Il sindaco di Crans-Montana finito tra gli indagati e i conti dei Moretti al vaglio della Federpol per un «sospetto schema finanziario criminale» basato sul «riciclaggio di denaro» e sull’utilizzo di garanzie fittizie per ottenere prestiti bancari, in una sorta di «schema Ponzi» giocato ad alto livello.
Finalmente, dunque - sia pure con gravissimo ritardo e sospinta dagli approfondimenti dei media che ne anticipano di gran lunga la direzione - pare che l’inchiesta elvetica sulla strage di Crans Montana, che ha ucciso nella notte di Capodanno 41 giovanissimi e ne ha feriti altri 115 - stia cominciando a procedere per il verso giusto.
Per quanto riguarda Nicolas Féraud, primo cittadino di Crans, le evidenze erano macroscopiche fin dall’inizio, così come le possibili connivenze. Eppure la Procura del Canton Vallese ci ha messo più di tre mesi a iscrivere nel registro degli indagati il sindaco di Crans, conoscente della procuratrice Beatrice Piloud, nonché suo sodale della «Confraternita della Brocca», compagnia vallesana di produttori ed estimatori di vini pregiati.
Per Féraud e per altri quattro dipendenti del Comune finiti sotto inchiesta, sono previsti gli stessi capi d’accusa che riguardano i coniugi Moretti, ossia incendio, lesioni e omicidio colposi.
La decisione di indagare il sindaco è arrivata lunedì e alcune coincidenze temporali sembrano dare l’idea che non si tratti di un caso. Innanzitutto l’incontestabile realtà - emersa di recente - che il Canton Vallese non poteva non sapere che i controlli antincendio non venissero eseguiti con la dovuta regolarità. Poi lo spuntare di un dossier riservato dalle stanze dei bottoni del Comune di Crans, datato agosto 2023, che elencando casi di «insubordinazione» tra il personale, paventava già allora meccanismi di reclutamento basati più sulle amicizie giuste che sul merito. E, infine, la denuncia penale presentata nei confronti di Féraud dagli avvocati di uno dei feriti, che tira in ballo il carattere colposo delle negligenze imputabili al primo cittadino e l’approssimarsi della scadenza del prossimo 28 marzo. In quella giornata, infatti, la procuratrice Pilloud, patrocinerà una cerimonia dell’Ordre de la Chenne - la confraternita degli appassionati vignaioli appunto - di cui Féraud, è cavaliere d’onore. Ed è probabile che, data la natura pubblica dell’occasione, l’imbarazzo per non aver proceduto nei confronti del sindaco, sarebbe stato davvero eccessivo anche per una comunità tanto unita, come sta dimostrando di essere quella vallesana.
Sui conti di Moretti si è concentrata invece la polizia federale elvetica, dopo che diverse inchieste giornalistiche hanno scavato nel passato di Jacques, portando a galla parecchi elementi che - già da soli - potrebbero identificarlo, con discreta sicurezza, come legato alla mafia corsa.
Il risultato delle indagini - sia pure avulse da una specifica inchiesta relativa ai fondi dei due proprietari - secondo quanto riportato dai media elvetici - è un documento inviato, per anche alla procura del Canton Vallese, nel quale ci sarebbe, davvero, un po’ di tutto. Dai «movimenti sui conti bancari» con «caratteristiche insolite» e tipiche dei «conti di transito», alle «transazioni opache» fino alle irregolarità nelle documentazioni presentate, di volta in volta, dai Moretti alle banche «inclusi documenti potenzialmente falsificati», per ottenere sempre nuovi prestiti.
Da qui l’idea dello schema finanziario truffaldino basato «sulla concessione di prestiti ottenuti in modo probabilmente illegale» e su garanzie inesistenti che, per mantenersi tale, costringeva i due proprietari del Constellation a mettere in mostra «un continuo successo commerciale di facciata», anche «con l’esposizione di auto di lusso in leasing a nome della società». Tra cui la famosa Bentley da oltre 300.000 euro sfoggiata per le strade dal chiacchierato imprenditore corso già finito in carcere anni fa per truffa e sfruttamento della prostituzione.
Nonostante i passi avanti - per la verità quasi obbligati per stare al passo con la realtà - la Procura vallesana, per certi «dettagli» meno noti continua a prendersela comoda. Come nel caso di Robert B., l’arredatore degli interni del Constellation che aveva proposto l’uso di una schiuma ignifuga a Jaques per rivestire il locale e che attende da oltre 50 giorni di essere ricontattato dagli inquirenti a cui aveva segnalato l’accaduto già a gennaio. «Ho perso fiducia», ha dichiarato l’uomo ritirando la sua disponibilità a testimoniare, «vi prego di lasciarmi in pace e non contattarmi più».
