In un’Aula Paolo VI gremita da oltre 3.000 capi dell’Associazione italiana guide e scouts d’Europa cattolici (Fse), papa Leone XIV ha celebrato il cinquantesimo anniversario della fondazione con un discorso che, pur rivolto ai festeggiati, sembra parlare all’intero mondo dello scoutismo cattolico italiano. Gli altri scout cattolici in Italia sono, infatti, rappresentati dall’Agesci, spesso avanguardia di un certo mondo cattolico e che solo qualche giorno fa ne ha dato prova con le discusse aperture in tema di identità di genere e orientamento sessuale anche per i capi educatori.
In filigrana, dietro alle parole di elogio rivolte ieri da papa Leone XIV per il metodo Fse, si è così intravista un’analisi antropologica profonda che sembra rispondere appunto alle recenti e discusse novità dell’Agesci.
Il pontefice ha esordito ricordando che il metodo scout non è un semplice passatempo, ma uno strumento che «mette al centro la persona, curandone tutti gli aspetti relazionali e la ricchezza umana». In questo contesto, Leone XIV ha lodato esplicitamente la scelta della Fse di educare i ragazzi in «distinte sezioni maschili e femminili», spiegando che questa non è una separazione anacronistica, ma una strategia mirata per «dedicare ai ragazzi e alle ragazze un’attenzione specifica».
Secondo il papa, questa distinzione è la chiave di volta per una crescita armonica: «Esplorare in questo modo le caratteristiche fondanti dell’essere donna e dell’essere uomo è una dinamica propedeutica all’incontro autentico e consapevole con l’altro, che può favorire la reciproca maturazione». Per Leone XIV, dunque, l’identità biologica maschile e femminile non è un dato accessorio, ma un pilastro necessario per crescere e prepararsi all’incontro con il prossimo.
È impossibile non leggere in queste riflessioni perlomeno un richiamo alle cronache recenti che hanno visto protagonista l’Agesci. L’associazione, dopo tre anni di dibattiti interni, ha infatti approvato il documento «Identità di genere e orientamento sessuale e affettivo», sancendo che tali aspetti «non sono e non possono essere criteri di esclusione nella selezione degli educatori». Una decisione definita come una «svolta storica» e una «rivoluzione» mossa dalla volontà di dare «ulteriore concretezza ai nostri valori di accoglienza».
Un cortocircuito spiegato con molte parole, ma che non cancella la preoccupazione principale che riguarda appunto la coerenza educativa: può un’associazione che si definisce cattolica prescindere dalla visione antropologica della Chiesa?
Il papa ieri ha ribadito che «la formazione di buoni cristiani e buoni cittadini rappresenta il fine del metodo scout», un obiettivo che in fondo si raggiunge solo attraverso l’«intesa pedagogica dei capi con ogni ragazza e ragazzo». Qui si inserisce il dubbio antropologico che emerge dalle parole di Leone XIV: può una donna che si considera uomo, o un uomo che vive pubblicamente una relazione con un altro uomo, farsi portatore di quella «dinamica propedeutica» basata sulle «caratteristiche fondanti dell’essere donna e dell’essere uomo» citate dal papa?
Leone XIV è stato chiaro nel ricordare ai capi che di fronte ai ragazzi loro affidati emerge la testimonianza della «coerenza della vostra vita e la maturità delle vostre scelte» che «sono ai loro occhi un esempio molto importante che li aiuta a crescere». Se il riferimento dottrinale cattolico definisce le tendenze omosessuali profondamente radicate come «oggettivamente disordinate» (Catechismo n. 2.357) e gli atti tra persone dello stesso sesso come «intrinsecamente disordinate» (Catechismo n. 2.358), la domanda sulla garanzia di quell’intesa pedagogica diventa ineludibile. Come può un educatore che rivendica una visione dell’identità fluida o soggettiva guidare un ragazzo alla scoperta della propria identità maschile o femminile secondo i binari tracciati dalla tradizione cristiana?
Quindi, il discorso del papa di ieri ai capi scout potrebbe apparire, conoscendo peraltro il felpato linguaggio intraecclesiale, come l’applicazione pratica del proverbio italiano: ha parlato ai capi della Fse (la «nuora») perché i vertici dell’Agesci (la «suocera») intendessero il messaggio. Mentre l’Agesci sembra aver intrapreso una «marcia sostenuta dal basso», il papa ha scelto di rimettere al centro il «Vangelo - vera mappa della vita», che è la persona stessa di Cristo, «buona notizia per un’umanità confusa».
