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2025-11-26
Il Vietnam, un colosso economico sempre più influente
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Il Vietnam vanta una storia millenaria dove per mantenere autonomia ed indipendenza ha combattuto cinesi, mongoli, francesi ed infine americani. L’Impero del Vietnam fu l’unico in Asia sud-orientale a resistere all’avanzata dei mongoli fino a metà del 1300. I vietnamiti dovettero cedere ai francesi a metà del XIX secolo accettando la creazione dell’Unione Indocinese nel 1887. Nel 1954 i francesi furono però definitivamente sconfitti in quella che fu la prima debacle di una potenza coloniale, ma alla Conferenza di Ginevra il paese fu diviso in due stati: il Vietnam del Nord sotto il controllo dei comunisti di Ho Chi Minh ed il Vietnam del Sud in mano al dittatore filo-americano anticomunista Ngô Đình Diệm. Negli anni ’60 e fino alla caduta di Saigon, subito ribattezza Ho Chi Minh City, nel 1975 furono gli Stati Uniti ad impantanarsi in un lunghissimo conflitto che porterà il Vietnam alla riunificazione sotto il partito comunista locale. Dopo 50 anni la nazione del Sud-Est asiatico è diventato un gigante geopolitico di oltre cento milioni di abitanti che nel 2025 può vantare una crescita del Pil del 8,25% rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente. Un dato sorprendete anche per gli analisti che avevano previsto una crescita di un 1 punto inferiore.
L’economia vietnamita si basa soprattutto sul settore manifatturiero, dove la domanda esterna è in costante crescita e dove proprio gli Stati Uniti sono l’acquirente più importante. Il Partito Comunista del Vietnam si è dimostrato molto scaltro ed ha trasformato la nazione in un autentico hub manifatturiero con una qualità superiore ai paesi dell’area e una capacità di crescita ed affidabilità costante. Hanoi fa parte del Top 10 dei partner commerciali di Washington che ha speso in prodotti vietnamiti circa 137 miliardi nel 2024 ed oltre 100 miliardi nei primi sei mesi del 2025. Il Vietnam esporta abiti, calzature, giocattoli, elettronica di largo consumo e alcune tipologie di macchinari per la piccola e media impresa, mentre dagli Stati Uniti ha acquistato merci per soli 13 miliardi nel 2024 e poco più di 8 nei primi sette mesi del 2025. Numeri imponenti, ma comunque inferiori rispetto all’interscambio con Pechino che supera i 200 miliardi annuali soprattutto in componenti industriali e tecnologia. Il segretario generale del Partito comunista vietnamita Tô Lâm, con la tipica astuzia orientale, si è mosso su più tavoli e nel giugno scorso ha aderito al gruppo dei Brics, l’alleanza economica formata da Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa. In quell’occasione il portavoce del ministero degli Esteri vietnamita Phạm Thu Hằng, ha sottolineato l’intenzione di «contribuire attivamente a rafforzare la voce e il ruolo dei paesi in via di sviluppo, promuovendo la solidarietà internazionale e il multilateralismo inclusivo, fondati sul rispetto del diritto internazionale».
Una mossa quasi esclusivamente politica che non cambia la predisposizione di Hanoi al commercio sia con l’Europa che soprattutto con gli Stati Uniti. L’ingresso nei Brics apre comunque al Vietnam la prospettiva di partecipare alle iniziative della Nuova Banca di Sviluppo potendo godere di un canale privilegiato per contrattare finanziamenti mirati alla rete di interconnessione elettrica transfrontaliera, un progetto che si inserisce nell’ambiziosa visione di una Rete elettrica dell’Asean (Associazione delle Nazioni del Sud-est asiatico), composto da Laos, Cambogia, Malesia, Brunei, Filippine, Indonesia, Myanmar, Singapore e Thailandia. Il governo vietnamita nel quinquennio 2026/2030 punta a raggiungere una crescita del 10% grazie a prestiti internazionali ed investimenti nelle sue infrastrutture e nel comparto manifatturiero. Tutto grazie al rinnovato rapporto con Washington che nel 2024 ha visto un surplus commerciale aumentato del 20%, il più alto del continente asiatico. Questo significativo aumento fotografa la tendenza delle aziende statunitensi nella ricerca di diversificazione per le loro catene di approvvigionamento, riducendo sensibilmente la dipendenza dalla Cina e scegliendo il Vietnam come alternativa chiave in settori come il tessile, l’arredamento e l’elettronica. Hanoi vanta anche una posizione strategica nel Sud-est asiatico e per questo motivo Donald Trump ha voluto intensificare le relazioni diplomatiche nel tentativo di contrastare l’influenza di Pechino nell’area. Washington sa bene che cinesi e vietnamiti non sono mai andati d’accordo ed il peso di Hanoi, anche in vista di un possibile conflitto per Taiwan, diventa ogni giorno più determinante.
Storia del «sangue bianco»: nascita e declino delle piantagioni di caucciù francesi in Vietnam
Nella versione integrale di Apocalypse Now, il film cult sulla guerra in Vietnam di Francis Ford Coppola, il capitano Willard (Martin Sheen) incontra una famiglia francese di coloni, isolata nel cuore di una giungla coperta da una nebbia spettrale. Durante la cena nella casa padronale il titolare della piantagione di caucciù esprime tutta la sua rabbia per le sconfitte coloniali francesi degli ultimi anni: Diem-Bien-Phu, l’Algeria, l’Indocina. Avvolta dal «cuore di tenebra», il romanzo a cui il film è ispirato, la famiglia di coltivatori sparirà nelle nebbie della giungla come una visione che si spegne per sempre in dissolvenza. Quei fantasmi simboleggiavano la fine di un mondo durato oltre 70 anni, quello della coltivazione intensiva del caucciù importato in Indocina dai francesi a partire dalla loro presenza in Vietnam alla fine del XIX secolo.
