
Cognome e nome: Barbareschi Luca Giorgio. Montevideo, 1956. Artista colto e dal multiforme ingegno: attore, regista e produttore cinematografico e teatrale, conduttore televisivo. Un dissipatore di talento (il suo).
In onda su Rai 3 con l’ennesima, noiosa, «spompa» rimasticatura del late show americano. Titolo: Allegro ma non troppo. Nelle prime cinque puntate del 2026, media di 345.000 telespettatori, share del 3,18. Ascolti non proprio allegrissimi, migliori comunque del precedente Se mi lasci non vale, copia «scrausa» di Temptation Island, chiuso dopo tre puntate «non essendo riuscito a superare il 2% di share medio» (Repubblica, 31 ottobre 2024).
Aldo Grasso, sul Corriere della Sera: «Il problema di questo talk, qualunque siano gli ospiti, è uno e uno solo: si chiama Luca Barbareschi. In un programma di interviste bisognerebbe avere l’umiltà di fare un passo indietro, far parlare gli interlocutori e non mettersi sempre al centro dell’attenzione». Insomma, il principale nemico di Barbareschi è il suo ego ipertrofico, l’«io debordante».
Oltre naturalmente a Sigfrido Ranucci. Tra i due è partita una singolar tenzone. A dar fuoco alle polveri, l’11 gennaio, è stato Barbareschi: «Buonasera, vorrei ringraziare il grande conduttore di Report e ricordargli che mi chiamo Luca Barbareschi, gli basterebbe poco dire che dopo il suo programma c’è il nostro ma gli fa fatica, però non dovrebbe, visto che il suo consulente commerciale mi sta spiando da due anni, così ho letto sui giornali, e per questo sarà querelato, ma visto che mi spiate (mentre) io non spio voi, almeno ricordatevi il nome, no? Watch out, stai attento».
Passano pochi minuti e su Facebook Ranucci spara ad alzo zero: quello di Barbareschi è «un indegno sproloquio», frutto di una «campagna di fango esercitata dal Giornale contro Gian Gaetano Bellavia», vittima di un furto (di dati), «e che nessun organo giudiziario ha accusato di spionaggio o dossieraggio».
La domenica successiva Ranucci si scusa in diretta con Barbareschi per non aver promosso il suo programma. Quindi rimedia «lanciandolo» in modo decisamente originale. Infatti prima gli spiega che non è stato «spiato», e che «il suo errore in buona fede» è dipeso dall’essersi documentato sui giornali sbagliati, «quelli del gruppo Angelucci», colpevoli a suo dire di «aver orchestrato una campagna di fango», strumentalizzando la disavventura «informatica» patita da Bellavia, che per mestiere legge bilanci e fa visure camerali e catastali, quindi «nulla di eversivo».
Poi gli rammenta perché il suo nome sia in quell’archivio. Per i soldi pubblici ricevuti dal teatro Eliseo, chiuso dal 2020 e di cui Barbareschi è proprietario, 13 milioni in cinque anni, addirittura 8 ottenuti per il centenario del teatro grazie a un emendamento «bipartisan» (per la cronaca, il governo era quello «di scopo» targato Pd, premier Paolo Gentiloni) all’art. 22 punto 8 del decreto legge n. 50 del 24 aprile 2017. Un «aiutino» dichiarato illegittimo nel luglio 2022 dalla Corte costituzionale: sproporzionato, incongruo e irragionevole, in quanto accordava - all’Eliseo, cioè a Barbareschi - un trattamento di favore «con conseguente alterazione della concorrenzialità del mercato». Ergo: quegli 8 milioni andrebbero restituiti, il ministero della Cultura glieli avrebbe pure richiesti, ma nel frattempo Barbareschi ha promosso un’altra azione davanti al giudice civile, quindi si vedrà. Conclusione perfida di Ranucci: «Adesso Allegro ma non troppo può cominciare».
Replica di Barbareschi: «Milena Gabanelli faceva una bella trasmissione, lui no. È maleducato, il programma successivo si lancia sempre. Non gli voglio male. È uno dei tanti finti eroi che poi finiscono nel nulla. Lo sfido a duello. A cazzotti o con la spada, scelga lui».
«Catfight tra primedonne», l’ha liquidato Claudio Plazzotta su ItaliaOggi, il quotidiano economico diretto da Pierluigi Magnaschi, che però sulla salute economica della società di Barbareschi ha voluto andare a fondo. Plazzotta (a chi scrive): «La pulce nell’orecchio me l’hanno messa a un evento di Netflix, si parlava molto delle due fiction che Barbareschi avrebbe dovuto produrre per Rai: set fermi e riprese bloccate perché le banche hanno chiuso i rubinetti».
Come mai? In estrema e feroce sintesi: l’Eliseo Entertainment (già Casanova multimedia) va verso il concordato preventivo, «sepolta sotto una montagna di debiti: 40.200.000 milioni di euro alla fine dell’esercizio 2024, di cui ben 25.600.000 con le banche».
