- Un manager di Adaltis spiega il lavoro dietro la maxi prebenda a Luca Di Donna. Giuseppe Conte: «Non troverete mai mie attività illecite».
- La Cassazione bacchetta i giudici: un errore estendere l’imposizione a tutti i dipendenti delle strutture sanitarie. L’Ausl ora dovrà pagare all’amministrativo gli stipendi negati.
Lo speciale contiene due articoli
La testimonianza resa ieri dall’imprenditore Marco Spadaccioli, general manager della Adaltis Srl, alimenta nuovi dubbi sull’attività degli avvocati Luca Di Donna (legale vicino a Giuseppe Conte - lavorava nello stesso studio del professor Guido Alpa, come l’ex premier) e Valerio De Luca, sospettati di aver messo in piedi un sistema di «facilitazioni» di finanziamenti pubblici e affari con Invitalia e la struttura commissariale di Domenico Arcuri per l’ottenimento di ricche commesse statali sui dispositivi medici. In virtù di cosa? Le informative dei carabinieri e gli stessi articoli della Verità, che segue la vicenda delle presunte provvigioni sin dal 2021, sono precise. E altrettanto preciso è stato ieri Spadaccioli, che ha raccontato che la Adaltis, nel periodo dell’emergenza pandemica, ha versato a Di Donna e De Luca ben 454.000 euro per la loro «consulenza»: «Un compenso estremamente importante», ha riconosciuto l’imprenditore, non ascoltato dalle opposizioni che sono uscite dall’Aula prima della sua testimonianza.
I fatti: tra giugno e dicembre 2020 la società aveva effettuato due forniture alla struttura commissariale di Domenico Arcuri. Oggetto delle forniture erano i kit molecolari. Un colpo straordinario per la Adaltis, che non aveva mai ricevuto altre commesse dalla struttura commissariale di Arcuri e non aveva neanche mai partecipato a nessuna gara pubblica. Come riuscì ad aggiudicarsi l’appalto? «Avevamo un kit che era stato molto gradito dagli operatori», ha dichiarato l’imprenditore. Prima di presentare le offerte, però, l’azienda si era premurata di blindare l’operazione siglando due accordi di consulenza (uno a maggio e uno a dicembre 2020) con Di Donna e il suo socio, incaricati di «predisporre e presentare tutta la documentazione necessaria per la partecipazione alla gara pubblica indetta dalla protezione civile presso la Presidenza del Consiglio, commissario straordinario dottor Domenico Arcuri». I due contratti stabilivano all’articolo 5 che il compenso dei due avvocati dovesse essere «pari al 10 per cento dell’importo del prezzo effettivamente incassato dalla società Adaltis».
Era un «compenso a successo», o «success free», ha spiegato Spadaccioli: «Noi ci preoccupavamo di incassare quanto dovevamo incassare, loro ci seguivano nell’incasso e sarebbero stati pagati a incasso avvenuto». Fatto sta, però, che nel corso dell’audizione il manager della Adaltis ha ammesso che i due professionisti non si occuparono affatto della predisposizione o del caricamento dei documenti per la prima gara da 800.000 euro, procedure gestite interamente dagli uffici interni di Adaltis. Di Donna e De Luca si sarebbero limitati a verificare la corretta iscrizione sulla piattaforma telematica e la sussistenza dei requisiti richiesti. «Altre cose non ne ricordo. Anche perché i documenti li abbiamo caricati noi, fisicamente». Per questo controllo durato appena tre giorni (dal giorno della stipula, 15 maggio, alla scadenza della gara, 18 maggio 2020) i legali hanno incassato ben 93.288 euro». Per quale attività? «Avranno controllato i documenti che c’erano da predisporre e che le nostre caratteristiche fossero coerenti e condivisibili».