Se non bastavano i voli sul Lolita Express e le tante occasioni mondane in cui Bill Clinton era stato immortalato accanto a Epstein, a testimoniare la vicinanza del miliardario a tutta la famiglia dell’ex presidente degli Stati Uniti c’è dell’altro. Dalla foto del matrimonio della figlia Chelsea, che mostra tra gli invitati delle prime file Ghislaine Maxwell, compagna e complice di Epstein, fino alle immagini degli eventi della Clinton Global Initiative che, di nuovo, vedono la donna - che oggi sta scontando una condanna a 20 anni in un carcere federale del Texas per traffico sessuale di minori - presente tra gli ospiti.
Eppure, ieri, Hillary Clinton, ex segretario di Stato, audita dalla Commissione di Vigilanza del Congresso che sta indagando sugli Epstein files, ha dichiarato di non aver mai conosciuto il miliardario al centro degli scandali di potere e pedofilia. Anzi, dopo le prime prese di distanza ha subito rimescolato le carte puntando il dito contro l’attuale presidente degli Usa, Donald Trump, chiedendo che sia proprio lui il prossimo a essere audito sotto giuramento.
«Non ho mai incontrato Epstein, non avevo idea dei suoi crimini. Non sono mai salita sul suo aereo né ho mai messo piede nella sua casa e, come qualsiasi persona normale, sono inorridita dai suoi crimini», ha spiegato, passando poi subito al contrattacco: «È inconcepibile che Epstein abbia inizialmente ricevuto una pacca sulla spalla nel 2008, che gli ha permesso di continuare le sue pratiche predatorie per un altro decennio», ha sottolineato Hillary rivolgendosi direttamente alla Commissione. «Signor presidente, la vostra indagine dovrebbe valutare la gestione da parte del governo federale delle indagini e dei procedimenti penali contro Epstein e i suoi crimini. Avete citato in giudizio otto funzionari delle forze dell’ordine, tutti a capo del Dipartimento di Giustizia o dell’Fbi quando i crimini di Epstein furono indagati e perseguiti» e «solo uno è comparso davanti alla Commissione», ha aggiunto, e «non avete fatto molti sforzi per chiamare le persone che compaiono più in evidenza nei file di Epstein».
Poi l’affondo su Trump, con la richiesta formale alla Commissione di inserirlo tra le personalità da audire sotto giuramento: «Cosa è stato nascosto? Chi viene protetto? Perché questo insabbiamento?», ha tuonato Hillary. «Se questa commissione fosse seria nella sua missione di trovare la verità sui crimini di Epstein non si accontenterebbe di sentire i punti stampa del presidente sul suo coinvolgimento ma lo dovrebbe interrogare, sotto giuramento», ha detto ancora. «Dovrebbero chiedergli direttamente di spiegare perché il suo nome compaia centinaia di migliaia di volte», ha ribadito.
Nel tardo pomeriggio ora italiana, l’audizione di Hillary è stata sospesa a causa di una fotografia circolata sui social di un momento della sua testimonianza, che doveva rimanere privata, anche se le dichiarazioni verranno conservate mediante le registrazioni dei lavori. Nessuna accusa formale di illeciti pende sui Clinton, ma dopo che per mesi avevano rifiutato di incontrare la Commissione, nei giorni scorsi i coniugi hanno finalmente accettato di testimoniare, secondo la stampa americana per pressioni di partito e per evitare sanzioni.
L’audizione di Hillary si è tenuta ieri mattina, intorno alle 10.30 (16.30 in Italia), a porte chiuse e nella residenza di famiglia di Chappaqua, mentre oggi alla stessa ora toccherà a Bill Clinton.
Confermano tutto i nostri ragazzi scampati all’incendio de Le Constellation. Dai letti di ospedale dove ancora lottano contro la sofferenza del corpo e dell’anima, sono stati ascoltati dagli investigatori incaricati dalla Procura di Roma per l’inchiesta italiana e hanno raccontato, tutti, la stessa agghiacciante verità: le uscite di sicurezza del locale erano sbarrate, nessuno nel momento del bisogno li ha indirizzati verso l’uscita, gli estintori non sono mai stati azionati. E Jessica Maric, proprietaria del locale insieme al marito Jacques Moretti, la prima che aveva il dovere di intervenire per salvare quelle giovani vite, mentre le fiamme divoravano i pannelli di spugna sul soffitto, è scappata e ha lasciato il locale, perfettamente illesa.
