Biden faceva scuola di woke globale
epa13047999 U.S. President Joe Biden adjusts his sunglasses as he addresses the audience from the lectern during the opening ceremony of the Obama Presidential Center in Chicago, Illinois, USA, 18 June 2026. The 19-acre campus includes a museum, a branch of the Chicago Public Library, an athletic center, a cafe, a restaurant, a sledding hill and public park space. EPA/VICTOR HILITSKI

Chissà quanti diplomatici americani si erano immaginati di dover trascorrere la loro carriera a spiegare in bengalese il «privilegio bianco» o a discutere in urdu di Black lives matter.

Eppure, durante l’era Biden, anche questo rientrava nel bagaglio richiesto dal Dipartimento di Stato. A rivelarlo è stato il Daily Wire, che ha ottenuto materiali utilizzati per la formazione linguistica del Foreign service: documenti che raccontano fino a che punto l’ossessione woke fosse penetrata nella macchina diplomatica americana.

Non si trattava di qualche divagazione improvvisata da docenti «non binari» o educatrici con i capelli fucsia. Il Dipartimento, infatti, aveva predisposto un vero e proprio «Dei toolkit» per gli insegnanti di lingue straniere, con lezioni dedicate a Blm, «razzismo sistemico», «privilegio bianco» e «pregiudizio implicito».

In bengalese, per esempio, agli studenti veniva chiesto di discutere un video su suprematismo bianco, discriminazione e «brutalità della polizia», imparando termini utili per raccontare anche «l’eredità duratura della schiavitù». Poi arrivava il test. Una casa va a fuoco, i pompieri intervengono e il vicino protesta perché nessuno controlla anche la sua abitazione: l’aspirante diplomatico doveva stabilire se la scena rappresentasse razzismo sistemico, privilegio bianco o «bias implicito».

In urdu, invece, bisognava riflettere sulla distanza tra le politiche «idealizzate» legate a Black lives matter e l’esperienza concreta negli Stati Uniti e nel Paese ospitante. In ebraico si simulava addirittura un incontro in una biblioteca di Tel Aviv sulla razza e la diversità negli Usa e in Israele, con discussioni su Blm e immigrazione.

L’utilizzo di un lessico politicamente corretto, inoltre, era parte integrante della missione. Nelle carte visionate dal Daily Wire, per esempio, si raccomandava di non chiamare «illegali» i clandestini, perché il termine sarebbe «disumanizzante»: meglio «persone senza documenti». Lo stesso Dipartimento di Stato ha poi confermato che, nei materiali, spuntavano persino i pronomi personali «non binari» ze, zir e zirs, chiamati a sostituire i troppo tradizionali «lui» e «lei». Il tutto, ovviamente, doveva essere accompagnato da letture come Fragilità bianca di Robin DiAngelo, una sorta di Bibbia dell’«antirazzismo» in salsa woke.

La faccenda, però, non si fermava alle sole aule. Sotto Joe Biden, il programma Dei – acronimo che sta per «diversità, equità, inclusione» – era entrato anche nei criteri di valutazione e promozione del personale diplomatico, mentre linee guida interne chiedevano ai vertici degli uffici di sollevare con i governi stranieri temi come «inclusione sociale», «equità razziale e di genere», disabilità e questioni Lgbt. Lo scopo della diplomazia americana, in pratica, era diventato esportare i precetti del catechismo progressista.

Con Donald Trump, adesso, il vento è cambiato. Il Dipartimento di Stato ha cancellato quei criteri e sta riorientando la formazione su storia americana, politica estera e competenze concrete. «I diplomatici americani sono chiamati a difendere gli interessi nazionali degli Stati Uniti sulla scena mondiale, non a propagandare dogmi estremisti antiamericani», ha detto al Daily Wire il portavoce Tommy Pigott. Anche perché, ha specificato, questi dogmi sono «divisivi e marginali».

Insomma, dopo anni passati a insegnare al mondo il privilegio bianco e i pronomi fluidi, a Washington pare che qualcuno si sia ricordato che, prima di spiegare il razzismo sistemico in bengalese, un diplomatico dovrebbe occuparsi di diplomazia.

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