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2026-03-06
Trump «televota» la nuova Guida dell’Iran
Donald Trump (Ansa)
«Stanno perdendo tempo. Il figlio di Khamenei è un peso piuma. Devo essere coinvolto nella nomina, come è successo con Delcy in Venezuela», ha aggiunto, riferendosi all’attuale presidente del Venezuela, Delcy Rodriguez. «Vogliamo essere coinvolti nel processo di scelta della persona che guiderà l’Iran verso il futuro», ha anche detto, parlando con Reuters. «Lavoreremo con il popolo e il regime per garantire che arrivi qualcuno che possa ricostruire l’Iran in modo efficiente, ma senza armi nucleari», ha aggiunto in una intervista a Politico, in cui ha anche preconizzato il crollo di uno dei principali alleati di Teheran in America Latina. «Anche Cuba cadrà», ha detto.
Insomma, l’inquilino della Casa Bianca sembra tornato ad auspicare una soluzione venezuelana in Iran: scegliere, cioè, come interlocutore un pezzo del vecchio regime decapitato, dopo averlo adeguatamente addomesticato. È questa la linea che Trump voleva seguire all’inizio, visto che, al netto delle difficoltà di attuazione, gli consentirebbe di ridurre i costi e il coinvolgimento diretto di Washington in Iran.
Il punto è che, in questi giorni, è stato rivelato che l’amministrazione americana starebbe considerando di armare i curdi, per provocare una rivolta contro il governo degli ayatollah: un’opzione, quest’ultima, caldeggiata da Benjamin Netanyahu, che è storicamente freddo verso una soluzione venezuelana. Puntando sui curdi, il premier israeliano spera infatti di conferire all’Iran un assetto federale e decentralizzato, senza magari escludere qualche spinta separatista. L’importante, per Netanyahu, è che il regime khomeinista venga del tutto smantellato. Ebbene, sempre ieri, parlando con Reuters, il presidente americano ha aperto alla possibilità di un’offensiva dei curdi in Iran. «Penso che sarebbe meraviglioso se volessero farla».
Vale allora la pena di domandarsi in che modo Trump, che ieri ha annunciato la dipartita di Kristi Noem dalla guida del Dipartimento per la sicurezza interna, stia pensando di tenere insieme la soluzione venezuelana con l’opzione curda. Come detto, si tratta di due linee essenzialmente contraddittorie. Per spiegare questo paradosso, è possibile ipotizzare due spiegazioni (non necessariamente in conflitto reciproco). La prima è che, probabilmente, dietro le quinte, Trump e Netanyahu sono meno allineati di quanto diano a intendere pubblicamente: e questo almeno per quanto riguarda il futuro politico-istituzionale dell’Iran. Certo, durante una recente telefonata con l’omologo israeliano Israel Katz, il capo del Pentagono, Pete Hegseth, ha ribadito la stretta alleanza tra Washington e Gerusalemme. Non solo. Ieri, Trump ha anche esortato il presidente israeliano, Isaac Herzog, a concedere la grazia a Netanyahu. «Gli ho detto che non lo incontrerò se non darà la grazia», ha tuonato l’inquilino della Casa Bianca.
Tuttavia, l’altro ieri, Axios riferiva che il premier israeliano avrebbe chiesto spiegazioni a Trump su presunti contatti segreti tra americani e iraniani. La circostanza è stata smentita da Washington ma l’episodio evidenzia come il rapporto tra i due alleati non sia tutto rose e fiori. La seconda spiegazione riguarda invece la dialettica interna all’amministrazione Trump. È noto che JD Vance fosse restio a un intervento militare in grande stile contro la Repubblica islamica. Una posizione, la sua, differente da quella, senz’altro più combattiva, di Marco Rubio. È quindi verosimile che il braccio di ferro tra il vicepresidente e il segretario di Stato stia proseguendo a porte chiuse.
