Iran nella morsa di curdi e azeri. Baku: «Colpito un nostro aeroporto»
- L’Azerbaigian denuncia un’aggressione con drone nell’enclave di Nakhchivan: macchia sulla reputazione. Un blitz che rischia di esporre i pasdaran a una controffensiva a Nord dopo la possibile minaccia peshmerga.
- Sotto attacco pure Qatar e Bahrein. Le Forze di difesa locali hanno distrutto decine di missili. A Manama danneggiato uno sito petrolifero: ridotto lo staff diplomatico britannico. Esplosioni ad Abu Dhabi.
Lo speciale contiene due articoli.
Mentre Teheran continua a respingere le notizie su una presunta offensiva curda nel Nordovest del Paese, la realtà che emerge dalle informazioni disponibili racconta una dinamica più complessa e potenzialmente pericolosa: la Repubblica islamica si trova oggi esposta su due fronti sensibili, quello curdo a Ovest e quello azero a Nord. Due linee di frattura che, sommate alle tensioni regionali e alla pressione internazionale, stanno mettendo sotto stress il sistema di sicurezza iraniano.
Nelle ultime ore i media ufficiali di Teheran hanno definito «completamente infondate» le indiscrezioni diffuse da testate vicine a Stati Uniti e Israele secondo cui il regime avrebbe perso il controllo delle aree di confine occidentali. Il quotidiano Tehran Times ha liquidato le notizie come propaganda, sostenendo che non esiste alcuna insurrezione armata nel Kurdistan iraniano. Tuttavia, dietro la smentita ufficiale rimane un quadro estremamente fluido. Da giorni, infatti, circolano informazioni su un possibile piano di pressione contro Teheran sostenuto da Washington e Gerusalemme, che avrebbe l’obiettivo di indebolire il regime e favorire una sollevazione interna che sarebbe impossibile da gestire. Secondo diverse ricostruzioni, alcune organizzazioni curde attive in Iraq avrebbero formato una coalizione con l’intento di coordinare eventuali operazioni contro la Repubblica islamica.
I leader curdi mantengono però una posizione prudente. Hanna Hussein Yazdan Pana, esponente del Partito per la libertà del Kurdistan, ha invitato a non credere alle notizie su un’imminente offensiva. «Non è vero, non credeteci», ha dichiarato, spiegando che «nessun peshmerga si è mosso e nessun gruppo agirà da solo». Lo stesso dirigente ha però ammesso che esiste un coordinamento tra diverse organizzazioni curde, ma ha sottolineato che un’operazione militare richiederebbe condizioni ben diverse. «Non è una questione di ore o giorni», ha spiegato. «Non possiamo muoverci se lo spazio aereo non è sicuro e se le infrastrutture militari iraniane non vengono neutralizzate. In caso contrario sarebbe un suicidio».
Per questo motivo i leader curdi hanno chiesto la creazione di una «no-fly zone» che possa garantire copertura alle eventuali operazioni. Nel frattempo il governo regionale del Kurdistan iracheno ha respinto con fermezza le accuse secondo cui la regione autonoma sarebbe coinvolta nell’armamento dei gruppi curdi anti iraniani. Il portavoce del Krg, Peshawa Hawramani, ha definito tali ricostruzioni «totalmente false» e ha negato qualsiasi partecipazione a piani militari contro l’Iran.
La tensione rimane alta sul terreno. Teheran ha intensificato nelle ultime ore le operazioni contro i movimenti curdi presenti oltre confine. Ieri l’esercito iraniano ha confermato di aver colpito con missili alcune basi di gruppi considerati ostili alla «rivoluzione islamica» nel Kurdistan iracheno. Secondo fonti internazionali gli attacchi avrebbero provocato almeno una vittima e diversi feriti. La questione curda rappresenta da decenni una delle principali vulnerabilità interne della Repubblica islamica. Circa il 10% della popolazione iraniana è composta da curdi, in gran parte sunniti, concentrati nelle province nord-occidentali del Paese. Organizzazioni internazionali come Amnesty international denunciano da anni discriminazioni politiche, economiche e culturali nei confronti di questa minoranza. Ma mentre il fronte occidentale resta sotto osservazione, una seconda crisi si è aperta improvvisamente a Nord. Il presidente dell’Azerbaigian Ilham Aliyev ha accusato Teheran di aver lanciato un drone contro l’enclave azera di Nakhchivan, sostenendo che il velivolo avrebbe preso di mira l’aeroporto della regione autonoma. «Abbiamo aiutato l’Iran quando ci ha chiesto assistenza per evacuare i propri diplomatici dal Libano e in cambio riceviamo un attacco contro Nakhchivan? Un comportamento del genere è inaccettabile e rimarrà una macchia sulla loro reputazione», ha dichiarato Aliyev. Teheran ha respinto le accuse. In una nota ufficiale lo Stato maggiore delle Forze armate iraniane ha affermato che «la Repubblica islamica, nel rispetto della sovranità degli Stati vicini, nega di aver lanciato droni verso il territorio dell’Azerbaigian». Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi, ha telefonato al suo omologo azero Jeyhun Bayramov per cercare di disinnescare la crisi diplomatica. Tuttavia i filmati online suggeriscono che il drone sarebbe effettivamente di produzione iraniana. Il risultato è un quadro strategico delicato. I fatti indicano che la Repubblica islamica si trova oggi esposta su due linee di pressione simultanee: il possibile risveglio del fronte curdo e l’improvvisa tensione con l’Azerbaigian. Due dossier che rischiano di trasformarsi in una nuova fase di instabilità.
