- Ad Ancona parroco scrive al sindaco e al prefetto: «Usano ampolle dell’acqua santa per drogarsi. Girano anche coltelli con lunghe lame».
- A Sarzana, nello Spezzino, un extracomunitario fotografato mentre sta arrostendo un micio in un parco per bambini. Rischia 4 anni di carcere e 60.000 euro di multa.
Lo speciale contiene due articoli
Il sagrato non è più la linea di confine. I maranza hanno preso il controllo dei locali e dell’esterno. Fuori spacciano droga, anche pesante, dentro la consumano. La chiesa di Santa Maria delle Grazie, ad Ancona, è diventata una zona franca. Il grido di dolore di don Samuele Costantini, che amministra questa chiesa dal 2020, è arrivato in Prefettura. Un tentativo disperato di salvare la sua parrocchia ormai fuori controllo, prima di dichiarare la resa a quelli che anche lui chiama ormai «maranza». Giovanissimi, spiega don Samuele, «tra i 16 ed i 20 anni, di diverse nazionalità», che starebbero cercando di prendersi quel pezzo di territorio. Il quadro denunciato è netto. È un’occupazione. «Giovani che si ubriacano, che si drogano, che bestemmiano o fanno a botte, che fanno i bisogni sulle pareti della chiesa o rompendo vetri e balaustre». Non è degrado. Ma una sequenza precisa di comportamenti. Nelle siepi, sotto i vasi, i parrocchiani hanno trovato anche dei coltelli. Non erano finiti lì per caso. Ma oggetti pronti «per la prossima rissa». Una delle tante. Come quella di «qualche sera fa», che ha richiesto l’intervento della polizia e di un’ambulanza. Poi, però, terminata l’emergenza tutto torna come prima. I maranza riprendono a ronzare attorno alla chiesa.
Il resto della lettera, rivolta anche al sindaco di Ancona Daniele Silvetti e al vescovo Angelo Spina (e anticipata ieri dal Corriere adriatico) è una lista degli accadimenti: preservativi usati ed escrementi lasciati sul sagrato, boccette d’acqua santa sparite, scritte blasfeme sui muri. E soprattutto la droga. Non solo marijuana ma, denuncia il parroco, anche il più pericoloso crack, che i maranza spaccerebbero abitualmente alla luce del sole. Davanti a fedeli, anziani, famiglie e ragazzi dell’oratorio. L’ipotesi che avanza il sacerdote è questa: «Non penso che si tratti di persone del quartiere, ma che si siano spostati qui dopo il giro di vite operato in altre zone della città». I controlli disposti in centro (dove da un paio di anni si registrano risse, aggressioni e pestaggi) avrebbero consigliato ai maranza di spostarsi verso un’area più periferica. Verso un «luogo sicuro», spiega il sacerdote, «dove possono agire indisturbati». E, così, se li è ritrovati sull’ampio terrazzo che delimita l’area davanti all’ingresso della chiesa. La paura entra dalle porte laterali. «I residenti si lamentano» e «alcuni fedeli hanno ormai anche paura a venire a messa». La conseguenza è semplice: si smette di frequentare. La comunità arretra. Il luogo si svuota. E quello spazio viene riempito da altro. «Non è possibile andare avanti così», denuncia don Samuele. La richiesta è esplicita: «Un aiuto costante dalle forze dell’ordine e dalle istituzioni». Mentre tra i parrocchiani c’è chi avrebbe suggerito una blindatura: «Chiudere con cancelli tutta la zona». Ma don Samuele non l’ha presa in considerazione. «Non me la sento». Per i costi, che sarebbero elevati. Ma soprattutto per il significato: «Verrebbe meno quel senso di apertura al mondo che un luogo sacro dovrebbe avere». È qui che il conflitto diventa netto: apertura contro difesa. Il problema però è esteso anche ai locali attorno. «Il piazzale», scrive il sacerdote, «è divenuto luogo di ritrovo di gruppi di giovani che minano la sicurezza pubblica». Il circolo dell’oratorio registra gli stessi movimenti. I maranza entrano nel bar del circolo, chiedono di usare il bagno, poi si chiudono dentro per mezz’ora. I responsabili hanno capito subito: «L’altro giorno», è una delle testimonianze