Ecco: tutte queste dinamiche potrebbero essere alla base delle oscillazioni mostrate da Trump negli scorsi giorni. Dipendesse da lui, il presidente si affiderebbe completamente a una soluzione venezuelana. Il problema è che, come ha affermato martedì, molte delle figure a cui aveva pensato sono ormai morte. E questo potrebbe averlo indotto a prendere in considerazione l’opzione curda, auspicata da Netanyahu. Il punto è che, per Trump, la soluzione venezuelana resta quella preferibile: come detto, gli consentirebbe di rendere Teheran maggiormente allineata agli interessi di Washington, evitando un coinvolgimento troppo diretto e riducendo il rischio di instabilità, oltre che di un conflitto prolungato. Si tratterebbe, in altre parole, non di un regime change alla Bush jr ma di una coercion without ownership. Il che, per lui, avrebbe un duplice vantaggio: gli permetterebbe di rilanciare gli Accordi di Abramo e di ricompattare la base Maga, spaccatasi sull’intervento militare in Iran. La domanda, a questo punto, è: come farà Trump ad armonizzare la soluzione venezuelana con l’opzione curda? C’è chi ritiene che potrebbe sostenere l’offensiva dei curdi quel tanto che basta per sradicare i pasdaran. Tuttavia eventuali spinte autonomiste o, al limite, separatiste, preoccupano alcuni esponenti dell’opposizione iraniana al regime khomeinista, a partire dal principe ereditario Reza Pahlavi. La linea su cui il presidente americano si sta muovendo è quindi particolarmente sottile.
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Il tycoon pretende di essere coinvolto, come in Venezuela, nella scelta del prossimo leader: «Il figlio di Khamenei? Inaccettabile». Poi torna a invocare la caduta di Cuba, legata alla Repubblica islamica. Licenziata (via Truth) la segretaria alla Sicurezza, Kristi Noem.Donald Trump è stato chiaro. Ieri, parlando con Axios, ha detto di voler essere «coinvolto nella nomina» del successore di Ali Khamenei come guida suprema dell’Iran. Non solo. Il presidente americano ha anche definito «inaccettabile» l’eventualità che possa essere designato per il ruolo il figlio dello stesso Khamenei, Mojtaba. «Stanno perdendo tempo. Il figlio di Khamenei è un peso piuma. Devo essere coinvolto nella nomina, come è successo con Delcy in Venezuela», ha aggiunto, riferendosi all’attuale presidente del Venezuela, Delcy Rodriguez. «Vogliamo essere coinvolti nel processo di scelta della persona che guiderà l’Iran verso il futuro», ha anche detto, parlando con Reuters. «Lavoreremo con il popolo e il regime per garantire che arrivi qualcuno che possa ricostruire l’Iran in modo efficiente, ma senza armi nucleari», ha aggiunto in una intervista a Politico, in cui ha anche preconizzato il crollo di uno dei principali alleati di Teheran in America Latina. «Anche Cuba cadrà», ha detto.Insomma, l’inquilino della Casa Bianca sembra tornato ad auspicare una soluzione venezuelana in Iran: scegliere, cioè, come interlocutore un pezzo del vecchio regime decapitato, dopo averlo adeguatamente addomesticato. È questa la linea che Trump voleva seguire all’inizio, visto che, al netto delle difficoltà di attuazione, gli consentirebbe di ridurre i costi e il coinvolgimento diretto di Washington in Iran.Il punto è che, in questi giorni, è stato rivelato che l’amministrazione americana starebbe considerando di armare i curdi, per provocare una rivolta contro il governo degli ayatollah: un’opzione, quest’ultima, caldeggiata da Benjamin Netanyahu, che è storicamente freddo verso una soluzione venezuelana. Puntando sui curdi, il premier israeliano spera infatti di conferire all’Iran un assetto federale e decentralizzato, senza magari escludere qualche spinta separatista. L’importante, per Netanyahu, è che il regime khomeinista venga del tutto smantellato. Ebbene, sempre ieri, parlando con Reuters, il presidente americano ha aperto alla possibilità di un’offensiva dei curdi in Iran. «Penso che sarebbe meraviglioso se volessero farla».Vale allora la pena di domandarsi in che modo Trump, che ieri ha annunciato la dipartita di Kristi Noem dalla guida del Dipartimento per la sicurezza interna, stia pensando di tenere insieme la soluzione venezuelana con l’opzione curda. Come detto, si tratta di due linee essenzialmente contraddittorie. Per spiegare questo