotta dall’ufficio del procuratore capo di Istanbul attraverso le unità per reati finanziari, narcotraffico e contrabbando e prosegue a ondate: comprende 26 indagati destinatari di ordini di detenzione, ha già portato complessivamente all’incarcerazione di circa 36 persone, nonché a sequestri di beni e alla chiusura temporanea di alcuni locali.
Alcuni indagati risultano latitanti all’estero. L’indagine nella cui rete è finito il protagonista della serie Early Bird era diventata di pubblico dominio lo scorso 5 gennaio con l’arresto di 23 persone a Istanbul, Smirne, ma anche nelle località marittime di Mugla e Denizli. Tra questi l’attore Dogukan Gungor, l’influencer Burak Altindag, la modella e influencer Ceyda Ersoy.
Lo stesso giorno era finito in carcere anche il produttore Muzaffer Yildirim. Quest’ultimo sì, accusato di offrire party privati con tolleranza verso l’uso di droghe. L’uomo è anche il proprietario del Bebek hotel.
Nato a Istanbul nel 1989, Yaman ha un legame profondo con l’Italia fin dalla sua formazione. Il popolare attore si è infatti diplomato al liceo italiano di Istanbul. Un percorso di studi che ha facilitato la parte italiana della sua carriera. Figlio di un avvocato e di una professoressa di lettere, inizialmente segue le orme paterne laureandosi in Giurisprudenza e iniziando per un breve periodo la carriera legale. Ma a 24 anni sceglie la strada della recitazione. La sua carriera decolla nel 2017 con la serie Bitter Sweet - Ingredienti d’amore, ma è con DayDreamer - Le ali del sogno (2018-2019), al fianco di Demet Ozdemir, che la sua popolarità esplode a livello globale, trasformandolo in un sex symbol e facendogli guadagnare il titolo di «Uomo dell’anno» da GQ nel 2019.
Sbarcato in Italia, diventa un volto familiare al grande pubblico. Anche grazie al fidanzamento con la conduttrice di Dazn Diletta Leotta, durata circa un anno, che lo aveva fatto salire agli onori delle cronache rosa. Nel 2021 recita in un celebre spot per la pasta De Cecco diretto da Ferzan Ozpetek, al fianco di Claudia Gerini. La consacrazione nel nostro Paese arriva tra il 2022 e il 2024, quando è co-protagonista con Francesca Chillemi della serie di successo di Canale 5 Viola come il mare, nel ruolo dell’ispettore Francesco Demir.
Il 2025 ha segnato la sua definitiva affermazione con il ruolo da protagonista nella miniserie Il Turco e, soprattutto, nell’ambizioso remake Rai di Sandokan dove ha raccolto la tutt’altro che facile eredità di Kabir Bedi. Una carriera fatta di sole luci, fino alla vicenda delle ultime ore, che a prescindere dalle conseguenze legali (il suo ruolo appare francamente marginale), potrebbe però incidere sulla sua immagine.
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(Arma dei Carabinieri)
I militari del Comando di Milano hanno seguito fino in provincia di Bergamo un Tir sospetto con targa spagnola. Arrestati tre italiani e un cittadino spagnolo. Sequestrate anche armi da fuoco.
Nella serata del 25 novembre i Carabinieri della Compagnia di Milano Duomo hanno arrestato per detenzione illecita di sostanze stupefacenti due bergamaschi, un palermitano e un soggetto di nazionalità spagnola, rispettivamente di 28, 32, 29 e 54 anni.
I militari dell'Arma, nel corso di un più ampio servizio di prevenzione generale organizzato per le vie di Milano, insospettiti da un autoarticolato con targa spagnola di dubbia provenienza, dopo una prima fase di monitoraggio fino alla provincia di Bergamo, hanno sorpreso i soggetti mentre scaricavano 10 borsoni dal mezzo, all’interno di un capannone.
Alla perquisizione, sono stati trovati 258 chilogrammi di hashish, suddivisi in panetti da 100 grammi ciascuno e termosigillati.
L’autoarticolato, sottoposto a sequestro, è risultato dotato di un doppio fondo utilizzato per nascone la droga.
