I controlli antincendio non venivano eseguiti perché mancava il personale, i fondi stanziati dal Comune non erano sufficienti e il gestionale che doveva mandare agli impiegati pubblici gli alert per le scadenze delle verifiche, era fuori uso. E lo è rimasto per anni.
Giustificazioni, apparentemente, da Italietta. Invece a spiegare anni di mancate ispezioni sulle misure antincendio nel locale Le Constellation di Crans-Montana, distrutto dal rogo di capodanno dove hanno perso la vita 41 giovanissimi di cui sei italiani (e altri 115 sono rimasti gravemente feriti), è stato Ken Jacquemoud, ex responsabile della sicurezza di Crans-Montana dal 2017 al 2024.
Jaquemoud è indagato insieme al suo successore, Christophe Balet, e ai proprietari del locale Jaques Moretti e Jessica Maric per incendio, omicidio, lesioni colpose e ieri mattina è stato sentito per diverse ore durante un’udienza «particolarmente tesa» che lo ha visto entrare nei locali della Procura di Sion da una porta sul retro, per evitare la stampa. «A causa dei problemi di organico», ha riferito, «non avevamo risorse per fare i controlli sulla sicurezza dei locali pubblici e avevamo anche problemi con il software, per la cui sostituzione abbiamo impiegato molto tempo, di tutto questo avevamo informato il Comune», ha riferito il tecnico. Aggiungendo anche che «a causa del bug del sistema informatico i dati sui controlli si erano cancellati», che «non era stato fatto un backup» e dunque «c’è voluto molto tempo per cambiare il programma» e che, lui, comunque, aveva detto al Comune che «servivano più risorse».
La sua testimonianza fa il paio con quella di Balet, l’ormai noto responsabile della sicurezza senza brevetto antincendio «perché l’esame per ottenerlo era difficile» eppure incaricato dal Comune di Crans dal 2024 in poi per verificare il livello di rischio dei locali pubblici. Anche Balet, infatti, che interrogato venerdì scorso aveva scaricato la colpa di non aver mai controllato Le Constellation sugli stessi «problemi informatici», durati - quindi a conti fatti - ben cinque anni.
Dunque, riassumendo, il Comune di Crans-Montana, stazione sciistica tra le più rinomate d’Europa, parte del Canton Vallese che è terzo per estensione tra i cantoni della Svizzera, uno degli stati più ricchi al mondo, non aveva denari a sufficienza per pagare dei tecnici che facessero le ispezioni antincendio - obbligatorie per legge - negli (appena) 1.400 locali pubblici del territorio, molti dei quali con attività stagionale.
E nemmeno aveva da investire gli spiccioli necessari a far funzionare un gestionale che ricordasse ai suoi dipendenti quando era il momento di fare ritorno nei locali per le verifiche.
Eppure, per quanto possa sembrare incredibile, non si tratta di una fake news. Anzi, a quanto pare, di un problema condiviso da altre amministrazioni. Qualche giorno fa, infatti, la Conferenza dei sindaci del distretto di Sierre, di cui Crans-Montana fa parte, ha inviato una lettera al Canton Vallese e al Consiglio di Stato sostenendo che la legge sulla protezione antincendio è troppo complicata da applicare e troppo onerosa per dei piccoli Comuni. «Nessuno è attualmente in grado di assumersi pienamente questo compito; non si tratta solo di mancanza di risorse, ma di un sistema la cui portata è troppo ampia» hanno scritto i sindaci in una sorta di «difesa d’ufficio» del primo cittadino di Crans, Nicolas Feraud, che se finisse nei guai per i mancati controlli, creerebbe un precedente di cui molti suoi colleghi, evidentemente, hanno timore.
Anche se la situazione che emerge dagli ultimi interrogatori può sembrare già di per sé paradossale, è bene ricordare una delle più importanti contraddizioni che girano intorno al tema della sicurezza, dove ogni responsabile tenta di fare scaricabarile sull’altro.
