Dopo quarant’anni un altro Papa prenderà parte al Meeting per l’amicizia tra i popoli, l’incontro che dal 1980 alcuni amici di Rimini vollero cominciare ad organizzare per una fede che si faceva cultura. Come insegnerà proprio Giovanni Paolo II nell’agosto del 1982 - quando fu appunto il primo Papa a partecipare al Meeting di Rimini - , l’esperienza nata e sviluppata nell’alveo del movimento di Comunione e Liberazione che da allora rappresenta forse l’appuntamento estivo più importante non solo per chi vive la fede e appartiene al movimento, ma anche per il mondo culturale e politico non solo italiano.
Una partecipazione, quella di Leone XVI, inattesa e che segue l’udienza del 26 gennaio concessa dal pontefice al presidente della Fondazione Meeting per l’amicizia fra i popoli, Bernhard Scholz. Una partecipazione che assomiglia a una risposta senza troppe parole a certi gossip e chiacchiere da social che aleggiano su Comunione e Liberazione dopo i travagli vissuti in seguito alle dimissioni da presidente della Fraternità di don Julian Carron.
Papa Leone XIV sarà al Meeting sabato 22 agosto nel pomeriggio e poi presiederà una messa con i fedeli della diocesi di Rimini. La partecipazione all’evento del pontefice è stata diffusa ieri, insieme a un programma di visite che papa Prevost terrà in Italia nei prossimi mesi. Oltre a partecipare alla quarantasettesima edizioni del Meeting, il Papa sarà a Pompei e Napoli l’8 maggio, quindi il 23 maggio visiterà le Terre dei Fuochi, il 20 giugno andrà a Pavia sulla tomba del santo a lui più caro, Sant’Agostino, quindi il 4 luglio sarà a Lampedusa, sulle orme del predecessore Francesco (che sull’isola fece il suo primo viaggio). Il 6 agosto papa Leone XIV andrà, invece, a Santa Maria degli Angeli ad Assisi, per incontrare i giovani riuniti per l’ottocentesimo anniversario del Transito di San Francesco.
Un vero e proprio «tour» italiano quello programmato da papa Leone XIV che sempre ieri ha incontrato i preti della diocesi di Roma ricordando loro che «dobbiamo riconoscere che parte della nostra gente battezzata non sperimenta la propria appartenenza alla Chiesa, e ciò invita a vigilare anche su una sacramentalizzazione senza altre forme di evangelizzazione». Di fronte a una «crescente erosione della pratica religiosa», ha detto il Papa ai preti romani, non è più possibile applicare una «pastorale ordinaria […] che si preoccupa anzitutto di garantire l’amministrazione dei sacramenti», ma è «urgente ritornare ad annunciare il Vangelo: questa è la priorità». Se tra fede e sacramenti c’è una reciprocità essenziale è chiaro che la conclamata crisi di fede svuota dall’interno questo rapporto e riduce il sacramento, quando va bene, a consuetudine sociale.
Il viaggio in Italia del Papa andrà a toccare diversi punti nodali della vita pubblica e religiosa del Belpaese, e il Papa, ricordiamolo, è anche primate d’Italia. Da Pompei, a Lampedusa, da San Francesco a Sant’Agostino, fino appunto al Meeting di Rimini c’è un filo rosso che probabilmente segna questo tour, il desiderio del pontefice di ridare priorità all’annuncio del Vangelo davanti a una realtà sociale e culturale che appare stanca e ormai priva del nerbo di quei principi che hanno «fatto l’Italia». E gli italiani.
Proprio Giovanni Paolo II al Meeting di Rimini nel 1982 citava Sant’Agostino nell’apertura delle sue celebri Confessioni, laddove il santo ricorda che «il nostro cuore è inquieto finché non riposa in Te». «Siamo fatti per il Signore», chiosava Giovanni Paolo II, «che ha stampato in noi l’orma immortale della sua potenza e del suo amore. Le grandi risorse dell’uomo nascono di qui, sono qui, e solo in Dio trovano la loro salvaguardia». Così papa Wojtyla davanti al popolo del Meeting con parole che probabilmente sono molto vicine al sentire di papa Prevost. Il presidente della Fraternità di CL, Davide Prosperi, ha dichiarato: «Siamo profondamente grati al Santo Padre per aver accolto il nostro invito: la sua partecipazione rappresenta per noi un segno di affetto molto desiderato».