Nel corso dei successivi accertamenti sviluppati nelle abitazioni degli indagati, sono stati rinvenuti in casa del 28enne altri 86 chili di hashish, termosigillati e nascosti all’interno di un congelatore oltre a materiale per il confezionamento, due pistole cariche con matricola abrasa, munizioni e materiale riconducibile ad altri reati tra cui t-shirt riportanti la scritta «Polizia», un paio di manette, una maschera per travestimento, il tutto ancora ancora al vaglio degli inquirenti. Per il 28enne è scattato l’arresto anche per detenzione abusiva di arma clandestina. Nell’abitazione del 29enne sono stati invece trovati altri 4 chilogrammi di droga, anche questi custoditi in un congelatore, suddivisi in panetti da 100 grammi ciascuno e termosigillati. Complessivamente, sono stati sequestrati circa 348 chilogrammi di hashish.
Su disposizione del Pubblico Ministero di turno presso la Procura della Repubblica del Tribunale di Bergamo, i quattro sono stati portati nel carcere di San Vittore di Milano in attesa dell’udienza di convalida.
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La maxi retata nelle favelas di rio de Janeiro del novembre 2025 (Ansa)
- Alcune cellule del famigerato Comando Vermelho sono operative in Portogallo. In tre anni il flusso di cocaina verso il Vecchio continente è cresciuto del 35%.
- I porti di Paesi come Sierra Leone, Senegal e Gambia sono sempre più cruciali per il passaggio della droga.
- L’esperto Antonio Nicaso: «L’uso sempre più sistematico di società di facciata e paradisi fiscali segna una discontinuità. Le autorità non hanno molto tempo per contenere questi sviluppi».
Lo speciale contiene tre articoli.
Il procuratore generale di Rio de Janeiro, Antonio José Campos Moreira, ha ufficializzato una notizia che gli apparati di sicurezza europei temevano da tempo: il Comando Vermelho (CV), la più longeva e temuta organizzazione criminale brasiliana, ha già iniziato a mettere radici nel continente europeo. In un’intervista concessa all’agenzia Lusa, il magistrato ha confermato che cellule legate al gruppo sono operative in Portogallo e coinvolte nel traffico di cocaina e nel riciclaggio di denaro. La presenza è definita ancora «embrionale», ma concreta e strutturata, ed è il primo riconoscimento istituzionale dell’espansione del CV oltre l’Atlantico.
L’organizzazione, nata nelle carceri di Rio alla fine degli anni Settanta dalla collaborazione tra prigionieri politici e criminali comuni, è diventata negli anni un impero criminale capace di controllare interi territori nelle favelas, gestire rotte internazionali, corrompere funzionari e mantenere una struttura paramilitare autonoma. Dopo essersi consolidata in Brasile e aver esteso i propri tentacoli in Paraguay, Bolivia, Venezuela e altri Paesi latinoamericani, ora punta al mercato europeo della droga, dominato da decenni dalla ’ndrangheta calabrese. Secondo gli investigatori, il Portogallo è stato scelto come primo hub europeo per tre motivi principali: condivisione della lingua, presenza di una vasta diaspora brasiliana e ruolo strategico dei porti atlantici. Gli scali di Lisbona, Setúbal e Leixões – già indicati dal Wall Street Journal come una delle principali porte d’ingresso della cocaina sudamericana nell’Ue – vengono usati come punti di sbarco per carichi nascosti in container commerciali.
Il Comando Vermelho nasce negli anni Settanta nel carcere di Ilha Grande, Rio de Janeiro, dall’alleanza tra detenuti comuni e militanti politici di sinistra. Da questa fusione prende forma una struttura criminale organizzata, basata su solidarietà interna e gerarchia. Negli anni Ottanta il CV conquista le favelas di Rio, imponendosi nel traffico di droga e diventando un attore chiave nella criminalità urbana brasiliana. Nel tempo ha affrontato scissioni e guerre con altre fazioni, come il Primeiro Comando da Capital (PCC). Dagli anni 2010, il CV ha esteso le sue attività a livello internazionale, soprattutto nel narcotraffico, e oggi resta uno dei gruppi criminali più potenti e violenti del Brasile, con ramificazioni transnazionali.
