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L’angelo-Meloni val bene una censura. Volto sparito per volere della... Curia
Il volto dell'angelo con le fattezze di Giorgia Meloni rimosso dall'affresco di San Lorenzo in Lucina (Ansa)
Assecondati i capricci della sinistra sul cherubino somigliante al premier all’interno di una basilica romana Il restauratore elimina la testa: «Me l’ha detto il Vaticano». Ma quanta ipocrisia sull’uso improprio del sacro.

Neanche dipinta sul muro, e non è una metafora. Il Vaticano ha assecondato l’urgenza fisiologica della sinistra italiana e al grido «Vade retro Giorgia» ha imposto di oscurare al volo il volto dell’angelo nella cappella di San Lorenzo in Lucina a Roma, accostato (con qualche ragione) al profilo della premier Meloni. Ieri, evidentemente così terrorizzato da perdere il sonno e la faccia (la sua), il restauratore Bruno Valentinetti ha preso il pennello e ha tirato due mani di calce sul cherubino cancellandone le fattezze per non avere ulteriori grane dai datori di lavoro in tonaca.

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Barbero il censore finisce censurato. A sinistra solita storia del bavaglio...
Alessandro Barbero (Ansa)
Oscurato il video del docente in cui spiegava le ragioni del suo No al referendum sulla giustizia. «Io oppresso», ma lo stesso professore aveva firmato per bandire Passaggio al bosco da una fiera libraria perché «fascista».

Ultimamente il professor Alessandro Barbero non ha grande fortuna con gli interventi politici. Sembra infatti che non appena apra bocca su un argomento che non sia la storia subito cali su di lui la mannaia della censura. L’ultimo caso riguarda un video, diventato virale, in cui lo storico esprime il suo sostegno alla causa del No al referendum. Il filmato ha avuto enorme circolazione, ma sul profilo Facebook a lui riconducibile è apparso questo messaggio allarmato: «Il video dove Barbero esprimeva le sue opinioni sul referendum sulla giustizia è stato censurato con la scusa del fact checking. Buon divertimento nei prossimi anni, cercate un riparo sicuro».

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Vogliono tapparci la bocca
Getty Images
Sanzionata una copertina di «Panorama» che criticava gli operatori delle Ong. L’obiettivo della querela era impedirci di raccontare come agiscono. Nessuno s’indigna per la libertà di informazione a rischio?

In Italia non si può dire che chi non rispetta la legge è un pirata. Un giudice del tribunale di Milano ha infatti deciso che definirlo tale, anche se il mancato rispetto di un divieto non è frutto di un errore ma di una deliberata e consapevole scelta, è diffamazione. Così ha condannato me e Panorama a risarcire con 80.000 euro sette Ong. Tutto nasce da una copertina del settimanale di cui sono direttore. Fausto Biloslavo un anno fa ha scritto una brillante inchiesta per raccontare come agiscono le navi delle organizzazioni non governative che presidiano il Mediterraneo in cerca di migranti. La loro, raccontava, è un’azione coordinata per far pressione sugli Stati e consentire lo sbarco di decine di migliaia di persone. «Con documenti riservati», recitava il sommario, «Panorama ricostruisce la strategia degli arrivi via mare al di fuori delle leggi e nel silenzio disinteressato delle autorità europee». Titolo: «I nuovi pirati». Alcune Ong, tra le quali Emergency, Open Arms, Sea Wach e Sos Mediterranée (nomi che abbiamo imparato a conoscere perché da tempo fanno la spola dalle sponde africane a quelle italiane), si sono sentite diffamate. Pirati a chi? Non hanno contestato una sola riga dell’articolo pubblicato, né hanno sostenuto che le rivelazioni di Biloslavo fossero false: hanno querelato il titolo di copertina, dove per altro nessuna delle Ong che si sono rivolte al giudice era citata. Nonostante nel corso degli anni alcuni dei loro rappresentanti abbiano rilasciato una serie di dichiarazioni in cui manifestavano l’intenzione di non rispettare la legge italiana in forza di un superiore interesse da loro stessi stabilito, le Ong rifiutano di essere definite pirati, ritenendo il sostantivo una lesione della loro reputazione.

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Vogliono tapparci la bocca
Getty Images
Sanzionata una copertina di «Panorama» che criticava gli operatori delle Ong. L’obiettivo della querela era impedirci di raccontare come agiscono. Nessuno s’indigna per la libertà di informazione a rischio?

In Italia non si può dire che chi non rispetta la legge è un pirata. Un giudice del tribunale di Milano ha infatti deciso che definirlo tale, anche se il mancato rispetto di un divieto non è frutto di un errore ma di una deliberata e consapevole scelta, è diffamazione. Così ha condannato me e Panorama a risarcire con 80.000 euro sette Ong. Tutto nasce da una copertina del settimanale di cui sono direttore. Fausto Biloslavo un anno fa ha scritto una brillante inchiesta per raccontare come agiscono le navi delle organizzazioni non governative che presidiano il Mediterraneo in cerca di migranti. La loro, raccontava, è un’azione coordinata per far pressione sugli Stati e consentire lo sbarco di decine di migliaia di persone. «Con documenti riservati», recitava il sommario, «Panorama ricostruisce la strategia degli arrivi via mare al di fuori delle leggi e nel silenzio disinteressato delle autorità europee». Titolo: «I nuovi pirati». Alcune Ong, tra le quali Emergency, Open Arms, Sea Wach e Sos Mediterranée (nomi che abbiamo imparato a conoscere perché da tempo fanno la spola dalle sponde africane a quelle italiane), si sono sentite diffamate. Pirati a chi? Non hanno contestato una sola riga dell’articolo pubblicato, né hanno sostenuto che le rivelazioni di Biloslavo fossero false: hanno querelato il titolo di copertina, dove per altro nessuna delle Ong che si sono rivolte al giudice era citata. Nonostante nel corso degli anni alcuni dei loro rappresentanti abbiano rilasciato una serie di dichiarazioni in cui manifestavano l’intenzione di non rispettare la legge italiana in forza di un superiore interesse da loro stessi stabilito, le Ong rifiutano di essere definite pirati, ritenendo il sostantivo una lesione della loro reputazione.

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Ha fatto la storia del tennis: oscurata perché si oppone alle politiche Lgbt
Margaret Court (Ansa)
L’australiana Margaret Court: «I miei connazionali vogliono che il mio nome sparisca».

È donna e, benché nata in una famiglia modesta, è riuscita ad affermarsi come una delle tenniste più vincente di sempre, portandosi a casa 64 prove del Grande Slam: 24 in singolare, 19 in doppio e 21 in doppio misto. Avrebbe insomma tutte le carte in regola - tanto più in tempi in cui l’empowerment femminile attira tanta attenzione culturale e mediatica - per essere indicata a modello delle giovani di tutto il mondo, l’australiana Margaret Court. Eppure la leggendaria campionessa, che oggi ha 83 anni, ai giorni nostri è come dimenticata; di più: è evitata quasi come la peste. Tanto che, quando Oliver Brown del Telegraph ha scelto di dialogarci nei giorni scorsi, lei era quasi incredula: «Sei il primo giornalista ad intervistarmi in questo modo da anni. Gli australiani preferirebbero che il mio nome sparisse». Curiosamente, perfino il mondo del tennis sembra averla rimossa.

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