Nicola Bertinelli, presidente del Consorzio Parmigiano Reggiano. Che numeri ha la vostra filiera?
«Nel 2024, 4 milioni e 80.000 forme. 11.000 in meno rispetto al 2021. Questo è l’ordine di grandezza. Abbiamo un protocollo per valorizzare e regolamentare la nostra offerta».
Una sorta di Opec del Parmigiano…
«Detta così non suona affatto bene. I prodotti ad indicazione geografica devono regolamentare la propria offerta in base alla normativa europea. A tutela del territorio e del consumatore. Siamo sottoposti a miriadi di controlli».
Il Parmigiano nel mondo che numeri ha?
«Su 168.000 tonnellate prodotte annualmente, esportiamo il 43%. Fatto 100 il mercato estero, un 25% è rappresentato dagli Usa, il 24% dalla Francia. La Germania viaggia intorno al 18-19%. Regno Unito al 12%. Canada quinto mercato col 10%».
Gli Usa sono il 10% del totale prodotto?
«12%».
In termini di soldi quanto vale il business del Parmigiano?
«Al caseificio due miliardi di euro. Al dettaglio quattro. In America, 250 milioni all’ingrosso e 700 al consumatore. Nel mezzo ci sta l’industria americana che importa le forme intere e poi le porziona per il mercato. Non abbiamo un accordo di libero scambio che riconosce la nostra specificità. Laddove questo accordo esiste non esportiamo invece le forme intere ma il porzionato. Questo ci dà maggiori garanzie di controllo».
Curiosità. Come viaggia il Parmigiano?
«Nave ovviamente. E quando ci sono tensioni sulla domanda dei container ne risentiamo».
Al consumatore finale americano, quanto costa in più il Parmigiano rispetto a noi? Lasciando ancora da parte il tema dazi?
«Allargo il ragionamento, così si capisce meglio. Fatto 100 il mercato americano dei formaggi a pasta dura, il 92,5% è Parmesan e affini. Il 7-8% è “il” Parmigiano. Sottolineo “il”, non dico “vero”. Così ci capiamo. Il Parmigiano costa mediamente 40 dollari al chilo. Il Parmesan, che pesa il 92% del mercato, la metà»
C’è chi sostiene che il Parmesan tarocco rafforzerebbe l’identità del Parmigiano. Concordi o il cosiddetto «italian sounding» è un danno?
«La tesi non è affatto corretta. Il danno per il produttore ma anche per il consumatore è certo. Quest’ultimo può cadere in due tipi di errori. Il primo in termini di autenticità. Crede di acquistare, a torto, il Parmigiano. Il secondo in termini di provenienza. Crede di acquistare comunque un prodotto italiano. Vaglielo a spiegare che quel prodotto non è italiano quando sulla confezione vede il tricolore o il disegno del Colosseo».
La differenza di prezzo non basta a mettere in guardia il consumatore…
«Fai la spesa, vedi la Torre di Pisa sulla porzione, pensi sia quanto meno formaggio italiano».
I dazi, di cui tanto si parla, sul Parmigiano esistono già. Giusto?
«Si paga un 15% sul prezzo alla dogana»
Messi da Trump nel 2019?
«No, questi esistono dalla notte dei tempi. Trump nel 2019 li ha elevati al 40% a causa di un contenzioso fra Stati Uniti ed Ue. L’Organizzazione mondiale del commercio ha rilevato come l’Unione europea si fosse comportata scorrettamente sussidiando il consorzio Airbus (tra Francia e Regno Unito, ndr). Washington è stata autorizzata a mettere i dazi su prodotti dell’Unione europea. E ci abbiamo rimesso noi. Se permetti è un ragionamento folle. Perché dovevamo risarcire noi il danno accertato al comparto aerospaziale americano?».
Dillo a chi sostiene che conviene fare la voce grossa con l’Europa unita contro Trump. Peraltro, quel contenzioso fu promosso da Obama.
