Sono 17.504 i minori stranieri non accompagnati presenti in Italia, sono quasi tutti maschi e il 74% di loro ha più di 16 anni. Sono arrivati da soli e illegalmente nel nostro Paese, certamente hanno un passato non facile, ma ora che sono parcheggiati nelle strutture di accoglienza gestite dalle solite cooperative, a tutto sembrano pensare fuorché a costruirsi un futuro onesto.
Un pregiudizio? A quanto pare no, almeno stando alla frequenza con cui finiscono dietro le sbarre per una serie di reati di vario genere, spesso a carico di coetanei e, quasi sempre, reiterati più e più volte. Lo scorso luglio, tanto per dare un’idea, l’87% dei giovani ospiti del carcere minorile Beccaria di Milano erano proprio minori stranieri non accompagnati (Msna). Insomma, parliamoci chiaro, si tratta di fatto dei nuovi maranza, quelli «da importazione», giovani «senza tetto, né legge» (per dirla con Agnès Varda) che accogliamo, posteggiamo e pasturiamo a 120 euro al giorno, fino a che non finiscono ad aprire le cronache con fatti violenti.
Sì, avete capito bene: 120 euro al giorno per mantenere ognuno di questi giovincelli che, moltiplicati per il numero dei presenti e per 365 giorni, porta alla cifra mostruosa di oltre 765 milioni di euro spesi per crescerceli in casa, ogni anno.
Questi soldi ce li mette lo Stato (dunque noi tutti) che, sia pure con mille raccomandazioni (l’accoglienza dei Msna, dopo il decreto Cutro del 2023, ha in teoria regole ferree), li mette nelle mani delle realtà del terzo settore (quasi sempre cooperative) che si occupano del loro soggiorno. La missione sarebbe integrarli o, perlomeno, tenerli lontano dalla delinquenza e, con 120 euro al giorno da gestire, forse qualcosa si potrebbe davvero fare. Probabilmente però (almeno guardando ai risultati) una parte di quei denari, come spesso accade quando si parla di accoglienza degli immigrati, si disperdono in altri rivoli e il meccanismo non funziona. Infatti, a chi conosce un po il fenomeno non sarà certo sfuggito: nei piccoli centri, come nelle grandi città sono proprio loro, di solito, ad andarsene a zonzo tutto il giorno, senza nulla da fare e senza controllo da parte della struttura che li ospita, e ad animare i gruppi di giovanissimi che si dedicano al maranzismo come filosofia di vita. Una sorta di nucleo aggregante attorno a cui si consolida la presenza di altri giovani stranieri di seconda generazione (e qualche italiano), da cui prendono, infine, origine le baby gang di maranza, per dirla con due termini invisi alla sinistra e, in particolare al senatore Filippo Sensi, che ha lanciato l’anatema contro queste parole ree - a suo dire - di «razzializzare» il problema. Che tuttavia, piaccia o no, trova esattamente nei giovani immigrati - soprattutto richiedenti asilo - la sua origine.
Tornando ai nostri Msna, oltre alle milionate spese mensilmente per dar loro un pasto caldo e un letto sicuro, c’è anche un altro conto che non torna. Ed è quello dell’età. Solo guardando i numeri, forniti dal ministero del Lavoro e delle politiche sociali, che monitora il fenomeno e che - va precisato - registra un calo di presenze tra il 2024 (quando i Msna erano 18.625)e il 2025 (con 17504 presenze), si notano subito delle curiosità.
Per prima cosa il fatto che sono praticamente tutti maschi: nel 2025, sul totale dei presenti, le femmine erano meno di 2.000, comprese le minori provenienti dall’Ucraina e comunque per la metà si tratta di bambine con meno di 6 anni di età. E in secondo luogo che i cosiddetti minori sono tutti quasi adulti. Sul totale dei maschi presenti il 53% circa ha 17 anni e un altro 21% ne ha 16, mentre i «veri» minori, cioè i ragazzini fino a 14 anni di età, ospitati in Italia, rappresentano meno del 10% del totale. Dunque, per quanto giovani, non si tratta esattamente di bambini. A denunciare questo aspetto è l’europarlamentare della Lega, Anna Maria Cisint, che portando come esempio lo scandalo di Monfalcone, dove - come svelato da una inchiesta di Fuori dal Coro - in una comunità per Msna venivano ospitati individui adulti di 22, 26 e addirittura 30 anni, parla apertamente di una truffa: «È in atto una truffa colossale ai danni degli italiani e dello Stato, perpetrata da finti minori stranieri che entrano in Italia dichiarando il falso, spesso anche con la complicità di cooperative che incassano tra i 100 e i 120 euro al giorno per ciascun ospite», sostiene Cisint. «Per questo «ho chiesto, con una interrogazione, alla Commissione europea di rendere obbligatori, per tutti coloro che arrivano senza documenti dichiarandosi minori, test oserei immediati e obbligatori per verificarne l’età. Ora però è altrettanto doverosa una verifica sulla reale età di coloro che sono già ospitati a spese dei contribuenti, anche a tutela dei veri minori».
