Il leader del M5s Giuseppe Conte
Giuseppe Conte (Ansa)

Diciamocelo: la pochette sta bene su tutto, anche sulla «rivoluzione pacifica». Parola di Giuseppe Conte che, dimentico di aver difeso gli interessi di multinazionali finanziarie quando era nello studio Alpa, individua «nell’essersi affidata al dio mercato, al neoliberismo sfrenato», la colpa esiziale della sinistra che lui vuole emendare.

Visto che era il 20 settembre, data della presa di Porta Pia, battesimo dell’Italia unita e che nessuno dei politici ieri in versione comizio se n’è ricordato, almeno questa neosinistra poteva pensarci. Ma Conte punta a guidare il campo largo e deve fare i conti con Elly Schlein, che ieri ha incassato malamente l’ironia di Giorgia Meloni, che la sfida a dire almeno «una cosa vera per contestarmi» ed è tramortita da un sondaggio che dà al capo dei pentastellati un vantaggio di 16 punti su di lei in eventuali primarie.

Conte si sente «autenticamente radicale»

Conte perciò si sente «costretto a essere autenticamente radicale». Non deve aver sentito il parere del «suocero», Cesare Paladino, che è in trattativa con Paolo Zampolli, l’uomo di Donald Trump in Italia, per vendergli il Grand Hotel Plaza di Roma, pare onusto di debiti. Chiudendo Nova, l’adunata dei pentastellati, Giuseppi ha scandito: «No, non siamo tutti uguali». E il vecchio uno vale uno? Nel cestino. Sarà per questo che Beppe Grillo progetta uo suo «partito» e Conte, per stare al sicuro, manda bacetti a «Dibba» (al secolo Alessandro Di Battista, che si sta riprendendo dopo la brutta avventura a Cuba).

La politica estera divide il campo largo

Ma c’è un non detto che divide il campo largo: la posizione dei 5 stelle sull’Ucraina e la politica estera. Gli iscritti sono stati a chiamati a votare online le proposte programmatiche di Conte – è quel poco che resta dell’eredità di Gianroberto Casaleggio – ebbene, il 91,6% non vuole invio di armi all’Ucraina. Su 45.340 votanti, il 94,1% dice no al riarmo Ue, il 91,8 no a più spese per la Difesa, mentre il 97,7% vuole riconoscere lo Stato di Palestina. Difficile trovare la quadra con Schlein, visto che sui «pacifinti» del Pd si è abbattuta anche la scomunica di Romano Prodi, che se l’è presa con la segretaria dei giovani, Virginia Libero, tifosa dei «disertori».

Conte punta su Palestina e riarmo

A Nova si è presentata anche Francesca Albanese, l’inviata dell’Onu pro Pal e Giuseppi non si è lasciata sfuggire l’occasione per praticare populismo gauchista. Elencando le cose che intende fare, ha scandito: «No al riarmo, l’Italia ripudia la guerra. No ad accordi commerciali e militari con Israele. Chi compie un genocidio non sarà mai nostro amico. Riconosceremo lo Stato di Palestina. Dobbiamo ripristinare l’abuso d’ufficio, no alla limitazione delle intercettazioni, alla legge bavaglio, alla riforma della Corte dei Conti». E poi la solita pioggia di mance e la difesa del Superbonus. Si capisce lontano un miglio che il suo bersaglio è Elly. Alla Meloni dedica solo «lei è Cettina Laqualunque». Mentre alla leader del Pd manda a dire: «Qui non ci sono ambizioni personali; al primo posto c’è l’obiettivo di cambiare l’Italia, non siamo disposti a fare un passo indietro» e si deve svegliare Bruxelles dal torpore bellicista. Non solo, Conte va in fuga parlando di premiership: «C’è una comunità, di iscritti e non iscritti, che mi ha dato un mandato chiaro e non mi posso sottrarre».

Schlein: «Prima il programma, poi i nomi»

La segretaria del Pd è parsa un po’ frastornata. Alla bordata di Conte ha risposto con un laconico: «Prima il programma, poi i nomi, poi la guida». Sarà testardamente unitaria Schlein, per ora però è nell’angolo, al punto che anche alla Meloni replica andando un po’ fuori tema: «Il punto è che deve dirci lei quando andremo a votare, perché prima poniamo fine ai suoi fallimenti e meglio è. Quando ci sarà il voto noi ci faremo trovare pronti». Con una coalizione che in politica estera non sa dove andare e con un candidato premier da trovare. Restano alla Schlein i fallimenti (presunti) della Meloni: la sanità allo stremo, così come l’università, gli stipendi al minimo, i carburanti fuori controllo, la politica energetica che non c’è e quanto alla scuola, come le suggerisce Avs: «Il tetto agli stranieri c’era già in una circolare della Gelmini ai tempi di Berlusconi, ma si è visto che non si può fare». A occhio però pure il campo largo è difficile da recintare.

Da non perdere