Non chiamatelo «Pagnoncelly»: il sondaggio pubblicato ieri dal Corriere della Sera, effettuato da Ipsos-Doxa e relativo agli umori dell’elettorato di centrosinistra, è un’altra doccia fredda per Elly Schlein.
La rilevazione dell’istituto diretto da Nando Pagnoncelli dimostra innanzitutto il fatto che gli elettori dei partiti attualmente all’opposizione sono più politicamente avveduti dei loro leader: «Solo il 19%», si legge, «pensa che il leader debba essere, come succede nel centrodestra, chi guida il partito che ottiene più voti; il 30% opta per le primarie come
scelta, ma il 33% vorrebbe un federatore alla Romano Prodi: scelto dalle forze della coalizione e successivamente incoronato dalle primarie». Non vogliono farsi del male, gli elettori di centrosinistra, che preferiscono un accordo ai potenzialmente fatali gazebo (anche tra gli elettori del Pd prevale questa opinione, immaginiamo per la gioia della Schlein).
Passiamo ai risultati: se ci fossero le primarie, il primo posto andrebbe a Giuseppe Conte, stimato al 38%, seguito da Elly Schlein al 22%. Il prevalere di Giuseppe Conte, spiega Pagnoncelli, «è motivato dal fatto che ottiene oltre al consenso della stragrande maggioranza degli elettori pentastellati (78%), un voto maggioritario a sinistra (54%, presumibilmente motivato dagli orientamenti pacifisti), e otterrebbe anche il voto di un quinto circa degli elettori Pd e delle forze centriste.
Al contrario Elly Schlein fatica di più a compattare i propri: solo la metà (49%) degli elettori Pd voterebbe la propria segretaria, mentre il 20% si orienterebbe su Conte, il 15% su un candidato terzo, il 16% incerto o per scheda bianca o nulla; inoltre, la segretaria pd otterrebbe scarsi consensi dagli elettori degli altri partiti». All’eventuale ballottaggio, Conte otterrebbe il 43% degli elettori (circa il 59% dei voti validi, escludendo incerti e schede bianche o nulle), mentre la Schlein il 30% (41% dei validi).
Ma la sorpresa, fino a un certo punto in realtà, arriva quando viene sondato il livello di apprezzamento dei vari esponenti di primo piano nell’area progressista: «Al primo posto nell’apprezzamento», sottolinea Pagnoncelli, «troviamo il sindaco di Genova, Silvia Salis, che ottiene un indice di gradimento del 56, sopra Conte (55) e Schlein (51)».
La Salis, tra l’altro, ha un gradimento massimizzato tra gli elettori Avs e Pd e tra i centristi, mentre prevalgono le critiche tra i pentastellati.
E la guerra in Ucraina, tema sul quale Pd e M5s sono distanti? «La guerra», scrive Pagnoncelli, «vede il 36% che propende per proseguire il supporto militare al Paese aggredito, il 38% che invece interromperebbe l’invio di armi per concentrarsi sulle vie diplomatiche».
Tra i 20 punti programmatici del M5s presentati all’iniziativa Nova e sottoposti al giudizio dei militanti c’è anche lo stop agli aiuti militari a Kiev. Conte cavalca l’onda: «Mi sembra che emerga», argomenta Giuseppi, «un mandato chiaro e ben preciso, dobbiamo costruire percorsi di pace, con la guerra non andiamo da nessuna parte. Le armi allontanano la pace.
C’è la necessità di investire dove davvero ci sono i bisogni dei cittadini, delle famiglie, delle imprese, no a una economia di guerra, no al riarmo. Nel momento di massima sofferenza del Paese abbiamo creato i presupposti per costruire insieme cantieri di speranza, asili nido, scuole, per rafforzare la ricerca, le università l’innovazione, non per cantieri di guerra e arsenali pieni di armi».
Populismo puro, ma che intercetta, piaccia o no, il sentimento di una buona parte degli elettori, non solo di centrosinistra.
Così come populismo in purezza è anche la proposta di reintrodurre il reddito di cittadinanza (viene da chiedersi come possa il M5s avere da ridire sulla cancellazione del bollo auto, tra l’altro proposta dal candidato pentastellato in Calabria, Pasquale Tridico).
Sul «no» al nucleare, poi, in vista altre polemiche con i dem, con i quali il M5s ha un altro argomento di grande contrasto: la presenza di Matteo Renzi nella coalizione. È pure comprensibile che Giuseppi veda Matteo come il fumo negli occhi: il leader di Italia viva, in combutta con Luigi Di Maio, fu l’artefice della caduta del Conte 2 e dell’approdo a Palazzo Chigi di Mario Draghi.
La Schlein, invece, ha stretto un accordo di ferro con Renzi, il quale, considerati i sondaggi che vedono le due coalizioni molto vicine (sempre che il centrodestra non stringa l’alleanza con Roberto Vannacci, chiudendo la partita), fa pesare il suo seppur minimo (secondo i sondaggi) contributo elettorale: «Chi fa il leader del campo largo? Per campo largo», sottolinea Renzi, «si intende Pd, 5 stelle e Avs. Senza di noi però non si vince, quindi il campo largo è una cosa che non vince. Chiamiamolo centrosinistra e va bene. Vedremo chi farà il leader».
In sostanza, il fortino di Elly Schlein e dei suoi fedelissimi è sottoposto a un vero e proprio assedio, e non mancano i «disertori»: a quanto ci risulta non sono pochi i big del Pd che ragionano in termini estremamente pratici. «Lasciamo Palazzo Chigi a qualcun altro, e facciamo il pieno di ministeri», si sente ripetere sempre più spesso…
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