Lo schema si è ripetuto quasi identico a dicembre dello stesso anno per una seconda commessa da oltre 2,4 milioni di euro, con il paradosso che il nuovo contratto di consulenza con i due avvocati fu firmato addirittura una settimana dopo l’invio dell’offerta di Adaltis, subito dopo un incontro in cui l’imprenditore riceveva ampie rassicurazioni sul buon esito della pratica. «Sono andato allo studio dell’avvocato Di Donna», ha raccontato Spadaccioli, «e mi ha detto: “Sì, potete partecipare tranquillamente, vi aiuteremo, vi supporteremo nel seguire le pratiche di incasso di questa fornitura, state tranquilli”». Dopo le rassicurazioni di Di Donna, la Adaltis si è aggiudicata l’appalto.
A chiudere il cerchio delle tensioni in commissione Covid è stata l’audizione dell’avvocato Nicoletta Spaziani, all’epoca praticante nello studio di Di Donna, che davanti alle domande incalzanti dei commissari ha opposto un muro invalicabile di «non ricordo», liquidando la vicenda come una serie di questioni strettamente personali.
«Durante la pandemia», ha spiegato Alice Buonguerrieri, capogruppo di Fratelli d’Italia in commissione Covid, «sarebbe esistito un sistema di affari che ruotava attorno alle commesse affidate dalla struttura commissariale di Arcuri, nominato da Conte. Oggi abbiamo audito un altro imprenditore che ha pagato 454.000 euro agli avvocati Di Donna e De Luca e ha ottenuto le commesse relative a dispositivi sanitari. Questi fatti sono in correlazione? Se lo fossero, emergerebbe allora che, se gli imprenditori pagavano questi consulenti, ottenevano le commesse con la struttura commissariale di Arcuri, altrimenti restavano con un pugno di mosche in mano. Si trattava quindi di un sistema di affari consolidato che ha coinvolto la struttura commissariale di Arcuri e il governo Conte? Gli italiani devono sapere. Conte venga a riferire in commissione Covid anziché continuare a fuggire».
Non si è fatta attendere la replica del leader del Movimento 5 Stelle. L’ex premier, nel rivendicare la trasparenza del proprio operato, ha cercato di incrinare l’unità della coalizione di governo, elogiando la «maggiore dignità politica» di Forza Italia e il parziale distacco della Lega, accusando invece il partito di Giorgia Meloni di «indagare sul nulla». «Non perdete tempo, perché non troverete mai una mia attività illecita», ha detto Conte.
Uno scontro istituzionale durissimo che, al di là dei risvolti politici parlamentari, attende ora eventuali e definitivi chiarimenti da parte della magistratura.
Tegola sugli obblighi vaccinali Covid
Quattro anni ci sono voluti, per sentirsi dire che non doveva essere sospeso dall’Azienda sanitaria locale nella quale lavorava come amministrativo. Si è conclusa bene, ma con un rilevante costo psicologico e materiale, la tormentata vicenda di un dipendente romagnolo tenuto a casa senza stipendio perché non voleva vaccinarsi contro il Covid. Una sentenza della Cassazione gli ha finalmente dato ragione e ora in molti sperano che altri giudizi di primo grado sfavorevoli vengano rivisti in appello.
Siamo a metà 2026 e ancora ci sono tante persone che scontano scelte fatte durante la pandemia, contro diktat privi di logica. «Otto amministrativi di aziende sanitarie a Reggio Emilia, otto a Brescia solo di miei assistiti si sono visti respingere tutti i ricorsi e aspettano l’appello. I giudici non vogliono sentire ragioni», fa sapere l’avvocato Paola Soragni. Immaginiamoci i numeri in tutta Italia, e quanti avranno rinunciato a procedere in giudizio per non accollarsi altre spese dopo aver perso fino a un anno di retribuzione.
Speriamo che la Cassazione, intervenuta nel caso di Francesco (nome di fantasia), possa segnare un percorso diverso. In servizio presso la Gestione giuridica risorse umane dell’Ausl della Romagna, il lavoratore venne sospeso dal 1° gennaio al 1° novembre 2022 per inosservanza dell’obbligo vaccinale.
Francesco presentò ricorso, ma il 18 ottobre 2022 il Tribunale di Forlì lo respinse. Un anno dopo, il 16 ottobre 2023, la Corte d’Appello di Bologna rigettava il suo ricorso e l’avvocato Giorgio Contratti, che difende l’amministrativo assieme al collega Riccardo Luzi, si rivolse alla Cassazione.