«La nostra visione è che siamo stati sacrificati perché l’anno successivo c’erano le elezioni presidenziali del 2020. E Trump voleva ingraziarsi il voto determinante degli allevatori, agricoltori e produttori di formaggio del Wisconsin. L’industria del Parmesan, per intendersi. Il Wisconsin è uno Stato chiave in ogni elezione presidenziale. Consentimi però un’ulteriore digressione».
Prego.
«I produttori di latte in America se la passano non benissimo. C’è un eccesso di offerta di latte fresco rispetto alla domanda. I movimenti “No Milk” hanno contribuito a modificare le abitudini degli americani. Ricordi la famiglia Bradford che a colazione aveva in tavola enormi bottiglie di latte? Un ricordo del passato. I produttori vendono il latte a 28 centesimi al litro contro i 55 che abbiamo in Ue. Non coprono i costi di produzione. E Washington paga sussidi veri tramite il farm bill (una sorta di Pac americana) per tenere in vita gli allevatori. L’industria del cibo e la conseguente indipendenza alimentare sono ritenute strategiche per l’economia americana».
Eccesso di latte che si riversa sul Parmesan e quindi i suoi produttori spingono di nuovo per i dazi sul Parmigiano?
«Teoricamente si. In pratica non ha molto senso. Visto dal lato del politico. Il Parmigiano, dicevamo, rappresenta il 7,5% del mercato dei formaggi a pasti dura e viene venduto al doppio del prezzo. Immaginiamo di aumentare di nuovo i dazi dal 15% al 40% sul prezzo all’ingrosso. Significa un 25% in più. Il prezzo del Parmigiano passerebbe da 20 a 25 dollari a libbra. Ma chi compra oggi il Parmigiano reggiano in America lo fa scientemente. Perché già lo paga di più. Dubito che inizierebbe ad acquistare il Parmesan. Farebbe solo imbufalire l’elettore che ha scelto Trump per abbassare l’inflazione. Non aumentarla».
Mi sentirei di dire che i dazi hanno senso, ad esempio, se imposti sulle vetture europee sì da indurre le case automobilistiche a tornare a produrle a Detroit. Ma non puoi fare il Parmigiano nel Wisconsin. Le auto in Michigan invece sì!
«Mi sembra che tu abbia centrato il punto. Se nel lungo termine i dazi sono dannosi per tutti, nel breve termine possono servire a preservare l’industria del Paese che mette i dazi. Ma a patto che si parli di beni sostituibili. Essendo il Parmigiano non sostituibile, ancorché imitabile pessimamente con il Parmesan, il dazio farebbe solo aumentare il prezzo. Più in generale un danno per il consumatore senza ottenere nessun vantaggio di tipo economico o industriale».
Sul tema dazi avete comunque un piano di azione eventuale se necessario?
«Posso dire cosa auspico. Il Parmigiano ha mille anni di storia. Il nostro Consorzio ha compiuto 90 anni da pochi mesi. Senza Parmigiano non ci sarebbe buona parte dell’agricoltura nella nostra regione. Non avrebbe senso economico coltivare le colline. Noi valorizziamo il latte. Abbiamo un patrimonio di conoscenze da mettere a disposizione. Siccome nel Wisconsin, nel Massachussetts e nel Vermont fanno veramente degli ottimi formaggi legati alla loro storia, al loro saper fare, alla loro tradizione ed alla loro heritage, noi possiamo accompagnarli in un percorso per arrivare al riconoscimento commerciale delle loro eccellenze nei nostri territori».
Una roba intelligente.
«Ci poniamo come interlocutori in un progetto di cooperazione internazionale perché dentro l’Unione europea, un mercato di 500 milioni di persone, le loro eccellenze possano essere riconosciute, tutelate, protette e adeguatamente etichettate. Io ci credo in un Us cheddar, per intendersi».
