L'eterna rivoluzione del Sole su tre meridiane realizzate da Enrico Alberto d'Albertis, celebra i momenti chiave della Prima guerra mondiale in Italia. La storia degli eventi che le hanno ispirate.
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La luce e l’ombra, i due elementi su cui si basa il principio dell’orologio solare (detto impropriamente «meridiana») sono gli stessi che metaforicamente possono essere riferiti al corso dei grandi eventi storici. L’avvicendarsi perenne del ciclo solare segna il tempo infinito, mentre il motto segnato sul quadrante spesso ricorda quanto la vita umana sia segnata al contrario da una fine ineluttabile.
Questi elementi, presenti da secoli sugli orologi dipinti o scolpiti sui muri o sui pavimenti del mondo, caratterizzano anche alcune meridiane italiane realizzate in occasione di grandi eventi storici, in particolare della Prima guerra mondiale.
Sempre incluse in una lapide marmorea, non ricordano in questo caso specifico l’«ora della fine», piuttosto enfatizzano il significato del luogo dove sono state installate e dell’evento al quale sono legate in un ciclo eterno scandito dall’alternarsi della luce e dell’ombra segnate dallo «gnomone» l’asta che, se correttamente orientata, segna l’ora esatta con la sua ombra proiettata sul quadrante. Almeno tre orologi solari in Italia sono stati realizzati allo scopo di ricordare eventi storici, tutti realizzati da Enrico Alberto d’Albertis, navigatore e filantropo genovese nato prima del Risorgimento e morto tra le due guerre mondiali, che in vita ne realizzò oltre 100. Le sue meridiane ricordano, con enfasi retorica tipica del periodo, diversi episodi dell’Italia della Grande Guerra.
Aquileia, la meridiana delle ore più buie.
Più ombra che luce fu ciò che caratterizzò il periodo in cui fu realizzata la meridiana affissa sulla facciata di un edificio privato nel centro di Aquileia (Udine). L’opera del d’Albertis fu iniziata infatti il 24 ottobre 1917, giorno d’inizio dell’offensiva di Caporetto che porterà alla tragica ritirata oltre il Piave. La sua costruzione fu poi interrotta il 28 ottobre con l’arrivo degli austriaci e sarà portata a termine soltanto alla fine di giugno del 1919. L’orologio solare fu installato a ricordo del bombardamento nemico sull’antichissima città giuliana avvenuto il 13 maggio 1917. All’alba una formazione di idrovolanti dell’aviazione navale (K.u.k Kriegsmarine) si presentò nel cielo di Aquileia dove gli aerei sganciarono alcune bombe che causarono ingenti danni alla Basilica patriarcale, un obiettivo non certo militare come il vicinissimo aeroporto di Cascina Farello. Il fatto, riportato anche nel bollettino di guerra del Comando italiano, suscitò grande sdegno e stimolò il d’Albertis nella realizzazione dell’orologio. L’episodio è ricordato sulla meridiana con queste parole incise nel marmo dove è presente lo stemma della città di Aquileia: «Presso al ferito Tempio, ad ogni aurora su questo muro incolume rimasto ricorderò della Gran Guerra l'ora». Proprio nel cimitero di Aquileia Maria Bergamas sceglierà la salma del Milite Ignoto che dal 1921 riposa nel Vittoriano a Roma.
Quando «fu la luce» sulle terre irredente: le meridiane di Trento e Trieste
Due orologi solari pressoché identici furono realizzati dal capitano d’Albertis rispettivamente sopra la porta meridionale del castello del Buonconsiglio di Trento e sul Colle di San Giusto a Trieste. Entrambi celebrano, con il gioco del sole con l’ombra, la vittoria italiana. In particolare fanno riferimento al giorno 3 novembre 1918 quando le truppe italiane fecero il loro ingresso nelle due città fino ad allora parte dell’impero austroungarico. Il giorno stesso a Villa Giusti (Padova) fu firmata la resa austriaca alla presenza del generale italiano Pietro Badoglio, incaricato dal generale Armando Diaz. Le clausole divennero effettive il giorno seguente e da allora il tricolore sostituì l’aquila imperiale sui monumenti delle due città irredente. Entrambe le meridiane recano il medesimo motto inciso nel marmo di Carrara e sfiorato dall’ombra dello gnomone: «Le nostre truppe hanno occupato Trento (ore 15) e sono sbarcate a Trieste (ore 16). Il tricolore sventola sul Castello del Buon Consiglio e sulla Torre di S. Giusto». - Comando Supremo 3 Novembre 1918- A. Diaz. L’orologio-lapide è sormontato da una frase in latino identica per le due città acquisite dall’Italia: MCMXVII Tridenti (Tergeste sulla lapide di san Giusto) almae matri restitutionis anno
Victorio Emmanuele III Rege.