A fine dicembre 2025, gli ermellini hanno ritenuto quella sentenza di secondo grado «non conforme» ai principi di diritto, rimandando gli atti al tribunale di ordine inferiore. Così, la scorsa settimana, praticamente in quarto grado, la sezione Lavoro della Corte d’Appello di Bologna è stata «costretta» a rivedere la sua precedente sentenza e a dichiarare «illegittimo il provvedimento di sospensione adottato» nei confronti dell’amministrativo. Potete immaginare il tempo e i soldi inutilmente spesi?
Interessante è come la sezione Lavoro della suprema Corte di Cassazione, presieduta da Caterina Marotta, bacchetta i giudici di merito per le conclusioni a cui erano giunti nel rigettare i vari ricorsi, «andando contro la legge pur di salvare i provvedimenti delle Ausl», osserva Contratti. L’articolo 4 ter del decreto legge 44 del 2021, dal titolo «Misure urgenti per il contenimento dell’epidemia da Covid-19, in materia di vaccinazioni anti Sars-Cov-2, di giustizia e di concorsi pubblici», non intendeva «estendere l’obbligo vaccinale a tutti i dipendenti delle aziende operanti in campo sanitario e sociosanitario, a prescindere dalla qualifica posseduta e dalla natura dell’attività lavorativa espletata», dichiarano gli ermellini.
L’obbligo era per coloro che lavoravano in strutture quali ospedali, ambulatori, centri riabilitativi dove i servizi venivano svolti «a contatto con persone in situazioni di fragilità», con ciò «escludendo il personale non sanitario per qualifica operante in “luoghi non destinati all’erogazione delle prestazioni sanitarie o socio sanitarie”». Il dipendente sospeso era in una sede dell’Ausl Romagna puramente amministrativa, dove non c’erano pazienti o degenti, eppure gli venne tolto il diritto al lavoro.
Tribunale e appello, poi, rigettarono il suo ricorso, ma per la Cassazione era «fondato» ed è significativa la tirata d’orecchi che gli ermellini fanno ai giudici di Bologna: «La Corte territoriale ha dato un’interpretazione che mortifica il tenore letterale della legge, la quale si riferisce con chiarezza, non all’attività sanitaria o socio sanitaria svolta in generale dal datore di lavoro, bensì alla natura delle prestazioni erogate dalle singole strutture delle quali il soggetto, pubblico o privato operante nel campo sanitario, si avvale».
La sentenza impugnata «non risulta conforme a tale principio di diritto e va pertanto cassata con rinvio alla Corte di Appello di Bologna», scrivono i supremi giudici. La scorsa settimana, i magistrati del capoluogo emiliano presieduti da Susanna Mantovani hanno dovuto mettere la parola fine a questo assurdo iter giudiziario, dichiarando finalmente illegittima la sospensione dell’amministrativo.
La nuova sentenza, diametralmente opposta a quella emessa nel 2023 dalla stessa sezione (ma con giudici diversi), «condanna l’Ausl della Romagna a pagare» la retribuzione che il lavoratore avrebbe percepito negli undici mesi «anche ai fini della tredicesima, delle ferie e della progressione in carriera», oltre a rivalutazione e interessi legali.
Ultima amarezza, o beffa finale. Dei 13.200 euro di spese legali conteggiati dai giudici d’Appello, l’Ausl Romagna dovrà pagare solo il 60%. I rimanenti 5.200 euro sono a carico del lavoratore, oltre a quello che ha dovuto sborsare in questi anni per quattro gradi di giudizio. «Abbiamo dovuto lottare, perché non gli fossero accollate tutte le spese», precisa l’avvocato Contratti. «I giudici di Bologna, infatti, riconoscevano la buona fede dell’Ausl Romagna nell’interpretare la legge, interpretazione confermata da due giudici di merito».
- In campo etico, la facoltà di sottrarsi a pratiche incompatibili con le proprie convinzioni è un valore gigante, come con l’aborto. Per la dolce morte, però, non c’è un obbligo giuridico: viene eseguita su base volontaria.