Indurli a valorizzare il loro territorio piuttosto che produrre Parmesan.
«Diamo una prospettiva concreta ai produttori americani di latte che racimolano appena 28 centesimi a litro. Non è utopia quello che dico. Siamo riusciti a farlo, ad esempio, con la tequila. Un gran vantaggio per il Messico. Oggi la tequila è un prodotto riconosciuto in quanto tale dentro l’Ue. Grazie anche al nostro sforzo. Abbiamo creato valore per il Messico. Possiamo fare altrettanto per gli Usa. Il nostro governo sa che noi siamo a disposizione per un progetto ambizioso come questo».
Che posizione avete a proposito dell’accordo Mercosur con l’America Latina? Negativa come gli agricoltori?
«Questo è un tema che non deve essere trattato con leggerezza. Come produttore di Parmigiano Reggiano vedo nell’accordo Mercosur un passo avanti per la tutela delle denominazioni. Ma l’accordo così com’è rischia di essere devastante per la nostra agricoltura. È impensabile aprire il nostro mercato a prodotti che sono stati ottenuti con tecniche, farmaci, sostanze e molecole da noi vietate da anni. Gli antibiotici si usano per curare gli animali, non come fattore di crescita. Altrimenti i nostri agricoltori e allevatori sono fuori mercato e quel che è peggio si fa un danno ai consumatori. E non si creda che tutto si risolva attraverso i controlli in base a determinate soglie limite. Perché statisticamente solo il 3% di ciò che entra alla frontiera viene analizzato. Del resto, il Covid prima e la guerra in Ucraina poi, ci insegnano che la sicurezza alimentare è sicurezza nazionale. Quindi l’accordo in tal senso così com’è spazzerebbe vari i comparti della nostra agricoltura. E come vicepresidente di Coldiretti, e non solo presidente del Consorzio Parmigiano Reggiano, ritengo personalmente che l’accordo non sia accettabile e quindi mi vede fortemente contrario».
È un Pier Silvio Berlusconi tuttocampista quello che incontra i giornalisti nella conferenza stampa di fine anno. Un Pier Silvio box to box, come si dice in gergo calcistico. Anzi, propenso alle incursioni nelle diverse aree di competenza. La politica innanzitutto, compresi i rapporti con il governo di Giorgia Meloni che negli ultimi mesi hanno registrato qualche increspatura. Poi la Rai, Sanremo, l’Europa, Giambruno e annessi, le alterne fortune di Striscia la notizia. Eccetera eccetera. Spesso è così perché a queste serate partecipano giornalisti televisivi, politici, economici, sportivi e di costume. Stavolta l’amministratore delegato di Mfe-Mediaset sembra più generoso e generalista del solito, complice un 2024 «eccezionale», con il titolo cresciuto del 25,4% e i ricavi del 7,7%. «Dal Covid abbiamo cambiato passo: MediaForEurope è il primo broadcaster europeo», sottolinea Berlusconi jr. Lo confermano i dati sugli utili: rispetto a quelli cumulati tra il 2016 e il 2019, quelli del quadriennio 2020-2024 «sono più che raddoppiati e superano il miliardo di euro». Ottimi anche i riscontri sull’audience, alla pari con la Rai nell’intera giornata (36,8% di share contro il 36,7) e molto superiori nel target commerciale: Mediaset al 39,5% e Rai al 31,3.
Si comincia. «Non ho nessuna intenzione di entrare in politica. Né ora né mai», scandisce il ceo di Mediaset, smentendo previsioni e scenari di siti e giornali interessati a vederlo in campo, forse perché orfani del grande nemico o ancor più perché desiderosi di scardinare gli equilibri della maggioranza. Invece no, mappa obsoleta. Perché pare proprio che Pier Silvio voglia mandare messaggi rassicuranti, come si evince dai motivi del «non entro in politica. In primo luogo perché amo Mediaset, l’azienda e tutti quelli che ci lavorano. Il mio posto è qui e credo che il mio lavoro non sia finito. Il secondo motivo è che non ritengo serio improvvisarmi in un mestiere che non è il mio senza fare gavetta». Infine, il terzo motivo, «il più importante», dice l’ad Mediaset. «C’è già un governo stabile e che sta facendo bene. Pensate a cosa sta succedendo in altri grandi Paesi europei come Francia e Germania. Da noi c’è stabilità».
