Dopo New York, Berlino sta mostrando al mondo cosa intendevano quando hanno parlato di «woke 2.0»: la presa d’atto che ogni follia su gender e cancel culture era puramente sovrastrutturale e che l’impianto globale che sostiene il loro predominio si basa sulla struttura immigrazionista.
Gli pseudoargomenti performativi di tipo economico hanno infatti perso efficacia per lasciare il posto alla pura emotività: «la scuola non remigra», «la medicina cura tutti» (tranne i novax), «siamo tutti meticci».
La decadenza culturale della sinistra
Si tratta di un arretramento culturale che non corrisponde ancora a una relativa perdita di potere, stante la tenuta e il radicamento del parastato gramsciano.
A Berlino vince un programma politico identico a quello di Zohran Mamdani: espropri proletari delle case, affitti calmierati, servizi comunali gratuiti per gli immigrati e negozi di Stato. E sempre, immancabilmente, gli stessi che per dogma illuminista affermano di non vedere alcuna differenza tra le persone sono i primi a proporre leggi sui matrimoni tra cugini, doppio standard per le procedure della polizia e quote riservate agli immigrati che, improvvisamente, quando devono entrare in una graduatoria allora ridiventano «diversi».
Questa impostazione non li ha presi alla sprovvista: l’idea islamocomunista ha una lunga storia. Nel settembre del 1920 il Comintern convocò a Baku i «popoli d’Oriente» i quali sentirono Grigorij Zinovev parlare esplicitamente di «guerra santa contro l’imperialismo britannico». Il bolscevismo, ateo per definizione, scoprì già allora che l’islam può rappresentare un «compagno di strada anticapitalista» e la stessa Urss prevedeva, per volere di Lenin, «moschee di Stato» nelle repubbliche a forte presenza musulmana in una più ampia strategia che contemplava l’uso tattico della religione come strumento di penetrazione politica.
Oggi si assiste a una riedizione di questa saldatura basata su uno scambio: il parastato gramsciano cede i contenuti ideologici e assimila il dimensionamento religioso della società in nome dell’«integrazione» ma mantiene il potere ed esprime, fino a quando possibile, i vertici politici.
I dem immigrazionisti e pro Islam
La sinistra occidentale sta vivendo il momento di passaggio in cui il voto immigrato può essere raccolto grazie a programmi dedicati in maniera pressoché esclusiva alla facilitazione dell’immigrazionismo, in virtù del fatto che la propria ragion d’essere coincide con l’erogazione e la gestione dei servizi e il controllo del sistema parastatale che li garantisce, e ciò pur sapendo di aver di fronte due possibili esiti che la vedono in entrambi i casi al termine del proprio ruolo storico.
O lo stabilirsi dello scenario che vedrà sorgere i partiti etnici, contro i quali non avrà alcuna speranza di mantenere il voto immigrato, oppure la colonizzazione delle proprie strutture da parte di una dirigenza immigrata, come negli auspici sia di La France insoumise sia di Podemos in Spagna e come in Gran Bretagna sta già accadendo da tempo.
L’imminenza di tali scenari induce due inevitabili conseguenze: in primo luogo, la scissione interna alla sinistra, che si sta già consumando nel Partito democratico Usa, diviso tra sinistra globalista istituzionale e socialisti woke 2.0, con la prima ancora in grado di vincere le elezioni e la seconda contraddistinta dalla convergenza islamocomunista, non in grado di esprimere efficacia politica quando l’elettorato non è in maggioranza immigrato. Un secondo elemento destinato a deflagrare consiste nella scissione culturale, demografica e politica tra metropoli e zone urbane minori.
La polarizzazione territoriale causata dal globalismo
La natura essenzialmente recettiva delle metropoli ha fatto sì che i flussi demografici nell’assetto globalista si caratterizzassero per appartenenze, mostrando così non soltanto la naturale aggregazione etnica in città e zone ben precise, ma anche flussi di trasferimento interni su base ideologica. In questo senso la metropoli si sta costituendo come vero e proprio luogo di nascita della «postsocietà» intesa come aggregato di comunità etniche, consumismo come impianto di vita, dinamiche culturali social e gestione centralizzata degli ambiti esistenziali sintetizzati e ricomposti erogando servizi distinti per ogni nicchia culturale metropolitana.
Un luogo dove non si produce più un destino comune ma convivenze contrattate, enclavi impenetrabili e servizi erogati in perpetuo. Paradossalmente, il globalismo ha prodotto una forte polarizzazione territoriale e l’assetto sarebbe immodificabile non fosse per due elementi: la rivoluzione tecnologica che cambierà gli scenari e la costante penalizzazione, politica e soprattutto economica, delle aree non metropolitane obbligate prima o poi a una reazione.
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