La domanda sorge spontanea: come è stato possibile che una persona sicuramente intelligente si sia ritrovata in queste sabbie mobili? Quando il gup di Roma lo rinvierà a giudizio con l’allora suocero, l’ex ragioniere generale dello Stato Andrea Monorchio, per traffico di influenze illecite (per fare ottenere quei famosi dindi all’Eliseo: processo conclusosi con l’assoluzione di entrambi «perché il fatto non sussiste», in data 21 febbraio 2022) tuonò che questo era il ringraziamento per «aver regalato alla città di Roma un teatro con 12 milioni di euro propri», così Rainews del 27 novembre 2019. Ma santa pace: non poteva limitarsi a fare l’istrione sul palco? Cosa che gli riesce benissimo.
Trent’anni fa lo vidi interpretare a teatro un tosto testo di Eric Bogosian, Piantare i chiodi nel pavimento con la fronte, condito in salsa italiana: «Niente droga da nessuna parte, nessuno che si droghi, a parte i soliti noti, gli unici due che “tirano”: Gianni Agnelli e Franco Califano», bum!
Il fatto è che lui nelle polemiche ci sguazza che è un piacere, come se fosse animato da un cupio dissolvi. È perfino riuscito a farsi licenziare da Silvio Berlusconi.
5 dicembre 1996, il Manifesto: «Barbareschi cacciato da Mediaset. È finita sul tavolo del pretore del lavoro di Roma la vertenza tra il conduttore e Mediaset che, come dice l’attore, l’ha “cacciato” dalla trasmissione di Canale 5 I Guastafeste, dopo che lui aveva invitato una signora presente tra il pubblico a non pagare la tassa per l’Europa».
2002. Va ospite del programma di Piero Chiambretti su Rai 2, Chiambretti c’è, fa un’intemerata sui politici, denunciando il boicottaggio del suo film Il Trasformista, e Claudio Martelli, presente in studio, lo fulmina: «Scusa, Luca, ma perché queste cose non me le hai dette quando venivi a fare anticamera a via del Corso?», storica sede del Psi.
Il critico Marco Giusti (da Dagospia del 25 novembre 2002): «Lo scazzo in diretta tv è da blob primi anni Novanta, sotto gli occhi della compagnia di giro Platinette - Alfonso Signorini - Gianfranco Funari, chiuso con un magistrale «“A Barbare’ ma che cazzo stai a dì?”, detta dallo stesso Funari, incapace di pronunciare perfettamente la parola “trasformista” per evidenti problemi di dentiera», però.
Parlamentare (una sola legislatura, 2008-2013), eletto con il Pdl del Cavaliere, poi in Futuro e libertà di Gianfranco Fini, infine al gruppo Misto, non brillava per le assidue presenze: nel giugno 2012, per esempio, risulterà assente il 100% delle volte.
Pizzicato da Giuseppe Cruciani alla Zanzara, ammetterà: «Ci sono stato poco perché ho dovuto fare giri per la mia fondazione, cose molto interessanti, iniziative contro la pedofilia» (ha più volte raccontato di aver subito molestie dai 9 ai 13 anni da un prete dell’istituto Leone XIII di Milano). Cruciani gli fa notare che le sue attività «cosmopolitiche» non sono annoverabili tra le missioni, chiedendogli della sua trasferta oltre la Grande Muraglia per il suo film Something Good. Barbareschi sbotta: «In Cina? Ma saranno affari miei. Forse ci sono stato qualche giorno, un sacco di avanti e indietro con l’Italia, ma non solo lì, anche in America, in Spagna... non solo per gli affari miei, anche per il Paese», ma certo.
Filippo Ceccarelli, in Invano (Feltrinelli, 2018): «Barbareschi approdato al periglioso, ma forse promettente porto di An dai devastati lidi craxiani, sfogò la sua delusione protestando contro l’inefficacia della linea del partito in Rai: «Siamo stati capaci solo di portare in video delle zoccole», alè (il #metoo era ancora di là da venire).
Quando il citato film Something Good non fu accettato alla Mostra del Cinema di Venezia, spiegò di aver telefonato al direttore artistico del festival, il biellese Alberto Barbera, per testimoniargli stima e amicizia: «Sei un portatore sano di forfora, quando tu ti facevi le se... a Torino, io chia... Naomi Campbell, pippavo con Lou Reed a Kansas City, aravo con il ca... il mondo e guadagnavo miliardi, hai capito? Non voglio essere amico tuo, testa di ca...», ecco.
Aprile 2022. A Sutri, in quel di Viterbo, dove è ospite del sindaco Vittorio Sgarbi, osserva che «non è essere gay il problema», bensì «la mafia dei fr..., degli omosessuali e delle lesbiche. Io dovrei fare un film in cui c’è sempre un nano, un transgender, un cinese. L’inclusività è la cosa più stupida del mondo».
Sarà per questo che non lo includono: «Sono il miglior attore italiano e nessuno mi chiama». Barbareschi, marzullianamente: si faccia una domanda e sia dia una risposta.