Nel frattempo il nostro ministro degli Esteri Antonio Tajani ha annunciato che, «per motivi di sicurezza», l’ambasciata italiana a Teheran è stata temporaneamente chiusa: «Il personale si trasferisce a Baku, ma questo non comporta la rottura delle relazioni diplomatiche».
Sotto attacco pure Qatar e Bahrein
Il regime iraniano continua a sferrare attacchi contro i Paesi del Golfo, nonostante mercoledì il presidente Masoud Pezeshkian abbia dichiarato di rispettare la sovranità dei vicini.
In Qatar, il ministero della Difesa ha reso noto che sono piombati 14 missili balistici e quattro droni: a parte un razzo che è caduto nelle acque territoriali qatariote, tutti i vettori sono stati intercettati. In un comunicato il dicastero ha invitato i cittadini, i residenti e i turisti a «mantenere la calma» e ad «attenersi alle istruzioni ufficiali». Già nelle prime ore della giornata, le autorità di Doha avevano iniziato a evacuare le persone attorno all’area dell’ambasciata degli Stati Uniti come «misura precauzionale».
Anche gli Emirati Arabi Uniti continuano a essere uno dei principali target iraniani. Ieri le difese emiratine hanno intercettato almeno sei missili balistici e 125 droni. Uno dei velivoli senza pilota è stato abbattuto ad Abu Dhabi, dove si contano sei feriti. Nella serata, diverse esplosioni sono state udite nei pressi dell’aeroporto internazionale della capitale e a Ras Al Khaimah, mentre a Dubai sono scattate le sirene.
I bombardamenti si sono estesi anche in Bahrein, dove sono stati sentiti diversi boati. Nell’ultimo raid, Teheran ha preso di mira l’area industriale di Mameer. L’attacco ha provocato un incendio in un’unità della raffineria Bapco Energies. Il ministro dell’Interno del Bahrein ha poco dopo commentato che «l’incendio scoppiato in una delle strutture di Mameer, presa di mira dall’aggressione iraniana, è stato domato. Sono stati segnalati danni materiali limitati, senza perdite di vite umane». Nel frattempo, l’ambasciata britannica di Manama ha già ridotto il suo staff diplomatico in via precauzionale. Gli attacchi non hanno escluso nemmeno l’Arabia Saudita, con quattro droni abbattuti e il Kuwait.
La rappresaglia iraniana prosegue poi contro il principale nemico. I pasdaran hanno annunciato di aver sganciato missili sull’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv e sulla base aerea 27 «con missili Khorramshahr-4». Ma il Times of Israel ha specificato che non esiste la base aerea 27 visto che è stata chiusa a Ben Gurion nel 2010. Gli allarmi sono scattati in diverse regioni israeliane, inclusa Tel Aviv. E mentre i civili si rifugiavano nei bunker, le difese aeree sono entrate in azione per intercettare i missili balistici.
Dall’altra parte della barricata, in merito all’operazione Furia epica, l’Idf ha reso noto di aver «distrutto circa 300 lanciamissili in Iran».
Dalla mattina i raid hanno colpito Teheran e la sua periferia occidentale, mentre nella serata è stata presa di mira la zona Est della capitale dopo che Gerusalemme aveva chiesto al popolo iraniano di allontanarsi dall’area. A essere raso al suolo è pure lo stadio Azadi di Teheran: la struttura sportiva era uno dei luoghi utilizzati dalle forze di sicurezza iraniane secondo Iran international.
E pare che sia di nuovo slittata l’ufficializzazione di Mojtaba Khamenei quale nuova Guida suprema dell’Iran. Ieri si sarebbe dovuta riunire di nuovo l’Assemblea degli esperti per formalizzare l’annuncio, ma non sono state condivise dichiarazioni in merito. Quel che è certo è che il comitato di 88 membri è segnato dalle tensioni. Stando a quanto riferito da Iran international, almeno otto componenti dell’assemblea avevano annunciato che avrebbero disertato la sessione in segno di protesta.
Sembra infatti che la nomina di Khamenei sia il frutto di «una forte pressione» da parte dei Guardiani della rivoluzione. Chi si oppone avrebbe sottolineato i rischi di «una leadership ereditaria», con la Repubblica islamica che assomiglierebbe a una monarchia.
Nel frattempo, è stata trasferita l’autorità di nominare e revocare i funzionari militari e di dichiarare guerra al Consiglio direttivo ad interim di cui fa parte il presidente dell’Iran, Masoud Pezeshkian. Che ha pure elogiato la Spagna quale baluardo di «etica» e «coscienza consapevole» in Occidente dopo che Madrid ha negato agli Stati Uniti l’utilizzo delle basi militari.





