Filippine: l'arcipelago strategico tra Cina e Usa che fa buoni affari con Pechino
- Economia emergente in settori chiave come i semiconduttori, le Filippine sono importanti per il contenimento dell'espansionismo cinese nell'Indopacifico. Anche se legata militarmente ad Usa, Australia e Giappone, Manila è oggi uno dei partner commerciali più importanti per Pechino.
- L'italiano Antonio Pigafetta, cronista di Magellano, racconta la scoperta delle Filippine nel marzo 1521 e la tragica morte del navigatore nella battaglia di Mactan.
Lo speciale contiene due articoli.
Un arcipelago di oltre 7600 isole, una posizione strategica ed una popolazione giovane ed in costante crescita demografica: questa è la Repubblica delle Filippine. La nazione asiatica da anni vede la sua economia consolidarsi ed eccellere in alcuni settori chiave come la produzione di semiconduttori. L’agricoltura è un altro elemento trainante dell’economia di Manila che esporta prodotti agricoli come banane, olio di cocco, ananas ed anacardi ad Hong Kong, negli Stati Uniti, in Giappone ed anche in Cina. Le Filippine sono un’economia emergente e resiliente, con una bilancia commerciale che vede numeri notevoli anche per quanto riguarda le importazioni, soprattutto di componenti elettronici che vengono elaborati. Una quota significativa del bilancio statale proviene dalle rimesse dall'estero, con una diaspora da numeri notevoli un po’ in tutti i continenti. I servizi, un po’ sulla falsariga dell’India, sono un altro pilastro dell’economia di questo arcipelago che fa anche dell’outsourcing una costante fonte di reddito.
Manila, grazie alla sua crescente solidità, è considerata da tempo un attore geopolitico regionale, fortemente conteso e corteggiato sia da Pechino che da Washington. La Cina da tempo sta portando avanti la cosiddetta linea degli undici tratti, una politica estera aggressiva sul controllo del Mar Cinese Meridionale nata nel 1947 con i nazionalisti del Kuomintang che pretenderebbe il controllo della maggioranza del Mar Cinese Meridionale, sovrapponendosi alle zone economiche esclusive di Vietnam, Filippine, Malesia, Brunei e Taiwan e generando così dispute internazionali e una sentenza arbitrale sfavorevole alla Cina nel 2016, che Pechino però non ha mai voluto riconoscere. Ma posizione strategica delle Filippine, situate all’incrocio tra il Pacifico e il Mar Cinese Meridionale, le rende un alleato prezioso sia per le potenze regionali che per quelle globali, interessate al suo ruolo di crocevia delle principali rotte commerciali marittime dell’Indo-Pacifico. L’arcipelago è un perno fondamentale della cosiddetta catena di isole che dovrebbe essere determinante per il contenimento dell’espansionismo cinese che ha costruito diverse isole artificiali ed interrotto diverse rotte di pesca. Manila si è vista sempre più minacciata ed ha deciso di intensificare le relazioni con gli Stati Uniti e firmando accordi di cooperazione militare anche con partner regionali come il Giappone e l’Australia. Ogni anno la marina filippina partecipa ad esercitazioni navali proprio con Tokyo, Washington e Canberra, con l’obiettivo di migliorare il coordinamento in caso di necessità, una mossa che ha scatenato le proteste di Pechino. Anche il Canada è entrato a far parte degli accordi militari delle Filippine con istruttori canadesi che addestrano le forze di Manila. Ma Pechino rimane un partner commerciale fondamentale per le Filippine, che cercano sempre un difficile equilibrio regionale.