L’Hevea Brasiliensis, o albero della gomma, è una pianta originaria dell’Amazzonia. Dopo la scoperta della vulcanizzazione, divenne una fonte importantissima per la produzione della gomma ricavata dal lattice, che veniva prodotto dalla pianta per proteggersi naturalmente da insetti e parassiti. Con lo sviluppo tecnologico a cavallo dei secoli XIX e XX divenne anche una fonte di grandi profitti, come dimostravano le coltivazioni intensive di Manaus, in Brasile. L’albero, tuttavia, non sopportava il clima continentale, come dimostrarono i tentativi di coltivazione in Europa e Nord America. Il Vietnam centro-meridionale, caratterizzato da un clima tropicale simile a quello brasiliano, rappresentò un’occasione perfetta per lo sviluppo dell’industria della gomma francese che in quegli anni viveva una grande espansione. La pianta fu importata per la prima volta nel 1897 al giardino botanico di Saigon, dove crebbe prospera e produttiva. Era l’inizio di una produzione estensiva che durò circa 70 anni, dalla quale i grandi gruppi francesi trassero enormi profitti. Ma fu anche una delle cause dello sviluppo irreversibile della rivolta sociale e anticoloniale dominata negli anni dai guerriglieri filocomunisti, che proprio nelle grandi piantagioni di caucciù trovarono linfa vitale fino alla cacciata dei francesi alla metà degli anni Cinquanta. Una serie di scelte e valutazioni errate, messe in atto dai colonizzatori dell’Indocina, faranno delle piantagioni estensive del Vietnam un punto di debolezza per il mantenimento del dominio coloniale. Se la linfa bianca che nasceva dal tronco dell’Hevea era oro colato per i francesi, si può dire che gli errori cominciarono alla radice. Il governo coloniale emissario di Parigi infatti decise di affidare ai privati la gestione delle piantagioni, ottenendo in cambio gli introiti delle tasse sui guadagni delle compagnie senza un diretto controllo da parte dello Stato, che si limitò a fornire le infrastrutture come le ferrovie. Il capitale francese, diviso in piccoli e più grandi investitori, non si preoccupò minimamente di elaborare una valutazione socio-ambientale sulle conseguenze che la coltivazione estensiva dell’albero della gomma avrebbe comportato. Anzitutto, per diventare produttiva, la piantagione deve attendere circa sette anni. Le zone scelte dalle compagnie per la coltivazione di grandi appezzamenti erano originariamente coperte dalla fitta giungla tropicale, una fonte di gravi pericoli e di mortalità a causa degli attacchi di tigri, serpenti velenosi, insetti portatori di malaria e per i rischi elevati di infortunio durante le operazioni di abbattimento della vegetazione. Tra i coolies, come venivano chiamati i braccianti vietnamiti, la mortalità raggiungeva cifre elevatissime. Non andò meglio dopo l’avvio della produzione, dove persistevano i rischi di un lavoro altamente invalidante senza che i francesi garantissero in alcun modo assistenza sanitaria alla loro stessa mano d’opera, costretta a vivere in malsane baracche. L’oppio e il gioco d’azzardo diffuso tra i lavoratori importati dal Nord aumentarono ulteriormente i problemi, che i proprietari francesi liquidarono considerandoli conseguenza della depravazione endemica dei vietnamiti.
Un altro aspetto, molto importante per capire le ragioni della diffusione della rivolta sociale alla base del successivo fenomeno Vietcong, era rappresentato dall’errore che i francesi fecero nel considerare le zone scelte per le piantagioni come semi spopolate. In realtà erano da secoli abitate da una etnia semi nomade che coltivava la terra espropriata con la forza per fare posto al caucciù. Queste popolazioni, come quella degli Stieng, rappresentarono il primo nucleo di ribellione alla colonizzazione francese e alle grandi coltivazioni private. Negli anni ’20 il caucciù raggiunse un picco produttivo con la crescita vertiginosa della domanda. Nel 1925 il colosso francese degli pneumatici Michelin arrivò in Vietnam con le più grandi piantagioni di gomma del Paese, quelle di Dau Tieng e Phu Rieng. dove fu importato un gran numero di lavoratori in particolare dalla regione del Tonchino. Le piantagioni divennero una polveriera, prima sociale e poi politica. Qui nel 1929 si consumò il primo omicidio a carico di un funzionario addetto al reclutamento del personale, Alfred François Bazin, per mano dei nazionalisti del Nord Vietnam. Fu tuttavia la propaganda comunista a prendere le redini della protesta nelle piantagioni francesi nel decennio successivo, nonostante le prime iniziative di Michelin nel miglioramento delle condizioni igienico-sanitarie con la costruzione di strutture sanitarie attigue alle piantagioni. Nel 1930, l’anno della fondazione del Partito comunista vietnamita da parte di Ho-Chi-Minh, la piantagione di Phu Rieng fu teatro di un violento sciopero e di occupazioni sobillate dagli agenti comunisti. Durante il decennio, il sabotaggio e gli attacchi alle piantagioni si susseguirono senza sosta, aggravati dal crollo del prezzo della gomma causato dalla Grande depressione. Nel 1940 i giapponesi invasero il Vietnam, mentre la Francia crollava sotto i colpi del Terzo Reich. I proprietari francesi rimasero sotto l’egida del successivo governo di Vichy ma la guerra e l’azione giapponese provocò danni gravissimi fino al 1945.