Forse in casa Agesci faranno orecchie da mercante. Magari diranno che il papa stava parlando ad altri, diversi da loro. E loro resteranno fieri delle loro differenze, delle loro piste, delle loro strade. Ognuno convinto di lasciare il mondo un po’ meglio di come lo ha trovato. Perché, in fondo, «todos, todos, todos», come diceva papa Francesco. Lo stesso papa però che, quando parlava di educazione che non tenesse in debito conto la «feconda tensione» tra uomo e donna, la considerava una «colonizzazione ideologica».
«L’evangelizzazione chiede di continuare a essere la motivazione fondamentale di ogni azione della Chiesa universale e delle comunità locali». Nel discorso rivolto ieri ai partecipanti alla sessione plenaria del dicastero per l’Evangelizzazione, papa Leone XIV ha ricordato la via maestra della Chiesa, qualcosa che a suo modo risuona come un richiamo fondamentale e tempestivo.
L’indicazione del pontefice giunge in questi giorni a ridosso della pubblicazione della sua prima enciclica, Magnifica Humanitas. Il documento, dedicato alla dottrina sociale e all’irrompere a vari livelli dell’Intelligenza artificiale, ha suscitato un ampio dibattito anche in ambienti non credenti. Spesso un dibattito interessato a questioni di bottega industriale o politica, in un intreccio che la stessa enciclica cerca di «disarmare», come ha scritto il Papa. Tuttavia, si assiste spesso a un malinteso da parte del mondo laicista, che finisce per strumentalizzare il magistero sociale riducendolo a una sorta di semplice esortazione morale, un manuale di istruzioni per «usare bene» le cose del mondo o le nuove tecnologie, salvo poi proseguire con la propria agenda.
La precisazione di ieri del Papa rimette ordine: anche quando si occupa di questioni sociali, la Chiesa non lo fa come un comitato etico aziendale o per dare una specie di check list di buone prassi, ma lo fa con l’unica motivazione di evangelizzare e di portare gli uomini a Cristo, l’unico in grado di «restituire pienezza di significato e di valore alla vita delle persone».
In questa prospettiva, l’azione ecclesiale si spoglia di ogni logica di marketing politico o sociologico. Un altro passaggio cruciale del discorso al dicastero per l’Evangelizzazione colpisce al cuore le tentazioni progressiste di certo dibattito contemporaneo all’interno della Chiesa stessa, come quello emerso in alcune spinte del cammino sinodale tedesco: «Non è certo annacquando i contenuti e ammorbidendo le esigenze», ha detto ieri il Papa, «che si può rendere attraente il cristianesimo, ma testimoniando con umiltà e coraggio “la via, la verità e la vita”».
Parafrasando San Paolo, la Chiesa è chiamata a trasmettere fedelmente ciò che ha ricevuto. Il deposito della fede non è un museo da custodire sotto teca, ma una realtà viva in cui ogni sviluppo dottrinale deve essere organico e coerente, senza mai contraddire il passato. Nessun aggiornamento volto a rincorrere lo spirito del tempo, zeitgeist direbbero i tedeschi, o a compiacere le mode culturali, può essere la via. Come ha ricordato il Santo Padre ieri, «l’evangelizzazione non fa affidamento sull’efficienza delle strutture o sulla rilevanza sociale, e nemmeno sul consenso che si può ricevere in qualche momento».
Al cuore del discorso, Leone XIV ha inserito una densa citazione di papa Benedetto XVI per ribadire che l’annuncio passa solo attraverso testimoni credibili: «Abbiamo bisogno di uomini il cui intelletto sia illuminato dalla luce di Dio e a cui Dio apra il cuore, in modo che il loro intelletto possa parlare all’intelletto degli altri e il loro cuore possa aprire il cuore degli altri». È dunque la santità della vita «la forma più convincente della bellezza della fede cristiana», la via principe che precede ogni riforma e ogni struttura.
Le orecchie del mondo - interessate alla Chiesa solo quando si impegna per la pace geopolitica, quando sembra aprirsi ai cosiddetti «nuovi diritti», quando discute se far sposare i preti o quando si schiera in qualche partita politica - troveranno forse queste parole estranee, se non anacronistiche. Eppure è proprio questa la ricetta del Papa per affrontare la crisi della fede che colpisce i Paesi dell’Occidente, dove «la ricerca del senso» rischia di spegnersi sotto il peso di una cultura ipermediatica e consumistica. Non rincorrendo il mondo, ma convertendolo, la Chiesa ritrova la sua missione.