raccolte ieri dal Corriere adriatico, «è uscito uno di questi ragazzi e si stropicciava continuamente il naso». Oppure lasciano all’interno una densa nube di fumo. Poi, fuori, vengono trovate le boccette usate per contenere l’acqua benedetta. Le svuotano e le usano per fumare crack. In altre occasioni «chiedono di consumare e poi rubano la merce». La domenica delle Palme è ormai un episodio emblematico: «Don Samuele è dovuto uscire fuori a chiedere ai ragazzi di allontanarsi dal sagrato». Motivo: «L’odore degli spinelli arrivava fin dentro la chiesa, insieme alle urla e alle imprecazioni». Qualche giorno dopo qualcuno è entrato, ha lanciato le sedie per aria e buttato in giro un po’ di cose. «Non è una bravata», dicono i parrocchiani. In molti l’hanno presa come un avvertimento. E poi c’è il coltello. «Da cucina, con una lama che faceva paura solo vederla», raccontano. Il clima, insomma, rappresenta il sacerdote nella lettera sarebbe diventato «fortemente intimidatorio». E chiunque «richiami» i maranza «viene insultato». Si è anche «verificato un alterco poi degenerato in una colluttazione fisica». L’uomo più esposto resta, però, il parroco. Quando cerca di parlarci viene deriso o insultato, spesso circondato da risate e provocazioni, con la sensazione che ogni parola scivoli via senza lasciare traccia, in un clima in cui il confronto è diventato impossibile e il rispetto un’eccezione.
Nigeriano uccide e «cuoce» un gatto
A due passi dagli scivoli e da altri giochi dell’area bambini, un clandestino nigeriano si stava per cucinare un gatto appena ucciso. Il barbaro banchetto nel parco pubblico della Crociata a Sarzana, provincia di La Spezia, è stato notato da alcuni passanti che hanno avvertito i carabinieri. L’uomo aveva improvvisato un fornelletto sul quale arrostire la povera bestia, forse un randagio di qualche colonia delle vicinanze o un micio del quale un proprietario potrà denunciare la scomparsa. Ci auguriamo che nessun bambino abbia assistito alla scena.
«Un gesto atroce e inaccettabile in una società civile», l’ha definito Stefano Torri, assessore alla Sicurezza del Comune ligure. «È ora che questa gente torni a casa propria: basta orrori tribali a casa nostra», ha tuonato il senatore della Lega Manfredi Potenti, responsabile del dipartimento Benessere animale. Le immagini sono state commentate con orrore sui social, dove continuano a circolare.
Da «cavernicoli», a comportamenti «non compatibili con la nostra società, è un dato di fatto», al sarcastico «massì, qualcuno di sinistra giustificherà il fatto in quanto il nigeriano non sapeva che in Italia non si possono uccidere i gatti»; da «ma perché non si mangiano tra di loro?», alla condanna per la non reazione dei cittadini che «hanno assistito alla scena e hanno filmato, nessuno lo ha fermato, nessuno ha preso un bastone e glielo ha spaccato nelle ginocchia, siamo buoni sono a filmare, siamo diventati un branco di pecore con il cellulare sempre in mano. Che vergogna».
Di fatto, in un parco cittadino un nigeriano si è alzato dal giaciglio dove era accampato e ancora scalzo (come si vede dalle immagini), indisturbato ha «svoltato» la giornata uccidendo un micio (meglio non chiedersi in quale modo) e lo ha buttato sulla graticola. Non certo per fame, abbondano mense che offrono pasti e alimenti da asporto per garantire la copertura dei bisogni delle persone senza dimora.
Quel gesto crudele non voleva soddisfare un bisogno di cibo, ma un istinto barbaro che non intende sottomettersi alle regole civili. Era già capitato qualche anno fa a Campiglia Marittima (Livorno), che un altro africano fosse stato ripreso mentre arrostiva un gatto in mezzo alla strada, di fronte alla stazione ferroviaria. A fine giugno 2020 il video di quelle zampette protese, mentre il fuoco bruciava l’animale di compagnia trasformato in spiedo, aveva sconvolto le persone normali.