In Portogallo il Comando Vermelho avrebbe iniziato a servirsi di imprenditori apparentemente insospettabili, cittadini con doppia nazionalità e società di facciata per movimentare fondi e merci, replicando lo stesso modello già sperimentato in Sud America. La penetrazione non si limita al traffico di stupefacenti: secondo fonti investigative, in alcune zone di Lisbona, Porto e Algarve si stanno verificando episodi di violenza armata, minacce e regolamenti di conti interni alla comunità brasiliana, con dinamiche analoghe a quelle delle favelas. Giovani appena arrivati dal Brasile vengono reclutati come manodopera criminale, e si stanno riproducendo gli stessi linguaggi, le stesse gerarchie e persino i riti simbolici del CV.
Ciò che preoccupa maggiormente le autorità europee è il possibile asse con la ’ndrangheta, storicamente leader del narcotraffico nel continente. Gli analisti non escludono la formazione di un nuovo cartello internazionale in cui mafia calabrese, CV e reti africane collaborano, dividono i profitti e condividono servizi logistici, finanziari e militari. Una parte cruciale della strategia espansionistica del Comando Vermelho passa infatti dall’Africa occidentale. Paesi come Guinea-Bissau, Senegal e Costa d’Avorio sono diventati piattaforme logistiche dove la cocaina viene frazionata, ripulita, stoccata e reinstradata verso l’Europa attraverso imbarcazioni di piccolo cabotaggio, container spezzettati, flotte di pescherecci o voli commerciali. In queste aree la presenza dello Stato è debole, i porti sono permeabili alla corruzione e i gruppi armati locali fungono da intermediari ricevendo una parte dei carichi come compensazione. Secondo dati Unodc, il flusso di cocaina dall’Atlantico verso l’Europa è aumentato del 35% in tre anni e il Brasile è oggi il principale Paese di partenza, con oltre 200 tonnellate sequestrate nel solo 2024.
Il CV non agisce con una struttura piramidale ma attraverso cellule semi-indipendenti che rispondono alla leadership di Rio solo per le decisioni strategiche, rendendo difficile colpire il comando centrale e impedendo lo smantellamento completo della rete. L’aspetto più allarmante, sottolinea il procuratore Moreira, è la capacità dell’organizzazione di infiltrarsi nel sistema economico legale. I proventi del narcotraffico vengono reinvestiti in immobili, ristorazione, turismo, attività commerciali e circuiti di import-export. In Portogallo sono stati già identificati investimenti immobiliari sospetti privi di tracciabilità economica plausibile, soprattutto nelle aree di Lisbona e Algarve, dove affluiscono capitali provenienti da società offshore gestite da emissari brasiliani. Il magistrato avverte che l’Europa ha ancora margini per intervenire, ma che il tempo a disposizione è limitato: se non verrà attivata subito una cooperazione giudiziaria e investigativa con Brasile ed Europol, il CV potrebbe consolidarsi e replicare nel Vecchio Continente lo stesso modello che ha imposto in Brasile.
La minaccia non riguarda solo il Comando Vermelho. Nel giugno scorso, la Procura di San Paolo ha rivelato che il Portogallo è anche il Paese europeo con il maggior numero di affiliati al PCC – Primeiro Comando da Capital –, considerato il gruppo criminale più potente del Brasile e storico rivale del CV. Un’inchiesta del Jornal de Notícias ha documentato che 87 membri del PCC risiedono stabilmente in Portogallo, 29 dei quali infiltrati nelle carceri locali, luogo privilegiato di reclutamento e radicalizzazione. Tra gli esponenti più noti figura André de Oliveira Macedo, alias André do Rap, uno dei boss più influenti del PCC, rimasto nascosto in territorio portoghese per oltre un anno prima di fuggire di nuovo.
