È successo di nuovo. Un altro tentativo di rapimento ai danni di un bambino, per fortuna anche questo andato a monte. Ma come era appena accaduto a Bergamo e, agli inizi gennaio, a Padova, martedì scorso è toccato a Caivano. Un uomo ha tentato di portare via un bimbo di cinque anni, strappandolo alla madre, all’uscita di un supermercato e solo l’intervento dei presenti ha evitato il peggio.
«Dammi il bambino! Questo non è tuo figlio, dammelo!», gridava l’individuo visibilmente alterato tirando il piccolo a sé e tentando di prenderlo in braccio. Le telecamere di sorveglianza hanno ripreso la scena e il video mette i brividi. Sono le 19.30 e due donne, insieme ai figli di 5 e 8 anni, sono ferme davanti al negozio intente a chiacchierare. Il bimbo più piccolo fa qualche corsa avanti e indietro a pochi passi da loro, senza allontanarsi, ma quando vede quell’uomo torna istintivamente dalla mamma a cercare riparo. L’individuo è grande e grosso e porta una felpa rossa, si avvicina al piccolo e lo afferra. È un ghanese di 47 anni con diversi precedenti, visibilmente ubriaco. Interviene l’amica della madre che cerca di allontanarlo, poi le due donne con i bambini entrano precipitosamente nel supermercato. Ma lui le segue cercando ancora di afferrare il piccolo che spaventato grida «Mamma!». A quel punto la cassiera lascia il suo posto e caccia via il malintenzionato con l’aiuto dei presenti. Pochi minuti dopo arriva, in auto, il marito della donna, ignaro di tutto. Lei e il bambino salgono e i tre insieme si dirigono verso casa, senza fare altro.
Le cassiere del supermercato però hanno già chiamato i carabinieri che, grazie al video, individuano subito il ghanese che, ancora alterato, bazzica poco lontano. Dopo averlo fermato, i militari si recano a casa della famiglia, chiusa nel silenzio: «Quando la mamma ha aperto la porta, il bimbo era nella sua cameretta e appena ci ha visti ci è corso incontro e ci ha abbracciati», hanno raccontato i militari intervenuti. Il ghanese è stato trasferito in carcere e denunciato per tentato sequestro di persona.
Non si tratta, però, di un caso isolato. Appena quattro giorni fa, il 14 febbraio, scena quasi identica sempre all’uscita di un supermercato. Intorno alle 13 di sabato, una coppia con la figlioletta di 18 mesi aveva appena varcato la porta scorrevole, quando un uomo ha improvvisamente afferrato la piccola strattonandola con tale violenza da romperle un femore. La mamma, gridando dal terrore, ha trattenuto la piccola mentre il padre si è lanciato sull’aggressore e lo ha immobilizzato aiutato dai presenti. Si tratta di un quarantasettenne senza fissa dimora, noto in città, finito in carcere con l’accusa di tentato sequestro di persona e di lesioni personali aggravate.
E ancora, a inizio gennaio, a Padova: un ventiduenne tunisino si è avvicinato a un giovane padre, fermo sui binari con un passeggino dentro al quale stava la sua bimba di un anno e, dopo averlo colpito al volto con un pugno, è scappato portando con sé la carrozzina. Il padre terrorizzato lo ha inseguito, avvisando la polizia che è riuscito a fermarlo. E mentre il caso di Roma pare risolto, perché la donna che si era presentata in una scuola chiedendo di accompagnare a casa due bambini che non la conoscevano sarebbe stata una babysitter un po’ confusa al primo giorno di lavoro, dalla Corte d’Appello di Bari arriva la classica notizia che nessuno vorrebbe leggere. Un trentaseienne barese accusato di aver tentato di sequestrare una bambina di 5 anni, nel gennaio del 2025, è stato assolto e scarcerato, nonostante fosse stato condannato a 4 anni in primo grado. Secondo i giudici, l’uomo che aveva trascinato la piccola sul suo monopattino per decine di metri, avrebbe in realtà mirato «a un borsello che la mamma della bambina aveva in mano», sbagliando, tuttavia, la presa.
Daspo e denuncia per due tunisini che hanno creato il caos al Bluenote di Ripalimosani (Campobasso). Soccorsi i giovani travolti dal fuggi fuggi causato da una bomboletta.
Lo spray urticante usato come un’arma, per creare il panico e mettere in atto furti e rapine. E se ti beccano? Te la cavi con un Daspo urbano, che nessuno fa rispettare, e sei libero come prima. Sembra questo uno dei nuovo trend utilizzati dai maranza, per nuocere al prossimo senza rischiare più di tanto con la giustizia.