Non certi esponenti di sinistra, che si scatenarono a criticare Matteo Salvini perché aveva osato condannare il gesto del ventenne, originario della Costa d’Avorio. Due anni prima, nel febbraio del 2018 un nigeriano di 29 anni aveva scuoiato, fatto a pezzi e cotto un cane nel Centro di accoglienza di Briatico a Vibo Valentia, in Calabria. Tentò di giustificarsi, dicendo che nel suo Paese questa era l’abitudine e che comunque il cane l’aveva trovato già morto. Le immagini di quei moncherini lasciati a terra, arrostiti, risultarono insopportabili.
Dopo l’ultimo episodio in Liguria, è intervenuta Michela Vittoria Brambilla presidente della Lega italiana difesa animali e ambiente e dell’Intergruppo parlamentare per i diritti degli animali e la tutela dell’ambiente: «Non possiamo tollerare che, nel nostro Paese, avvengano simili episodi, soprattutto quando i responsabili sono persone che evidentemente non rispettano né le nostre leggi né la nostra civiltà».
Ha aggiunto: «Per questa ragione ci accerteremo che il criminale che ha compiuto questo barbaro gesto venga punito in base alla legge Brambilla, che per l’uccisione con crudeltà prevede fino a quattro anni di carcere e 60.000 euro di multa, sempre abbinati, e che - ove ne ricorrano i presupposti - vengano immediatamente avviate le procedure di espulsione».
L’uomo è stato denunciato, hanno fatto sapere le forze dell’ordine. Siamo quasi certi che il nigeriano non finirà in carcere né verrà espulso, troverà qualche giudice indulgente. Quanto alla multa, è evidente che non sarà in grado di pagare la minima sanzione.
- No comment di Donald Trump sulle sorti del pilota disperso: «L’evento non intacca i colloqui». Nuove voci sul rimpasto nel governo.
- Usa e Israele distruggono un petrolchimico. Bombe su Gerusalemme. Il «Washinton Posti»: «La Cina aiuta gli ayatollah».
Lo speciale contiene due articoli
All’indomani dell’abbattimento del caccia F-15 americano nei cieli iraniani, il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, non ha mostrato ripensamenti sull’ultimatum per la riapertura dello Stretto di Hormuz. «Ricordate quando ho dato all’Iran dieci giorni per fare un accordo o riaprire lo Stretto di Hormuz? Il tempo sta per scadere: 48 ore prima che si scateni l’inferno su di loro. Gloria a Dio!» ha scritto il tycoon su Truth. Che ha già minacciato di colpire le centrali elettriche iraniane. A detta del senatore Lindsey Graham, che ieri ha parlato con Trump, il presidente sarebbe fermo su questa posizione: «Sono assolutamente convinto che userà una forza militare schiacciante contro il regime».
Quel che è certo è che l’amministrazione americana «non permetterà che gli Stati Uniti diventino un rifugio per gli stranieri che sostengono regimi terroristici anti-americani». E per questo sono state arrestate «la nipote e la pronipote del defunto generale di divisione Qasem Soleimani, membro del Corpo delle Guardie rivoluzionarie iraniane», ucciso nel 2020 in un raid americano a Baghdad. Le manette sono scattate dopo che il segretario di Stato, Marco Rubio, ha revocato il «loro status di residenti permanenti legali (Lpr)».
Lo stesso Rubio, annunciando che le due parenti dell’ex comandante della Forza Quds iraniana saranno espulse, ha commentato che «Hamideh Soleimani Afshar e sua figlia erano titolari di una carta verde e vivevano nel lusso negli Stati Uniti». La nipote di Soleimani «è anche una fervente sostenitrice del regime iraniano, che ha celebrato gli attacchi contro gli americani e si è riferita al nostro Paese come al “Grande Satana”». Ma non è tutto. All’inizio del mese, è stato revocato lo status legale anche a Fatemeh Ardeshir-Larijani, figlia dell’ex segretario del Consiglio supremo di sicurezza nazionale dell’Iran Ali Larijani, e del marito Seyed Kalantar Motamedi.