paradosso, è possibile ipotizzare due spiegazioni (non necessariamente in conflitto reciproco). La prima è che, probabilmente, dietro le quinte, Trump e Netanyahu sono meno allineati di quanto diano a intendere pubblicamente: e questo almeno per quanto riguarda il futuro politico-istituzionale dell’Iran. Certo, durante una recente telefonata con l’omologo israeliano Israel Katz, il capo del Pentagono, Pete Hegseth, ha ribadito la stretta alleanza tra Washington e Gerusalemme. Non solo. Ieri, Trump ha anche esortato il presidente israeliano, Isaac Herzog, a concedere la grazia a Netanyahu. «Gli ho detto che non lo incontrerò se non darà la grazia», ha tuonato l’inquilino della Casa Bianca.Tuttavia, l’altro ieri, Axios riferiva che il premier israeliano avrebbe chiesto spiegazioni a Trump su presunti contatti segreti tra americani e iraniani. La circostanza è stata smentita da Washington ma l’episodio evidenzia come il rapporto tra i due alleati non sia tutto rose e fiori. La seconda spiegazione riguarda invece la dialettica interna all’amministrazione Trump. È noto che JD Vance fosse restio a un intervento militare in grande stile contro la Repubblica islamica. Una posizione, la sua, differente da quella, senz’altro più combattiva, di Marco Rubio. È quindi verosimile che il braccio di ferro tra il vicepresidente e il segretario di Stato stia proseguendo a porte chiuse.Ecco: tutte queste dinamiche potrebbero essere alla base delle oscillazioni mostrate da Trump negli scorsi giorni. Dipendesse da lui, il presidente si affiderebbe completamente a una soluzione venezuelana. Il problema è che, come ha affermato martedì, molte delle figure a cui aveva pensato sono ormai morte. E questo potrebbe averlo indotto a prendere in considerazione l’opzione curda, auspicata da Netanyahu. Il punto è che, per Trump, la soluzione venezuelana resta quella preferibile: come detto, gli consentirebbe di rendere Teheran maggiormente allineata agli interessi di Washington, evitando un coinvolgimento troppo diretto e riducendo il rischio di instabilità, oltre che di un conflitto prolungato. Si tratterebbe, in altre parole, non di un regime change alla Bush jr ma di una coercion without ownership. Il che, per lui, avrebbe un duplice vantaggio: gli permetterebbe di rilanciare gli Accordi di Abramo e di ricompattare la base Maga, spaccatasi sull’intervento militare in Iran. La domanda, a questo punto, è: come farà Trump ad armonizzare la soluzione venezuelana con l’opzione curda? C’è chi ritiene che potrebbe sostenere l’offensiva dei curdi quel tanto che basta per sradicare i pasdaran. Tuttavia eventuali spinte autonomiste o, al limite, separatiste, preoccupano alcuni esponenti dell’opposizione iraniana al regime khomeinista, a partire dal principe ereditario Reza Pahlavi. La linea su cui il presidente americano si sta muovendo è quindi particolarmente sottile.
«Non siamo in guerra e non ci entriamo». È categorica su questo punto Giorgia Meloni, ospite di Non stop news su Rtl 102.5. Il presidente del Consiglio in merito alla guerra Iran ha sciolto anche un altro dei dubbi su cui le opposizioni nelle ultime ore si sono accese, l’utilizzo delle basi americane in territorio italiano per l’offensiva all’Iran: «Abbiamo delle basi militari concesse agli Stati Uniti per accordi storici che non ho siglato io. Ci sono autorizzazioni tecniche quando si parla di logistica e di operazioni non cinetiche, ovvero semplificando operazioni di non bombardamento (come attacchi cibernetici, ndr). Se dovesse arrivare una richiesta di uso per fare altro, la competenza sarebbe del governo ma in quel caso dovremmo deciderlo insieme al Parlamento». Poi ha rassicurato: «Oggi non abbiamo nessuna richiesta in questo senso».
Meloni tuttavia confessa preoccupazione per la «reazione scomposta dell’Iran». «Sta bombardando tutti i Paesi vicini e questo comporta un rischio di escalation con conseguenze imprevedibili». Così come molti analisti, il premier esprime preoccupazione per la crisi «degli organismi multilaterali, che sta generando un mondo sempre più governato dal caos. Era purtroppo prevedibile dopo l’anomalia totale di un membro del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che invadeva un suo vicino, che chiaramente ha reso la situazione sempre più instabile».