Con CV e PCC già presenti in Europa e con le mafie italiane ancora dominanti nella distribuzione della cocaina, lo scenario più temuto è la nascita di un blocco criminale transatlantico basato su logistica condivisa, utilizzo di criptovalute, corruzione sistemica, riciclaggio avanzato e mercati paralleli. Non si tratterebbe più di cartelli nazionali che competono, ma di una rete globale in grado di garantire approvvigionamento, protezione armata, copertura finanziaria e infiltrazione economica. Se il Comando Vermelho riuscirà a consolidare la sua presenza in Europa, non si limiterà a esportare droga ma trasferirà metodo, governance criminale e capacità organizzativa. Dalle celle del carcere di Ilha Grande ai porti dell’Atlantico, passando per le coste dell’Africa occidentale e le banche europee, il gruppo sta completando il percorso che lo trasforma da gang brasiliana a player internazionale del crimine organizzato. E, come avverte il procuratore di Rio, la vera battaglia per fermarlo deve ancora cominciare.
I clan balcanici controllano lo snodo africano
Un’alleanza criminale nata nei Balcani occidentali sta assumendo un ruolo centrale nel commercio globale di cocaina, trasformandosi in un operatore logistico chiave per i cartelli sudamericani. A ricostruire l’organigramma di questo sistema è la Global Initiative Against Transnational Organized Crime (GI-TOC), secondo cui i clan balcanici acquistano direttamente dai loro fornitori brasiliani – in particolare dal poderoso Primeiro Comando da Capital (PCC) – e si occupano poi delle tratte intermedie fino alle coste africane. Non si tratta più di episodi occasionali, ma di un vero meccanismo industriale.
Gli investigatori spiegano che una quota rilevante dei carichi – spesso superiori alle due o tre tonnellate – viaggia occultata fuori dai tradizionali container commerciali. Molta cocaina viene caricata negli scafi di pescherecci modificati o trasferita con piccoli natanti veloci fino alle acque territoriali dell’Africa occidentale. Una volta a terra, il prodotto viene smistato in depositi nascosti tra il Golfo di Guinea e i Paesi limitrofi, dove squadre specializzate lo suddividono e lo reimballano per le rotte successive. A sorvegliare questi punti di passaggio ci sono complici reclutati sul posto: addetti portuali corrotti, appartenenti alle forze di sicurezza e imprenditori di facciata.
Secondo Saša Djordjević, uno degli analisti principali della GI-TOC, la forza di questi sodalizi non sta nella violenza, ma nella capacità di mimetizzarsi: «Utilizzano intermediari per garantire l’accesso, le protezioni politiche e il collegamento con i cartelli, riducendo così i rischi e lasciando poche tracce». Quella degli intermediari è diventata la firma dei trafficanti ex jugoslavi: strutture flessibili, modulari, che possono essere smontate e ricostruite rapidamente, sempre un passo avanti rispetto alle autorità. L’Africa, per anni semplice zona di passaggio, oggi è diventata il centro di gravità del traffico di cocaina diretto verso l’Europa. L’aumento record della produzione in America Latina, insieme ai controlli serrati sulle rotte dirette e all’esplosione della domanda europea, ha trasformato le coste occidentali africane nella nuova dorsale logistica dello smercio. Come sottolinea Fatjona Mejdini, responsabile dell’Osservatorio sui mercati criminali del GI-TOC, «la regione non è più solo un corridoio: è diventata una componente indispensabile della catena di approvvigionamento globale». Il dossier della Global Initiative stima che oggi circa un terzo della cocaina consumata in Europa transiti dall’Africa occidentale. Se la tendenza dovesse consolidarsi, entro cinque anni la quota potrebbe raggiungere il 50%. Dopo la sosta nei depositi costieri, la droga riparte alla volta dell’Europa su container destinati ai porti del Nord – dall’Atlantico fino ad Anversa – oppure attraverso itinerari più agili, via motoscafi veloci, fino agli arcipelaghi di Capo Verde o delle Canarie, che fungono da stazioni di rifornimento e cambio equipaggi.
Al vertice operativo della rotta africana si contendono il territorio due gruppi rivali originari del Montenegro: il clan Kavač, presente in Sierra Leone, e gli Škaljari, attivi soprattutto tra Senegal e Gambia. Entrambi lavorano fianco a fianco con il PCC e con la ’ndrangheta, che da oltre vent’anni rappresenta l’intermediario privilegiato per il mercato europeo. Questa espansione criminale è favorita dalla debolezza strutturale degli Stati coinvolti: porti in crescita ma senza controlli adeguati, traffici marittimi intensificati, forze di polizia a corto di mezzi e governi facilmente infiltrabili. Il risultato è una rotta sempre più redditizia e difficile da intercettare. La nuova «“autostrada della coca» passa dall’Africa, e rischia di diventare irreversibile se non verrà fermata adesso.