Intanto, dopo l’abbattimento dell’F-15 e il salvataggio venerdì del primo pilota, restano sconosciute, nel momento in cui scriviamo, le sorti del secondo militare americano disperso in Iran. Sulle eventuali ripercussioni, Trump non si è sbilanciato troppo. In una breve intervista telefonica rilasciata a Nbc News, ha sottolineato che l’episodio non influenzerà i negoziati con l’Iran. E all’Independent, non ha voluto svelare la risposta statunitense nel caso in cui Teheran catturasse il pilota dell’F-15: «Non posso commentare. Speriamo che ciò non accada».
A detta dell’Iran non sarebbe ancora successo: il regime, che messo una taglia sulla sua cattura, ha smentito di averlo ritrovato. Dall’altra parte, diversi esperti americani si sono espressi sulla difficoltà della missione di recupero del militare da parte dell’aeronautica americana. Alla Cbs, un ex comandante dei Pararescue Jumpers dell’aeronautica militare statunitense ha rivelato che se il pilota si trovasse in una zona impervia per gli elicotteri Blackhawk, interverrebbero i paracadutisti: dopo il lancio, dovranno proseguire la missione a piedi. Allo stesso tempo, inevitabilmente, dovranno eludere i nemici. Il pilota disperso invece, secondo l’analista di sicurezza nazionale per la Cbs News, Aaron MacLean, avrebbe a disposizione un kit di primo soccorso, un localizzatore Gps, un segnalatore di emergenza e una radio criptata.
Nel frattempo, sono emersi ulteriori dettagli sull’F-15 abbattuto: le immagini dei rottami suggeriscono che potrebbe essere partito da una delle basi americane situate nel Regno Unito. Tutto tace a tal riguardo da parte del Comando centrale degli Stati Uniti e del ministero della Difesa britannico. Ma secondo Justin Bronk, ricercatore senior del Royal united services institute, si tratterebbe di un F-15 del 494th Fighter squadron della base Raf di Lakenheath, nell’Est dell’Inghilterra. In tal caso sarebbe confermata una linea più morbida da parte del premier britannico, Keir Starmer, che inizialmente aveva negato l’autorizzazione ad utilizzare le basi, salvo poi fare marcia indietro.
Oltre al fronte mediorientale, il grande grattacapo di Trump è all’interno dei confini americani. Mentre le elezioni di midterm si avvicinano e i cittadini americani sono sempre più scontenti sulla guerra in Iran, si fanno sempre più insistenti le voci su un rimpasto. Dopo aver rimosso l’Attorney general Pam Bondi, diverse fonti hanno rivelato a Reuters che la stessa sorte potrebbe toccare al direttore dell’Intelligence nazionale, Tulsi Gabbard, e al segretario al Commercio, Howard Lutnick. Sulla prima, Trump avrebbe già manifestato il suo disappunto, chiedendo consiglio al suo entourage su eventuali sostituti. Sul secondo, il tycoon starebbe ricevendo pressioni da parte dei suoi alleati alla luce dei rapporti di Lutnick con Jeffrey Epstein. Tra l’altro, il tycoon sarebbe sempre più scontento della copertura mediatica riservata al conflitto in Medio Oriente. E il caso del caccia americano abbattuto non fa altro che aumentare la sua frustrazione.
Raid sugli impianti, però i mullah reagiscono
Dopo pesanti attacchi aerei segnalati venerdì notte nella zona Nord di Teheran, ieri mattina un missile è caduto vicino alla centrale nucleare di Bushehr, nell’Iran occidentale, danneggiando un edificio e provocando la morte di un addetto alla sicurezza. Secondo l’Agenzia iraniana per l’energia atomica (Aeoi), «gli impianti principali non sono stati danneggiati». Però la società statale russa per l’energia nucleare Rosatom annunciava l’evacuazione di 198 dipendenti, avvenuta 20 minuti dopo l’attacco. L’amministratore delegato di Rosatom, Alexey Likhachev, l’ha definita la «fase principale» dell’allontanamento di quanti vi stanno lavorando, in base alla pianificazione di inizio del conflitto.
