Imbarazzi e veline sul caso Garofani. Ora è il Quirinale che vede complotti?

Non sarà «provvidenziale», ma lo scossone c’è stato. È quel 60% di italiani che non è andato a votare, e il presidente della Repubblica certo ha preso buona nota. Ieri era a Lecce - con Michele Emiliano al suo ultimo atto ad accoglierlo (e non pareva euforico) - per l’assembla annuale delle Province e ha detto un paio di frasi che suonano come un avvertimento a nuora perché suocera intenda. Sopire, troncare - come avrebbe detto il Conte zio - le turbolenze attorno all’affare Garofani, ripensando all’uscita di lunedì del presidente del Senato.
Ignazio La Russa ha suggerito: «Francesco Saverio Garofani è il segretario del Consiglio supremo di Difesa. Credo che forse sia meglio che quel ruolo lo lasci a qualcun altro, fosse stato di destra lo avrebbero già crocifisso». Una bordata che al Quirinale hanno preso male, anche perché nel colloquio dei giorni scorsi pareva che Giorgia Meloni avesse chiarito con il presidente. La Russa ha poi fatto una mezza retromarcia per evitare ulteriori frizioni: «Anche io, come Giorgia Meloni, considero il caso chiuso e ho espresso personalmente, sin dal primo minuto, piena solidarietà al presidente Mattarella. Certo, ho detto, forse in maniera troppo sincera, che Garofani potrebbe essere imbarazzato a svolgere il ruolo non di Consigliere, ma di segretario del Consiglio supremo di difesa. Ma non tocca a me chiedere le sue dimissioni e nemmeno l’ho fatto».
Al Quirinale l’aria di sospetto ormai si era insinuata e qualcuno deve aver chiamato a raccolta i quirinalisti dei giornaloni perché facessero sapere che al Colle c’era «gelo» per le frasi di La Russa. E così ieri il presidente, parlando di riforme (elettorali?) per far funzionare meglio le province, ha scandito: «È necessario intervenire con uno sguardo d’insieme e con animo repubblicano di unità, di cooperazione tra le istituzioni e, spero, tra parti politiche». Sono giorni che dal Quirinale partono messaggi, contraddittori, per cercare di ricucire lo strappo istituzionale. Sergio Mattarella avrebbe potuto risolvere la questione invitando Francesco Saverio Garofani a farsi da parte e resta un parziale mistero perché non accada. La ragione è semplice: Giorgia Meloni in queste ore è al centro di un contesto internazionale complicato, con le difficili trattative sull’Ucraina e con il G-20 a Johannesburg. Mattarella non può perdere la presa sul Consiglio supremo di difesa, né può dare la sensazione al suo campo largo, che è ben diverso da quello di Elly Schlein, di lasciare per strada qualcuno. Eppure Sergio Mattarella dovrebbe sapere che quella voce dal sen fuggita dal suo fidatissimo consigliere non fa fare una bella figura alle istituzioni, soprattutto se il Colle, in modo inusitato, risponde e fa pressioni. La gente poi si stufa.
Il presidente della Repubblica farebbe bene a rileggersi il suo discorso di un paio di settimane fa all’assemblea dell’Anci: «Vorrei ripetere che non possiamo accontentarci di una democrazia a bassa intensità. Questa carenza non potrebbe in alcun modo essere colmata da meccanismi tecnici, che potrebbero anche aggravarla: la rappresentatività è un’altra cosa e va perseguita e coltivata». Insomma, il provvidenziale scossone invocato da Garofani - ma sia chiaro: era una chiacchiera da bar - non può essere arginato da una riforma della legge elettorale a cui sta pensando Giorgia Meloni.
Sergio Mattarella fa spesso riferimento a «intese», «meccanismi tecnici» che lui ben conosce, visto che il Mattarellum fu inventato da lui per introdurre criteri maggioritari e dare un qualche vantaggio al Pds (sconfitto poi da Silvio Berlusconi). Perciò i quirinalisti sono stati chiamati all’ordine. Qualcuno, ad esempio Repubblica, ha fatto un passo in più affermando che La Russa rivendica al Senato la sua imparzialità, ma fuori fa il capopartito. La fonte è Walter Verini, deputato di lungo corso del Pd. Il Corriere della Sera ipotizza che il Colle ritenga ci sia un piano orchestrato da Fdi per screditare la presidenza della Repubblica con continui «stop end go» - scrive Monica Guerzoni - della «polemica che serve a graffiare l’immagine super partes» di Mattarella. La prima mossa l’ha però fatta il Quirinale: a fronte delle rivelazioni di Maurizio Belpietro sulla Verità, ha definito «ridicole» le notizie riportate e ha risposto direttamente a Galeazzo Bignami, il capogruppo alla Camera di Fratelli d’Italia, che chiedeva a Francesco Saverio Garofani di smentire, non al Quirinale (che invece si è piccato). Fanno sapere dal Colle, per interposto Corriere, che c’è nell auguste stanze «un silenzio denso e stupefatto». Poteva essere rotto da poche parole: il presidente Mattarella ringrazia Garofani per il lavoro svolto e lo congeda. Eh no. Dettano ai quirinalisti che l’ipotesi di un passo indietro del consigliere non è mai stata presa in considerazione: il complotto contro Meloni è una tesi ridicola e nessuno si è augurato scossoni per fermare la premier. I testimoni dicono altro, ma, come si dice, se son Garofani fioriranno.