«Con la ’ndrangheta c’è già un rapporto di cooperazione»
Antonio Nicaso docente universitario e saggista è tra massimi esperti internazionali di mafie e narcotraffico.
Quali sono gli indicatori concreti che confermano la presenza del Comando Vermelho in Portogallo e, più in generale, in Europa?
«È stato il procuratore generale dello Stato di Rio de Janeiro, Campos Moreira a fare riferimento alla presenza di affiliati al CV in Portogallo, annunciando un protocollo di cooperazione con la magistratura portoghese per monitorare questo fenomeno emergente. Sul piano europeo, gli indicatori più concreti derivano dal mercato della cocaina. Ci sono almeno tre rotte che coinvolgono il Portogallo. Le prime due passano accanto ai due arcipelaghi portoghesi nell’Oceano Atlantico, dove molte imbarcazioni fanno scalo: le Azzorre e Madeira. La terza rotta corre lungo la costa dell’Africa occidentale e comprende Paesi con cui il Portogallo ha affinità storiche, come Capo Verde e Guinea-Bissau. Cambiano anche le modalità di trasporto. Quest’anno, il Portogallo ha intercettato un narco-sommergibile con 1,7 tonnellate di cocaina diretto verso le proprie coste. A questo si aggiungono indagini francesi che collegano casi di omicidi, rapine e traffici all’influenza del CV, individuando reti dormienti attive soprattutto tra Francia continentale e Guyana francese».
Il CV potrebbe davvero costruire un’alleanza stabile con la ’ndrangheta?
«La ‘ndrangheta ha avuto sempre rapporti con il PCC, anche se recentemente, alcuni collaboratori di giustizia hanno fatto riferimento a contatti operativi tra broker della mafia calabrese ed esponenti del CV. Non parlerei però di alleanze, ma di cooperazione funzionale basata sul mutuo interesse, ovvero un rapporto fluido, dinamico, pragmatico, destinato a modificarsi a seconda delle rotte, della pressione investigativa e degli equilibri interni alle due organizzazioni».
In che modo l’utilizzo di società di facciata, logistica portuale e paradisi fiscali sta cambiando le strategie del narcotraffico brasiliano?
«Recentemente, alcune indagini come quella denominata Carbono Oculto hanno messo in evidenza la capacità del PCC di gestire fondi di investimento e di utilizzare strutture fintech come sportelli bancari. L’utilizzo sempre più sistematico di società di facciata, infrastrutture logistiche portuali e paradisi fiscali sta trasformando profondamente le strategie del narcotraffico brasiliano, segnando una netta discontinuità rispetto alle modalità del passato».
Le comunità brasiliane in Europa rischiano di essere infiltrate o usate come copertura? Quali segnali devono allarmare i servizi di sicurezza?
«Le “mele marce” esistono ovunque, e il compito dei servizi di sicurezza è individuare comportamenti sospetti, non colpire identità collettive. La prevenzione passa proprio da questo equilibrio tra attenzione operativa e rifiuto delle generalizzazioni. I segnali da monitorare non riguardano le comunità in quanto tali, bensì comportamenti specifici: movimenti finanziari anomali legati a società appena create; traffici frequenti e inspiegabili verso aree sensibili del narcotraffico; la presenza di soggetti con precedenti rilevanti per reati di droga che improvvisamente ottengono residenze, visti o attività commerciali senza una chiara giustificazione economica; reti di connazionali che operano in settori a rischio – come logistica e porti – con dinamiche di forte chiusura e controllo interno».
Qual è lo scenario peggiore se l’Europa non interviene subito? Parliamo di una nuova «mafia transatlantica» o di un fenomeno contenibile?