Diecimila franchi. Questa la somma stanziata dalla Svizzera in favore di ognuna delle vittime della tragedia di capodanno. L’equivalente di 10.700 euro, o poco più, per ogni ragazzo morto o ferito.Il beau geste è del Consiglio di Stato vallesano che, ieri, ha sbloccato un fondo in favore delle persone coinvolte nell’incendio del locale Le Constellation a Crans-Montana, costato la vita a 40 giovanissimi e che ha ferito gravemente, per le ustioni e per i fumi tossici inalati, 116 ragazzi che ancora lottano per la vita negli ospedali di mezza Europa.
L’importo è forfettario e, secondo i calcoli degli svizzeri, dovrebbe coprire le spese sostenute in emergenza delle famiglie di chi è morto tra le fiamme e di quelle che hanno lasciato tutto da due settimane - lavoro compreso - per assistere i propri cari ovunque si trovino.
Ad annunciarlo ieri, con un comunicato in pompa magna, sono state le autorità cantonali e per chi ha storto il naso davanti alla cifra è arrivata subito la rassicurazione che - bontà loro - ad implementare un plafond di aiuti «parteciperà nei prossimi mesi anche la Confederazione elvetica» e che sono in fase di valutazione le «possibili forme di erogazione e le lacune da colmare».
Per chi volesse donare del proprio, infine, è stato creato un conto destinato a raccogliere i versamenti di privati che verranno dirottati poi ad una fondazione che «ancora non è stata istituita».
Mentre uno dei paesi più ricchi del mondo si concentra per calcolare gli indennizzi giusti da elargire chi è rimasto prigioniero di una trappola mortale - causata anche da omissioni gravissime su controlli che spettavano alle autorità pubbliche locali, rimaste tranquillamente in carica - i feriti sono alle prese con momenti delicati, se non addirittura difficili.
Uno dei nostri ragazzi, arrivato in Italia solo da qualche giorno, dopo essere rimasto a lungo in terapia intensiva al Niguarda di Milano, ieri è stato trasferito al Policlinico della città. l giovane «non è tra quelli con una maggior superficie corporea ustionata», ha spiegato Guido Bertolaso, assessore al Welfare del Comune di Milano, «ha però una grave insufficienza respiratoria» causata dalle sostanze tossiche inalate che «purtroppo si è innestata su una patologia precedente».
Bertolaso ha chiarito che «il trasferimento nasce dalla necessità di garantire la più alta qualità di cura» e che il Policlinico è stato scelto in quanto centro di elevata esperienza nell’Extra corporeal membrane oxygenation, quella procedura per cui il sangue viene prelevato, ossigenato artificialmente e poi reimmesso nel corpo del paziente. Nel frattempo si allunga l’elenco delle mancanze, in termini di sicurezza de Le Cnstellation, imputabili alle scellerate scelte dei proprietari, Jaques e Jessica Moretti.
Interpellato dagli inquirenti sugli estintori presenti nel seminterrato, Jaques ha ammesso che «erano tre ma il personale non era formato ad utilizzarli». Sollecitato, poi, a consegnare le autorizzazioni per i lavori di ristrutturazione - tra cui il restringimento della scala - l’uomo ha fatto sapere che le carte sono andate (purtroppo) perdute «durante un allagamento del piano superiore al locale che ha invaso gli uffici dove erano conservate» e che, le poche rimaste - trasportate dai metodici Moretti presso la propria abitazione per metterle al sicuro - sarebbero finite nuovamente sott’acqua per un «secondo allagamento» che avrebbe interessato la loro villa qualche mese dopo.
È morto soffocato dai fumi bollenti e tossici che il fuoco ha sprigionato in quell’inferno Riccardo Minghetti, 16 anni appena. Il suo cuore si è fermato in quel seminterrato e sul suo corpo di ragazzo sono passate decine di persone che provavano a mettersi in fuga, disperate. E mentre tutto questo accadeva, Jessica Maric era già lontana. Proprio lei, consapevole di come il suo locale fosse privo di vie di fuga, appena viste le fiamme e senza dare l’allarme, non ci ha pensato un attimo: si è diretta verso le scale e poi fuori e poi, ancora, per strada fino a casa, con l’incasso della serata sottobraccio.
Eppure per Jessica, proprietaria de Le Constellation insieme al marito Jacques Moretti (arrestato tre giorni fa), non si apriranno le porte del carcere e nemmeno sarà confinata ai domiciliari con il braccialetto elettronico. È la Procura del Canton Vallese, quella che dovrebbe portare luce sulle vere responsabilità di quella tragica notte a non aver chiesto, per lei, misure restrittive particolari se non il divieto di lasciare la Svizzera. Nulla di sorprendente: si tratta degli stessi pubblici ministeri che, dopo oltre una settimana dalle ammissioni del sindaco di Crans-Montana, Nicolas Feraud, sulla totale assenza di controlli negli ultimi cinque anni all’interno del longue bar dei Moretti, non ha iscritto alcun funzionario comunale nel registro degli indagati.