Il personale ha raggiunto il confine armeno a bordo di autobus. «Non è stato riportato alcun aumento dei livelli di radiazione», ha precisato l’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) in un post su X, spiegando di essere stata messa al corrente del raid da Teheran. L’agenzia sottolineava che il direttore generale di Aiea, Rafael Mariano Grossi, «esprime profonda preoccupazione per l’incidente segnalato e sottolinea che i siti delle centrali nucleari o le aree circostanti non devono mai essere attaccate». Nel post si ricordava che «gli edifici ausiliari» di un impianto nucleare «possono avere al loro interno apparecchiature di sicurezza vitali». Grossi ribadisce «l’appello alla massima moderazione militare per evitare il rischio di un incidente nucleare».
In un post pubblicato su X, il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha incolpato Stati Uniti e Israele degli attacchi a Bushehr, compiuti «per ben quattro volte» da inizio conflitto, e accusato l’Occidente di aver avuto ben altro atteggiamento quando si era indignato «per le ostilità vicino alla centrale nucleare di Zaporizhzhia in Ucraina». Araghchi ha poi avvertito che qualsiasi ricaduta radioattiva potrebbe «porre fine alla vita nelle capitali dei Paesi del Consiglio di cooperazione del Golfo Persico, non a Teheran».
Da Mosca si è fatta sentire con durezza la portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova: «Condanniamo fermamente questo atto malvagio, che ha provocato la perdita di vite umane». Ha aggiunto: «Gli attacchi contro gli impianti nucleari iraniani, compresa la centrale nucleare di Bushehr, devono cessare immediatamente».
Ieri mattina, nel mirino sono finite diverse aziende petrolchimiche della provincia del Khuzestan, nel Sud Ovest dell’Iran, che hanno subìto danni agli impianti. Secondo l’agenzia di stampa statale iraniana Tasnim, aerei da combattimento israeliani e americani hanno colpito il complesso petrolchimico di Bu Ali e quello di Bandar Imam, danneggiando alcune parti degli impianti. Anche la zona petrolchimica Speciale di Mahshahr è stata oggetto di raid.
Si tratta di complessi strategici per l’economia industriale iraniana, dove gas e petrolio vengono convertiti in una vasta gamma di prodotti come plastica, fertilizzanti, fibre sintetiche e i danni economici provocati dal blocco del funzionamento saranno di miliardi di dollari. L’Idf ha confermato i bombardamenti, affermando che gli impianti venivano utilizzati da Teheran per la produzione anche di materiali per missili balistici.
Sul fronte israeliano, per tutta la notte di venerdì sono risuonate le sirene. I missili caduti nella parte centrale e meridionale del Paese non hanno causato vittime. Hezbollah ha fatto sapere di aver attaccato le caserme militari israeliane di Liman, a Nord della città di Nahariya, con uno «squadrone di droni d’attacco». Ieri, l’Iran ha lanciato diverse salve di missili balistici contro una dozzina di siti in Israele causando ingenti danni alle abitazioni e ferendo leggermente sei persone a Tel Aviv e in altre aree del centro. Piccoli ordigni esplosivi dispersi in volo da missili a grappolo iraniani sono caduti vicino alla base di Kirya, quartier generale centrale dell’Idf e del ministero della Difesa, ma non sono stati segnalati danni. Nel tardo pomeriggio, sei esplosioni sono state udite a Gerusalemme dopo che l’esercito israeliano aveva segnalato missili in arrivo dall’Iran.
Ieri il Washington Post ha pubblicato la notizia che aziende cinesi fornirebbero all’Iran informazioni di intelligence utili a spiare le forze statunitensi. Tra queste società private ci sarebbe la MizarVision, che sostiene di aver monitorato il dispiegamento delle forze Usa in Medio Oriente, inclusi gruppi di portaerei e basi aeree in Israele, Arabia Saudita e Qatar, utilizzando immagini satellitari e dati pubblici rielaborati con l’Ia.
Secondo alcuni analisti, le società private offrono a Pechino un vantaggio strategico ideale: la possibilità di sostenere indirettamente partner come l’Iran mantenendosi al contempo ufficialmente distanti dal conflitto.