Nel dopoguerra i francesi investirono risorse ingenti per riavviare la produzione crollata a zero sotto l’occupazione nipponica. Favoriti dalla tecnologia sviluppata durante la guerra, i produttori ristabilirono alti livelli di resa nelle piantagioni, ma non riuscirono mai a contrastare veramente gli attacchi dei comunisti del Viet-Minh, che in pochi anni riuscirono a mettere fuori uso il 10% delle piantagioni. La fine dell’Indocina francese nel 1954, seguita alla sconfitta militare di Diem-Bien-Phu, segnò irreversibilmente il destino dell’industria della gomma nel Vietnam diviso al 17°parallelo. Nel Sud il governo favorì il permanere delle grandi compagnie francesi che in assenza della precedente amministrazione coloniale rimasero strette tra il debole governo di Saigon e i sabotaggi del Viet-Minh, i comunisti di Hanoi. Senza i francesi al governo coloniale, i proprietari del caucciù agirono in modo scoordinato, alimentando ancora di più il potere dei Vietcong. Se da una parte richiedevano la protezione del governo sudvietnamita, dall’altra non esitarono a finanziare i ribelli pagandoli per evitare le azioni di sabotaggio oppure per il riscatto di funzionari rapiti. La situazione peggiorò ulteriormente con l’arrivo degli Americani all’inizio degli anni Sessanta, che di certo non avevano gradito l’atteggiamento dei proprietari francesi nei confronti dei ribelli. Le piantagioni del Sud erano diventate basi importantissime per la guerriglia Vietcong che gli americani colpirono più volte durante il conflitto, tanto che le piantagioni Michelin divennero tra i più sanguinosi campi di battaglia tra il 1966 e il 1969. In particolare la zona meridionale della piantagione Michelin di Dau Tieng divenne una roccaforte dei Vietcong (chiamata anche «Iron Triangle»), che gli americani cercarono di espugnare con tre grandi operazioni tra il 1966 e il 1969. La zona era un punto cardine della logistica comunista e punto di passaggio del famigerato sentiero di Ho Chi Minh. La guerra provocò danni rilevanti alle piantagioni di caucciù, aggravati dall’utilizzo del napalm durante le azioni di rastrellamento. Ma un altro nemico, lontano dal Vietnam, minacciava l’esistenza delle piantagioni francesi: la diffusione della gomma sintetica, che dalla metà degli anni Sessanta soppiantò quella naturale. Saigon cadde nell’aprile del 1975 e tutte le piantagioni furono nazionalizzate. Così svanì per sempre l’industria francese del caucciù, industria simbolo del dominio di Parigi nel Sudest asiatico.
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Il Paese è diventato un gigante da 100 milioni di abitanti ed è in costante crescita economica. Riferimento dell'industria manifatturiera, è partner commerciale privilegiato degli Usa come alternativa a Pechino. Dal giugno 2024 è membro dei Brics e punta a crescere ancora.I francesi portarono in Vietnam l'industria della gomma commettendo gravi errori e senza pensare alle conseguenze politiche e sociali che portarono i comunisti al potere. La storia delle grandi piantagioni di caucciù che furono alla base della rivolta anticolonialista. Lo speciale contiene due articoli.Il Vietnam vanta una storia millenaria dove per mantenere autonomia ed indipendenza ha combattuto cinesi, mongoli, francesi ed infine americani. L’Impero del Vietnam fu l’unico in Asia sud-orientale a resistere all’avanzata dei mongoli fino a metà del 1300. I vietnamiti dovettero cedere ai francesi a metà del XIX secolo accettando la creazione dell’Unione Indocinese nel 1887. Nel 1954 i francesi furono però definitivamente sconfitti in quella che fu la prima debacle di una potenza coloniale, ma alla Conferenza di Ginevra il paese fu diviso in due stati: il Vietnam del Nord sotto il controllo dei comunisti di Ho Chi Minh ed il Vietnam del Sud in mano al dittatore filo-americano anticomunista Ngô Đình Diệm. Negli anni ’60 e fino alla caduta di Saigon, subito ribattezza Ho Chi Minh City, nel 1975 furono gli Stati Uniti ad impantanarsi in un lunghissimo conflitto che porterà il Vietnam alla riunificazione sotto il partito comunista locale. Dopo 50 anni la nazione del Sud-Est asiatico è diventato un gigante geopolitico di oltre cento milioni di abitanti che nel 2025 può vantare una crescita del Pil del 8,25% rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente. Un dato sorprendete anche per gli analisti che avevano previsto una crescita di un 1 punto inferiore. L’economia vietnamita si basa soprattutto sul settore manifatturiero, dove la domanda esterna è in costante crescita e dove proprio gli Stati Uniti sono l’acquirente più importante. Il Partito Comunista del Vietnam si è dimostrato molto scaltro ed ha trasformato la nazione in un autentico hub manifatturiero con una qualità superiore ai paesi dell’area e una capacità di crescita ed affidabilità costante. Hanoi fa parte del Top 10 dei partner commerciali di Washington che ha speso in prodotti vietnamiti circa 137 miliardi nel 2024 ed oltre 100 miliardi nei primi sei mesi del 2025. Il Vietnam esporta abiti, calzature, giocattoli, elettronica di largo consumo e alcune tipologie di macchinari per la piccola e media impresa, mentre dagli Stati Uniti ha acquistato merci per soli 13 miliardi nel 2024 e poco più di 8 nei primi sette mesi del 2025. Numeri imponenti, ma comunque inferiori rispetto all’interscambio