- Il capo dell’Ordine regionale Francesco Noce: «Dal suicidio assistito all’eutanasia il passo è breve». Oggi l’intervento della Pontificia accademia sul rispetto della dignità della persona.
Lo speciale contiene due articoli.
«Non voglio tagliare la mia coscienza perché si adatti alla moda di quest’anno» (Lillian Hellman). La frase della scrittrice americana è decisiva nel dibattito sul fine vita perché mette al centro un tema immateriale ma potente che nessun legislatore può codificare, almeno in democrazia, almeno in Italia, almeno in presenza di una Costituzione inscalfibile: l’obiezione di coscienza.
Il diritto inviolabile contenuto nella Carta viene preso alla larga sia dai protocolli regionali che pretendono di sostituirsi al Parlamento (buon ultimo quello di Guido Bertolaso in Lombardia), sia dalle proposte di legge in arrivo in Aula. E viene addirittura demonizzato come retaggio medioevale dalle avanguardie del progressismo modaiolo dei diritti - ecco la coscienza come trench con le spalle a raglan -, che non vedono l’ora di imporre l’eutanasia come tendenza cool stile Olanda o Canada. Della serie, chi non si dà la buona morte è un perdente.
In campo etico l’obiezione di coscienza è un valore gigantesco. Ma senza una legge (che in Italia non c’è) resta un convitato di pietra. Metterlo sul tavolo come alternativa è semplicemente un modo qualunquista per forzare una scelta, per distinguere i buoni dai cattivi, per piegare la realtà agli interessi di parte. Solo una legge può prevedere un diritto al suicidio assistito e di conseguenza la presenza di qualcuno che provveda a garantirlo. Come accade per l’aborto, dove peraltro l’obiezione di coscienza è lecita.
Fino a quando non esisterà una legge dello Stato, ciò di cui si parla nei protocolli è semplice libertà di scelta, comportamento lecito ma che non costituisce un obbligo di garantire la prestazione. Perfino la Corte costituzionale, che ha dato la linea con due sentenze, non si è posta il problema dell’obiezione di coscienza. E non lo ha fatto perché, non esistendo un diritto esigibile, non esiste un dovere di garantire il servizio come un obbligo che potrebbe collidere con la coscienza personale. In assenza della norma proposta dal legislatore e votata dal parlamento, lo stigma morale per chi disubbidisce è solo il furbesco tentativo di creare un senso di colpa da Stato etico riguardo a libertà di scelta individuali previste sotto il profilo giuridico.
L’argomento è scivoloso e l’obiezione di coscienza una saponetta. Coloro che la invocano a pranzo e a cena a proposito dell’accoglienza diffusa dei migranti, della disobbedienza civile delle Flotille e delle Ultime generazioni in lotta, improvvisamente la derubricano a ostruzionismo quando si tratta di suicidio assistito. «Restiamo umani» ma a giorni alterni. Un distinguo curioso, da luna park del diritto: a sinistra si plaude alla forzatura di un blocco navale e alla latta di vernice contro un quadro di Van Gogh ma si addita come retrogrado il medico cattolico che, avendo firmato il giuramento di Ippocrate, si rifiuta di uccidere un altro essere umano. Siamo in pieno paradosso da Leo Longanesi: quando suona il campanello della coscienza alcuni fingono di non essere in casa.
Per questo il tema rimane laterale, sfumato sia nel dibattito, sia nei protocolli regionali. Se notate, è letteralmente bypassato da circonlocuzioni astruse («la non punibilità dell’operatore non consenziente»). È misurato dalla distanza fisica dell’infermiere rispetto al paziente che vuole farla finita. È labilmente garantito dal fatto che l’aspirante suicida dovrebbe ingerire da solo la pillola letale o premere da solo il pulsante finale. Ma il medico lo accompagna fin lì, l’operatore sanitario lo assiste, il tecnico prepara con freddezza e competenza la macchina infernale.