Stando agli ultimi dati la Cina rappresenta il 29% delle importazioni totali filippine, con un aumento del 2,8% delle importazioni nell’ultimo biennio. Nel 2025 anche le esportazioni verso la Repubblica Popolare sono cresciute raggiungendo il 10,2 %, il totale dello scambio commerciale di Manila con i partner esteri è di circa 77 miliardi di dollari annui, di cui le importazioni sono il 60%. Gli Stati Uniti occupano il secondo posto nella classifica degli scambi con una crescita costante dovuta al crescente interesse geopolitico nell’area, in totale gli Usa pesano sulla bilancia per 16,8, nonostante i dazi del 19% imposti da Trump. Le esportazioni filippine sono aumentate anche per il Giappone (12,6%) ed i Paesi Bassi (4,9%). Per il periodo gennaio-novembre, le esportazioni del paese sono aumentate a 77,4 miliardi di dollari rispetto ai 67,6 miliardi nello stesso periodo dell'anno precedente. Il presidente delle Filippine Ferdinand Marcos Jr., figlio di Ferdinand Marcos che ha dominato l’arcipelago per vent’anni, si sta muovendo per aumentare il peso della sua nazione, stringendo accordi con altre nazioni asiatiche. Nei mesi scorsi ha visto il Primo Ministro cambogiano Hun Manet, ha espresso gratitudine per la grazia concessa a 13 donne filippine, evidenziando gli sforzi di Manila per mantenere relazioni positive all’interno della regione del Sud-Est asiatico. Grazie a all’Enhanced Defense Cooperation Agreement, firmato nel 2014, gli Stati Uniti hanno un accesso prioritario alle istallazioni militari chiave delle Filippine, un fatto determinante per la dissuasione di eventuali incursioni cinesi e rafforzare la sicurezza marittima. Il grande gioco dell’Indo-Pacifico passa da queste isole che hanno compreso la loro importanza strategica e la faranno pesare sullo scacchiere internazionale.
Le Filippine e la morte di Magellano viste da Antonio Pigafetta da Vicenza
Antonio Pigafetta, nobile vicentino cavaliere dell’ordine di San Giovanni Battista, partecipò tra il 1519 e il 1522 ad una delle spedizioni geografiche più importanti della storia: la circumnavigazione del globo sulle navi comandate da Ferdinando Magellano, finanziato dal re di Spagna Carlo V. Durante gli anni di navigazione, Pigafetta tenne un diario di bordo diventato un testo di riferimento per la descrizione dei luoghi e dei popoli toccati dalla spedizione partita da Sanlucàr de Barrameda (Andalusia) il 20 settembre 1519. Il viaggio verso occidente toccò il Brasile e l’Argentina prima di passare attraverso lo stretto che prenderà poi il nome del grande navigatore spagnolo per passare nelle acque del Pacifico dove, dopo aver passato l’arcipelago delle Marianne, giunse in vista delle Filippine, una terra fino ad allora inesplorata, dove sbarcò il 16 marzo 1521 nell’isola di Saman, punta meridionale dell’arcipelago. Alle parole del diario di Pigafetta le prime impressioni sulle Filippine: «Sabato, a 16 de marzo 1521, dessemo, ne l’aurora, sovra una terra alta, lungi trecento leghe dalle isole de li Ladroni (Le Marianne, ndr), la qual è isola e se chiama Zamal (odierna Samal ndr). El capitano generale (Magellano ndr) nel giorno seguente volse dismontare in un’altra isola desabitata (Homonhon ndr), per essere più sicuro che era di dietro de questa, per pigliare acqua e qualche diporto. Fece fare due tende in terra per li infermi e fece li ammazzare una porca. Luni a 18 di marzo vedessemo da poi disnare venire verso di noi una barca con nove uomini, per il che lo capitano generale comandò che niuno si movesse, né dicesse parola alcuna senza sua licenza». Il primo incontro con gli abitanti dell’arcipelago, così riportò Pigafetta, fu pacifico. Gli spagnoli battezzarono così le Filippine con il nome di arcipelago di San Lazzaro, essendo stato scoperto la domenica del santo.