La meridiana dell’Arsenale a Venezia: la luce della vittoria sulla «Porta da Mar»
Nella torre di Levante della porta dell’Arsenale di Venezia, la antica «Porta da Mar» della marina della Serenissima, campeggia una meridiana di D’Albertis realizzata nel 1919 e donata alla città di Venezia dal «nauta ligur», come egli stesso si firmò. Di semplice lettura ed incorniciata in una cima da marinaio scolpita nel marmo, reca un moto patriottico in latino: «Sit Aurea Patriae Quaevis» (che ogni ora sia d’oro alla Patria). Un auspicio in contrasto con i tipici «memento mori» delle meridiane storiche dedicata ad una città che fu tra le più bombardate della Grande Guerra. Per il ruolo strategico di Venezia come base navale, la città lagunare subì la prima incursione già durante il primo giorno di guerra per l’Italia, il 24 maggio 1915. L’ultimo bombardamento avvenne il 23 ottobre 1918 a pochi giorni dall’armistizio, dopo ben 42 attacchi aerei nel periodo bellico. Più di 50 furono le vittime civili e i danni al patrimonio artistico riguardarono anche Piazza San Marco, la chiesa degli Scalzi che perse un affresco del Tiepolo e la scuola Grande di San Marco. Proprio la zona dell’Arsenale, assieme a Santa Marta e alla stazione ferroviaria fu tra le più colpite. La meridiana fu donata alla Regia Marina in occasione del primo anniversario della vittoria il 4 novembre 1919. Sotto l’ombra dello gnomone, vegliata dal leone di San Marco, la meridiana recita: «Italos nunc in libertate coniunctos, victor sacra ensis» (Gli italiani ora uniti nella libertà. Il vincitore consacra la spada). Nel mezzo del quadrante, un monito ai posteri: «Ruit hora, labora». Ossia: «Il tempo corre, datti da fare».
«Televisor», o «televisione». Nel gennaio del 1926 la parola suonò come un neologismo assoluto quando l’inventore John Logie Baird portò a termine con successo il suo più grande esperimento: trasmettere a distanza immagini in movimento in tempo reale.
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Baird, nato nel 1888 in Scozia, era un inventore per passione. Estroso sin dall’infanzia pur minato da una salute cagionevole, si specializzò nel campo dell’ingegneria elettrica. Dopo l’interruzione degli studi a causa della Grande Guerra, lavorò per la locale società elettrica «Clyde Valley Electrical Company» prima di diventare piccolo imprenditore nello stesso settore. Il sogno di trasmettere suoni e immagini a distanza per mezzo di cavi elettrici era il sogno di molti ricercatori dell’epoca, che anche Baird perseguì fin da giovanissimo, quando realizzò da solo una linea telefonica per comunicare con le camerette degli amici che abitavano nella sua via. La chiave di volta per l’invenzione del primo televisore arrivò nei primi anni Venti, quando l’inventore scozzese sfruttò a sua volta un dispositivo nato quarant’anni prima. Si trattava dell’apparecchio noto come «disco di Nipkow», dal nome del suo inventore Paul Gottlieb Nipkow che lo brevettò nel 1883. Questo consisteva in un disco rotante ligneo dove erano praticati fori disposti a spirale che, girando rapidamente di fronte ad un’immagine illuminata, la scomponevano in linee come un rudimentale scanner. La rotazione del disco generava un segnale luminoso variabile, che Baird fu in grado di tradurre in una serie di impulsi elettrici differenziati a seconda dell’intensità luminosa generata dall’effetto dei fori. La trasmissione degli impulsi avveniva per mezzo di una cellula fotoelettrica, che traduceva il segnale e lo inviava ad una linea elettrica, al termine della quale stava un apparecchio ricevente del tutto simile a quello trasmittente dove il disco di Nipkow, ricevuto l’impulso, girava allo stesso modo di quello del televisore che aveva catturato l’immagine. L’apparecchio ricevente era dotato di un vetro temperato che, colpito dagli impulsi luminosi del disco rotante, riproduceva l’immagine trasmessa elettricamente con una definizione di 30 linee. John Logie Baird riuscì per la prima volta a riprodurre l’immagine tra due apparecchi nel suo laboratorio nel 1924 utilizzando la maschera di un burattino ventriloquo truccata e fortemente illuminata, condizione necessaria per la trasmissione di un’immagine minimamente leggibile. La prima televisione elettromeccanica a distanza fu presentata da Baird il 26 gennaio 1926 a Londra di fronte ad un comitato di scienziati. Gli apparecchi furono sistemati in due stanze separate e Baird mosse la testa del manichino «Stooky Bill», che comparve simultaneamente sul vetro retroilluminato dell’apparecchio ricevente riproducendo fedelmente i movimenti. Anche se poco definita, quella primissima trasmissione televisiva segnò un punto di svolta. L’esperimento fece molta impressione negli ambienti scientifici inglesi, che nei mesi successivi assistettero ad altre dimostrazioni durante le quali fu usato per la prima volta un uomo in carne ed ossa, il fattorino di Baird William Edward Taynton, che può essere considerato il primo attore televisivo della storia.