- Ieri l’unico commento della donna: «Preferisco il silenzio, ricordo le mie competenze».
- Sinistra scatenata sul caso che coinvolge il titolare del Viminale. Un po’ ipocrita, da parte di chi deve ancora spiegare il rapporto tra la Salis e il suo assistente.
Lo speciale contiene due articoli.
Quando ci sono di mezzo i sentimenti, le cose sono sempre complicate.
Il caso della relazione extraconiugale del titolare del Viminale, Matteo Piantedosi, con la giornalista Anna Claudia Conte sta agitando le acque intorno al governo. Non solo perché il ministro dell’Interno, 62 anni, è ancora sposato con il prefetto di Grosseto, Paola Berardino (dalla quale starebbe comunque divorziando), ma anche perché c’è da capire chi sia davvero questa Conte, da dove sia sbucata e, soprattutto, se abbia ottenuto favori da questo rapporto (cosa che comunque il ministro nega con forza). Originaria di Aquino, provincia di Frosinone, 34 anni, padre poliziotto, laurea in giurisprudenza alla Luiss, dopo gli inizi come attrice su Rai Cinema e modella, si butta sull’informazione: speaker di Isoradio, presentatrice e opinionista tv, scrittrice (cinque libri).
In questi anni la Conte è stata la madrina del tour mondiale della nave Amerigo Vespucci, la presentatrice ufficiale dei concerti di tutte le bande delle Forze Armate.
Radio Esercito l’ha inviata a seguire il Festival di Sanremo. Molto vicina anche all’ex generale Roberto Vannacci per il quale ha moderato diversi eventi. Ha anche fondato l’associazione «per la cultura a 360 gradi» Nova Era, insieme ad Emanuele Ajello, militante di Futuro nazionale.
Il 12 febbraio è stata nominata «a tempo parziale e a titolo gratuito» consulente della commissione parlamentare d’inchiesta sulle condizioni di sicurezza e sullo stato di degrado delle città e delle loro periferie, organismo di Montecitorio presieduto dal deputato di Forza Italia, Alessandro Battilocchio. «Si è autocandidata e nessuno si è opposto», spiegano dalla commissione. Conte è stata presa «in quanto portavoce dell’Osservatorio nazionale sul bullismo e sul disagio giovanile», chiarisce Battilocchio. Sul suo profilo Whatsapp c’è una foto mentre stringe la mano al Papa, su Instagram (conta 311.000 follower ma pare che il 21% siano sospetti) alterna foto con politici e militari a video del suo programma su Rai Radio Uno. Dal 2024 conduce, infatti, La mezz’ora legale, uno spazio realizzato insieme alla Polizia di Stato. Ad assumerla l’ex direttore Francesco Pionati, ex parlamentare Udc, amico d’infanzia e compaesano di Piantedosi.
È stata anche socia in affari con Renzo Lusetti, ex parlamentare Pd e volto storico della Dc, con il quale ha fondato, nel 2021, la Shallow srls «un’impresa culturale femminile, con focus sulla responsabilità sociale e lo sviluppo sostenibile».
Lusetti è amico intimo di Pionati. Conte è pure codirettrice artistica del Ferrara film festival e producer di eventi realizzati in collaborazione con istituzioni, Santa Sede e realtà del Terzo settore.
Ma la verace e vorace (di visibilità) giornalista ciociara s’intende anche di arte contemporanea: infatti fa parte del cda della Fondazione Marini San Pancrazio di Firenze, nominata nel 2022 dall’allora sindaco Dario Nardella, oggi eurodeputato Pd.
In passato ha avuto una relazione con il calciatore Angelo Paradiso (ex Napoli e Lecce), conclusa dopo che lei lo ha denunciato per stalking, diffamazione e revenge porn. Paradiso venne arrestato e rimase cinque mesi ai domiciliari, salvo poi essere assolto alla fine del 2023, perché «il fatto non sussiste». Una vicenda che pesa ancora.
Ieri, la Conte ha interrotto il mutismo, pubblicando prima un video sulla giornata dell’autismo e poi per inviare solamente un breve messaggio all’agenzia di stampa Ansa in cui affermava: «Al momento preferisco il silenzio, ricordo solo le mie competenze professionali di circa dieci anni».