con Pechino che supera i 200 miliardi annuali soprattutto in componenti industriali e tecnologia. Il segretario generale del Partito comunista vietnamita Tô Lâm, con la tipica astuzia orientale, si è mosso su più tavoli e nel giugno scorso ha aderito al gruppo dei Brics, l’alleanza economica formata da Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa. In quell’occasione il portavoce del ministero degli Esteri vietnamita Phạm Thu Hằng, ha sottolineato l’intenzione di «contribuire attivamente a rafforzare la voce e il ruolo dei paesi in via di sviluppo, promuovendo la solidarietà internazionale e il multilateralismo inclusivo, fondati sul rispetto del diritto internazionale». Una mossa quasi esclusivamente politica che non cambia la predisposizione di Hanoi al commercio sia con l’Europa che soprattutto con gli Stati Uniti. L’ingresso nei Brics apre comunque al Vietnam la prospettiva di partecipare alle iniziative della Nuova Banca di Sviluppo potendo godere di un canale privilegiato per contrattare finanziamenti mirati alla rete di interconnessione elettrica transfrontaliera, un progetto che si inserisce nell’ambiziosa visione di una Rete elettrica dell’Asean (Associazione delle Nazioni del Sud-est asiatico), composto da Laos, Cambogia, Malesia, Brunei, Filippine, Indonesia, Myanmar, Singapore e Thailandia. Il governo vietnamita nel quinquennio 2026/2030 punta a raggiungere una crescita del 10% grazie a prestiti internazionali ed investimenti nelle sue infrastrutture e nel comparto manifatturiero. Tutto grazie al rinnovato rapporto con Washington che nel 2024 ha visto un surplus commerciale aumentato del 20%, il più alto del continente asiatico. Questo significativo aumento fotografa la tendenza delle aziende statunitensi nella ricerca di diversificazione per le loro catene di approvvigionamento, riducendo sensibilmente la dipendenza dalla Cina e scegliendo il Vietnam come alternativa chiave in settori come il tessile, l’arredamento e l’elettronica. Hanoi vanta anche una posizione strategica nel Sud-est asiatico e per questo motivo Donald Trump ha voluto intensificare le relazioni diplomatiche nel tentativo di contrastare l’influenza di Pechino nell’area. 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Durante la cena nella casa padronale il titolare della piantagione di caucciù esprime tutta la sua rabbia per le sconfitte coloniali francesi degli ultimi anni: Diem-Bien-Phu, l’Algeria, l’Indocina. Avvolta dal «cuore di tenebra», il romanzo a cui il film è ispirato, la famiglia di coltivatori sparirà nelle nebbie della giungla come una visione che si spegne per sempre in dissolvenza. Quei fantasmi simboleggiavano la fine di un mondo durato oltre 70 anni, quello della coltivazione intensiva del caucciù importato in Indocina dai francesi a partire dalla loro presenza in Vietnam alla fine del XIX secolo.L’Hevea Brasiliensis, o albero della gomma, è una pianta originaria dell’Amazzonia. Dopo la scoperta della vulcanizzazione, divenne una fonte importantissima per la produzione della gomma ricavata dal lattice, che veniva prodotto dalla pianta per proteggersi naturalmente da insetti e parassiti. Con lo sviluppo tecnologico a cavallo dei secoli XIX e XX divenne anche una fonte di grandi profitti, come dimostravano le coltivazioni intensive di Manaus, in Brasile. L’albero, tuttavia, non sopportava il clima continentale, come dimostrarono i tentativi di coltivazione in Europa e Nord America. Il Vietnam centro-meridionale, caratterizzato da un clima tropicale simile a quello brasiliano, rappresentò un’occasione perfetta per lo sviluppo dell’industria della gomma francese che in quegli anni viveva una grande espansione. La pianta fu importata per la prima volta nel 1897 al giardino botanico di Saigon, dove crebbe prospera e produttiva. Era l’inizio di una produzione estensiva che durò circa 70 anni, dalla quale i grandi gruppi francesi trassero enormi profitti. Ma fu anche una delle cause dello sviluppo irreversibile della rivolta sociale e anticoloniale dominata negli anni dai guerriglieri filocomunisti, che proprio nelle grandi piantagioni di caucciù trovarono linfa vitale fino alla cacciata dei francesi alla metà degli anni Cinquanta. Una serie di scelte e valutazioni errate, messe in atto dai colonizzatori dell’Indocina, faranno delle piantagioni estensive del Vietnam un punto di debolezza per il mantenimento del dominio coloniale. Se la linfa bianca che nasceva dal tronco dell’Hevea era oro colato per i francesi, si può dire che gli errori cominciarono alla radice. Il governo coloniale emissario di Parigi infatti decise di affidare ai privati la gestione delle piantagioni, ottenendo in cambio gli introiti delle tasse sui guadagni delle compagnie senza un diretto controllo da parte dello Stato, che si limitò a fornire le infrastrutture come le ferrovie. Il capitale francese, diviso in piccoli e più grandi investitori, non si preoccupò minimamente di elaborare una valutazione socio-ambientale sulle conseguenze che la coltivazione estensiva dell’albero della gomma avrebbe comportato. Anzitutto, per diventare produttiva, la piantagione deve attendere circa sette anni. Le zone scelte dalle compagnie per la coltivazione di grandi appezzamenti erano originariamente coperte dalla fitta giungla tropicale, una fonte di gravi pericoli e di