Se i matrimoni ormai si fanno superare dai divorzi e le libere unioni crescono a vista d’occhio, ecco che l’ex Sant’Uffizio pubblica una nota dedicata alla monogamia. Questa volta Oltretevere vanno decisamente controcorrente, come si legge anche nel testo di Una caro (Una sola carne). Elogio della monogamia, la nota dottrinale sul valore del matrimonio come unione esclusiva e appartenenza reciproca del dicastero per la Dottrina della fede. Firmata dal prefetto cardinale Victor Manuel Fernandez, la nota, sottoscritta anche da papa Leone XIV, è stata presentata ieri in Vaticano dal prefetto stesso, da monsignor Armando Matteo, segretario per la Sezione dottrinale del medesimo dicastero, e dalla professoressa Giuseppina De Simone, docente presso la Pontificia facoltà teologica dell’Italia Meridionale.
La nota, decisamente corposa, viste le quasi 40 pagine, sembra tornare a un passo consueto dopo anni di sottolineature pastorali rivolte a modalità differenti di vita affettiva: vuole soffermarsi in particolare su una delle due proprietà che il Codice di Diritto canonico individua per il matrimonio, l’unità, che può essere «definita come l’unione unica ed esclusiva tra una sola donna e un solo uomo o, in altre parole, come l’appartenenza reciproca dei due, che non può essere condivisa con altri». Da una parte la genesi del documento si trova remotamente tra i tavoli delle discussioni del doppio sinodo sulla famiglia del 2014 e 2015 (in particolare su richiesta dei padri africani sulla poligamia), ma anche «sulla constatazione che diverse forme pubbliche di unione non monogama - a volte chiamate «poliamore» - stanno crescendo in Occidente». Il cardine è l’approfondimento sul valore della monogamia, perché, si legge, «la questione è intimamente legata al fine unitivo della sessualità, che non si riduce a garantire la procreazione, ma aiuta l’arricchimento e il rafforzamento dell’unione unica ed esclusiva e del sentimento di appartenenza reciproca».
La sottolineatura è rivolta appunto alla dimensione unitiva della sessualità che, nella dottrina cristiana, è sempre accompagnata da quella procreativa, in una connessione inscindibile, come insegnò papa Paolo VI nella celebre enciclica Humanae vitae (1968).
Citando papa Francesco, il documento sottolinea che «Dio stesso ha creato la sessualità, che è un regalo meraviglioso», qualcosa che ha a che fare con la donazione personale. E San Tommaso d’Aquino spiega tutto questo molto bene «quando ricorda che «la natura ha legato il piacere alle funzioni necessarie per la vita dell’uomo» e che colui che lo rifiutasse, «al punto di trascurare ciò che è necessario per la conservazione della natura, commetterebbe peccato, violando così l’ordine naturale». A orecchie poco attente sembra quasi strano, ma la Chiesa invita a far sesso. Non qualunque e comunque; «la sessualità come azione di tutto l’essere umano, nella sua corporeità e interiorità, grazie anche al potere trasfigurante della carità, significa che essa non è vissuta passivamente, come un semplice lasciarsi trasportare dagli impulsi, ma come l’azione della persona che sceglie di unirsi pienamente all’altro».
Alla base dell’unità del matrimonio c’è il rispetto della prima dimensione della sessualità umana che richiede che alla persona propria e dell’altro sia dato ciò che è dovuto: il riconoscimento della sua preziosità. Si tratta dell’unicità dell’altro e quindi insostituibilità: «tuo/tua per sempre», poiché nessun altro può prendere il tuo posto. Che è la definizione stessa del matrimonio monogamico e indissolubile nella sua intima essenza etica.
La Nota Una caro, che sul tema fa un excursus biblico, di teologi cristiani, del magistero dei Papi e persino dei poeti, riporta anche il pensiero di Alice von Hildebrand, nata Jourdain, moglie di Dietrich, che «sostiene che la realizzazione piena dell’umanità si può raggiungere solo nell’unione tra uomo e donna, la «divina invenzione»: «non solo Lui [Dio] ha fatto l’uomo composto di anima e corpo - una realtà spirituale e una materiale - ma, oltre a ciò, per coronare questa complessità, «maschio e femmina li ha creati». Chiaramente, la pienezza della natura umana si trova nell’unione perfetta tra uomo e donna».
L’unione tra i coniugi, si legge nella Nota, «poiché è un’unione tra due persone che hanno esattamente la stessa dignità e gli stessi diritti, […] esige quell’esclusività che impedisce all’altro di essere relativizzato nel suo valore unico e di essere usato solo come mezzo tra gli altri per soddisfare dei bisogni. Questa è la verità della monogamia che la Chiesa legge nella Scrittura, quando afferma che da due diventano “una sola carne”».
In tempi di Onlyfans, sesso poliamoroso, gender fluid e denatalità diffusa, ma anche di tristi separazioni e tremendi costi sociali, di creatività giuridica su unioni para-matrimoniali, nonché violenze e incomprensioni, questa «verità della monogamia» ha il sapore dolce-amaro delle parole che mettono il dito nella piaga. Quella che nessuno vuol vedere. Quella che il catechismo della Chiesa Cattolica, non da ieri, spiega così: «La poligamia è contraria a questa pari dignità e all’amore coniugale che è unico ed esclusivo». E che «l’amore coniugale esige dagli sposi, per sua stessa natura, una fedeltà inviolabile. È questa la conseguenza del dono di sé stessi che gli sposi si fanno l’uno all’altro».