Meloni poi si è confrontata col presidente francese Emmanuel Macron che ha preso l’iniziativa di chiamare il premier e il primo ministro greco Kyriakos Mitsotakis. Al centro della conversazione la difesa di Cipro. È stato deciso infatti di «coordinare il dispiegamento di mezzi militari a Cipro e nel Mediterraneo orientale e di collaborare per garantire la libertà di navigazione nel Mar Rosso». Operazioni che vedranno coinvolti diversi Paesi europei, tra cui Spagna e Paesi Bassi. Azione resa necessaria dopo l’attacco con droni iraniani contro una base britannica sull’isola.
Informazione confermata anche dal ministro della Difesa Guido Crosetto che alla Camera ha detto: «Insieme coi partner dell’E5 (Francia, Germania, Polonia e Spagna oltre all’Italia) abbiamo deciso di mantenere un meccanismo di consultazione costante tra ministri della Difesa». E in questo quadro «porteremo probabilmente un aiuto a Cipro».
Intanto a Montecitorio l’Aula ha approvato con 179 voti favorevoli, 100 contrari e 14 astenuti la risoluzione della maggioranza sulle comunicazioni del ministro degli Esteri Antonio Tajani e del ministro della Difesa Crosetto. Il testo impegna il governo «a partecipare» allo «sforzo comune in ambito Ue per sostenere, in caso di richiesta, Stati membri Ue nella difesa del proprio territorio da attacchi missilistici o via droni da parte iraniana» e a «confermare il rispetto, nell’utilizzo delle installazioni militari presenti sul territorio nazionale e concesse alle forze statunitensi, del quadro giuridico definito dagli accordi internazionali vigenti».
La risoluzione parla anche del «dispiegamento e il rischieramento di sistemi di difesa aerea e antimissilistica e di sorveglianza, nel perimetro di quanto autorizzato nell’area geografica di intervento, a protezione dei cittadini italiani, a supporto dei Paesi partner dell’area del Golfo e per la salvaguardia delle infrastrutture strategiche presenti nell’area, a tutela degli interessi primari nazionali».
Crosetto nel suo intervento, rispondendo alle accuse delle opposizioni, ha chiarito una banalità, ovvero che è «certo che è stata una scelta al di fuori dalle regole del diritto internazionale». Spiegando però anche che «questa, purtroppo per tutti noi, non è l’epoca del multilateralismo» perché «il problema è che l’Europa è impossibilitata a fermare questa guerra» così come «nessun Paese europeo, ma neanche tutti i Paesi europei uniti» possono «convincere Israele e gli Usa a interrompere questa guerra». Anche perché «tutti sono stati avvisati dopo» l’inizio dell’attacco. Per Crosetto «siamo sull’orlo dell’abisso. È una situazione drammatica».
Tajani ha spiegato nella sua informativa che sono «100.000 gli italiani coinvolti direttamente o indirettamente nelle aree della crisi» precisando che «la sicurezza dei connazionali è la priorità assoluta». «La task force Golfo ha gestito 14.000 chiamate e diverse migliaia di email. Gli italiani aiutati a lasciare le aree a rischio sono arrivati a 10.000», ha aggiunto. «Nei prossimi giorni sono in programmazione ulteriori voli facilitati dal ministero degli Esteri dai Paesi del Golfo. Ne è appena partito dalle Maldive uno con circa 320 italiani, tra cui 60 fragili».
Infine fonti informate hanno fatto sapere che a rientrare c’è anche Bigmama, la cantante italiana che pur ostentando ostilità al governo, il giorno dell’attacco a Dubai aveva postato un video sui social chiedendo di esser salvata. Come ovvio che fosse, anche lei è stata riportata a casa.