mortalità a causa degli attacchi di tigri, serpenti velenosi, insetti portatori di malaria e per i rischi elevati di infortunio durante le operazioni di abbattimento della vegetazione. Tra i coolies, come venivano chiamati i braccianti vietnamiti, la mortalità raggiungeva cifre elevatissime. Non andò meglio dopo l’avvio della produzione, dove persistevano i rischi di un lavoro altamente invalidante senza che i francesi garantissero in alcun modo assistenza sanitaria alla loro stessa mano d’opera, costretta a vivere in malsane baracche. L’oppio e il gioco d’azzardo diffuso tra i lavoratori importati dal Nord aumentarono ulteriormente i problemi, che i proprietari francesi liquidarono considerandoli conseguenza della depravazione endemica dei vietnamiti.Un altro aspetto, molto importante per capire le ragioni della diffusione della rivolta sociale alla base del successivo fenomeno Vietcong, era rappresentato dall’errore che i francesi fecero nel considerare le zone scelte per le piantagioni come semi spopolate. In realtà erano da secoli abitate da una etnia semi nomade che coltivava la terra espropriata con la forza per fare posto al caucciù. Queste popolazioni, come quella degli Stieng, rappresentarono il primo nucleo di ribellione alla colonizzazione francese e alle grandi coltivazioni private. Negli anni ’20 il caucciù raggiunse un picco produttivo con la crescita vertiginosa della domanda. Nel 1925 il colosso francese degli pneumatici Michelin arrivò in Vietnam con le più grandi piantagioni di gomma del Paese, quelle di Dau Tieng e Phu Rieng. dove fu importato un gran numero di lavoratori in particolare dalla regione del Tonchino. Le piantagioni divennero una polveriera, prima sociale e poi politica. Qui nel 1929 si consumò il primo omicidio a carico di un funzionario addetto al reclutamento del personale, Alfred François Bazin, per mano dei nazionalisti del Nord Vietnam. Fu tuttavia la propaganda comunista a prendere le redini della protesta nelle piantagioni francesi nel decennio successivo, nonostante le prime iniziative di Michelin nel miglioramento delle condizioni igienico-sanitarie con la costruzione di strutture sanitarie attigue alle piantagioni. Nel 1930, l’anno della fondazione del Partito comunista vietnamita da parte di Ho-Chi-Minh, la piantagione di Phu Rieng fu teatro di un violento sciopero e di occupazioni sobillate dagli agenti comunisti. Durante il decennio, il sabotaggio e gli attacchi alle piantagioni si susseguirono senza sosta, aggravati dal crollo del prezzo della gomma causato dalla Grande depressione. Nel 1940 i giapponesi invasero il Vietnam, mentre la Francia crollava sotto i colpi del Terzo Reich. I proprietari francesi rimasero sotto l’egida del successivo governo di Vichy ma la guerra e l’azione giapponese provocò danni gravissimi fino al 1945.Nel dopoguerra i francesi investirono risorse ingenti per riavviare la produzione crollata a zero sotto l’occupazione nipponica. Favoriti dalla tecnologia sviluppata durante la guerra, i produttori ristabilirono alti livelli di resa nelle piantagioni, ma non riuscirono mai a contrastare veramente gli attacchi dei comunisti del Viet-Minh, che in pochi anni riuscirono a mettere fuori uso il 10% delle piantagioni. La fine dell’Indocina francese nel 1954, seguita alla sconfitta militare di Diem-Bien-Phu, segnò irreversibilmente il destino dell’industria della gomma nel Vietnam diviso al 17°parallelo. Nel Sud il governo favorì il permanere delle grandi compagnie francesi che in assenza della precedente amministrazione coloniale rimasero strette tra il debole governo di Saigon e i sabotaggi del Viet-Minh, i comunisti di Hanoi. Senza i francesi al governo coloniale, i proprietari del caucciù agirono in modo scoordinato, alimentando ancora di più il potere dei Vietcong. Se da una parte richiedevano la protezione del governo sudvietnamita, dall’altra non esitarono a finanziare i ribelli pagandoli per evitare le azioni di sabotaggio oppure per il riscatto di funzionari rapiti. La situazione peggiorò ulteriormente con l’arrivo degli Americani all’inizio degli anni Sessanta, che di certo non avevano gradito l’atteggiamento dei proprietari francesi nei confronti dei ribelli. Le piantagioni del Sud erano diventate basi importantissime per la guerriglia Vietcong che gli americani colpirono più volte durante il conflitto, tanto che le piantagioni Michelin divennero tra i più sanguinosi campi di battaglia tra il 1966 e il 1969. In particolare la zona meridionale della piantagione Michelin di Dau Tieng divenne una roccaforte dei Vietcong (chiamata anche «Iron Triangle»), che gli americani cercarono di espugnare con tre grandi operazioni tra il 1966 e il 1969. La zona era un punto cardine della logistica comunista e punto di passaggio del famigerato sentiero di Ho Chi Minh. La guerra provocò danni rilevanti alle piantagioni di caucciù, aggravati dall’utilizzo del napalm durante le azioni di rastrellamento. Ma un altro nemico, lontano dal Vietnam, minacciava l’esistenza delle piantagioni francesi: la diffusione della gomma sintetica, che dalla metà degli anni Sessanta soppiantò quella naturale. Saigon cadde nell’aprile del 1975 e tutte le piantagioni furono nazionalizzate. Così svanì per sempre l’industria francese del caucciù, industria simbolo del dominio di Parigi nel Sudest asiatico.