Anche in presenza di una legge, dentro una società pluralista come la nostra i diritti fondamentali dovranno essere garantiti. In tutti i Paesi dove l’eutanasia è pienamente in vigore viene riconosciuta la possibilità di rifiutarsi di aderire ai protocolli, anche se si sta facendo avanti una revisione del ruolo del medico. Con una tesi urticante: sarebbe contraddittorio consentire l’obiezione di coscienza in una libera attività professionale necessaria quale è quella sanitaria. «A nessuno è stato imposto di intraprendere la carriera medica». Un gelido «potevi pensarci prima» che interferisce con il libero arbitrio e tende a istituire un obbligo che confina con la violenza.
Dai tempi del servizio militare, chi obietta ha tutto il diritto di farlo (articoli 2, 19, 21 della Costituzione). E fino a quando non verrà promulgata una legge, il medico non potrà neppure essere chiamato obiettore, ma continuerà ad essere un libero professionista con una sensibilità individuale che non si piega davanti alla collezione ideologica «primavera-estate 2026». Consapevole del diritto di dire No e capace di comprendere nel senso più profondo le parole di Mario Melazzini, che convive con la Sla. «La vita è una questione di sguardi. Io non mi attacco ogni notte a un respiratore e a una pompa. Non perché sono un accanito sostenitore della vita, ma perché penso che la mia vita sia degna di essere vissuta».
Il grido dei medici in Veneto: «No alla legge sul fine vita. Noi salviamo, non uccidiamo»
Non serve una legge sul fine vita, l’Ordine dei medici del Veneto non vede la necessità di rinunciare alla «zona grigia» che permette una sorta di autoregolamentazione. «Dal suicidio assistito all’eutanasia, che in altri Paesi è consentita anche a persone sane, il passo è breve», avverte Francesco Noce, presidente regionale dell’ente che si occupa della difesa e della regolamentazione della professione medica. Nell’edizione locale del Corriere della Sera, Noce ha ricordato che per i camici bianchi «il richiamo alla vita è più forte di tutto, esistiamo per salvarla, non per toglierla». Oggi a Venezia, al Centro pastorale cardinal Urbani di Zelarino, si svolge il convegno «Frontiere della cura, confini dell’esistere: dialoghi sul fine vita tra etica, medicina e società». Interverrà anche monsignor Renzo Pegoraro, presidente della Pontificia accademia per la vita e da poco nominato arcivescovo da papa Leone XIV, che approfondirà il tema dell’accompagnamento nel rispetto della dignità della persona.
In previsione del prossimo 3 giugno, quando in Senato prenderà il via la discussione sul disegno di legge in materia, in terra veneta medici, giuristi, esperti di bioetica fanno dunque il punto in uno spazio di riflessione interdisciplinare. «Riflettere sul fine vita significa ridefinire il valore che attribuiamo alla vita del cittadino e alla sua autodeterminazione», ha dichiarato Cristiano Samueli, vicepresidente dell’Ordine dei medici chirurghi e odontoiatri (Omceo) di Venezia.
Per poi precisare: «Esiste un momento in cui la guarigione non è più un obiettivo perseguibile: quando la medicina si ostina a voler “guarire l’inguaribile”, rischia di trasformarsi in un esercizio di potere sul corpo del paziente. È proprio questo il momento in cui deve emergere, con forza ancora maggiore, l’etica del prendersi cura o, per meglio dire, dell’accompagnamento. Riconoscere che la medicina può smettere di “guarire” senza mai smettere di ”prendersi cura” è la chiave per affrontare il fine vita con umanità e con una visione deontologicamente corretta».
Il Parlamento aveva approvato nel 2017 la legge sulle disposizioni anticipate di trattamento (Dat), ma la Consulta nel 2019 ritenne che non fosse sufficiente, invitando a legiferare sul suicidio medicalmente assistito. Il rischio del piano inclinato, ovvero che la legalizzazione possa aprire la strada all’eutanasia come soluzione a problemi di solitudine, malattia, disabilità intellettive, della vecchiaia, è quanto mai attuale e in ambito medico ci si interroga con preoccupazione.
