Schlein equilibrista tra i riformisti del Pd e il Conte pigliatutto. E De Luca va da Renzi
Elly Schlein (Ansa)

Volano stracci nel campo largo. C’è aria di sfida soprattutto tra i riformisti e i 5 stelle. Il tema? Il sostegno all’Ucraina, che per i dem passa inevitabilmente anche attraverso il supporto militare. È solo uno dei due limiti invalicabili imposti dai riformisti del Pd, perché il secondo è il sostegno al ddl antisemitismo. L’argomento Ucraina «non è negoziabile» per Lorenzo Guerini.

Così come per Filippo Sensi: «Non è in discussione il sostegno, anche in fornitura di armi all’Ucraina». Il ddl antisemitismo riguarda il rapporto tra i riformisti e la maggioranza del Pd. La decisione di virare verso il no al disegno di legge, presa al termine di una riunione di gruppo alla Camera di oltre quattro ore, non è tollerabile per i primi. Nella sala della Casa del Popolo dell’Arci Coiano siede Emanuele Fiano, ex parlamentare del Pd e figlio di Nedo, reduce dai campi di sterminio nazisti. Per lui quel voto sul ddl è «un limite invalicabile». Da Prato, i riformisti inviano messaggi chiari alla segretaria del Pd Elly Schlein. «Siamo leali, ma prendiamoci un po’ di libertà», dice Graziano Delrio ricordando la prima assemblea nazionale riformista, quella di un anno fa a Milano. Per Giorgio Gori «l’unità va bene, ma solo se il prezzo dell’unità non è la rinuncia ai valori e all’identità del Pd». Se Conte detta le sue proposte, «noi mettiamo sul tavolo i nostri punti qualificanti», aggiunge l’eurodeputato ed ex sindaco di Bergamo. Punti qualificanti che partono dal titolo stesso scelto per l’assemblea: «Cambiare!». Quindi «candidarsi a guidare il Paese dopo gli anni di governo della destra, ma anche cambiare linea, atteggiamento nei confronti degli alleati, rivendicando la propria identità fatta di valori e principi fondanti».

Per i riformisti le primarie vanno fatte con il doppio turno, come fu per la sfida Letta–Bindi nel 2012 e come fu per Renzi–Bersani. Anche perché, viene spiegato, avrebbe poco senso schierare Gori in una competizione a turno unico contro Schlein e Conte. Toglierebbe terreno alla segretaria del partito a tutto vantaggio del leader M5s. Il secondo paletto sulle primarie è che si tratti di primarie analogiche. Senza voto online: «Sappiamo tutti come l’online possa essere influenzato e difficilmente controllabile», spiega Delrio. Il fatto che il M5s voglia, al contrario, turno unico e primarie ibride non è affatto casuale. «Conte non può infliggerci tutte le politiche del M5s, dal giustizialismo spinto alle mistificazioni sulla politica estera e le questioni strategiche. Lo sa anche lui che sono slogan, quando è stato al governo ha fatto in modo diverso anche sulla difesa. Sono, tra l’altro, slogan di poca efficacia, visto che alla prova dei fatti, cioè alle elezioni, non hanno avuto questo grande successo», il commento di Lia Quartapelle dal palco.

I riformisti chiamano ed Elly risponde, da Napoli dove chiude la festa dell’Unità: «Prima di qualsiasi altra discussione il programma comune, quello che oggi si aspettano da noi. Non partiamo da zero perché abbiamo messo a terra tante iniziative comuni in questi anni e vorremmo partire da questo, cioè dalla proposta per la visione del futuro del Paese che mettiamo in campo con tutta l’alleanza progressista». Schlein segnala inoltre che l’alleanza progressista «governa già insieme in tante città e in tante Regioni e funziona. La buona notizia è che non sono saltate delle Giunte per divisioni o differenze tra partiti che sono diversi, ma che riescono a mettere davanti il bene comune».

Anche Giuseppe Conte, alla Casa internazionale delle Donne, torna a parlare del tema Ucraina. «Noi abbiamo finito il nostro percorso, lasciamo che ciascuna forza faccia il suo percorso». Poi: «È certo che dobbiamo vederci e confrontarci e confido che troveremo assolutamente delle soluzioni unitarie, coraggiose e all’altezza delle sfide dei nostri tempi». Di ieri la notizia dei comitati «Conte presidente» sparsi sul territorio nazionale per sostenere la candidatura dell’ex premier.

Insomma la parola d’ordine è vaghezza. Manca però la variabile impazzita. Colui che è capace di far saltare il banco quando meno te lo aspetti: Matteo Renzi. È vicina la Leopolda, la storica kermesse del giglio magico e ad aprirla ci sarà anche Vincenzo De Luca. Dietro la scelta del sindaco di Salerno c’è anche il tentativo di caratterizzarsi politicamente su uno dei terreni sui quali l’ex premier vuole distinguersi dal resto del centrosinistra: la sicurezza. La presenza di De Luca è stata già ufficializzata dallo stesso Renzi, che ha presentato l’appuntamento come un aperitivo tra «il Kraken e lo Sceriffo». C’è davvero di tutto in questo possibile campo largo, non Carlo Calenda, però, che esclude la possibilità di un’alleanza con il centrosinistra, così come con Giorgia Meloni, e ribadisce che il suo partito correrà da solo. «Facciamo così, se il sottoscritto si allea con Meloni o il Campo largo, sono pronto a fare a piedi il cammino di San Francesco». Segnato.

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