Ieri notte in una nota discoteca vicino a Campobasso, il Blue Note, mentre era in corso una festa di carnevale con centinaia di ragazzini intenti a ballare sulle note del rapper Rrari dal Tacco, due giovani tunisini hanno utilizzato in pista una bomboletta di spray al peperoncino per creare il caos tra la folla e agire indisturbati strappando collanine e prelevando portafogli dalle tasche di chi stava fuggendo. La sostanza è stata spruzzata in pista e ha colpito direttamente alcune adolescenti che hanno cominciato a tossire e a sfregarsi gli occhi per il bruciore improvviso, in un attimo la paura ha preso il sopravvento e i ragazzi sono fuggiti in tutte le direzioni con il rischio di calpestarsi e rimanere schiacciati, se non avessero trovato le uscite di sicurezza aperte e ben indicate.
I sanitari del 118 e i vigili del fuoco intervenuti sul posto, oltre a quelli direttamente colpiti dalla sostanza, hanno trovato molti giovani in stato di forte ansia e anche per loro sono state necessarie azioni di soccorso. Poco distanti dalla discoteca i due responsabili sono stati fermati mentre si dirigevano a piedi verso Campobasso, riconosciuti dai carabinieri grazie alla descrizione fornita da chi era presente nel locale. Si tratta di due maggiorenni di nazionalità tunisina, uno dei quali residente a Campobasso, già destinatario di un Daspo urbano nel capoluogo molisano.
Entrambi sono stati denunciati, nei loro confronti è stato emesso un secondo Daspo ma, ovviamente, sono rimasti a piede libero e difficilmente si allontaneranno dal territorio spontaneamente o smetteranno per questo di commettere atti violenti. Che non si sia trattato di un gesto fine a se stesso, ma di un modo per poter rapinare i presenti approfittando del caos è stato subito chiaro: appena finita l’emergenza, infatti, alcuni giovani che erano in pista si sono accorti di essere stati derubati.
«Non è possibile che soggetti già destinatari di provvedimenti come il Daspo rimangano liberi di mettere in pericolo i nostri figli, che vogliono solo divertirsi», hanno protestato i genitori dei ragazzi soccorsi parlando ai quotidiani locali. «I nostri figli rischiano di essere aggrediti o derubati in qualsiasi luogo. Non siamo razzisti, ma chi delinque deve essere allontanato».
Il metodo dello spray urticante, purtroppo, sta davvero prendendo piede e non solo a Capobasso. Appena qualche giorno fa a Vigevano, in provincia di Pavia, grazie alle bombolette acquistabili in qualsiasi tabaccheria, un ventunenne di origine tunisina, irregolare, ha messo a segno due rapine in due giorni prima di essere fermato. In entrambi i casi le vittime erano donne, assalite in pieno giorno mentre stavano salendo sulla propria auto: il tunisino si è avvicinato ha spruzzato lo spray per stordirle, le ha spintonate facendole cadere a terra per poi rubare i loro effetti personali tra cui bancomat e prepagate. Qualche ora dopo la seconda rapina il giovane è stato individuato dalle forze dell’ordine mentre cercava di far funzionare presso uno sportello automatico una delle carte e in tasca teneva ancora la bomboletta appena utilizzata.
Sempre la scorsa settimana a Verona è stato arrestato un cittadino marocchino di diciotto anni che aveva rubato alcuni capi di abbigliamento da un negozio nascondendoli nello zaino. Vistosi scoperto ha prima tentato di fuggire e poi di aggredire, con lo spray urticante, il personale che lo aveva raggiunto e che cercava di farsi riconsegnare la merce.
Una scena drammatica e cruda, dove il dolore, la rabbia e l’odio sono usciti sotto forma di grida e insulti, dalla gola di chi, nella strage di Crans-Montana, ha perso un figlio, un fratello, un giovane amico. Jessica e Jaques Moretti sono stati assaliti, ieri mattina, dai parenti delle vittime del rogo di Capodanno scoppiato nel loro locale, Le Constellation, costato la vita a 41 giovanissimi e gravi sofferenze ad altri 115, rimasti gravemente ustionati.
La coppia era diretta agli uffici della Procura di Sion dove, ieri mattina era previsto l’interrogatorio di Jessica. I due erano scortati soltanto dal loro avvocato e da un agente di polizia e all’ingresso hanno trovato ad attenderli decine di persone.
In un attimo sono stati circondati dalla folla e sospinti contro un muro, costretti a guardare in faccia chi ha vissuto un dolore immenso a causa di una tragedia che poteva non accadere.