La spugna dei pannelli insonorizzanti appiccicata sul soffitto del seminterrato che ospitava centinaia di giovani, che usavano candele pirotecniche per i festeggiamenti e che era stata appiccicata al soffitto da Jaques Moretti in persona nel 2015 durante la ristrutturazione del locale, era evidentemente pericolosa e avrebbe fatto inorridire chiunque alzando gli occhi al soffitto - con o senza brevetto - avesse voluto vederla. Sia per la evidente scarsa qualità del materiale, che per la scarsa aderenza al soffitto - come provano i tanti video che la mostrano quasi a penzoloni. Eppure quei pannelli insonorizzanti, causa non solo della velocità del propagarsi delle fiamme ma anche dei gas tossici sprigionati che hanno reso impossibile la fuga a tanti dei ragazzi, morti per le esalazioni, non sono mai entrati nel novero dei controlli. Le due uniche ispezioni effettuate a Le Constellation dal 2015 - una nel 2018 e l’ultima nel 2019 - non ne rilevarono nemmeno la presenza, mentre le prescrizioni sulle vie di fuga e sulle porte dei sicurezza e sugli estintori - secondo quanto emerso fino ad oggi - si limitarono ad indicazioni di minima. A questo proposito sarà sentito - non come indagato ma come persona informata sui fatti - anche David Vocat, capo dei vigili del fuoco che sarebbe stato presente nei controlli al locale. Vocat, che era stato chiamato in causa anche dai Moretti, sarà ascoltato il prossimo 16 febbraio. Nei prossimi giorni sarà anche di nuovo il turno dei coniugi: Jacques sarà nuovamente interrogato domani, Jessica giovedì.
Il primo pensiero va alla sua giovane vita spezzata: si chiamava Zoe Trinchero, aveva 17 anni, è stata picchiata, strangolata e buttata in un torrente di Nizza Monferrato, da Alex Giuseppe Manna, 20 anni, reo confesso, che forse voleva allacciare con lei una relazione e che probabilmente è stato respinto. Il secondo va al tentativo di linciaggio subito da un altro ventenne, un tunisino residente a Nizza, additato, in un primo momento, dall’omicida come colpevole, ben noto in paese perché - da tempo e indisturbato - «va in giro a fare casini». In pochi minuti una folla si raduna sotto casa dell’africano e solo l’intervento dei militari ha evitato che si consumasse un linciaggio a mani nude di un (in questo caso) innocente.
Un peso, anzi due, sulla coscienza di chi ancora banalizza la gravità degli eventi, ormai quotidiani, a cui siamo tutti, più o meno direttamente, chiamati ad assistere. Da un lato la violenza efferata che cresce tra i giovanissimi in un circuito che, per età degli attori e gravità dei fatti, risulta evidentemente fuori controllo e che invece, da una buona parte della «sinistra che fa cultura», viene ancora espressamente negato. Dall’altro, ancora più urgente, l’allarme dei cittadini, ormai alle stelle, nei confronti dell’immigrazione incontrollata, che invade (per numero di atti violenti messi a segno) gli spazi urbani in cui si svolge la vita quotidiana. Una tensione sociale diffusa, ideologicamente derubricata a «razzismo», dovuta invece alle tante, troppe volte in cui il sistema tollera ciò che non dovrebbe, in cui giustizia non viene fatta, in cui i cittadini che chiedono più regole e interventi decisi, finiscono nel tritacarne del buonismo, etichettati come «di destra».
Zoe, fino alla mezzanotte di venerdì, era una giovane «vivace e piena di energia», tanto che «quando arrivava lei anche una brutta serata si trasformava per tutti», hanno raccontato gli amici. Lavorava al bar della stazione di Nizza Monferrato (9.000 abitanti in provincia di Asti), un punto di ritrovo noto per gli aperitivi e molto frequentato, nonostante la zona non centrale. Era stata assunta qualche mese fa e piaceva a tutti: ai proprietari del locale, che la descrivono come «una ragazza dolcissima, capace e sveglia», e ai clienti che l’hanno ricordata come «sempre gentile e sorridente». Una ragazza forte, con una grande voglia di essere indipendente e il sogno di diventare psicologa.
