Mario Calabresi e Giuseppe Sala
Mario Calabresi e Giuseppe Sala (Ansa)

Per Mario Calabresi a Milano c’è «malessere», serve un «cambiamento vero». Sala replica: bene, ma serve un «progetto vero». Nel campo largo è rissa.

Incurante di scollature e tacchi 12, il centrosinistra di Milano inaugura una settimana alternativa a quella della moda: la Ceffon Week. Praticamente si prende a sberle in pubblico senza esclusione di colpi, passando dalla sottile allusione alla gomitata nei denti. Il segnale meteorologico è evidente: l’autunno è arrivato e con esso prende corpo la campagna elettorale. Nei giorni scorsi l’auto-candidato riformista Mario Calabresi aveva lanciato più di un siluro all’amministrazione uscente: «Basta vetrine e grattacieli, ripartiamo dagli invisibili» e «A Milano c’è malessere, serve un cambiamento vero». Posizioni in educato contrasto con il nulla cosmico di Beppe Sala, che ieri si è risvegliato sulla Vanity Fair e ha replicato.

«Bene che Calabresi si stia impegnando perché c’è bisogno di candidati che anche con coraggio si facciano avanti. Rispetto alla questione del cambiamento, io credo che non sia una cosa da discutere, trovo naturale che chi si candida immagini di farlo per cambiare le cose, sarebbe innaturale il contrario». Il preambolo indica che il borgomastro in scadenza c’è rimasto male ma non vuol darlo a vedere. Sala infatti sottolinea: «La questione è un po’ diversa, è se al di là del parlare di cambiamento poi si ha un progetto chiaro, una squadra in grado di aiutarti nel cambiamento (e io l’ho avuta), e una tua storia personale che rassicura i milanesi sul fatto che poi il cambiamento lo sai gestire. È il tema che riguarda tutti i candidati, non solo Calabresi».

Sala contro Calabresi: «Serve un progetto vero»

Una lezione di politica amministrativa; per cambiare bisogna avere le skills e non solo le slide, direbbe Zohran Mamdani, che non è l’idolo di Sala (quello è Lautaro) ma certamente lo è di quasi tutti i suoi boys rossoverdi con giacchetta e bici elettrica da stagisti di Deloitte. Per non sbagliarsi, nel decennius horribilis il sindaco ha cambiato in peggio la metropoli tascabile e l’ex direttore di Repubblica se n’è accorto prima dei suoi ex giornalisti. Sala conclude con una stilettata: «I milanesi mi sembrano abbastanza sgamati, quindi giudicheranno non solo sulle parole ma anche avendo di fronte, nella loro testa, la persona che si candida e quindi la credibilità».

Volano i coltelli mentre sull’altro fronte Silvia Sardone (Lega) intercetta il paradosso programmatico: «Prendiamo atto delle parole del candidato in pectore Calabresi, evidentemente anche per lui questa giunta è stata disastrosa. Condividiamo il suo pensiero ma qualcuno gli ricordi che la città è da 15 anni amministrata dalla sinistra. È imbarazzante che Majorino e Calabresi passino le giornate a smarcarsi da Sala e a fare finta di non conoscerlo». Il distinguo riguarda soprattutto il consigliere di minoranza al Pirellino con la maglietta dei centri sociali che sogna una Milano venezuelana e che dopo la batosta alle regionali anela alla rivincita.

Majorino e Calabresi, la sfida alle primarie

Guevarista fino al midollo, il Pierfrancesco numero uno (il numero due è Maran, quello delle piazze tattiche, mandato a svernare a Bruxelles) guarda i sondaggi e già perde il sonno. Secondo i primi rilevamenti (Indagine Monitor-Ixè), in caso di primarie Calabresi sarebbe in testa con una forbice fra il 48 e il 53%, con il rivale più rosso arrancante al 30-36% e l’attuale vicesindaca Anna Scavuzzo impantanata al 10%. Majorino è più conosciuto (75%) degli altri – Calabresi è al 68% – ma in questo caso la notorietà fa rima con radioattività.

La guerra è appena cominciata e i candidati minori a sinistra si agitano per emergere. Sono tanti, addirittura sette. Ai tre big in quota Pd vanno aggiunti Emmanuel Conte (assessore al bilancio), Tommaso Goisis (animatore dell’associazione «Sai che puoi?»), Carlotta Cossutta (nipote dell’Armando comunista e attivista di «Nonunadimeno») e il rampantissimo neopartigiano Lorenzo Pacini, noto per un’uscita democratica che ha fatto sobbalzare anche Elly Schlein. «Fermiamo i fascisti alle urne e poi coi fucili se necessario», disse alla Zanzara su Radio24 l’assessore dem del Municipio 1, quello dei radical chic da assemblea studentesca. Sala ha commentato così la Ceffon Week: «Vedo un’infinità di candidati e poche idee. Attenzione alle idee, non devono essere solo una lista di desideri».

Pacini contro la Milano di Sala

Per farsi notare ieri Pacini ha rispolverato lo Sten e l’ha puntato contro i suoi, colpevoli d’avere privatizzato la Galleria Vittorio Emanuele per l’evento fashion «World Vogue» con annessa sfilata di gente che piace come Anna Wintour, Jennifer Lopez, Miuccia Prada, Monica Bellucci, Gigi Hadid; 25.000 euro per la prima fila e 15.000 per la seconda. La Milano di Sala in purezza improvvisamente a Pacini non piace: «Per diverse ore piazza del Duomo e la Galleria sono state location di un privè. Due luoghi pubblici che diventano privati, esclusivi».

A chi gli faceva notare che Vogue ha pagato 2 milioni che serviranno per riqualificare una biblioteca in periferia, Pacini ha replicato (peraltro con ragione) così: «Ci manca pure che fosse gratis. Possiamo davvero immaginare una città che deve affittare piazza Duomo per riqualificare le biblioteche di periferia?». Poi la pettinata finale ai suoi sodali: «Per le opere pubbliche esistono le tasse». Più che una battuta, il caro vecchio programma elettorale di coalizione.

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