Avs guarda solo nei letti degli altri
Il leader di Azione, Carlo Calenda, in un post su X ha centrato il problema: «Fare i guardoni nelle camere da letto altrui, con una buona dose di sessismo, è indegno della politica e del giornalismo. Continuate a nuotare in questo mare di fango mentre il mondo va a fuoco». Chiarimenti a parte, sugli incarichi che Claudia Conte ha avuto in questi anni e che giustamente Mario Giordano sollecita, irrita vedere quanto ecciti Avs la relazione della giornalista con il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi.
In un’interrogazione scritta, Angelo Bonelli di Alleanza Verdi Sinistra ha chiesto alla premier Giorgia Meloni non solo lumi sulle consulenze pubbliche conferite alla scrittrice e conduttrice, ma «se, alla luce dei fatti esposti e al fine di tutelare il corretto funzionamento delle istituzioni, il ministro dell’Interno sia nelle condizioni di continuare a svolgere pienamente le proprie funzioni».
Davvero singolare che proprio il gruppo politico che candidò alle Europee una detenuta italiana in Ungheria, divenuta intoccabile una volta eletta, sollevi obiezioni sull’idoneità del ministro dell’Interno. Piantedosi non ha commesso reati, non si è fatto più di un anno di carcere con l’accusa di aver aggredito a martellate due presunti neonazisti come nel caso di Ilaria Salis, eppure per Bonelli e Fratoianni dovrebbe lasciare il Viminale. «L’obiettivo è chiaro, fare fuori Piantedosi con una faccenda privata, così come si è fatto per Sangiuliano», scriveva ieri il direttore Maurizio Belpietro.
Guardare attraverso il buco della serratura non sembra sconveniente per Avs, quando nel letto c’è un esponente del governo, però guai se la polizia bussa alla porta della camera d’hotel dove la Salis era con Ivan Bonnin, suo assistente al Parlamento europeo. «L’idea, è che intorno alla candidatura di Ilaria Salis si possa generare una grande e generosa battaglia affinché l’Unione europea difenda i principi dello stato di diritto e riaffermi l’inviolabilità dei diritti umani fondamentali su tutto il suo territorio e in ognuno degli stati membri», dichiaravano nell’aprile di due anni fa Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli.
Potevano dirlo subito, che puntavano non solo all’immunità dell’ex detenuta che rischiava fino a 24 anni di carcere, ma anche al suo essere al di fuori di ogni controllo. I cittadini devono sottostare a procedure, l’eurodeputata pagata con i soldi nostri è al di sopra delle regole tanto da non dover aprire la porta e mostrare i propri documenti?
Per Alleanza Verdi Sinistra il controllo alla Salis è diventato una questione di Stato, anzi di «Regime». Un affronto di cui la Germania dovrebbe pagarne le conseguenze per l’alert «inopportuno» e Piantedosi chiedere scusa. Anzi, oggi possibilmente dimettersi dopo la relazione data in pasto ai media.
Nessuna remora, visti i precedenti dell’eurodeputata passata dal carcere a Bruxelles, aveva suggerito un ragionevole silenzio al duo Avs. «Solo l’ipotesi che una rappresentante delle istituzioni europee possa essere in qualche maniera collegata ad ambienti politici violenti, sicuramente è una questione molto grave, molto seria e da affrontare con rigore e non solo con la polemica», ha fatto notare invece in un’interrogazione Letizia Giorgianni, deputata Fdi.
La capogruppo alla Camera di Avs, Luana Zanella, ha chiesto chiarimenti al titolare del Viminale. «Perché Conte ha avuto bisogno di raccontare la sua relazione che dovrebbe essere un fatto privato?», è partita all’attacco, definendo «comunque molto opache le rivelazioni di Claudia Conte […] Stiamo parlando di una istituzione cruciale, il ministero degli Interni, che non può essere travolta dal gossip».
Il Parlamento europeo, invece, doveva accogliere dalla galera senza fiatare un’attivista che partecipava a spedizioni punitive armata di martello.





