atleti italiani colore
Andy Diaz, medaglia d'oro agli Europei di atletica 2026 (Getty Images)

E ti pareva… Ti pareva che il giorno dopo il pieno di medaglie agli Europei di atletica leggera e di nuoto non partisse l’operazione pedagogica? Ti pareva che non si mettesse mano alla sceneggiatura colored perfetta per l’Academy di Hollywood? Parole d’ordine virtuose, multietnicità e integrazione. La sinossi è presto fatta: ecco l’Italia migliore, la nostra Italia, che vince solo negli sport dove schiera atleti di colore.

È così: Simona Quadarella completa il triplete dei 400, 800 e 1500 stile libero a Parigi e Larissa Iapichino svetta sul podio del salto in lungo a Birmingham? Non si può gioire accomunati solo dal tricolore, non si può emozionarsi con l’Inno di Mameli e stop.

L’Italia che vince non ha bisogno di etichette

No, bisogna targarli questi successi e dire che hanno pigmentazioni particolari e natali esotici. Magari, come ha fatto il Corriere della Sera nell’editoriale a firma Aldo Cazzullo intitolato «Il meglio di noi», contrapponendoli all’«Italia ufficiale, della politica e della cultura» che trascorre l’estate a parlare dei video del generale Vannacci e della bomba di Valter Lavitola.

Però le domande si accavallano: il «noi» di cui questi atleti sono «il meglio» non sarà mica composto da chi vuole tirare da una parte le loro imprese? Mentre cerchiamo la risposta, registriamo i «complimenti ai nostri Azzurri e alle nostre Azzurre», postato dal premier Giorgia Meloni su Instagram. «Ogni medaglia racconta talento, sacrificio, disciplina e ore di allenamento. Ma soprattutto racconta un’Italia che sa vincere e che non smette mai di crederci. Grazie per averci fatto emozionare. Siamo orgogliosi di voi». E chissà se soddisferà la più ufficiale delle risposte dell’«Italia ufficiale».

Dalle piscine alle piste: il talento non ha colore

Altra domanda. Mentre in questi giorni Sara Curtis e Nadia Battocletti, Niccolò Martinenghi e la 4×400 di atletica e gli altri Azzurri bianchi e neri contendevano il primo posto nei medaglieri alla Gran Bretagna qualcuno si chiedeva davvero quante e quali medaglie provenissero da atleti integrati o nati chissà dove?

O più probabilmente, abbiamo tutti gioito dell’energia che sprigionava in acqua la nuova primatista del mondo dei 50 dorso? E dell’allegria con cui contagiava le compagne di staffetta, il pubblico televisivo oltre a quello dell’Aquatic center? Qualcuno si sarà adombrato perché sua madre ballava in tribuna sventolando la bandiera e cantando Fratelli d’Italia? Sarebbe un peccato se ora, vista la spensieratezza di Sara qualcuno volesse trasformarla nella nuova testimonial delle battaglie degli «afrodiscendenti».

Come per le sue, ci siamo entusiasmati per le vittorie di Nadia, la mezzofondista di Cavareno, protagonista degli allunghi che all’ultimo giro di pista hanno incenerito tutte le concorrenti dei 5.000 e 10.000. E poi per il successo di Larissa Iapichino nel salto in lungo, figlia di Fiona May e del suo ex marito e allenatore.

E ancora, per la conquista della medaglia d’oro nel salto triplo di Andy Díaz, atleta cubano naturalizzato italiano. E così per la prestazione di Mohamed Soudassi, marocchino arrivato ad Avola con la famiglia quando aveva un anno, che ha favorito la vittoria della 4×400.

Tutti loro meritano ammirazione perché incrementano il talento con costanza e sacrifici non per il colore della pelle. C’è qualcosa di ipocrita, quasi una forma di razzismo alla rovescia, nel pesare le medaglie in base alla pigmentazione di chi le ha conquistate.

Immigrazione e sport, due storie che non vanno confuse

Ancora più mistificante può essere confondere le storie dell’immigrazione irregolare e quelle di questi sportivi vincenti, come se anche loro avessero alle spalle odissee di emarginazione. In realtà, nella maggioranza dei casi si tratta di immigrati di seconda generazione o giunti in Italia da bambini con le famiglie.

Quanto al nostro sport, ha una storia di vittorie che li precede. Se nel calcio abbiamo perso il tocco magico non è per scarsa integrazione, ma per il motivo opposto visto che il nostro campionato è il più imbottito d’Europa di stranieri.

E considerato che, cominciando da Fabio Liverani, madre somala e padre italiano, schierato in Nazionale nel 2001, e poi passando per Mario Balotelli, Destiny Udogie fino a Moise Kean, quando l’hanno meritato, nessuno ha frenato l’innesto di giocatori di colore o con origini di altri Paesi. Mistificante è mischiare le storie di persone che hanno seguito percorsi regolati dalle leggi italiane, con l’immigrazionismo incontrollato e selvaggio.

Negli altri sport, cominciando dal nuoto, abbiamo vinto parecchio anche prima della comparsa dell’adorabile Sara Curtis, figlia di Helen, ex atleta nigeriana arrivata da noi a vent’anni, e di Vincenzo, un camionista italiano tutto d’un pezzo.

L’exploit di Larissa Iapichino è stato preceduto dalle medaglie olimpiche e mondiali conquistate già diversi anni fa dalla madre che, proveniente dalla Gran Bretagna, ha sposato Gianni Iapichino. Come Sara e Larissa, anche Nadia Battocletti, musulmana praticante, è figlia di un matrimonio misto tra il maratoneta Giuliano Battocletti e l’ottocentista marocchina Jawhara Saddogui.

Andy Díaz e la storia di un’accoglienza italiana

Quanto al neo campione europeo del triplo Andy Díaz, che fino al 2021 ha rappresentato Cuba, appena gli hanno messo la medaglia al collo, non ha mostrato nostalgia per Fidel Castro (che Rifondazione comunista commemora dal 26 al 30 agosto a Padova).

Ma ha ringraziato Fabrizio Donato, l’ex triplista bronzo olimpico a Londra, che, contattato da Andy in fuga dal suo Paese, l’ha accolto in casa a Ostia, ha iniziato ad allenarlo e gli ha fatto ottenere l’asilo politico. Già, quante sorprese nelle vite degli atleti azzurri.

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