Chigi non regge l’ombrello a Macron
«No grazie». Il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, snobba l’offerta del presidente francese, Emmanuel Macron, di posizionare anche l’Italia sotto l’ombrello nucleare francese. Con il suo discorso dalla base sottomarina di Ile Longue, in Bretagna, Macron ridefinisce la dottrina di deterrenza nazionale della Francia, unico Paese dell’Ue a possedere l’atomica. Meloni ieri mattina è intervenuta su Rtl 102.5, per fare il punto sulla situazione in Medio Oriente e rassicurare: «Non siamo in guerra e non vogliamo entrare in guerra». A proposito della proposta francese di deterrenza nucleare, che l’Italia non ha accettato, Meloni spiega che «la Francia da molto tempo parla della sua capacità di dissuasione nucleare come di ombrello che può proteggere l’Europa, ma vale la pena specificare che in nessun caso la Francia vuole mettere sotto controllo europeo il suo arsenale nucleare». Il suo utilizzo, specifica Meloni, «rimarrebbe sotto l’esclusiva decisione del presidente francese. Sicuramente è un contributo importante al dibattito della sicurezza in Europa ma è un dibattito molto più ampio e non si può non tenere conto delle garanzie che esistono in ambito Nato».
Insomma, la premier ribadisce, ancora una volta, che la deterrenza nucleare francese deve avvenire all’interno della cornice Nato. «Noi facciamo parte dell’Alleanza Atlantica, quindi la nostra cornice rimane sempre l’Alleanza Atlantica. La riflessione che sta facendo l’Italia insieme alla Francia, anche in vista del prossimo vertice intergovernativo prima dell’estate, è che non si tratta di rendere l’ombrello nucleare francese europeo, si tratta di mantenerlo francese».
Il segretario generale della Nato, Mark Rutte, in un’intervista a SkyTg24, ribadisce il suo sostegno a Parigi. «Sono a favore di quello che sta facendo Macron, perché sta sollevando una questione che esisteva già nella Nato». Secondo il segretario generale, l’iniziativa francese può rafforzare la deterrenza dell’Alleanza. «Mentre otto Paesi europei scelgono di entrare nel nucleo che ridisegna la deterrenza del continente, l’Italia resta fuori. Nel momento in cui si rafforza il pilastro europeo della difesa, l’Italia sceglie l’assenza. E quando l’Europa accelera, restare fermi significa arretrare», critica Sandro Gozi, eurodeputato di Renew Europe e segretario generale dei Democratici europei.
«Non essere isolati non significa fare quello che chiede la Francia. E la non adesione dell’Italia all’ombrello nucleare di Macron non significa essere isolati. L'unica posizione che possiamo avere è quella europea, cioè non si può seguire un’iniziativa di un Paese che dice “facciamo l’ombrello nucleare e poi gli altri si accodano”. Condivido soltanto le scelte europee», replica il ministro degli Esteri, Antonio Tajani.
Come avvenuto per i Volenterosi, la missione a guida franco-britannica ideata a difesa dell’Ucraina, Meloni vuole evitare strappi con Donald Trump e aspettare di far maturare i tempi.
L’attendismo italiano si colloca, quindi, come espressione di un tradizionale atlantismo che ci garantisce un ruolo di rilievo nel contesto internazionale. La posizione italiana va vista come manifestazione di coerenza e continuità nelle relazioni transatlantiche, a conferma della nostra affidabilità nel mantenere gli impegni multilaterali.
Senza considerare che il nostro Paese può già disporre dell’ombrello nucleare della Nato, garantito dai depositi di armi dell’Alleanza sul suolo italiano. È noto, infatti, che la Nato potrebbe utilizzarli in caso di aggressione al nostro Paese o a un altro Paese membro.
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Mentre Teheran continua a respingere le notizie su una presunta offensiva curda nel Nordovest del Paese, la realtà che emerge dalle informazioni disponibili racconta una dinamica più complessa e potenzialmente pericolosa: la Repubblica islamica si trova oggi esposta su due fronti sensibili, quello curdo a Ovest e quello azero a Nord. Due linee di frattura che, sommate alle tensioni regionali e alla pressione internazionale, stanno mettendo sotto stress il sistema di sicurezza iraniano.
Nelle ultime ore i media ufficiali di Teheran hanno definito «completamente infondate» le indiscrezioni diffuse da testate vicine a Stati Uniti e Israele secondo cui il regime avrebbe perso il controllo delle aree di confine occidentali. Il quotidiano Tehran Times ha liquidato le notizie come propaganda, sostenendo che non esiste alcuna insurrezione armata nel Kurdistan iraniano. Tuttavia, dietro la smentita ufficiale rimane un quadro estremamente fluido. Da giorni, infatti, circolano informazioni su un possibile piano di pressione contro Teheran sostenuto da Washington e Gerusalemme, che avrebbe l’obiettivo di indebolire il regime e favorire una sollevazione interna che sarebbe impossibile da gestire. Secondo diverse ricostruzioni, alcune organizzazioni curde attive in Iraq avrebbero formato una coalizione con l’intento di coordinare eventuali operazioni contro la Repubblica islamica.