Per primo gli equipaggi delle navi spagnole incontrarono il re di Zuluan (odierna Suluan). Secondo il resoconto dell’attendente di Magellano i rapporti furono distesi, tenendo presente che gli europei scaricavano l’artiglieria dalle navi mostrandone la potenza agli indigeni in via preventiva. Dall’incontro con questo primo re locale, il rajah Colambu, sono descritti i costumi delle popolazioni dell’arcipelago.
De dietro de questa isola stanno uomini che hanno tanto grandi li picchetti de le orecchie, che portano li bracci ficcati in loro. Questi popoli sono Cafri, cioè Gentili, vanno nudi con tele de scorza d’arbore intorno le sue vergogne; se non alcuni principali, con tele de bambaso lavorate ne li capi con seta a guchia. Sono olivastri, grassi, depinti, e se ongeno con olio de cocco e de giongioli per lo sole e per il vento. Hanno li capelli negrissimi, fino a la cinta, e hanno daghe, coltelli, lance de oro, targoni, fiocine, arponi e reti per pescare come rezzali. Le sue barche sono come le nostre […]
Pigafetta fu testimone dei rapporti tra la corte di Colambu e Magellano, degli scambi di beni tra i due popoli (le spezie contenute nelle navi spagnole ma anche vestiario e coltelli), dei pranzi presso la dimora del re e dei tentativi di conversione al cristianesimo nei giorni attorno alla Pasqua del 1521, caratterizzati da banchetti in cui Pigafetta racconta di aver visto scorrere molto vino (in realtà un distillato di cocco fermentato) e carni di porco e pesce. El figliuolo maggiore del re, ch’era il principe, venne dove éramo: il re li disse che sedesse appresso noi, e così sedette. Fu portato due piatti, uno de pesce con lo suo brodo, e l’altro de riso, a ciò che mangiassemo col principe. Il nostro compagno per tanto bere e tanto mangiare diventò briaco.[…]
Dopo Samal, Magellano visitò l’isola più importante per i commerci, Cebu (Zobu nel diario di Pigafetta). Nel porto gli equipaggi trovarono dapprima una certa ostilità in quanto inizialmente gli europei rifiutarono di pagare dazio agli indigeni. Quando la parola fu data alle bombarde delle navi spagnole, i filippini vennero a più miti consigli. L’isola era governata dal Rajah locale Humabon, che nei giorni seguenti il primo burrascoso incontro con gli emissari di Carlo V, entrerà in confidenza con gli ospiti occidentali offrendosi ad un patto di sangue con Magellano e in seguito alla conversione al cristianesimo. Proprio a Cebu il 14 aprile 1521 fu organizzata una conversione di massa, descritta nei dettagli da Pigafetta: Se mise una croce grande nel mezzo de la piazza. Lo capitano li disse che, se si volevano far Cristiani, come avevano detto ne li giorni passati, li bisognava brusare tutti li suoi idoli, e nel luogo loro mettere una croce e ogni dì con le mani giunte adorarla e ogni mattina nel viso farsi lo segno de la Croce, mostrandoli come se faceva; e ogni ora, almeno de mattina, dovessero venire a questa croce e adorarla in genocchioni, e quel che avevano già detto, volesser con le buone opere confirmarlo. El re con tutti li altri volevano confirmare lo tutto. Lo capitano generale li disse come s’era vestito tutto de bianco per mostrarli lo suo sincero amore verso de loro. Risposero per le sue dolci parole non saperli respondere. Con queste buone parole lo capitano condusse lo re per la mano sul tribunale per battizzarlo, e disseli se chiameria don Carlo, como a l’imperatore suo signore; al re de Mazana Gioanni; a uno principale Fernando, come il principale nostro, cioè lo capitano; al Moro Cristoforo; poi a li altri a chi uno nome, a chi uno altro. Foreno battizzati innanzi messa cinquecento uomini. Udita la messa, lo capitano convitò a disnar seco lo re con altri principali: non volsero; ne accompagnarono fino a la riva, le navi scaricarono tutte le bombarde; e abbracciandose presero commiato.[…]