A suo modo è stata una presentazione unica. Ieri, nell’Aula del Sinodo, c’erano sei relatori per presentare Magnifica humanitas, la prima enciclica di papa Leone XIV, tra cui il cardinale Segretario di Stato Pietro Parolin e i cardinali Victor Manuel Fernández e Michael Czerny, prefetto del Dicastero per la dottrina della fede e prefetto del Dicastero per lo sviluppo umano integrale.
Con loro le professoresse Anna Rowlands e Leocadie Lushombo, entrambe insegnanti di teologia politica, l’una alla Durham university, nel Regno Unito, e l’altra alla Jesuit school of theology della Santa Clara university, in California. Infine, c’era Christopher Olah, cofondatore di Anthropic, uno dei colossi dell’IA nella variegata galassia della Silicon Valley che comprende diverse visioni tecno-filosofiche. Ma soprattutto c’era il Papa, che è intervento alla fine e si è rivolto in modo particolare proprio a Olah, ringraziandolo per aver accettato l’invito.
La presenza di Anthropic, e non quella di altri colossi dell’IA, in un certo senso ha rappresentato una scelta precisa da parte della Santa Sede, visto che la corporation che fa capo a Dario e Daniela Amodei è quella entrata in conflitto aperto con l’amministrazione Trump per aver negato l’uso illimitato della sua tecnologia all’esercito. Una posizione diversa da quella di Palantir, di Peter Thiel e Alexander Karp, che invece teorizzano una sorta di «tecno-repubblicanesimo» volto a ricostruire un complesso software-industriale per difendere l’Occidente. La presenza di Olah in Vaticano probabilmente rappresenta il segnale di quella che si potrebbe definire come un’alleanza tattica con quella realtà che non a caso propone una coalizione di democrazie per il controllo della filiera tecnologica, temendo che anche le nazioni libere possano scivolare verso forme di tecno-autoritarismo interno in nome dell’efficienza.
Proprio Olah nel suo intervento ha sollevato alcune domande chiave. «Come possiamo garantire che i benefici dell’Intelligenza artificiale siano condivisi a livello globale?», si è chiesto il cofondatore di Anthropic. Quindi ha richiamato le preoccupazioni dei genitori «per la mente dei loro figli» e ha sollevato il «bisogno di discernimento sulla natura dei modelli di Intelligenza artificiale». Tutti ambiti che l’enciclica affronta in modo diretto e per cui, ha chiuso Olah, «abbiamo bisogno di critici competenti che dicano ai laboratori quando stanno sbagliando».
E il Papa nel suo intervento conclusivo nell’Aula del Sinodo non è certo venuto meno a questo ruolo quando ha ripetuto un termine che compare anche nella sua enciclica: «L’Intelligenza artificiale deve essere disarmata. La parola è forte, lo so, ma scelta deliberatamente perché questo momento ha bisogno di parole che possano attirare l’attenzione, risvegliare le coscienze e indicare la via all’umanità». Il Papa ha anche fatto riferimento a delle conversazioni che lo hanno portato a dedicare la sua prima enciclica all’Intelligenza artificiale: ha ascoltato leader politici e funzionari che cercavano regole giuste, così come genitori e insegnanti profondamente preoccupati per il futuro delle giovani generazioni. «Mi sono giunte anche altre voci molto inquietanti», ha continuato il Papa, «che parlano di sistemi d’arma sempre più autonomi, praticamente al di fuori di qualsiasi controllo umano che ne impedisca un’efficace regolamentazione. Ricevo segnalazioni molto preoccupanti su algoritmi in grado di bloccare l’accesso all’assistenza sanitaria, al lavoro e alla sicurezza, sulla base di dati distorti da pregiudizi e ingiustizie».
Il cardinale Parolin ha sottolineato un’«asimmetria tra potere tecnico e saggezza morale» come la sfida più forte che consegna Magnifica humanitas. Negli interventi dei cardinali Czerny e Fernández, a capo dei dicasteri che sono stati un po’ il cantiere dell’enciclica, è stata evidenziata anche la «profonda continuità con Laudato si’ e Laudate deum» di papa Francesco. Il prefetto dell’ex Sant’Ufficio ha parlato di una «falsa mistica» che sta dietro all’esaltazione ipertecnologica, mentre, come ha scritto il Papa nell’enciclica, «la finitudine, quando è accolta nella verità, non impoverisce l’essere umano ma lo apre al riconoscimento del volto di Dio».





