Per mesi, attorno al caso della famiglia del bosco, si è discusso dei rapporti che lo Stato dovrebbe tenere con i genitori, di quanto debba o non debba entrare a gamba tesa nella loro vita quotidiana e interferire nel loro modello educativo.
Ne sono sorte grandi baruffe e purtroppo il dibattito non ha condotto a chissà quale geniale risultato. Ora però siamo al cospetto di un episodio estremamente significativo, che da solo dice tutto quel che c’è da sapere riguardo alla relazione fra Stato e famiglie.
La lettera della presidente del Tribunale dell’Aquila
Ecco i fatti. Ieri la Garante dell’infanzia e dell’adolescenza, Marina Terragni, ha deciso di rendere nota una lettera che le ha inviato la presidente del Tribunale per i minorenni dell’Aquila, Nicoletta Orlandi.
Un passato da parlamentare comunista e diessina tra la fine degli anni Ottanta e i primi Novanta, la magistrata in questione è colei che ha il compito di stabilire quale dovrà essere il destino dei Trevallion e dei loro figli.
Non si tratta di un messaggio personale, ma di una missiva scritta su carta intestata del ministero della Giustizia, e firmata dalla Orlandi proprio in qualità di presidente del tribunale aquilano. Già i toni sono abbastanza sorprendenti. Orlandi scrive a Terragni per rivolgerle una preghiera. E cioè: «Non dica più che “la famiglia è un’isola che il mare del diritto deve solo lambire”.
Questa frase, che all’epoca dell’insigne giurista Arturo Carlo Jemolo esprimeva la complessità delle relazioni familiari, mi insegnavano i miei professori di diritto privato dell’Università di Pisa, tanti anni fa, che era superata dalla Costituzione e dalla riforma del diritto di famiglia».
Il modello patriarcale e il ruolo dello Stato
A parte la forma un po’ contorta, fa una certa impressione quell’imperativo: non dica più. Curioso che il presidente di un tribunale si rivolga così al presidente di una autorità garante. In ogni caso, la lettera prosegue esaminando appunto i rapporti fra le istituzioni e la famiglia.
«Sull’isola il pater familias esercitava il potere su moglie e figli», scrive Orlandi. «Sull’isola è cresciuto il modello patriarcale. Soprattutto sull’isola si è soli. E invece tutti noi e soprattutto i soggetti più fragili, come i bambini, abbiamo bisogno di mani che si tendono e ci sostengono nelle difficoltà».
Il testo è breve e un filo criptico ma il senso appare abbastanza chiaro. La presidente del Tribunale sta spiegando alla Garante per l’infanzia che non deve mai più permettersi di dire che lo Stato e la giustizia debbono interferire il meno possibile con la vita delle famiglie. Perché lasciare autonomia alle suddette famiglie equivale a perpetuare un modello patriarcale, cioè il dominio del padre padrone su moglie e figli.
La Costituzione e l’autonomia della famiglia
Senza voler risultare offensivi per nessuno, ci sia permesso notare che ci sembra una idea leggermente discutibile. La Costituzione stessa «riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio», invece non risulta da nessuna parte che inviti le autorità statali a operare forme di rieducazione in un senso o nell’altro.
E di sicuro non risulta che la famiglia del bosco sia guidata da un modello patriarcale o sia in balia della più feroce autorità dei due genitori, anzi. E se il tribunale dell’Aquila intende seguire l’approccio che emerge dalla missiva inviata dalla presidente alla autorità garante, beh, è legittimo farsi venire qualche preoccupazione.
La replica di Marina Terragni
Sul punto è difficile non condividere cioè che Marina Terragni scrive rispondendo alla Orlandi. «Accolgo con interesse l’opinione della presidente sul significato dell’esortazione di Arturo Carlo Jemolo a non invadere con i poteri dello Stato l’ambito di autonomia della famiglia, ma non mi sento di condividerla», dice la Garante.
«Se anch’io, come lei, usassi l’imperativo che mi rivolge – quanto meno desueto in un dialogo interistituzionale – la esorterei a “non dire più” che l’autonomia della famiglia è superata dalla Costituzione, perché all’evidenza così non è, anche stando a un’interpretazione meramente letterale della nostra Carta».
La famiglia come spazio di libertà
Terragni prosegue citando Jemolo: «L’illustre giurista del Novecento – al quale sono tuttora intitolate scuole di formazione di giuristi contemporanei – ci ha lasciato un’importante eredità fondata sul principio di libertà, sul valore del dubbio e sulla coscienza.
Parrebbe invece di comprendere che per la presidente Orlandi la libertà e l’autonomia della famiglia, affermate solennemente nella Legge fondamentale, regolate dal diritto e ben radicate nella morale, siano disvalori; e che la funzione della giurisdizione minorile dovrebbe essere improntata a un intervento dello Stato con finalità “educative”, escludendo a priori che la famiglia possa anche essere un’isola felice. In verità Jemolo non pensa a una famiglia isolata in assoluto.
Il suo riferimento si limita all’ambito giuridico, visto che la famiglia di per sé è fonte del diritto primigenio, in quanto cellula fondativa della societas. Ogni famiglia genera di continuo norme per i propri consociati e il diritto statale deve limitarsi a lambirla, offrendo una cornice di diritti inalienabili ma evitando accuratamente ogni indebita intrusione.
Diversamente vivremmo in una sorta di panlegalismo in cui tutto è diritto, norma, legge. Invece, e per fortuna, esiste anche altro: amore, accoglienza di chi sbaglia, perdono, benevolenza, grazia, dono di sé. Tutte cose che non hanno necessariamente a che fare con il gelido statalismo del diritto positivo. È qui, mi pare, il senso delle parole di Jemolo, che continuano per me a costituire un insostituibile riferimento».
Il nodo degli allontanamenti
Ancora più condivisibile è la puntuta conclusione a cui giunge Terragni: «Non sono certa che molti di quei bambini strappati dalla famiglia abbiano visto nei servizi sociali e nei carabinieri “mani che si tendono e ci sostengono”. Non tutte le soluzioni giuridicamente corrette sono di per sé giuste, specialmente se imposte a una famiglia».
Già, se tendere una mano a una famiglia significa allontanare i bambini, forse è meglio che lo Stato tenga le mani in tasca. Quanto al patriarcato: non sembra una grande conquista sostituire lo Stato padrone al padre padrone. Specialmente quando il padre padrone non è, e lo Stato invece si mostra decisamente autoritario.
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