Secondo le ricostruzioni, finito il turno di servizio, intorno alle 21, Zoe si è portata verso il centro del paese per incontrare il suo gruppo di amici in una birreria e da lì, tutti insieme, i ragazzi, si sono spostati a casa di uno di loro, per cenare. Durante la serata li avrebbe raggiunti Alex Giuseppe Manna, che Zoe conosceva e che da un po’ di tempo, a quanto pare, era diventato con lei più insistente. Niente era accaduto però, fino a quella sera, che avesse allarmato la giovane o chi la conosceva. Zoe e Alex sono usciti insieme a fare due passi, probabilmente per parlare da soli. Intorno a mezzanotte, però, ancora non erano tornati e gli amici di Zoe, preoccupati, sono scesi per strada a cercarla.
E qui entra in scena il tunisino che ha rischiato di essere linciato. Gli amici di Zoe, come hanno raccontato, temevano che la giovane lo avesse incontrato e che fosse accaduto qualcosa. Il soggetto, infatti, è conosciuto come uno per nulla raccomandabile e anche a causa di «gravi problemi psichiatrici» e «disturbi del comportamento», eppure mai è stato raggiunto da provvedimenti capaci di metterlo in sicurezza. Anzi, secondo i racconti, se ne va in giro per il paese indisturbato nonostante le tangibili esternalità del suo stato psichico, lasciando dietro di sé quel senso di angoscia che alberga in chi non può camminare liberamente per la sua città, senza temere di imbattersi in un potenziale (e già noto) pericolo. A tal punto il tunisino è considerato minaccioso, che gli amici di Zoe da tempo andavano a prenderla a fine turno «facendole da scorta per il timore che potesse incontrarlo».
Approfittando di questo, Alex Manna ha tentato di scaricare proprio su di lui le sue colpe: secondo le ricostruzioni, dopo aver picchiato e strangolato la giovane e dopo essersi cambiato i vestiti per allontanare i sospetti da sé, avrebbe chiamato gli amici di Zoe, sostenendo di essere stato aggredito insieme a lei dal tunisino e di non essere riuscito a proteggere la ragazza.
Nel frattempo un passante, che aveva notato un corpo nel canale nel sottostrada e stava contattando le forze dell’ordine per dare l’allarme, ha incrociato proprio gli amici di Zoe che la stavano cercando e che si sono subito accorti che quel corpo esanime, finito in basso nel torrente tra le case, era della loro amica. Qualcuno per tentare di salvarla è sceso in acqua, ma Zoe era già morta: il suo viso era ricoperto di lividi e segni di strangolamento sul collo.
A quel punto, sconvolti dal dolore, gli amici insieme a altre decine di persone del paese si sono radunati sotto l’abitazione del tunisino, pronti a linciarlo. Il livello di tensione è salito a tal punto che è stato necessario l’intervento dei carabinieri per evitare che l’uomo venisse assalito. Poco dopo, in caserma, sotto interrogatorio, Alex - ora in carcere ad Alessandria - ha confessato l’omicidio, raccontando almeno una parte dei fatti. Il ragazzo ha sostenuto di aver sferrato, da ex boxeur esperto, uno o due pugni sul viso di Zoe che si sarebbe accasciata e di aver poi buttato, preso dal panico, il suo esile corpo oltre il parapetto.
Ora gli inquirenti stanno valutandola corretta qualificazione del reato, ovvero se incolpare l’assassino di omicidio oppure di femminicidio.
- L’ex militare se ne va: «Basta moderatismi». I Patrioti: «È fuori». Il segretario: «Escludo alleanze future». Con lui Lubamba e Borghezio, ma non Casapound.