Un piccolo dissenso persiste sull’abbassamento del canone a 70 euro, ma è circoscritto all’iniziativa della Lega. «Salvini mi sta molto simpatico», premette, «ma non capisco perché faccia questa battaglia. Se togli delle entrate da una parte poi le devi prendere da un’altra e io trovo giusto che la fiscalità generale vada a finanziare la sanità e la scuola, per dire. Credo che la politica dovrebbe avere un occhio di riguardo per la Rai e per l’audiovisivo in generale. L’idea di abbassare il canone mi pare strampalata. Siamo il Paese dove si investe di meno in questo settore: indebolirlo ancora aprirebbe le porte alle multinazionali». Anche dalla possibile concorrenza sul Festival di Sanremo Berlusconi jr si tira fuori, per il momento: «Non ho capito esattamente che cosa sta succedendo, è tutto un po’ fumoso... La Rai è il motore del Festival e da italiano mi auguro che rimanga lì. Se un giorno sarà sul mercato valuteremo come tv commerciale».
Oltre la politica e le relazioni con la concorrenza, risponde a tutte le domande, comprese quelle su Andrea Giambruno, la cui vicenda, a ben vedere, non è così lontana dalla politica. «Prima o poi tornerà in onda anche se oggi non ci sono progetti che lo riguardano. La responsabilità di un programma (Diario del giorno su Rete 4, ndr) è più importante che andare in video». Di recente gli è stato negato il nullaosta per la partecipazione a Belve. «Non c’è stato un divieto, Andrea è un giornalista Mediaset. Quando arrivano delle richieste da parte della Rai o di altre televisioni si valutano. Se c’è qualcuno che è disposto a intervistarlo è giusto che vada a raccontare le cose prima da noi... Il nostro è un atteggiamento protettivo nei suoi confronti, e non solo», allude. Nel capitolo «correzioni al palinsesto» ecco che la più significativa riguarda Striscia la notizia. «È innegabile che stia vivendo un momento faticoso, dopo 37 anni di storia è normale che succeda. Parlo spesso con Antonio Ricci e sono fiducioso che trovi la strada per tornare a crescere. Per il futuro non escludo un’alternanza di prodotto», ipotizza per la prima volta il capo di Mediaset, «ma oggi conto molto su Antonio». E proprio Ricci rassicura: «Striscia sta pian piano risalendo, al 99,9% è la trasmissione più vista della serata di Canale 5».
Altra revisione necessaria, ma certamente con meno implicazioni, è quella per La Talpa: «Il prodotto non è venuto perfetto, non aveva i polmoni adatti per Canale 5, mentre il suo aspetto crossmediale ha funzionato bene. Non escludo di riproporre un progetto del genere». La stessa speranza, però confortata da ottimi ascolti e dalla riuscita del format, riguarda This is me, condotto da Silvia Toffanin. Conferme arrivano per Barbara Palombelli e Federica Panicucci. Diletta Leotta è una possibilità anche se per ora non ci sono progetti disegnati su di lei, mentre Myrta Merlino lascerà Pomeriggio 5 per un altro progetto. Auguri a tutti.
La storia si ripete. Proprio come nel 2016, i sondaggi si sono rivelati troppo favorevoli ai democratici. La realtà certifica invece il fallimento di Kamala Harris, Joe Biden e tutto l’establishment dem. Il tentativo grottesco di rilanciare una figura - quella della vicepresidente - mai realmente stimata nemmeno tra le fila del partito non è andato a buon fine. Il salto da inutile vice Biden a donna illuminata pronta a guidare la prima potenza mondiale era troppo grande, a maggior ragione considerando il fatto che davanti ai grandi temi è apparsa spesso disorientata.
