burqa scuola
(iStock)

Bisogna davvero essere in malafede per affermare che il decreto Scuola licenziato ieri dal governo sia una norma razzista e ghettizzante. Per gridare, come ha fatto Elly Schlein, che si è dato il via a una «caccia alle streghe sulla pelle dei piccoli».

Di caccia non vi è l’ombra e le streghe semmai stanno altrove. In compenso le misure annunciate ci sono tutte. Compresa quella sul limite agli stranieri che ha suscitato brivido, terrore e raccapriccio nell’opposizione e fra i vertici della Cei.

Decreto Scuola, Schlein accusa il governo: ma il tetto non è razzista

La Schlein urla che siamo al cospetto di «un decreto vergognoso, che prova a nascondere dietro una nuova bandiera ideologica l’incapacità del governo di dare risposte ai problemi concreti della scuola pubblica». E ribadisce che «la scuola è aperta a tutti, come dice la nostra Costituzione».

Appunto, la scuola è aperta e rimane tale. Viene introdotto, si diceva, il famigerato tetto del 30% per la presenza di immigrati nelle classi.

E a ben vedere non si tratta di un capestro, bensì di una regola di buon senso la cui applicazione è ordinata in modo ragionevole e calato nella realtà.

Tanto per cominciare la soglia vale per tutti: europei e non europei. Il tema è dunque la conoscenza della lingua, e non chissà quale criterio di selezione razziale. E poi sono previste varie deroghe proprio per evitare che questo o quel bambino sia costretto a percorrere chilometri e chilometri per ottemperare all’obbligo scolastico.

Viene esplicitamente garantito il «rispetto del principio di prossimità e di piena effettività del diritto allo studio, tenendo conto del domicilio dell’alunno o dello studente o, comunque, delle comprovate esigenze familiari, con particolare riferimento a quelle connesse alla necessità di assistenza a figli con disabilità, che non permettano soluzioni alternative».

Insomma, nessun dramma. Anzi è facile credere che queste innovazioni andranno prima di tutto a beneficio degli stranieri, a cui per altro sarà garantita tutta l’assistenza possibile, dato che vengono stanziati 3,4 milioni nel 2027 e 14,1 milioni annui a partire dal 2028 per finanziare il potenziamento linguistico (oltre all’assunzione di un migliaio di insegnanti di italiano per stranieri).

Se ci si volesse incaponire ad avanzare critiche, si dovrebbe semmai obiettare che si spendono fin troppi soldi per il sogno dell’integrazione, ma questi sono i tempi che corrono.

Burqa e niqab vietati a scuola: il governo difende il riconoscimento del volto

Rimane anche il divieto di utilizzo del velo integrale, che sarà pure utile a sanare un numero limitato di situazioni, ma resta comunque un principio di civiltà, con sanzioni fin troppo dolci. E vedremo chi avrà la faccia tosta di protestare in Parlamento esibendosi in tortuose arrampicate sul monte delle differenze culturali.

Per farla breve: la proibizione è sacrosanta, e punto. Il passaggio più delicato rimane quello del contrasto all’isolamento linguistico dei nuclei familiari. Ovvero la gestione delle famiglie che non sanno l’italiano e di conseguenza non lo insegnano ai figli.

La questione è ovviamente complessa: da una parte occorre tutelare i minori, il cui supremo interesse è chiaramente quello di potersi inserire al meglio nel contesto culturale della nazione, apprendendone la lingua e i costumi. Non parlare l’italiano a casa rende tutto più complicato.

Non nascondiamoci dietro un dito: questo isolamento riguarda soprattutto l’immigrazione da Paesi arabi o comunque musulmani.

Non tutti, certo, ma alcuni: Pakistan, Bangladesh… Non è un segreto per nessuno il fatto che alcune nazionalità tendano spontaneamente ad autoghettizzarsi producendo situazioni aberranti sul genere di quella in cui è stata immersa, prima di essere ammazzata, la povera Saman.

Più difficile che l’isolamento si produca in famiglie straniere europee o di cultura cristiana, che per altro hanno un retroterra comune capace di favorire una convivenza più serena.

Resta però che la famiglia, isolata o problematica che sia, deve essere tutelata. Bene che si attivino percorsi di aiuto con la presenza di assistenti sociali e l’attivazione di corsi di italiano.

Niente sottrazione dei figli: Valditara esclude la misura più controversa

Ma sarà il caso di vigilare con attenzione: questa norma non può e non deve diventare uno strumento di vessazione dei genitori. Il decreto, lo ha spiegato con garbo il ministro Giuseppe Valditara, prevede sanzioni economiche per chi si rifiutasse di accettare il sostegno linguistico. E per fortuna non sono contemplati provvedimenti più feroci come la sottrazione dei figli che qualcuno aveva paventato.

Nel pomeriggio di ieri circolavano indiscrezioni su una presunta bozza – proveniente forse dai banchi dell’opposizione – in cui l’allontanamento dei minori era previsto come extrema ratio nel caso di genitori particolarmente riottosi.

Ecco, diciamolo chiaro: misure del genere sarebbero francamente inaccettabili. Specie per una maggioranza che ha difeso la famiglia nel bosco da una inaudita oppressione. Compito dello Stato è aiutare le famiglie, seguirle e talvolta indirizzarle.

Non certo separarle. Grazie al Cielo, questa eventualità è stata scongiurata. È opportuno che resti invece la delicatezza nel rapporto delle istituzioni con i genitori, anche nei casi in cui questi non fossero di facile gestione.

Il punto politico, in ogni caso, è che il governo ha resistito. Il cambiamento annunciato c’è tutto, è serio, ha retto alle pressioni del Colle. E alle opposizioni non resta che strepitare e scomodare il solito repertorio sul fascismo di ritorno.

Il che, a ben vedere, significa esattamente fare propaganda sulla pelle dei più piccoli. Anche se in fondo comprendiamo il timore dei dem: se tutti gli stranieri imparassero l’italiano, smetterebbero di votarli.

Da non perdere