
Donald Trump è stato chiaro. Ieri, parlando con Axios, ha detto di voler essere «coinvolto nella nomina» del successore di Ali Khamenei come guida suprema dell’Iran. Non solo. Il presidente americano ha anche definito «inaccettabile» l’eventualità che possa essere designato per il ruolo il figlio dello stesso Khamenei, Mojtaba.
«Stanno perdendo tempo. Il figlio di Khamenei è un peso piuma. Devo essere coinvolto nella nomina, come è successo con Delcy in Venezuela», ha aggiunto, riferendosi all’attuale presidente del Venezuela, Delcy Rodriguez. «Vogliamo essere coinvolti nel processo di scelta della persona che guiderà l’Iran verso il futuro», ha anche detto, parlando con Reuters. «Lavoreremo con il popolo e il regime per garantire che arrivi qualcuno che possa ricostruire l’Iran in modo efficiente, ma senza armi nucleari», ha aggiunto in una intervista a Politico, in cui ha anche preconizzato il crollo di uno dei principali alleati di Teheran in America Latina. «Anche Cuba cadrà», ha detto.
Insomma, l’inquilino della Casa Bianca sembra tornato ad auspicare una soluzione venezuelana in Iran: scegliere, cioè, come interlocutore un pezzo del vecchio regime decapitato, dopo averlo adeguatamente addomesticato. È questa la linea che Trump voleva seguire all’inizio, visto che, al netto delle difficoltà di attuazione, gli consentirebbe di ridurre i costi e il coinvolgimento diretto di Washington in Iran.
Il punto è che, in questi giorni, è stato rivelato che l’amministrazione americana starebbe considerando di armare i curdi, per provocare una rivolta contro il governo degli ayatollah: un’opzione, quest’ultima, caldeggiata da Benjamin Netanyahu, che è storicamente freddo verso una soluzione venezuelana. Puntando sui curdi, il premier israeliano spera infatti di conferire all’Iran un assetto federale e decentralizzato, senza magari escludere qualche spinta separatista. L’importante, per Netanyahu, è che il regime khomeinista venga del tutto smantellato. Ebbene, sempre ieri, parlando con Reuters, il presidente americano ha aperto alla possibilità di un’offensiva dei curdi in Iran. «Penso che sarebbe meraviglioso se volessero farla».
Vale allora la pena di domandarsi in che modo Trump, che ieri ha annunciato la dipartita di Kristi Noem dalla guida del Dipartimento per la sicurezza interna, stia pensando di tenere insieme la soluzione venezuelana con l’opzione curda. Come detto, si tratta di due linee essenzialmente contraddittorie. Per spiegare questo paradosso, è possibile ipotizzare due spiegazioni (non necessariamente in conflitto reciproco). La prima è che, probabilmente, dietro le quinte, Trump e Netanyahu sono meno allineati di quanto diano a intendere pubblicamente: e questo almeno per quanto riguarda il futuro politico-istituzionale dell’Iran. Certo, durante una recente telefonata con l’omologo israeliano Israel Katz, il capo del Pentagono, Pete Hegseth, ha ribadito la stretta alleanza tra Washington e Gerusalemme. Non solo. Ieri, Trump ha anche esortato il presidente israeliano, Isaac Herzog, a concedere la grazia a Netanyahu. «Gli ho detto che non lo incontrerò se non darà la grazia», ha tuonato l’inquilino della Casa Bianca.
Tuttavia, l’altro ieri, Axios riferiva che il premier israeliano avrebbe chiesto spiegazioni a Trump su presunti contatti segreti tra americani e iraniani. La circostanza è stata smentita da Washington ma l’episodio evidenzia come il rapporto tra i due alleati non sia tutto rose e fiori. La seconda spiegazione riguarda invece la dialettica interna all’amministrazione Trump. È noto che JD Vance fosse restio a un intervento militare in grande stile contro la Repubblica islamica. Una posizione, la sua, differente da quella, senz’altro più combattiva, di Marco Rubio. È quindi verosimile che il braccio di ferro tra il vicepresidente e il segretario di Stato stia proseguendo a porte chiuse.
Ecco: tutte queste dinamiche potrebbero essere alla base delle oscillazioni mostrate da Trump negli scorsi giorni. Dipendesse da lui, il presidente si affiderebbe completamente a una soluzione venezuelana. Il problema è che, come ha affermato martedì, molte delle figure a cui aveva pensato sono ormai morte. E questo potrebbe averlo indotto a prendere in considerazione l’opzione curda, auspicata da Netanyahu. Il punto è che, per Trump, la soluzione venezuelana resta quella preferibile: come detto, gli consentirebbe di rendere Teheran maggiormente allineata agli interessi di Washington, evitando un coinvolgimento troppo diretto e riducendo il rischio di instabilità, oltre che di un conflitto prolungato. Si tratterebbe, in altre parole, non di un regime change alla Bush jr ma di una coercion without ownership. Il che, per lui, avrebbe un duplice vantaggio: gli permetterebbe di rilanciare gli Accordi di Abramo e di ricompattare la base Maga, spaccatasi sull’intervento militare in Iran. La domanda, a questo punto, è: come farà Trump ad armonizzare la soluzione venezuelana con l’opzione curda? C’è chi ritiene che potrebbe sostenere l’offensiva dei curdi quel tanto che basta per sradicare i pasdaran. Tuttavia eventuali spinte autonomiste o, al limite, separatiste, preoccupano alcuni esponenti dell’opposizione iraniana al regime khomeinista, a partire dal principe ereditario Reza Pahlavi. La linea su cui il presidente americano si sta muovendo è quindi particolarmente sottile.