Nemmeno la grande spinta mediatica - ricordiamo i titoloni che davano Kamala vincente nel primo dibattito con Trump - ha giovato alla causa. «Biden ha una grossa responsabilità nella sconfitta», ha riferito alla Cnn una fonte del comitato della Harris. Uno scaricabarile non elegante, ma che certamente contiene un fondo di verità: è indubbio che l’attuale presidente sia uno dei protagonisti di questo fallimento, come anche della riabilitazione del tycoon dopo la sconfitta del 2020, avendo passato anni a demonizzarlo e a insultare il suo elettorato. D’altra parte, un impatto negativo potrebbe averlo dato anche la scelta della Harris di non dimettersi da vicepresidente - smarcandosi nettamente da Biden - una volta accettata la candidatura. In questo modo, la sua svolta a tratti «trumpiana» è apparsa poco credibile, perché soggetta alla critica di essere al potere e, dunque, avere la possibilità di cambiare subito le cose. Tant’è vero che The Donald ha giocato molto spesso questa carta.
Alla fine, però, è probabile che le elezioni siano state perse sui grandi temi: inflazione, immigrazione e - in misura minore - la politica estera. Tutte questioni su cui Trump ha insistito molto. Alla maggioranza degli statunitensi l’amministrazione Biden-Harris non è piaciuta, a partire dall’aumento dei prezzi. Anche l’ambivalenza della vicepresidente su Gaza deve aver avuto un impatto, perché l’elettorato arabo-islamico, storicamente favorevole ai dem, si è spostato in massa sul tycoon. A Dearborn, cittadina del Michigan con oltre il 40% della popolazione di origina araba, il 47% dei votanti ha scelto Trump (+17%), mentre solo il 28% (-41%) ha optato per la Harris. Numeri su cui, oltre alla politica estera, potrebbe aver pesato anche l’esplosione della cultura woke, tema che crea un inedito allineamento tra le posizioni conservatrici e i fedeli islamici.
I numeri della sconfitta vanno cercanti anche altrove. Secondo i primi exit polls della Cnn, Harris ha ottenuto l’86% dei voti tra gli afroamericani e il 53% tra i latini, risultati inferiori rispetto a quelli di Biden nel 2020, quando questi ottenne il 92% tra i primi e il 65% tra i secondi. Anche il voto femminile risulta piuttosto stupefacente, soprattutto se si considera che i dem hanno puntato molto sul tema dell’aborto. Trump segna un +2% (per un totale del 44%), mentre la Harris, che poteva essere la prima donna presidente, si è fermata al 54%. La sconfitta, dunque, è piuttosto netta. Come riporta Youtrend, «se le attuali proiezioni venissero confermate, sarebbe la prima volta dal 1976 che nessuno dei 50 stati Usa ha uno swing favorevole ai dem in un’elezione presidenziale». Inoltre, pare che la Harris in nessuna contea abbia raggiunto un risultato migliore di Biden nel 2020.
Alcune roccaforti dem, pur non avendo contribuito in alcun modo all’elezione di Trump, hanno conosciuto risultati stupefacenti. Nello Stato di New York - dove, come quasi in ogni Stato, tutti i grandi elettori vanno al candidato vincente - il leader del Gop raggiunge il 44,2% dei voti, mentre nel 2020 ottenne il 37,8% e nel 2016 il 36,5%. Specularmente, i democratici passano da 60,9% a 55,8%. Anche il dato californiano, se confermato (e soggetto agli stessi criteri di quello newyorkese), vede una parziale crescita di Trump e, dall’altra parte, un calo dei dem, che vanno dal 63,5% del 2020 al 57,3% di adesso.