Il cardinale John Henry Newman, già canonizzato nel 2019, sarà dichiarato Dottore della Chiesa nella celebrazione del 1° novembre che conclude il Giubileo del Mondo dell’Educazione e sarà nominato anche «co-patrono della missione educativa della Chiesa, insieme a San Tommaso d’Aquino». Lo ha annunciato ieri il cardinale José Tolentino de Mendonça, prefetto del dicastero per la Cultura e l’Educazione. La nomina sarà inclusa nel documento che il Pontefice pubblicherà martedì prossimo, nel sessantesimo anniversario della Gravissimum Educationis, la dichiarazione del Concilio Vaticano II sull’educazione cristiana.
La decisione di Papa Leone XIV riconosce in Newman non solo un gigante della teologia e del pensiero moderno, ma un autentico maestro dell’educazione cristiana, che ha speso la vita per restituire alla formazione intellettuale e morale la sua unità originaria. Insegnante per tutta la vita, Newman mise in gioco la sua passione per l’istruzione anche come cattolico, quando il cardinale Paul Cullen di Dublino gli chiese di fondare un’università cattolica per l’Irlanda nel 1851. Egli accettò con entusiasmo e, nel suo stile inimitabile, iniziò con una serie di lezioni sul significato dell’educazione superiore e sull’identità di un’università cattolica. Quelle lezioni divennero poi il volume L’idea di Università, destinato a diventare un classico del pensiero pedagogico e teologico.
Nonostante le divergenze con Cullen, che portarono alle dimissioni di Newman nel 1857 e al fallimento dell’ateneo, il lascito di quella esperienza fu duraturo. L’idea di Università rimane una pietra miliare per la riflessione sull’educazione: per Newman, infatti, il fine dell’università non è produrre geni, leader politici o autori immortali, ma formare persone mature, dotate di libertà, equità, moderazione e saggezza. L’educazione, secondo lui, è un «habitus filosofico», una crescita interiore che mira alla conoscenza come bene in sé, non come strumento di potere o profitto. «Un intelletto educato», scriveva, «per il fatto che è un bene in sé stesso, porta con sé una forza e una grazia in ogni opera e occupazione che intraprende».
Dopo l’esperienza irlandese, Newman si dedicò alla fondazione della Oratory School, nel 1859, desiderando che fosse una sorta di «Eton cattolica». L’iniziativa ebbe successo e divenne la sua grande passione. Il cardinale non fu un educatore distante: scriveva opere teatrali in latino per i ragazzi, li preparava agli esami, suonava il violino nell’orchestra della scuola e ne seguiva da vicino la vita quotidiana. Tra i suoi ex allievi figurano i figli di J.R.R. Tolkien e Hilaire Belloc. È curioso notare che proprio in uno dei salotti della scuola Tolkien cominciò a scrivere la sua Trilogia.
Nella prospettiva della Chiesa, il legame di Newman con San Tommaso d’Aquino è profondo. Entrambi si fondano su una fiducia radicale nella capacità conoscitiva dell’uomo a partire dalla realtà. In epoche diverse, Tommaso e Newman hanno visto nell’educazione non un mero esercizio intellettuale ma un cammino verso la verità che abbraccia l’intera persona. Cercatori instancabili del vero, hanno condiviso la convinzione che la formazione integrale non si esaurisca nella teoria, ma debba tradursi in vita vissuta, in scelte morali e spirituali. L’educazione, per entrambi, non è solo sviluppo intellettuale ma crescita morale, condizione essenziale per il bene dell’individuo e della società. Newman vedeva in essa un mezzo per sanare l’integrità morale disgregata dal peccato, un compito che oggi risuona con nuova urgenza in un contesto educativo spesso frammentato e privo di orientamento.
Ma il nuovo Dottore della Chiesa mostra affinità anche con un altro gigante del pensiero cristiano: Sant’Agostino. Come il vescovo di Ippona, Newman credeva che Dio fosse il vero «maestro interiore» e che il compito dell’educatore fosse quello di aiutare l’allievo ad accedere a quella luce che già abita dentro di sé. Per questo difese strenuamente la presenza della teologia nell’università: senza di essa, sosteneva, il sapere si frammenta e rischia di smarrire il proprio senso. Solo ancorando la conoscenza a Dio, il pensiero umano può mantenere la sua unità e il suo equilibrio. In questo, Newman incarna la più alta tradizione dell’educazione cristiana, quella che vede nel sapere non una somma di nozioni, ma un cammino verso la sapienza.