Imagoeconomica
È l’ennesimo atto di un percorso a ostacoli, in cui a cominciare dai sequestri ordinati dai giudici nel 2012, sono andati in fumo, secondo stime, circa 40 miliardi di euro, in larga parte come mancato Pil e mancato export, ai quali vanno aggiunti 1,5 miliardi tra risorse versate da Invitalia in Acciaierie d’Italia e assorbite dalla cig e 4 miliardi che ArcelorMittal sostiene di aver investito nel gruppo.
Ora il pronunciamento del Tribunale di Milano, genera forti preoccupazioni anche per il negoziato in corso per la vendita al fondo Flacks, nonché sulle sorti del prestito ponte autorizzato di recente dalla Commissione europea fino a un massimo di 390 milioni.
La decisione della magistratura già ha provocato la dura e immediata reazione di due parlamentari di Fratelli d’Italia, il deputato Silvio Giovine e il senatore Matteo Gelmetti. «Questa sentenza», ha dichiarato Giovine, «mette a rischio l’industria italiana che non potrà più approvvigionarsi dagli stabilimenti Ilva e fa saltare anche il piano straordinario di manutenzione». E Gelmetti dice che «sono a rischio ben 25.000 posti di lavoro tra diretti e indiretti».
Ma vediamo esattamente di cosa si tratta. Dopo la richiesta di residenti del comune di Taranto, il Tribunale civile di Milano ha ordinato, come si diceva, la sospensione dell’attività produttiva dell’area a caldo, con una decisione nella quale si parla di «rischi attuali e di pregiudizi alla salute». Il decreto allo sato non è esecutivo e lo diventerà solo se non verrà impugnato. Più precisamente il Tribunale di Milano ha disapplicato parzialmente il provvedimento che autorizza l’attività produttiva dello stabilimento, cioè l’Autorizzazione integrata ambientale (Aia) del 2025. »La disapplicazione dell’Aia», scrivono i giudici, «è stata disposta con riferimento ad alcune prescrizioni»: in sostanza dovranno essere adottate misure che modifichino in modo sostanziale alcun condizioni produttive ritenute dannose per la salute. Il decreto spiega il Tribunale, è stato emesso non solo a tutela dei ricorrenti, ma anche dei residenti a Taranto, Statte e nei quartieri limitrofi allo stabilimento, «in applicazione di quanto previsto dalla sentenza della Corte di giustizia dell’Unione europea del 25 giugno 2024 a cui era stata rimessa la questione».
L’ordine di sospensione dell’attività produttiva cesserà di avere effetto quando la società siderurgica avrà adempiuto agli interventi indicati dal Tribunale di Milano. L’azienda avrebbe così sei mesi di tempo per scongiurare il rischio di blocco dell’impianto. È chiaro che a questo punto emergono una serie di interrogativi e di problemi. Da un lato i tempi concessi per gli interventi necessari ad evitare la chiusura, dall’altro soprattutto l’impatto della sentenza sul negoziato con il fondo Flacks. Secondo fonti vicine al dossier, citate dall’Agi, si teme che l’investitore possa defilarsi ritenendo il nuovo quadro mutato rispetto a quello sul quale si stava trattando. «Se la vendita dovesse eventualmente saltare e l’investitore dovesse manifestare il suo disimpegno perché il contesto complessivo è cambiato, non c’è nemmeno più la condizione per il prestito autorizzato dalla Ue, che è stato concesso a fronte di una trattativa con un potenziale acquirente» osservano sempre le fonti citate dall’Agi. Inoltre, si afferma, la richiesta di riscrittura di alcune prescrizioni Aia da parte del Tribunale di Milano, ha sicuramente un impatto di maggiori costi economici che adesso andrà valutato con molta attenzione, pone limiti più severi alla produzione di acciaio, ma soprattutto cambia le regole con una gara per la vendita in corso e che è stata lanciata ai primi di agosto proprio sulla base dell’Aia autorizzata dal Mase (ministero dell’Ambiente), i cui elementi erano noti.
Intanto i sindacati sono sul piede di guerra. Il ministero del Lavoro li ha convocati per discutere la proroga della cassa integrazione straordinaria richiesta da Acciaierie d’Italia, in amministrazione straordinaria, misura che riguarda 4.450 lavoratori di cui 3.800 nello stabilimento di Taranto a partire dal 1 marzo 2026 per una durata di 12 mesi. Ma i sindacati dei metalmeccanici, Fiom, Fim e Uilm, hanno chiesto di essere convocati dal governo per conoscere lo stato della discussione sul futuro di Taranto e sul destino complessivo dei 20.000 dipendenti del gruppo. Lamentano di non avere avuto risposta a questa richiesta e hanno deciso di auto convocarsi a Roma, a Palazzo Chigi, il 9 marzo. Per Valerio D’Alò, segretario nazionale Fim Cisl, «non c’è tempo da perdere: non basta discutere soltanto di ammortizzatori sociali».