Una aggressione quasi fisica, che nessuno, di fatto, ha cercato di contenere, durata diversi minuti e accompagnata dallo strazio e dalle lacrime: «Avete ucciso mio figlio. È bruciato vivo», «Come fate a mangiare, a dormire a respirare? Dov’è mio figlio? Dov’è?», «Guardami negli occhi: avete ucciso mio fratello», «Siete vergognosi», «Dovete stare in carcere a vita», «Dovete pagare caro», «Con 200.000 franchi non si compra una vita». Sono solo alcune delle parole e delle frasi urlate in faccia ai due che, con fatica, cambiando più volte direzione, hanno raggiunto l’ingresso della Procura.
Jessica, con il volto trasfigurato in una maschera di tensione è quasi caduta a terra per un mancamento, mentre il marito, che la sosteneva e la guidava, è rimasto presente a sé stesso nonostante la pressione anche fisica dei presenti, tra cui anche alcuni ragazzini fratelli e sorelle delle vittime, che gli impedivano di procedere: «Ci assumeremo le nostre responsabilità, ve lo prometto. Siamo qui per la giustizia. Siamo con voi», ha ripetuto più volte rivolgendosi ai parenti con fermezza. Solo una frase lo ha fatto trasalire: «Siete mafiosi, avete pagato 200.000 franchi e tutto è finito», ha gridato una donna che gli si era avvicinata fino a trovarsi a pochi centimetri di distanza. «Non c’è nessuna mafia», ha reagito subito Jaques «siamo lavoratori».
I genitori dei giovani bruciati vivi a Crans si erano dati appuntamento, tramite le piattaforme social, già da qualche giorno. Aspettavano l’interrogatorio di Jessica come il momento giusto per «farsi guardare negli occhi». Jaques e Jessica sapevano cosa li avrebbe aspettati: «Ci siamo impegnati a rispondere alle domande dei famigliari. È per questo che oggi siamo passati davanti alle famiglie, poiché sapevamo che c’era un raduno», ha spiegato la donna appena raggiunta l’aula dell’audizione organizzata, come per il marito due giorni fa, alla presenza dei legali delle vittime chiamati, tutti insieme, a fare domande dirette. «Sapevamo che le famiglie desideravano incontrarci. Comprendiamo la vostra rabbia, il vostro odio. Ribadisco che saremo presenti per rispondere a qualsiasi domanda», ha aggiunto. E così, in effetti, è stato. Con ammissioni che, però, invece di stemperare la realtà l’hanno resa ancor più difficile da accettare. Jessica infatti, non solo ha ammesso che nel locale - adibito senza licenza a discoteca e ricavato in un seminterrato - «non erano mai state fatte prove di evacuazione», perché «nessuno ci ha mai detto che dovevamo farle», ma soprattutto ha confermato il più grave dei sospetti che pesano su di lei: quando ha visto il fuoco, Jessica è scappata.
All’avvocato di una delle vittime che le ha fatto la domanda diretta, chiedendole perché si fosse «subito precipitata all’esterno del locale», la donna ha risposto: «Non si può andare contro un incendio. La mia priorità era dare l’allarme, far evacuare le persone e chiamare i pompieri il più rapidamente possibile» e ha aggiunto: «Io stessa sono figlia di un pompiere ed è il mio riflesso», riportando alla memoria di tutti questa beffa del destino.
Entrando nei dettagli, poi, la donna, tra le altre cose, ha sostenuto di aver ingaggiato per la serata due buttafuori, mentre dai documenti raccolti fino ad oggi ne risulterebbe soltanto uno formalmente incaricato. Il tema dei buttafuori non è di poco conto ed è emerso spesso nei racconti dei sopravvissuti, compreso quello reso dalla ventinovenne Eleonora Palmieri, originaria di Cattolica, rimasta ferita e ustionata nell’incendio e ascoltata due giorni fa nell’ambito dell’inchiesta parallela aperta dalla Procura di Roma. Anche lei, secondo quanto emerso, avrebbe ricordato un aspetto inquietante della dinamica dell’incendio e cioè il fatto che molti giovani si sono trovati coinvolti nel rogo perché il buttafuori incaricato di controllare gli ingressi al piano di sopra, avvisato della presenza del fuoco da una cameriera, si sarebbe precipitato al piano di sotto senza avvisare le decine di persone che erano in fila, in attesa di entrare. A quel punto, vedendo l’ingresso libero molti ragazzi si sono diretti verso le scale interne, impedendo di fatto la fuga di chi veniva dal basso anche perché colpiti a loro volta dalle ondate di calore e dai fumi tossici. Come purtroppo è noto, tutto si è svolto in pochissimi secondi e ogni azione avrebbe potuto fare la differenza, per tanti, tra la vita e la morte.