- I dirigenti: «Si dimetta da europarlamentare». Per «Youtrend» Fn può superare il 3%.
Lo speciale contiene due articolo
L’addio arriva prima del previsto. Roberto Vannacci lascia la Lega e dice basta «ai linguaggi moderati». Lo spirito da funerale era nell’aria, ma si pensava fosse presto per la dipartita. E, invece, a meno di una settimana dal lancio di Futuro nazionale, l’ex generale se ne va. «Ti voglio bene, ma la mia strada è un’altra», il messaggio laconico a Matteo Salvini. «Chi mi ama, mi segua. Il mio impegno, da sempre, è quello di cambiare l’Italia», scrive su X, pubblicando il manifesto politico. «Farla tornare un Paese sovrano, sicuro, libero, sviluppato, prospero ed esclusivo», prosegue.
Un messaggio pubblicato proprio nel giorno del consiglio federale della Lega, indetto da Salvini nella storica sede milanese di via Bellerio. In quanto vicesegretario, ovviamente era stato invitato anche Vannacci, che però ha disertato l’incontro, rimanendo chiuso nel suo ufficio a Bruxelles, lanciando così un messaggio a Salvini, che risponde amareggiato. Lunedì sera, Salvini e Vannacci si erano incontrati a Roma e avevano discusso a lungo. Salvini avrebbe imposto a Vannacci un aut aut. O dentro o fuori. «Niente urla o scenate. Tutto è avvenuto con grande calma e serenità», giurano.
«Non sono arrabbiato, sono deluso. La Lega lo aveva accolto quando aveva tutti contro ed era rimasto solo», commenta su X. «Gli abbiamo offerto l’opportunità di essere candidato con noi in ogni collegio alle Europee, io come tanti altri leghisti l’ho votato e fatto votare, lo abbiamo proposto come vicepresidente dei Patrioti in Europa, lo abbiamo nominato vicesegretario del nostro partito. Volevamo fare un lungo cammino insieme, condividere battaglie, costruire. In questi mesi, invece, abbiamo vissuto polemiche, problemi, tensioni, simboli di possibili nuovi partiti e associazioni, attacchi a chi la Lega la vive e la ama da anni. Peccato». Salvini prosegue: «Siamo abituati a pensare che parole come onore, disciplina e lealtà abbiano un significato preciso, specie per chi ha indossato una divisa. Dispiace umanamente prima ancora che politicamente, ma andiamo avanti tranquilli per la nostra strada. Gli uomini passano, le idee restano». In serata, a Cinque minuti, ospite di Bruno Vespa su Rai 1 sgombra il campo da possibili alleanze in futuro e ribadisce: «Sono abituato a dare valore alla parola data, non mi abituo al fatto che la poltrona valga più della fiducia, della lealtà e dell’onore. C’è il dispiacere perché tanti italiani, compreso io, lo abbiano votato. E poi ci si domanda perché la gente non vada a votare, ma l’Italia andrà avanti lo stesso. Renzi dice che è felicissimo per cui lascio giudicare voi».
Ad ogni modo, nessuna espulsione. Ma una separazione «consensuale». «Dovrà però essere lui a formalizzare l’addio», aggiungono dalla Lega, postando su X «La storia si ripete», facendo riferimento a Futuro e libertà di Gianfranco Fini. Adesso i salviniani si aspettano che si dimetta anche da europarlamentare, dato che ci è diventato con i voti della Lega. Intanto, a Bruxelles, il gruppo dei Patrioti ha votato all’unanimità l’espulsione di Vannacci, rassicurando che «la Lega resta un partito partner a pieno titolo».