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Christine Lagarde (Ansa)
E mentre le famiglie stringono i cordoni della borsa, i conti correnti del comitato esecutivo Bce sorridono. Come emerge dal bilancio dell’istituto nel 2025, lo stipendio di Christine Lagarde è salito a 492.204 euro, in aumento del 5,6% rispetto ai 466.092 euro del 2024. Considerando che l’inflazione è stata solo del 2% la signora presidente, sempre assai rigorosa in fatto di buste paga, si è concessa un bel bonus. Un aumento difficile da spiegare soprattutto considerando che la sua retribuzione è quattro volte più alta di quella del collega Jerome Powell che guida la Fed. Ma perchè questa differenza? C’è anche da dire che l’extra-large di Christine non è un caso isolato. Tutto il consiglio direttivo della banca si è fatto un bel regalo portando a 2,3 milioni di euro il totale dei compensi. Il vice presidente Luis de Guindos si accontenta di 421.908 euro; Piero Cipollone, Frank Elderson, Philip R. Lane e Isabel Schnabel si consolano con 351.576 euro ciascuno. La morale? Quando l’inflazione non morde, si aumenta lo stipendio. Quando morde, si alza la voce. Ma qui entra in gioco un dettaglio che merita un applauso ironico. Il nome di Christine Lagarde compare anche nelle conversazioni via mail di Jeffrey Epstein. Al finanziere pedofilo un mittente oscurato la descrive con grande sintesi e grande lusinga: «Really smart lady».
Sì, proprio così. Non «capace», non «competente», ma «proprio intelligente». E se qualcuno stava pensando a un complimento innocuo, aggiungiamo un contesto. Nelle mail di Peter Mandelson, esponente di punta del Partito laburista britannico finito in galera proprio per via dei su antichi rapporti con Epstein, il nome della Lagarde compare nella cabina di regia, insieme a Trichet e Sarkozy del cosiddetto «massacro della Grecia» del 2010. All’epoca era ministro dell’Economia in Francia. Poi, come direttore generale del Fmi, non ha certo brillato per interventi risolutivi. Eppure, il suo stipendio sale e il mondo guarda, tra ironia e incredulità, come se il tempo e i conti pubblici fossero concetti marginali rispetto al potere e alla reputazione.
Ah la Grecia. Nella sua mail di tanti anni fa Mandelson lo spiega senza mezzi termini: gli eurofans non si occupano per niente delle sofferenze della popolazione. Certi atteggiamenti non sembrano essere cambiati. Le «elite» guardano solo il loro ombelico.
«Avanti tutta», dice Lagarde, con il suo aumento del 5,6% appena approvato. La stabilità, per lei, significa crescita dei conti correnti del comitato esecutivo e continuità del proprio stipendio, mentre le famiglie contano ogni centesimo al supermercato e gli scaffali si svuotano. Un binomio perfetto tra realtà e percezione: l’inflazione «misurata» può scendere, quella «vissuta» resta in aumento.
E i file di Epstein? Non sono solo curiosità, ma un vero sigillo di intelligenza - almeno secondo il criminale che si ammantava di buone intenzioni e ospitava i potenti del mondo. «Really smart lady». Sì, ma mentre il mondo contava euro e debiti, Epstein annotava giudizi personali, che oggi risuonano quasi come una vignetta satirica in versione «noir» sulla politica europea.
Se i file di Epstein aggiungono ironia, le mail di Peter Mandelson aggiungono dramma. Lagarde, insieme a Trichet e Sarkozy, viene citata come regista del disastro greco. Un sipario tragico tra obbligazioni, piani fiscali e mercati pronti a scatenare il panico. Non solo numeri: responsabilità politica, scelte strategiche, effetti sul continente. Il tutto mentre il presidente della Bce aumenta il suo stipendio e sorride davanti alle telecamere, incurante di chi paga le conseguenze.
I cittadini europei vivono la spesa quotidiana come un campo minato: latte, pane, pasta, carne, tutto più caro di ieri. La presidente della Bce spiega che l’inflazione è diminuita, ma la percezione resta alta. È il paradosso della politica monetaria: misurata e vissuta non coincidono mai. E mentre le famiglie sospirano, Lagarde firma il proprio aumento e guarda avanti, con l’aria di chi sa di essere davvero intelligente
Così Christine Lagarde avanza sul palcoscenico europeo: stipendio in crescita, famiglie in difficoltà, Grecia al centro del dramma, file di Epstein e mail di Mandelson a testimoniare un ruolo da protagonista, silenziosa e potente. E il mondo osserva, tra ironia, incredulità e un po’ di sbalordimento: perché nella finanza internazionale, come in una commedia tragica, ci sono eroi, cattivi, spettatori e, naturalmente, «really smart ladies».