I leader curdi mantengono però una posizione prudente. Hanna Hussein Yazdan Pana, esponente del Partito per la libertà del Kurdistan, ha invitato a non credere alle notizie su un’imminente offensiva. «Non è vero, non credeteci», ha dichiarato, spiegando che «nessun peshmerga si è mosso e nessun gruppo agirà da solo». Lo stesso dirigente ha però ammesso che esiste un coordinamento tra diverse organizzazioni curde, ma ha sottolineato che un’operazione militare richiederebbe condizioni ben diverse. «Non è una questione di ore o giorni», ha spiegato. «Non possiamo muoverci se lo spazio aereo non è sicuro e se le infrastrutture militari iraniane non vengono neutralizzate. In caso contrario sarebbe un suicidio».
Per questo motivo i leader curdi hanno chiesto la creazione di una «no-fly zone» che possa garantire copertura alle eventuali operazioni. Nel frattempo il governo regionale del Kurdistan iracheno ha respinto con fermezza le accuse secondo cui la regione autonoma sarebbe coinvolta nell’armamento dei gruppi curdi anti iraniani. Il portavoce del Krg, Peshawa Hawramani, ha definito tali ricostruzioni «totalmente false» e ha negato qualsiasi partecipazione a piani militari contro l’Iran.
La tensione rimane alta sul terreno. Teheran ha intensificato nelle ultime ore le operazioni contro i movimenti curdi presenti oltre confine. Ieri l’esercito iraniano ha confermato di aver colpito con missili alcune basi di gruppi considerati ostili alla «rivoluzione islamica» nel Kurdistan iracheno. Secondo fonti internazionali gli attacchi avrebbero provocato almeno una vittima e diversi feriti. La questione curda rappresenta da decenni una delle principali vulnerabilità interne della Repubblica islamica. Circa il 10% della popolazione iraniana è composta da curdi, in gran parte sunniti, concentrati nelle province nord-occidentali del Paese. Organizzazioni internazionali come Amnesty international denunciano da anni discriminazioni politiche, economiche e culturali nei confronti di questa minoranza. Ma mentre il fronte occidentale resta sotto osservazione, una seconda crisi si è aperta improvvisamente a Nord. Il presidente dell’Azerbaigian Ilham Aliyev ha accusato Teheran di aver lanciato un drone contro l’enclave azera di Nakhchivan, sostenendo che il velivolo avrebbe preso di mira l’aeroporto della regione autonoma. «Abbiamo aiutato l’Iran quando ci ha chiesto assistenza per evacuare i propri diplomatici dal Libano e in cambio riceviamo un attacco contro Nakhchivan? Un comportamento del genere è inaccettabile e rimarrà una macchia sulla loro reputazione», ha dichiarato Aliyev. Teheran ha respinto le accuse. In una nota ufficiale lo Stato maggiore delle Forze armate iraniane ha affermato che «la Repubblica islamica, nel rispetto della sovranità degli Stati vicini, nega di aver lanciato droni verso il territorio dell’Azerbaigian». Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi, ha telefonato al suo omologo azero Jeyhun Bayramov per cercare di disinnescare la crisi diplomatica. Tuttavia i filmati online suggeriscono che il drone sarebbe effettivamente di produzione iraniana. Il risultato è un quadro strategico delicato. I fatti indicano che la Repubblica islamica si trova oggi esposta su due linee di pressione simultanee: il possibile risveglio del fronte curdo e l’improvvisa tensione con l’Azerbaigian. Due dossier che rischiano di trasformarsi in una nuova fase di instabilità.
Nel frattempo il nostro ministro degli Esteri Antonio Tajani ha annunciato che, «per motivi di sicurezza», l’ambasciata italiana a Teheran è stata temporaneamente chiusa: «Il personale si trasferisce a Baku, ma questo non comporta la rottura delle relazioni diplomatiche».