«Il suicidio assistito trasgredisce quella regola che noi medici nell’arco dei secoli abbiamo sempre considerato inviolabile: guarire e palliare coloro che sono sofferenti ma mai dare o infliggere intenzionalmente la morte sia pure richiesta dal paziente», dichiarava a settembre 2019 Massimo Antonelli, ordinario di Anestesiologia all’Università Cattolica del Sacro Cuore e presidente della Sezione O del ministero della Salute (che si occupa dell’attuazione dei principi per garantire l’accesso alle cure palliative e alla terapia del dolore). Perché non ci fossero dubbi aggiungeva: «Il medico che assiste il suicidio mette a rischio l’integrità morale della sua stessa professione perché è come se si rifiutasse di aiutare il paziente nei suoi stadi più delicati».
Oggi a Venezia si cercherà di ridefinire i concetti di limite e di autonomia, «di trovare un equilibrio tra dovere terapeutico e rispetto della dignità del paziente, di esplorare le norme di legge sui trattamenti vitali e la terapia del dolore e quelle deontologiche a cui i medici si devono attenere», fanno sapere gli organizzatori. «Il dibattito è ancora aperto in seno alla categoria, che accoglie diverse sensibilità», ha spiegato Giovanni Leoni, vicepresidente Fnomceo e presidente dell’Ordine dei medici di Venezia. Ricordando che è compito sì, della categoria, «anche togliere sofferenze insopportabili, ricorrendo a farmaci, come la morfina, che in un organismo debilitato e ormai segnato da un exitus ineluttabile possono indurre arresto cardiaco», Leoni ha tenuto a precisare che però «è fattispecie ben diversa dal suicidio assistito, perché si cerca fino alla fine di curare il malato o di aiutarlo a non sentire dolore, con terapie palliative e senza accanimento terapeutico».
Che l’atto del dare la morte non sia un atto medico, quindi con possibili conseguenze sul piano disciplinare, l’aveva evidenziato Pierantonio Muzzetto, presidente Omceo Parma e presidente uscente della Consulta deontologica nazionale della Fnomceo, nell’incontro del novembre scorso organizzato dalla Diocesi di Parma. «Quel medico che partecipa all’atto suicidario sarà valutato», dichiarò. «Sarà valutato se egli si sia attenuto espressamente a quelle che sono le indicazioni della Corte. Non punibile perché la Corte lo ha stabilito, certo, ma ciò non toglie la possibilità di ascrivere e di controllare attentamente il suo operato, considerando la sua posizione come una posizione contraria al dettato deontologico disciplinare. Questo anche in mancanza della punibilità: dobbiamo tenere conto dell’atto in sé compiuto, contrario al Codice deontologico».
- «Repubblica» scrive che i medici sono preoccupati. Insomma, tira aria di vaccino. Che per lo scopritore cileno del ceppo Andes, «oggi non è né utile né necessario». Incredibilmente, la pensa uguale persino la virostar Andrea Crisanti: «Non ci sono le basi per farlo».
- Gli episodi registrati nel mondo restano undici. Il ministro Orazio Schillaci predica calma.
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L’allarme non è mai esistito, ma i titoli allarmistici continuano a sbocciare sulle prime pagine. C’è chi ha soffiato sul fuoco e ora se la prende con presunti complottisti; chi, come Repubblica, insiste a scrivere che i medici sono preoccupati. La verità la dice Juan Bertoglio, internista immunologo cileno con esperienza quarantennale che diversi decenni fa si trovò alle prese con il primo caso di virus Andes. «Il problema principale, qui, è quella che io chiamo disinfodemia. Una epidemia o pandemia di disinformazione. Una propaganda che evidentemente serve a creare un mercato».
In effetti, a beneficiare della tormenta mediatica finora sono state soltanto società come Moderna, a cui è bastato annunciare di essere al lavoro su un possibile vaccino per aumentare i profitti in Borsa. «Parlare di vaccini è come parlare di automobili», sorride Bertoglio. «Sono tanti, sono diversi. Oggi ne abbiamo di due classi: quelli naturali, con il patogeno inattivato, oppure mRna sintetici. Questi ultimi sono farmaci perché sono assolutamente artificiali. Io sono un ottimista prudente con i vaccini. Penso che abbiano fatto molto bene, qui da noi hanno salvato tante vite, 50 anni fa le malattie infettive erano al primo posto come causa di morte, adesso sono al ventesimo. Però, se parliamo di virus Andes, un vaccino non è utile né necessario. Un vaccino mRna avrebbe tutti i problemi della biotecnologia mRna senza, però, alcun vantaggio. Mentre un vaccino naturale noi ce l’abbiamo, è stato sviluppato in Cile, lo utilizziamo adesso per ottenere anticorpi negli animali per sperimentazione biologica, per fare il test diagnostico e come antidoto per la infezione acuta nei pazienti gravi».