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Eduardo Teodorani e Jeffrey Epstein (Imagoeconomica-Ansa)
La figura centrale è Eduardo Teodorani Fabbri, figlio di Maria Sole Agnelli, sorella dell’avvocato. Cugino di secondo grado di John e Lapo Elkann, è stato top manager di Exor, Fiat, New Holland e Cnh International, ma anche un grande amico di Epstein. Nel 2010, due anni dopo la prima condanna del finanziere ebreo, questi scriveva a Peter Mandelson, esimio protagonista del partito laburista blairiano, allora primo segretario di Stato e oggi caduto anch’egli in disgrazia dopo la pubblicazione dei file: «Eduardo Teodorani e Annabelle Nielson (modella britannica morta nel 2018, moglie per un breve periodo, negli anni Novanta, del banchiere Nathaniel Rothschild, ndr) sono qui al ranch con me». Il riferimento è allo Zorro ranch, tenuta comprata da Epstein nel New Mexico, dove si sospetta possano essere state sepolte due ragazze uccise durante una sessione di sesso estremo. Quando Mandelson gli chiede lumi su chi sia, il pedofilo risponde: «Agnelli, Ferrari, Fiat, ecc».
La corrispondenza tra i due è cospicua. Teodorani si rivolge spesso al pedofilo con l’appellativo di «master», cioè «maestro». «È incinta Davina?», domanda Epstein l’1 ottobre 2011. «No, e ho scoperto che quella storia era una truffa e lui non è mio figlio, quindi buone notizie. Domani pranzo con il mio amico Mark Getty (cofondatore di Getty Images), pieno di figa», risponde il nipote di Gianni Agnelli. Sempre nel 2011, David Stern, collaboratore del principe Andrea molto presente negli Epstein files, racconta al finanziere di dover incontrare a Hong Kong colui che sta che sta costruendo «la piattaforma asiatica per la famiglia Agnelli, agendo principalmente per conto di John Elkann (Exor)». Un’altra mail mostra, nel 2012, un invito a Teodorani sull’isola degli orrori, Little Saint James. «Eduardo è uno di noi», scrive invece il finanziere a un altro dei suoi sodali, l’emiratino Sultan Ahmed bin Sulayem, nel 2013. Che cosa intenda con «uno di noi», chiaramente, non è dato sapere. Ma il miliardario di Dubai, che da pochi giorni si è dimesso da Dp World perché travolto dallo scandalo, è colui che condivise con Epstein l’ormai noto «video delle torture». «Mi piacerebbe incontrarlo», risponde Ahmed bin Sulayem. «Possiede la Ferrari», continua Epstein.
Uno dei messaggi più controversi è del 19 aprile 2015, quando Epstein scrive a un certo Jabor Y., probabilmente Sheikh Jabor Yousuf Jassim Al Thani, membro della famiglia reale del Qatar: «Shabaz potrebbe dare un’occhiata ai dettagli di Exor, la holding della famiglia Agnelli, proprietaria di Cushman. Hanno appena fatto un’offerta per una compagnia di riassicurazione la settimana scorsa, sposteranno Ferrari in spin-off quest’anno e avranno ancora Fiat Chrysler e Maserati. La maggior parte dei loro soldi è liquida, circa 15 miliardi o giù di lì». Informazioni estremamente precise: l’11 maggio successivo fu annunciata la vendita di Cushman & Wakefield, e se l’offerta di Exor per PartnerRe era effettivamente già nota qualche giorno prima della mail - compravendita poi chiusa ad agosto per 6,9 miliardi - la separazione di Ferrari dal gruppo Fca è iniziata a ottobre del 2015 e si è conclusa all’inizio del 2016. Insomma, il finanziere conosceva in anticipo le mosse della famiglia più potente di Italia. E non è difficile immaginare chi fosse a dargli queste informazioni.
«Domani se per te va bene passo a trovarti verso le 13», scrive Teodorani il 22 giugno 2016. Epstein: «Ok, da solo o con qualcosa di carino?». La replica: «Molto carina, occhi azzurri». Ma il messaggio più inquietante, soprattutto se si pensa alle note attività di Epstein, è dell’anno successivo. Il 18 gennaio 2017, Teodorani gli scrive: «Fammi sapere se vieni in Europa prima di febbraio». Il faccendiere risponde: «Parigi la prossima settimana. Mi devi un bambino/una bambina (letteralmente «you own me a bambini», una storpiatura dell’italiano simile a quella che fece Trump con Giuseppi). La figlia del tuo amico non mi ha più chiamato su Skype». Termine che torna nel 2019, pochi mesi prima dell’arresto di Epstein, quando Teodorani gli scrive: «Maestro, noi aspettiamo la bambina dalle belle caviglie con un’altra buona amica a tua scelta!!! Stanotte il Peninsula (hotel di lusso a New York, ndr) sarà il nostro quartier generale della festa!».
Ricapitolando: non solo Eduardo Teodorani ha per anni mantenuto un legame molto stretto con un uomo condannato per sfruttamento sessuale di minori, ma partecipava e organizzava feste con lui a cui invitava ragazze, si prodigava in commenti, lo aggiornava riguardo a presunte gravidanze illegittime, organizzava incontri (in una mail dice di volergli presentare Pilar Fogliati). E, con un pedofilo, parlava di bambini e bambine. Nel frattempo il finanziere, che altrove definisce Lapo Elkann un amico, aveva informazioni dettagliatissime su operazioni economiche condotte dalla Exor e da John Elkann, capo della holding di famiglia, prima che fossero annunciate. Non c’è molto altro da aggiungere: è il filone italiano dello scandalo Epstein.
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