Campo largo, Schlein sgomita per rintuzzare Conte
Elly Schlein (Ansa)

«Pollastri infilzati e messi a rosolare»: così quel buontempone di Vincenzo De Luca, sindaco pd (ebbene sì) di Salerno, dipinge i leader del centrosinistra di fronte alla mossa di Giorgia Meloni di abolire il bollo auto.

Buontempone ma preciso: la sensazione è che la scoppola ricevuta abbia tramortito l’opposizione, tra l’altro terrorizzata dalle prossime simili trovate della Meloni, che a quanto risulta alla Verità ha almeno altri due fuochi d’artificio dello stesso genere in serbo.

I rapporti di forza nel campo largo

Giuseppe Conte, da parte sua, ieri ha presentato i 20 punti programmatici da sottoporre al giudizio degli iscritti. Meno tasse, prezzi equi, diritto alla salute, meno burocrazia, bollette più basse, piano casa e altre proposte sono quelle classiche di ogni campagna elettorale.

Ma il capitolo 17 (la disgrazia), intitolato «L’Italia ripudia la guerra», mette nero su bianco alcuni punti ampiamente annunciati e che per mezzo Pd sono imbarazzanti: «No al piano Rearm Eu», si legge, «sì a una politica estera comune, accompagnata da una Difesa comune europea. No all’innalzamento della spesa per la Difesa al 5% del Pil in sede Nato. Cambiare radicalmente l’approccio fallimentare dell’Italia e dell’Europa nei confronti della guerra in Ucraina. Continuare a inviare armi significa allontanare la pace».

Concetti limpidi che spaccano i dem, con l’ala riformista salita subito sulle barricate. Elly Schlein si trova tra due fuochi (e infatti rosola): da un lato Conte ha molta più libertà di manovra nel suo partito e attacca, dall’altro nel Pd aumentano gli scettici sull’opportunità di indicarla come candidato premier, convinti che in un duello con la Meloni non ci sia partita.

La ricerca di un nome terzo da proporre come candidato premier prosegue (Pierluigi Bersani? Gaetano Manfredi?) nella speranza che la Schlein si convinca a fare un passo indietro, ipotesi che Conte ha già detto di essere pronto ad accettare.

E intanto la Schlein annaspa

Intanto la Schlein, dopo la letterina con le proposte sull’energia inviata l’altro ieri alla premier, iniziativa che ha lasciato a dir poco perplessi gli alleati, si rivolge ancora alla Meloni: «Dica al Paese quando andiamo a votare», dice la Schlein, «prima è, meglio è, perché continuano a non portare risposte ai problemi fondamentali degli italiani».

Non si capisce per quale motivo la Meloni debba dire quando si andrà a votare, cosa che tra l’altro non dipende solo da lei, essendo comunque il capo di una coalizione, senza dimenticare che il compito di sciogliere le camere spetta al presidente della Repubblica.

Particolare non trascurabile: con Sergio Mattarella la Schlein ha rapporti praticamente nulli (magari, ma è una nostra umile ipotesi, è la prima a credere nel cosiddetto «piano Garofani», ovvero nel fatto che al Colle siano convinti che le sue possibilità di battere la Meloni siano, per usare un eufemismo, scarse).

La risposta di Giorgia Meloni

Ma torniamo alla letterina, Giorgia Meloni coglie la palla al balzo e utilizza l’iniziativa della Schlein pro domo sua: «La lettera di Schlein sulla possibilità di una cooperazione su energia e clima? Non ho avuto il tempo di approfondirla. Sicuramente», azzanna il presidente del Consiglio, «non ho i pregiudizi dell’opposizione italiana che quasi quasi sta chiedendo di andare a pagare il bollo della macchina per contestare i provvedimenti del governo, io non ho questo approccio. Se ci saranno proposte utili le prenderemo in considerazione, intanto sono contenta che ci sia un implicito riconoscimento del lavoro del governo. Il Pd diceva che il Piano casa non serviva a niente, mentre oggi chiede di metterci più risorse, come sul conto termico…».

«La Schlein», spiega alla Verità un autorevole esponente del Pd, «ha scritto la lettera alla Meloni per ripolarizzare il confronto tra le due, visto che Conte, con la sua massiccia offensiva mediatica, si sta imponendo. Sull’Ucraina credo che, se vinceremo le elezioni, il M5s ammorbidirà la sua posizione: del resto, non c’è un solo governo europeo che non sostiene Kiev…».

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