L’idea, però, di un vaccino su larga scala di cui molto si è discusso in questi giorni, secondo Bertoglio è assurda. «Quante sono le persone a rischio?», dice. «In Argentina, nel Sud della Bolivia, in Cile ci sono 80/90 milioni di persone. E quanti casi abbiamo all’anno? 80-90 casi e 90 milioni di persone, uno per milione, tutti sparsi in un grande territorio. Come si fa a vaccinare la popolazione a rischio? Si dovrebbero vaccinare almeno 10 milioni di persone che sono sparse dappertutto, lavoratori che stanno nella foresta, gente così». Anche il focolaio sulla ormai famigerata nave da crociera Hondius, spiega l’esperto, non dovrebbe generare allarmi. «La contagiosità del virus è molto bassa nonostante la patogenicità. La virulenza del virus è molto alta, 40% di mortalità, ma ha una trasmissibilità che dopo 45 anni di studi non siamo riusciti a confermare virologicamente, infettivologicamente. Si trasmette o no tra le persone? C’è evidenza e correlazione epidemiologica ma non c’è una conferma infettivologica precisa: correlazione non significa necessariamente un nesso di causalità». Tradotto: non sappiamo nemmeno se questo virus passa da uomo a uomo, ci sono pochi casi e parlare di vaccino sostanzialmente non ha senso.
Il bello è che sembra pensarla così anche Andrea Crisanti, esponente del Pd e virostar di chiara fama. Gli chiediamo se sia vero che i medici, come sostiene Repubblica, sono preoccupati. Risposta: «Io non so preoccupato. Questo è un virus che conosciamo da tantissimo tempo. È chiaro che i contatti vanno seguiti, vanno controllati. Ma bisogna distinguere tra contatti e contagiati. Guardi, questa è una cosa che io continuo a leggere, ed è frutto di un’ignoranza totale. Un conto è una persona che è entrata in contatto con il virus, un altro conto è una persona contagiata. Contagiato è chi si è ammalato. Contatto è chi, in qualche modo, ha passato del tempo insieme alla persona malata».
Secondo Crisanti, «è evidente che i passeggeri quel virus se lo sono presi sulla nave. Che è un ecosistema estremamente fragile. Ci saranno dentro 7-8.000 persone che condividono tutta una serie di servizi, le cucine, i sistemi di scarico, le piscine... È una struttura, dal punto di vista epidemiologico, estremamente fragile. Quindi non bisogna fare parecchia attenzione». Nonostante ciò, Crisanti ripete che allarmarsi è assurdo. «Questo virus ha diverse varianti. Il virus europeo non si trasmette mai da uomo a uomo perché colpisce l’apparato urinario, punto. Quello americano più o meno è la stessa cosa. Quello sudamericano colpisce i polmoni, si moltiplica nelle fasi finali della malattia, il paziente tossisce ed emette delle goccioline in cui c’è il virus. Però, anche in quel caso, il virus è fragilissimo, non resiste nell’ambiente. Come lo dobbiamo dire?».