«Lo scenario peggiore non sarebbe la nascita di una nuova “mafia transatlantica” nel senso tradizionale del termine, ma piuttosto il consolidamento di reti criminali ibride, capaci di unire la violenza e la flessibilità delle fazioni brasiliane con la capacità logistica e finanziaria delle mafie europee. È uno scenario indesiderabile ma non inevitabile, e oggi è ancora contenibile con interventi tempestivi. La finestra per farlo è aperta, ma non lo resterà per sempre».
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Alfredo Mantovano (Imagoeconomica)
Terminata la due giorni della Conferenza nazionale sulle dipendenze nella capitale. Mantovano: «Per certi giudici qualche chilo di sostanza è per uso personale».
Nella lotta contro le dipendenze è il tempo di prendere «scelte coraggiose». C’è soprattutto determinazione nel discorso del sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano che ieri ha chiuso la due giorni della settima edizione della Conferenza nazionale sulle dipendenze a Roma. Il secondo giorno è stato dedicato alle risposte delle istituzioni con la partecipazione dei ministri di competenza. Antonio Tajani, vicepremier e ministro degli Affari esteri, Giuseppe Valditara, ministro dell’Istruzione e del Merito, Andrea Abodi, ministro per lo Sport e i Giovani, Eugenia Maria Roccella, ministro per la Famiglia, Federico Freni, sottosegretario al Mef, Marcello Gemmato, sottosegretario alla Salute.
E ancora, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, il ministro della Giustizia Carlo Nordio, il ministro del Lavoro Marina Calderone, Anna Maria Bernini, ministro dell’Università e della Ricerca. Istituzioni, esperti e mondo dell’associazionismo hanno dialogato per scambiarsi idee e proposte. «Tutti i soggetti che si misurano sul campo con il problema delle dipendenze chiedono al Dipartimento per le politiche antidroga», ha spiegato il sottosegretario, «di rafforzare il coordinamento e le sollecitazioni a livello dei ministri interessati, gran parte dei ministri che compongono il governo, e quindi a tutto il sistema: non soltanto delle regioni ma anche degli enti territoriali». Un fenomeno allarmante. «Quante madri al colmo della disperazione chiedono che il figlio che pure amano sia arrestato? Sembra il solo modo per fargli smettere di distruggere e di distruggersi. Allora invece che rassegnarci a questa quotidiana disperazione, perché non immaginiamo un sistema nel quale, col consenso necessario dei genitori, con il coinvolgimento diretto della famiglia e su disposizione dell’autorità giudiziaria - quindi tre condizioni - il minore sia obbligato a seguire brevi, personalizzati percorsi terapeutico-riabilitativi in settori esclusivamente dedicati ai minori». Mantovano poi porta all’attenzione anche il tema della giustizia che «non è una variabile indipendente. Questo vale sia per quelle sentenze stupefacenti che a fronte della detenzione di qualche chilo di sostanza ravvisano l’uso personale e che hanno conseguenze devastanti, sia a proposito delle decisioni della magistratura di sorveglianza per le quali sembra che ci sia un federalismo della giustizia, per cui a una latitudine le risposte sono di pochi giorni sul percorso di recupero e altre si fanno attendere mesi o anni». Il sottosegretario interviene anche sulle carceri, annunciando «11.000 nuovi posti con l’assunzione di 2.000 nuovi agenti». Nordio, nel suo intervento, ha approfondito il tema della detenzione differenziata per i detenuti tossicodipendenti. «Dei circa 60.000 detenuti delle carceri italiane il 20% ha a che fare con reati collegati alla tossicodipendenza. Dei malati da curare» spiega «che non sono dei delinquenti da punire». Per Gemmato l’istituzione del Fondo per le dipendenze patologiche previsto dalla legge di Bilancio 2025, che stanzia a partire da quest’anno 94 milioni di euro, con la possibilità di destinarne il 30% all’assunzione di personale sanitario e sociosanitario per i servizi pubblici per le dipendenze». Inoltre, ha spiegato Bernini, «come governo abbiamo investito 300 milioni di euro, tra le priorità il benessere psicologico e il contrasto alle dipendenze. Questo significa aprire sportelli così da trattare con un approccio farmacologico e psicologico il tema».
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