Anche Casapound ha preso le distanze dal nuovo soggetto politico, scrivendo in una nota che non farà parte di Futuro nazionale dove, invece, Vannacci imbarca Sylvie Lubamba, fondatrice del team Vannacci di Milano: «Decolleremo o affonderemo insieme, sono il suo fedelissimo araldo». E come lei il «barone nero» Roberto Jonghi Lavarini: «Ora la battaglia più importante è quella sacrosanta della remigrazione. La maggioranza del popolo italiano lo seguirà». Ad aiutare l’ex generale c’è un altro leghista, da tempo fuori dal Carroccio, Mario Borghezio, uno che a modo suo ha anticipato i tempi: rappresentava l’estrema destra dentro la Lega Nord, che formalmente si definiva «né di destra né di sinistra». Poi ci sono i fedelissimi, piazzati nei consigli regionali: Massimiliano Simoni in Toscana e Stefano Valdegamberi in Veneto, oltre a Cristiano Romani, a capo dell’associazione Mondo al contrario. In Parlamento lo appoggeranno Edoardo Ziello (Lega), probabilmente l’ex fratello d’Italia Emanuele Pozzolo (espulso perché nella notte di Capodanno del 2024 impugnava un revolver da cui partì un colpo che ferì una persona) e anche Domenico Furgiuele, il leghista che voleva fare la conferenza stampa alla Camera sulla remigrazione. E poi Rossano Sasso, altro leghista che il 15 gennaio votò, insieme a Ziello e Furgiuele, contro le armi a Kiev, bocciando la risoluzione unitaria di maggioranza.
Nei giorni scorsi i malumori nei confronti di Vannacci erano aumentati. Il lancio del suo nuovo movimento aveva aperto spaccature ancor più profonde, specie nell’ala moderata del partito capeggiata da Luca Zaia che, insieme ad Attilio Fontana e a Massimiliano Fedriga, rispettivamente presidenti di Lombardia e Friuli-Venezia Giulia, chiedeva da tempo l’espulsione, insofferenti.
Vannacci, candidato dalla Lega come indipendente alle Europee 2024, aveva poi ottenuto la tessera dalle mani di Salvini nell’aprile 2025 e nominato vicesegretario un mese dopo. Un matrimonio d’interessi che ha retto appena un anno e mezzo. Sulla possibile fuoriuscita dell’ex generale, Salvini diceva appena quattro giorni fa: «Non esiste problema. Ci vediamo con calma, chiariamo tutto». Concludendo che nel Carroccio «c’è spazio per sensibilità diverse». Evidentemente, però, queste sensibilità si sono rivelate un po’ troppo diverse.
Il partito: «Traditore uguale a Fini». Zaia: «Corpo estraneo da sempre»
Un po’ di sano risentimento ma, tutto sommato, nulla di trascendentale. Alla «questione Vannacci», durante il consiglio federale della Lega che si è tenuto ieri pomeriggio a Milano, non sono stati dedicati che pochi minuti. L’incipit lapidario del segretario Matteo Salvini, che ha paragonato l’addio del generale a quello di Gianfranco Fini del 2010, ha spento sul nascere qualsiasi impulso a soffermarsi su una questione già nell’aria da tempo e, quasi, quasi digerita se non fosse per l’intolleranza conclamata ai tradimenti che affligge molti leghisti doc.
«Su chi tradisce e fugge non vale la pena perdere troppo tempo, come accadde con Fini in passato», ha esordito Salvini nell’aprire la seduta, per poi passare subito all’ordine del giorno: pacchetto sicurezza, referendum, manifestazione sull’immigrazione prevista per il prossimo 18 aprile a Milano.
Sul tema sicurezza, in attesa del passaggio in Consiglio dei ministri, Salvini ha confermato l’intenzione di stringere ancora un po’ i bulloni a un testo che tratta un «tema fondamentale in questo momento storico», anche integrando le posizioni già espresse con nuove richieste, in lavorazione proprio in queste ore.