Incredibilmente, Crisanti è ancora più duro riguardo alle discussioni sul vaccino. «Guardi, il vaccino non è possibile da fare, cominciamo a chiarire subito questa cosa», taglia corto. «Perché un conto è realizzare una molecola, un conto è dimostrare che la molecola funziona. Ora, lei mi spiega come - con 200 casi all’anno - si riesca a fare un vaccino e quali controlli possano essere fatti? Veramente sono sconcertato quando sento queste stupidaggini, veramente». Tuttavia Moderna un vaccino lo ha annunciato. «Penso che sia più un effetto notizia che un vero e propro investimento. Io non credo che ci siano case che investano per fare un vaccino per una malattia che colpisce 200 persone all’anno e che ha una trasmessibilità umana bassissima, a meno che non si voglia fare un vaccino per curare i topi. Guardi, mi creda, sviluppare un vaccino è un’impresa costosissima e qui non ci sono proprio le basi né economiche né scientifiche né di sanità pubblica che la giustifichino». Insomma, a parlare non sono i presunti complottisti e pericolosi no vax evocati da alcuni giornali. Sono esperti molto autorevoli e pure medici prestati alla politica. I quali dall’Hantavirus non sono preoccupati nemmeno per scherzo.
Restano tre domande. Prima: perché certi media ancora alzano i toni? Seconda: perché qualcuno parla di vaccino se non ha alcun senso? Terza: secondo voi, tra le prima e la seconda c’è qualche correlazione?
Negativi tutti i test sui casi sospetti in Italia
Il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (Ecdc) ha comunicato che i casi segnalati di possibili contatti con l’Hantavirus sono undici, dei quali otto confermati, due probabili e uno non conclusivo; che i decessi restano i tre iniziali e che il rischio per la popolazione rimane «molto basso». In Italia, il test dell’Hantavirus è risultato negativo nelle persone sotto osservazione e che rimangono in isolamento: non c’è alcun nuovo caso.
Negative anche le 26 persone in quarantena ospedaliera in Francia, per aver viaggiato sulla nave da crociera olandese Mv Hondius o sul volo Klm dove uno dei passeggeri era stato, seppur per pochi minuti, Mirjam Schilperoord, 69 anni, deceduta poi a Johannesburg per Hantavirus come il marito Leo, di 72 anni, il paziente «zero» morto l’11 aprile per il virus dei ratti. Negativi pure il passeggero greco ricoverato ad Atene e lo statunitense che inizialmente era risultato «debolmente positivo». Tutto è sotto controllo al momento, pare, e il ministro della Salute, Orazio Schillaci, va ripetendo: «Nessun allarmismo». Nella sua circolare dell’11 maggio ha richiamato l’attenzione sulla necessità di gestire eventuali casi sospetti, probabili, confermati o contatti ad alto o basso rischio «seguendo le misure di protezione quali l’utilizzo di dispositivi di protezione individuale (Dpi) basati sulle precauzioni per la trasmissione, inclusi respiratore (ad esempio, Ffp2), guanti, camice e protezione oculare, e di prevenzione e controllo idonei». Misure eccessive? Qualcuno si è soffermato su eccessi di provvedimenti e incoerenza nella loro applicazione, come ha fatto ieri Peter A. McCullough, segnalando su X proprio una situazione italiana. Il cardiologo, epidemiologo, esperto statunitense di Covid 19 e sindromi da danno vaccinale postava: «Immagini di “Biosicurezza”», sopra la foto pubblicata dal Daily Mail del prelievo al B&b di Milano del sessantenne inglese venuto a contatto con due persone contagiate dall’Hantavirus.
McCullough scriveva: «Mostrano un uso iperbolico e incoerente delle tute anticontaminazione. L’uomo sulla barella non ha l’Hantavirus, è stato un contatto casuale […] l’Hantavirus non si trasmette tramite contatto casuale P2P (da persona a persona, ndr)». Il medico, commentando la presenza a meno di un metro di una persona con il solo giubbotto di sicurezza giallo, chiedeva: «Perché le immagini dei lavoratori sembrano sempre mostrare qualcuno vicino alla scena senza Dpi?».
Già, come avevano suscitato proteste le immagini pubblicate da Abc durante le operazioni di sbarco a Tenerife degli ultimi passeggeri della Mv Hondius. In un video si vedeva uno psichiatra, incaricato di fornire supporto psicologico, mentre scendeva da uno degli autobus dell’Unità di emergenza militare con in mano il camice che avrebbe dovuto proteggerlo e senza mascherina. Apriti cielo, era iniziato il processo all’untore. Dimenticando quanta approssimazione ci sia nello stabilire misure di contenimento.