Fortunatamente a procedere per fare chiarezza è la Procura di Roma che ha aperto una inchiesta parallela sulla tragedia di Crans-Montana, che, la notte di Capodanno, ha provocato la morte di 40 giovanissimi - di cui sei italiani - e il ferimento di altri 116 rimasti profondamente ustionati. Il fascicolo è aperto per omicidio, lesioni, incendio e disastro e gli inquirenti hanno deciso di effettuare sulle salme dei nostri giovani, anche per quelli i cui funerali sono già stati celebrati, l’esame autoptico come unico modo per provare a stabilire con certezza i fatti e le responsabilità.
Ieri è stato il momento di Riccardo, il giovane romano dallo sguardo dolce, entrato nel bar insieme ad alcuni amici e alla sorella, che si è salvata. I risultati sono impietosi: arresto cardiaco provocato da un’asfissia polmonare, con numerose lesioni da calpestamento. Per il 20 di gennaio è fissato l’esame sul corpo di Emanuele Galeppini, anche lui sedicenne, di Genova, e nelle prossime settimane toccherà anche a tutti gli altri.
Il vicepresidente del Consiglio, Antonio Tajani, sempre ieri, ha aperto la seduta al Senato dedicata all’informativa su Venezuela e Iran, con un minuto di raccoglimento per le vittime chiesto dal presidente Ignazio La Russa, e ha annunciato la volontà di costituire l’Italia come parte civile: «Perché questa è una ferita che è stata inferta non a qualche famiglia, ma a tutto il Paese», ha dichiarato.
Di giorno in giorno le verità che emergono sul rogo de Le Constellation sono sempre più difficili da accettare. Come per esempio il fatto che la porta di sicurezza nel seminterrato, ricoperto da materiale altamente infiammabile, era inutilizzabile. A renderlo evidente, alcuni frame di un video girato poco prima che scoppiasse l’incendio, dove si vede chiaramente l’uscita laterale della parte sotterranea del locale resa inaccessibile. Dunque non solo la porta di servizio al piano terra era, per ammissione dello stesso Jacques Moretti, chiusa a chiave, ma anche quella di sicurezza al piano basso, affacciata sulle scale del palazzo che ospitava Le Constellation, era sbarrata addirittura da un mobile, forse un tavolo, a simboleggiare in modo inequivocabile la mancanza totale di rispetto per le minime norme di sicurezza. Da parte di gente che serviva alcol a gruppi di «bambini», stipati in un seminterrato per 100 euro a testa di biglietto.
«C’è poca gente, fanne entrare di più», avrebbe detto, infatti, proprio quella sera intorno alle 22 Jessica Maric alla sua cameriera prediletta, Cyane Panine, 24 anni, la «donna col casco» della strage poi deceduta a causa del rogo. La giovane, secondo i media svizzeri, conosceva e frequentava assiduamente la coppia Moretti-Maric, tanto assiduamente che Jacques, intervenuto dopo la chiamata della moglie sul luogo dell’incendio, avrebbe cercato lei per prima, trovandola però già agonizzante. La stessa Jessica avrebbe riferito che il legame con questa ragazza era così forte per entrambi che lei stessa la considerava «una sorellina». Una sorellina da lasciare, però, tra le fiamme, se è il caso. In una delle sequenze rimaste a testimoniare quella notte e riportate dai media svizzeri, si vede, in modo ormai quasi inequivocabile, Jessica, di spalle, lasciare il locale senza dare nell’occhio, senza gridare «al fuoco» e senza afferrare l’estintore che solo lei e pochi altri potevano trovare. Così i nostri ragazzi sono stati consegnati alla morte.
Eppure, per Jessica, ieri il tribunale non ha confermato le misure restrittive inizialmente ipotizzate: alla donna spetta solo un obbligo di firma quotidiano in una stazione di polizia. Per lei, «la carcerazione non era un’opzione sul tavolo, visto che la Procura non l’ha richiesta», hanno spiegato i giudici. Ieri il ministro della Salute, Orazio Schillaci, ha visitato l’ospedale Niguarda di Milano per incontrare i ricoverati nella struttura («Sono molto scosso»), mentre il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, ha annunciato controlli sempre più accurati sul tema prevenzione incendi nei locali aperti al pubblico.
Secondo LaPresse, infine, papa Leone XIV riceverà giovedì in udienza in Vaticano alcuni genitori dei ragazzi italiani morti. L’incontro con il Pontefice avverrà in forma strettamente privata.