A poche miglia nautiche da Cebu si trova l’odierna Mactan (nei diari di Pigafetta chiamata Matan). Dopo Cebu, fu l’isola che gli uomini di Magellano vollero visitare. Dal rajah Humabon gli europei vennero a conoscenza che uno di due re che governavano l’isola, Cilapulapu (o Lapu-Lapu), si era mostrato ostile ai nuovi venuti e rifiutava il contatto e lo scambio di omaggi. Fu organizzata una spedizione esplorativa che Magellano organizzò sottovalutando grandemente l’avversario. Lasciò l’artiglieria e le navi a Cebu a causa dello scarso pescaggio dovuto alla presenza della barriera corallina, portando con sé solamente qualche decina di uomini armati di moschetti e balestre imbarcati su lance. Al seguito di Magellano c’erano anche alcuni guerrieri di Cebu inviati da Humabon. La mattina del 27 aprile 1521. Ad attendere gli europei Cilapulapu aveva schierato un vero e proprio esercito di 1.500 uomini armati di lance, spade, pietre e frecce avvelenate. Così Pigafetta annotò nella sua relazione quella tragica giornata: Quando arrivassemo in terra, questa gente avevano fatto tre squadroni de più de millecinquecento persone. Subito, sentendone, ne venirono addosso con voci grandissime, due per fianco e l’altro per contro. Lo capitano, quando viste questo, ne fece due parti e così cominciassemo a combattere. Li schioppettieri e balestrieri tirarono da lungi quasi mezza ora invano, solamente passandoli li targoni fatti de tavole sottili e li brazzi. Lo capitano gridava «non tirare, non tirare», ma non li valeva niente. Quando questi visteno che tiravamo li schioppetti invano, gridando deliberarono a star forte, ma molto più gridavano. Quando erano descaricati li schioppetti, mai non stavano fermi, saltando de qua e de là: coperti con li sui targoni ne tiravano tante frecce, lance de canna (alcune de ferro al capitano generale), pali pontini brustolati, pietre e lo fango, che appena se potevamo defendere.
Magellano fu tra i primi a rimanere ferito dalle armi degli indigeni. Non si tirò indietro, volle coprire per qualche minuto la ritirata dei suoi uomini. Soverchiato dalla furia avversaria, fu massacrato poco dopo perdendo la vita in quell’isola remota, senza poter portare a compimento la grande impresa della circumnavigazione del globo. Gli ultimi drammatici istanti restano nelle parole di Pigafetta: Questi, conoscendo lo capitano, tanti se voltorono sopra de lui, che due volte li buttarono lo celadone fora del capo; ma lui, come buon cavaliero, sempre stava forte. Con alcuni altri più de una ora così combattessemo e, non volendosi più ritirare, uno Indio li lanciò una lanza de canna nel viso. Lui subito con la sua lancia lo ammazzò e lasciogliela nel corpo; volendo dar di mano alla spada, non poté cavarla, se non mezza per una ferita de canna che aveva nel brazzo. Quando visteno questo tutti andorono addosso a lui: uno con un gran terciado (che è como una scimitarra, ma più grosso), li dette una ferita nella gamba sinistra, per la quale cascò col volto innanzi. Subito li furono addosso con lancie de ferro e de canna e con quelli sui terciadi, fin che lo specchio, il lume, el conforto e la vera guida nostra ammazzarono[…]
Il corpo di Magellano rimase a Mactan, avendone gli uomini del rajah rifiutato la restituzione. Ritornati a Cebu, i superstiti dovettero subire il tradimento di Humabon, che dopo la morte del capitano rinnegò l’alleanza e fece massacrare numerosi membri dell’equipaggio durante un banchetto organizzato come trappola. L’episodio segnò anche la fine di una delle navi di Magellano, la Concepciòn, che fu bruciata poco dopo la partenza da Cebu essendo rimasta priva dell’equipaggio necessario. Il posto di Magellano fu preso da Juan Sebastiàn Elcano, molto più prudente del navigatore di origini portoghesi al soldo di Carlo V. Con le due navi superstiti puntò dritto alle Molucche, obiettivo principale della spedizione, per rifornirsi delle preziose spezie come il chiodo di garofano ed evitò da allora contatti con tribù locali. Delle due navi, la Trinidad non fece ritorno in Spagna. Costretta dai fortunali a ritornare alle Molucche, fu intercettata dai portoghesi che rivendicavano il possesso delle «Isole delle spezie». Gran parte dell’equipaggio morì in prigionia.