«Le testimonianze sono sovrapponibili nella ricostruzione dei fatti», riporta l’informativa ufficiale. E questo significa che si tratta della verità, la stessa emersa fin dalle prime ore dopo la tragedia e già confermata nell’interrogatorio di uno dei due buttafuori del locale, due giorni fa. Jankovic Predrag, 28 anni, in servizio il 31 dicembre, rimasto ustionato nell’incendio aveva già riferito come fosse stata proprio Jessica a indicare a Cyane Panine (l’ormai nota cameriera con il casco che involontariamente ha dato orine al rogo ed è poi deceduta nell’incendio) e a Jean-Marc Gabrielli (fidanzato della giovane nonché «figlioccio» di Moretti) di tenere aperto un unico ingresso, quello a cui si accedeva attraverso la scala principale, chiudendo tutte le altre porte affinché i ragazzi non potessero entrare gratis o, magari, uscire senza pagare.
E anche altre, gravissime, conferme arrivano dai racconti dei superstiti: Le Constellation, a Crans-Montana, dove nella notte di capodanno sono morti 41 giovanissimi e altri 115 sono rimasti gravemente feriti, era noto tra i ragazzi che frequentavano la stazione sciistica proprio perché in quel seminterrato utilizzato come una discoteca si vendeva alcol ai minorenni. Prezzi altissimi, fino a 270 euro per una bottiglia, ma tanto bastava per lasciar correre i limiti di età. Anche la capienza non era questione che preoccupasse più di tanto i coniugi Moretti: sempre secondo le ricostruzioni, anche quando Le Constellation era al limite si poteva riuscire a entrare se si era disposti ad acquistare una o più delle costosissime bottiglie di champagne. Le stesse che, quella maledetta notte, adornate con le candeline scintillanti e issate verso l’alto da cameriere mascherate salite sulle spalle dei colleghi, hanno dato origine alla strage.
La Procura di Roma, che prosegue nell’inchiesta parallela a quella Vallesana per disastro colposo, omicidio plurimo colposo, incendio e lesioni gravissime con violazione della normativa antinfortunistica, non ha ancora nomi nel registro degli indagati, Dalla Svizzera, infatti, gli incartamenti necessari a procedere, nonostante le richieste, non sono mai arrivati. La visita del procuratore Francesco Lo Voi a Berna, nei giorni scorsi, e il suo cortese incontro con Beatrice Pilloud non hanno ottenuto i risultati sperati. Alla rogatoria avviata dall’Italia, che chiedeva la condivisione degli atti e la creazione di un’unica squadra di investigazione, la Procura vallesana ha risposto che continuerà a dirigere il procedimento in Svizzera e deciderà se, e in quali fasi, coinvolgere la controparte italiana.
Una posizione che potrebbe ritardare il rientro in sede dell’ambasciatore italiano in Svizzera, Gian Lorenzo Cornado, subordinato dal premier Giorgia Meloni alla creazione di una squadra investigativa congiunta.
E mentre i media elvetici lamentano il fatto che in Italia «sembra confermarsi lo stereotipo negativo della Svizzera, come nazione senza cuore, ostinata e convinta della propria superiorità», due giorni fa anche per Jessica è arrivata, da una mano misteriosa, la cauzione da 200.000 franchi che la rende di fatto una donna «libera». Jessica Moretti, infatti, non era finita in carcere come il marito soltanto in quanto madre di un bambino di 18 mesi. Il Tribunale per le misure coercitive, tuttavia, aveva ugualmente quantificato la cauzione necessaria a cancellare per lei il provvedimento di carcerazione (sia pure mai eseguito) e così, dopo il generoso versamento da 200.000 franchi a favore di Jacques da parte di un anonimo - secondo un’inchiesta dell’emittente Rts, si tratterebbe di una figura nota nell’ambiente della prostituzione di nome Gilles, ora è arrivata la seconda tranche, sempre coperta dall’anonimato e probabilmente proveniente dalla stessa tasca.
Tanto per rimanere in tema di «stereotipi negativi», nei giorni scorsi ad essere interrogato era stato David Vocat, capo dei vigili del fuoco di Crans-Montana, in quanto presente durante uno dei controlli a Le Constellation. Anche lui che, nonostante il ruolo ricoperto, non aveva mai segnalato la presenza di materiale infiammabile appiccicato sul soffitto del seminterrato, come gli altri ha tentato la strada della discolpa: «So che voi italiani siete furiosi con chi ha effettuato i controlli», ha dichiarato ai media presenti fuori dalle aule dedicate alle audizioni «ma è sbagliato dire che noi pompieri abbiamo commesso un errore. Quando sono venuto a ispezionare questo edificio, lo facevo dal punto di vista della sicurezza antincendio. Non ho la responsabilità di ispezionare i materiali. Non è affatto il mio lavoro. Se fosse stato il mio lavoro, l’avrei ispezionato».