Tra il 1926 e la fine del decennio l’invenzione di Baird ebbe larga eco, ed il suo sistema fu alla base delle prime trasmissioni della BBC iniziate nel 1929. Il sistema elettromeccanico tuttavia aveva grandi limiti. Il disco di Nipkow impediva la crescita della definizione e la meccanica era rumorosa e fragile. Il sistema Baird fu abbandonato negli anni Trenta con la nascita della televisione elettronica basata sull’utilizzo del tubo catodico.
Nel dicembre 1975 iniziò la produzione della 8 cilindri che divenne un'icona del marchio di Maranello, resa celebre anche dalla televisione quando fu usata da Tom Selleck nella serie «Magnum P.I.». Fu prodotta fino al 1985 anche in versione scoperta.
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La Ferrari 308 comparve sulla stampa alla fine del 1975. Presentata al salone di Parigi, iniziò ad essere prodotta nel dicembre di 50 anni fa. La nuova due posti secchi del cavallino rampante dovette affrontare difficili sfide all’atto della nascita. La crisi del petrolio mordeva il mercato dell’auto mondiale, mentre le politiche fiscali di quegli anni penalizzavano le cilindrate più alte, che Ferrari aveva in listino con i motori a 12 cilindri. In ultima istanza, la nuova nata avrebbe dovuto essere l’erede delle «Dino», le Ferrari con motore a 8 cilindri che presero il nome dal figlio di Enzo Ferrari prematuramente scomparso nel 1956, la cui ultima serie del 1974 disegnata da Bertone non aveva riscosso particolare consenso. La linea della nuova 308, uscita dallo studio di Pininfarina, sarà invece la chiave del successo della nuova sportiva del cavallino. Le forme rispecchiavano in pieno lo stile del decennio, che prediligevano linee tese più che quelle tondeggianti, con un chiaro accenno all’aspetto della sorella maggiore 512 BB 12 cilindri. Il motore era trasversale centrale e per la prima volta un V8 trovava posto sotto il cofano di una vettura a marchio Ferrari e non Dino.
La cilindrata era di 2.926cc erogante una potenza di 255 Cv. Alimentato da 4 carburatori Weber doppio corpo, la 308 raggiungeva la velocità di punta di 252 km/h ed un’accelerazione da 0 a 100 km/h in 6,5 secondi. I primi esemplari furono costruiti con carrozzeria in vetroresina dalla carrozzeria Scaglietti, che ne produsse poco più di 700 esemplari fino al 1977. La fibra di vetro garantiva particolare riduzione di peso (poco più di 1.000 kg a vuoto) rendendo brillanti la maneggevolezza e le prestazioni. Fu l’enorme successo della 308 GTB (dove G sta per Granturismo, T per motore trasversale e B per berlinetta) a costringere la casa di Maranello a proseguire la produzione adottando una più tradizionale carrozzeria in alluminio in quanto il fiberglass non permetteva l’assemblaggio di grandi numeri con un lavoro semiartigianale come quello applicato ai primi esemplari. Alla 308 GTB si affiancò una «scoperta», la 308 GTS (dove S sta appunto per scoperta) dotata di un tettuccio rimovibile del tipo «targa». Fu questo modello in particolare a rendere celebre in tutto il mondo la Ferrari 308, quando fu scelto per la serie tv americana «Magnum P.I.». Il protagonista, interpretato da Tom Selleck, fu accompagnato per tutte le puntate dalla 308 GTS rossa che entrò così nelle case di milioni di telespettatori. Dal 1980 i motori ricevettero l’iniezione elettronica al posto dei carburatori doppio corpo e nel 1984 nacque la 308 «Quattrovalvole», più affidabile di quella a carburatori e più brillante della precedente versione a iniezione che era stata criticata per l’eccessivo depotenziamento. La 308 fu uno dei più grandi successi commerciali per la casa di Maranello con circa 12.000 esemplari di tutte le serie prodotti fino al 1985. La 8 cilindri segnò la strada per i modelli successivi come la 328, di fatto un’evoluzione della 308 con la quale condivideva la meccanica e l’estetica di base. Oggi la versione in vetroresina è la più ricercata dai collezionisti e raggiunge quotazioni attorno ai 300.000 euro.



