Solo la Victoria (sulla quale si trovava anche Antonio Pigafetta) riuscirà a rientrare in Spagna il 6 settembre 1522 con a bordo 18 uomini stremati e flagellati dallo scorbuto dei circa 240 partiti tre anni prima. L’isola di Mactan sarà assoggettata agli spagnoli soltanto nel 1565 mentre Pigafetta fece ritorno alla sua città natale, Vicenza. Il suo resoconto della prima circumnavigazione del mondo non lo fece diventare ricco né famoso, ed inizialmente ebbe scarsa accoglienza alla corte di Carlo V, tanto che la prima pubblicazione ufficiale porta la data del 1591, cioè 70 anni dopo l’impresa. Soffocato dalla fama di Magellano, Pigafetta sarà recuperato come fonte principale della spedizione soltanto a partire dall’Ottocento. Muore a Vicenza nel 1531.
L'eterna rivoluzione del Sole su tre meridiane realizzate da Enrico Alberto d'Albertis, celebra i momenti chiave della Prima guerra mondiale in Italia. La storia degli eventi che le hanno ispirate.
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La luce e l’ombra, i due elementi su cui si basa il principio dell’orologio solare (detto impropriamente «meridiana») sono gli stessi che metaforicamente possono essere riferiti al corso dei grandi eventi storici. L’avvicendarsi perenne del ciclo solare segna il tempo infinito, mentre il motto segnato sul quadrante spesso ricorda quanto la vita umana sia segnata al contrario da una fine ineluttabile.
Questi elementi, presenti da secoli sugli orologi dipinti o scolpiti sui muri o sui pavimenti del mondo, caratterizzano anche alcune meridiane italiane realizzate in occasione di grandi eventi storici, in particolare della Prima guerra mondiale.
Sempre incluse in una lapide marmorea, non ricordano in questo caso specifico l’«ora della fine», piuttosto enfatizzano il significato del luogo dove sono state installate e dell’evento al quale sono legate in un ciclo eterno scandito dall’alternarsi della luce e dell’ombra segnate dallo «gnomone» l’asta che, se correttamente orientata, segna l’ora esatta con la sua ombra proiettata sul quadrante. Almeno tre orologi solari in Italia sono stati realizzati allo scopo di ricordare eventi storici, tutti realizzati da Enrico Alberto d’Albertis, navigatore e filantropo genovese nato prima del Risorgimento e morto tra le due guerre mondiali, che in vita ne realizzò oltre 100. Le sue meridiane ricordano, con enfasi retorica tipica del periodo, diversi episodi dell’Italia della Grande Guerra.
Aquileia, la meridiana delle ore più buie.
Più ombra che luce fu ciò che caratterizzò il periodo in cui fu realizzata la meridiana affissa sulla facciata di un edificio privato nel centro di Aquileia (Udine). L’opera del d’Albertis fu iniziata infatti il 24 ottobre 1917, giorno d’inizio dell’offensiva di Caporetto che porterà alla tragica ritirata oltre il Piave. La sua costruzione fu poi interrotta il 28 ottobre con l’arrivo degli austriaci e sarà portata a termine soltanto alla fine di giugno del 1919. L’orologio solare fu installato a ricordo del bombardamento nemico sull’antichissima città giuliana avvenuto il 13 maggio 1917. All’alba una formazione di idrovolanti dell’aviazione navale (K.u.k Kriegsmarine) si presentò nel cielo di Aquileia dove gli aerei sganciarono alcune bombe che causarono ingenti danni alla Basilica patriarcale, un obiettivo non certo militare come il vicinissimo aeroporto di Cascina Farello. Il fatto, riportato anche nel bollettino di guerra del Comando italiano, suscitò grande sdegno e stimolò il d’Albertis nella realizzazione dell’orologio. L’episodio è ricordato sulla meridiana con queste parole incise nel marmo dove è presente lo stemma della città di Aquileia: «Presso al ferito Tempio, ad ogni aurora su questo muro incolume rimasto ricorderò della Gran Guerra l'ora». Proprio nel cimitero di Aquileia Maria Bergamas sceglierà la salma del Milite Ignoto che dal 1921 riposa nel Vittoriano a Roma.