Passaggi puramente organizzativi, invece, sono stati quelli dedicati al referendum sulla giustizia, per il quale il Carroccio ha ingaggiato le sue sedi territoriali per una «gazebata federale» prevista per il 14 e il 15 di marzo e alla manifestazione del 18 aprile, oggetto di aggiornamenti tecnici. In vista dell’appuntamento nelle piazze, l’intenzione è quella di coinvolgere oltre al gruppo parlamentare dei Patrioti europei anche figure di spicco internazionale e lo spunto, interno, è quello di trattare il tema «remigrazione», tanto caro al generale, «con serietà», soprattutto per rispetto a una base che, di questa materia, rivendica la paternità: «In fondo si tratta di rispedire a casa i clandestini, che è uno dei principi fondanti del nostro partito, da sempre».
Serenità, dunque, e pochi rimpianti sul generale perché, la storia insegna: «Chi ha lasciato, come Fini, si è visto, poi, che fine ha fatto». Unico tema ancora sul tavolo lo scranno da europarlamentare ottenuto da Vannacci nel 2024 con circa mezzo milione di voti portati dalla candidatura del Carroccio. «Se Vannacci è quello di oggi può ringraziare solo il mio partito, che ha investito su di lui alle Europee l’anno scorso e gli ha permesso di avere un seggio», ha commentato secco l’ex presidente del Veneto, Luca Zaia: «Ha capito di essere un corpo estraneo nella Lega. Probabilmente aveva un altro progetto, non ha trovato il giusto substrato per farlo crescere, e oggi decide di camminare sulle sue gambe. Vedremo quale sarà il potenziale di questa sua marcia solitaria». A fargli eco l’attuale presidente della Regione Veneto, Alberto Stefani, che ha commentato: «A chi mi chiede se dovrebbe dimettersi rispondo che credo che chi ricopre una carica grazie a un partito dovrebbe ricordarsi di quel movimento». Per Claudio Borghi, infine, il gesto di Vannacci è «irrispettoso verso il nostro partito che gli ha aperto la strada» e «in questo modo si fa il gioco di Renzi e di chi divide le forze sovraniste, della Schlein e compagnia bella e che in questo momento si sta fregando le mani».
Anche sui social la decisione di Vannacci di lasciare la Lega non ha riscosso particolare gradimento: la parola chiave «Roberto Vannacci», negli ultimi due giorni, ha ottenuto nelle conversazioni digitali «37.420 menzioni» con un picco registrato, ieri pomeriggio alle 16.45, poco dopo l’inizio del consiglio leghista a Milano, ma con un sentiment complessivo che nelle ultime 24 ore è risultato «negativo all’85%». A dirlo è un report realizzato da Spin Factor in esclusiva per Adnkronos, con dati raccolti attraverso Human, la piattaforma digitale che registra le tendenze social in interazione con i sistemi di Intelligenza artificiale. Secondo i dati, solo il 21,4% degli utenti ha espresso «opinioni positive rispetto alla decisione» perché, a oggi, il generale non viene percepito dalla Rete «come leader». Meglio la performance social di Salvini che registra un trend positivo pari al 30,2%, in crescita di 1,3 punti percentuali rispetto al periodo precedente.
A livello di peso elettorale, una prima rilevazione di Youtrend per Sky Tg24, la lista si collocherebbe poco al di sopra della soglia di sbarramento del 3%.
«Ora dovrebbe essere chiaro a tutti perché misi in guardia il mio ex segretario su Vannacci. Lo criticai, forse alla mia maniera diretta, ma i fatti dimostrano che avevo visto giusto. Mi fu subito evidente che i miei valori non potevano essere accostati ai suoi, né a quelli di una Lega che non riconoscevo più, nonostante oltre 40 anni di militanza. Era chiaro a tutti che l’obiettivo fosse usare la Lega per altri fini politici», ha concluso con una nota amara Toni Da Re, già europarlamentare della Lega ed ex segretario regionale veneto della Liga veneta, espulso dalla Lega per forti contrasti con Salvini dovuti proprio alla salita del generale a bordo del Carroccio.