Sotto attacco pure Qatar e Bahrein
Il regime iraniano continua a sferrare attacchi contro i Paesi del Golfo, nonostante mercoledì il presidente Masoud Pezeshkian abbia dichiarato di rispettare la sovranità dei vicini.
In Qatar, il ministero della Difesa ha reso noto che sono piombati 14 missili balistici e quattro droni: a parte un razzo che è caduto nelle acque territoriali qatariote, tutti i vettori sono stati intercettati. In un comunicato il dicastero ha invitato i cittadini, i residenti e i turisti a «mantenere la calma» e ad «attenersi alle istruzioni ufficiali». Già nelle prime ore della giornata, le autorità di Doha avevano iniziato a evacuare le persone attorno all’area dell’ambasciata degli Stati Uniti come «misura precauzionale».
Anche gli Emirati Arabi Uniti continuano a essere uno dei principali target iraniani. Ieri le difese emiratine hanno intercettato almeno sei missili balistici e 125 droni. Uno dei velivoli senza pilota è stato abbattuto ad Abu Dhabi, dove si contano sei feriti. Nella serata, diverse esplosioni sono state udite nei pressi dell’aeroporto internazionale della capitale e a Ras Al Khaimah, mentre a Dubai sono scattate le sirene.
I bombardamenti si sono estesi anche in Bahrein, dove sono stati sentiti diversi boati. Nell’ultimo raid, Teheran ha preso di mira l’area industriale di Mameer. L’attacco ha provocato un incendio in un’unità della raffineria Bapco Energies. Il ministro dell’Interno del Bahrein ha poco dopo commentato che «l’incendio scoppiato in una delle strutture di Mameer, presa di mira dall’aggressione iraniana, è stato domato. Sono stati segnalati danni materiali limitati, senza perdite di vite umane». Nel frattempo, l’ambasciata britannica di Manama ha già ridotto il suo staff diplomatico in via precauzionale. Gli attacchi non hanno escluso nemmeno l’Arabia Saudita, con quattro droni abbattuti e il Kuwait.
La rappresaglia iraniana prosegue poi contro il principale nemico. I pasdaran hanno annunciato di aver sganciato missili sull’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv e sulla base aerea 27 «con missili Khorramshahr-4». Ma il Times of Israel ha specificato che non esiste la base aerea 27 visto che è stata chiusa a Ben Gurion nel 2010. Gli allarmi sono scattati in diverse regioni israeliane, inclusa Tel Aviv. E mentre i civili si rifugiavano nei bunker, le difese aeree sono entrate in azione per intercettare i missili balistici.
Dall’altra parte della barricata, in merito all’operazione Furia epica, l’Idf ha reso noto di aver «distrutto circa 300 lanciamissili in Iran».
Dalla mattina i raid hanno colpito Teheran e la sua periferia occidentale, mentre nella serata è stata presa di mira la zona Est della capitale dopo che Gerusalemme aveva chiesto al popolo iraniano di allontanarsi dall’area. A essere raso al suolo è pure lo stadio Azadi di Teheran: la struttura sportiva era uno dei luoghi utilizzati dalle forze di sicurezza iraniane secondo Iran international.
E pare che sia di nuovo slittata l’ufficializzazione di Mojtaba Khamenei quale nuova Guida suprema dell’Iran. Ieri si sarebbe dovuta riunire di nuovo l’Assemblea degli esperti per formalizzare l’annuncio, ma non sono state condivise dichiarazioni in merito. Quel che è certo è che il comitato di 88 membri è segnato dalle tensioni. Stando a quanto riferito da Iran international, almeno otto componenti dell’assemblea avevano annunciato che avrebbero disertato la sessione in segno di protesta.
Sembra infatti che la nomina di Khamenei sia il frutto di «una forte pressione» da parte dei Guardiani della rivoluzione. Chi si oppone avrebbe sottolineato i rischi di «una leadership ereditaria», con la Repubblica islamica che assomiglierebbe a una monarchia.
Nel frattempo, è stata trasferita l’autorità di nominare e revocare i funzionari militari e di dichiarare guerra al Consiglio direttivo ad interim di cui fa parte il presidente dell’Iran, Masoud Pezeshkian. Che ha pure elogiato la Spagna quale baluardo di «etica» e «coscienza consapevole» in Occidente dopo che Madrid ha negato agli Stati Uniti l’utilizzo delle basi militari.
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