Quando «fu la luce» sulle terre irredente: le meridiane di Trento e Trieste
Due orologi solari pressoché identici furono realizzati dal capitano d’Albertis rispettivamente sopra la porta meridionale del castello del Buonconsiglio di Trento e sul Colle di San Giusto a Trieste. Entrambi celebrano, con il gioco del sole con l’ombra, la vittoria italiana. In particolare fanno riferimento al giorno 3 novembre 1918 quando le truppe italiane fecero il loro ingresso nelle due città fino ad allora parte dell’impero austroungarico. Il giorno stesso a Villa Giusti (Padova) fu firmata la resa austriaca alla presenza del generale italiano Pietro Badoglio, incaricato dal generale Armando Diaz. Le clausole divennero effettive il giorno seguente e da allora il tricolore sostituì l’aquila imperiale sui monumenti delle due città irredente. Entrambe le meridiane recano il medesimo motto inciso nel marmo di Carrara e sfiorato dall’ombra dello gnomone: «Le nostre truppe hanno occupato Trento (ore 15) e sono sbarcate a Trieste (ore 16). Il tricolore sventola sul Castello del Buon Consiglio e sulla Torre di S. Giusto». - Comando Supremo 3 Novembre 1918- A. Diaz. L’orologio-lapide è sormontato da una frase in latino identica per le due città acquisite dall’Italia: MCMXVII Tridenti (Tergeste sulla lapide di san Giusto) almae matri restitutionis anno
Victorio Emmanuele III Rege.
La meridiana dell’Arsenale a Venezia: la luce della vittoria sulla «Porta da Mar»
Nella torre di Levante della porta dell’Arsenale di Venezia, la antica «Porta da Mar» della marina della Serenissima, campeggia una meridiana di D’Albertis realizzata nel 1919 e donata alla città di Venezia dal «nauta ligur», come egli stesso si firmò. Di semplice lettura ed incorniciata in una cima da marinaio scolpita nel marmo, reca un moto patriottico in latino: «Sit Aurea Patriae Quaevis» (che ogni ora sia d’oro alla Patria). Un auspicio in contrasto con i tipici «memento mori» delle meridiane storiche dedicata ad una città che fu tra le più bombardate della Grande Guerra. Per il ruolo strategico di Venezia come base navale, la città lagunare subì la prima incursione già durante il primo giorno di guerra per l’Italia, il 24 maggio 1915. L’ultimo bombardamento avvenne il 23 ottobre 1918 a pochi giorni dall’armistizio, dopo ben 42 attacchi aerei nel periodo bellico. Più di 50 furono le vittime civili e i danni al patrimonio artistico riguardarono anche Piazza San Marco, la chiesa degli Scalzi che perse un affresco del Tiepolo e la scuola Grande di San Marco. Proprio la zona dell’Arsenale, assieme a Santa Marta e alla stazione ferroviaria fu tra le più colpite. La meridiana fu donata alla Regia Marina in occasione del primo anniversario della vittoria il 4 novembre 1919. Sotto l’ombra dello gnomone, vegliata dal leone di San Marco, la meridiana recita: «Italos nunc in libertate coniunctos, victor sacra ensis» (Gli italiani ora uniti nella libertà. Il vincitore consacra la spada). Nel mezzo del quadrante, un monito ai posteri: «Ruit hora, labora». Ossia: «Il tempo corre, datti da fare».
«Televisor», o «televisione». Nel gennaio del 1926 la parola suonò come un neologismo assoluto quando l’inventore John Logie Baird portò a termine con successo il suo più grande esperimento: trasmettere a distanza immagini in movimento in tempo reale.
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Baird, nato nel 1888 in Scozia, era un inventore per passione. Estroso sin dall’infanzia pur minato da una salute cagionevole, si specializzò nel campo dell’ingegneria elettrica. Dopo l’interruzione degli studi a causa della Grande Guerra, lavorò per la locale società elettrica «Clyde Valley Electrical Company» prima di diventare piccolo imprenditore nello stesso settore. Il sogno di trasmettere suoni e immagini a distanza per mezzo di cavi elettrici era il sogno di molti ricercatori dell’epoca, che anche Baird perseguì fin da giovanissimo, quando realizzò da solo una linea telefonica per comunicare con le camerette degli amici che abitavano nella sua via. La chiave di volta per l’invenzione del primo televisore arrivò nei primi anni Venti, quando l’inventore scozzese sfruttò a sua volta un dispositivo nato quarant’anni prima. Si trattava dell’apparecchio noto come «disco di Nipkow», dal nome del suo inventore Paul Gottlieb Nipkow che lo brevettò nel 1883. Questo consisteva in un disco rotante ligneo dove erano praticati fori disposti a spirale che, girando rapidamente di fronte ad un’immagine illuminata, la scomponevano in linee come un rudimentale scanner. La rotazione del disco generava un segnale luminoso variabile, che Baird fu in grado di tradurre in una serie di impulsi elettrici differenziati a seconda dell’intensità luminosa generata dall’effetto dei fori. La trasmissione degli impulsi avveniva per mezzo di una cellula fotoelettrica, che traduceva il segnale e lo inviava ad una linea elettrica, al termine della quale stava un apparecchio ricevente del tutto simile a quello trasmittente dove il disco di Nipkow, ricevuto l’impulso, girava allo stesso modo di quello del televisore che aveva catturato l’immagine. L’apparecchio ricevente era dotato di un vetro temperato che, colpito dagli impulsi luminosi del disco rotante, riproduceva l’immagine trasmessa elettricamente con una definizione di 30 linee. John Logie Baird riuscì per la prima volta a riprodurre l’immagine tra due apparecchi nel suo laboratorio nel 1924 utilizzando la maschera di un burattino ventriloquo truccata e fortemente illuminata, condizione necessaria per la trasmissione di un’immagine minimamente leggibile. La prima televisione elettromeccanica a distanza fu presentata da Baird il 26 gennaio 1926 a Londra di fronte ad un comitato di scienziati. Gli apparecchi furono sistemati in due stanze separate e Baird mosse la testa del manichino «Stooky Bill», che comparve simultaneamente sul vetro retroilluminato dell’apparecchio ricevente riproducendo fedelmente i movimenti. Anche se poco definita, quella primissima trasmissione televisiva segnò un punto di svolta. L’esperimento fece molta impressione negli ambienti scientifici inglesi, che nei mesi successivi assistettero ad altre dimostrazioni durante le quali fu usato per la prima volta un uomo in carne ed ossa, il fattorino di Baird William Edward Taynton, che può essere considerato il primo attore televisivo della storia.
Tra il 1926 e la fine del decennio l’invenzione di Baird ebbe larga eco, ed il suo sistema fu alla base delle prime trasmissioni della BBC iniziate nel 1929. Il sistema elettromeccanico tuttavia aveva grandi limiti. Il disco di Nipkow impediva la crescita della definizione e la meccanica era rumorosa e fragile. Il sistema Baird fu abbandonato negli anni Trenta con la nascita della televisione elettronica basata sull’utilizzo del tubo catodico.


















