Quattro esperti indicano la via per aggiustare le derive nefaste della medicina: si è ridotto tutto a farmaci ed esami strumentali (spesso sbagliati o inutili), dicono, ignorando fattori decisivi come lo stile di vita, l’alimentazione e l’infiammazione cronica.
Mariano Bizzarri
Oncologo, dipartimento di medicina sperimentale, Gruppo di biologia dei sistemi,
Università La Sapienza, Roma.
Trent’anni fa Henry Gadsen, direttore della casa farmaceutica Merck, dichiarò alla rivista Fortune: «Il nostro sogno è produrre farmaci per le persone sane. Questo ci permetterebbe di vendere a chiunque». A distanza di tre decenni, il suo sogno sembra essersi avverato e questo per il concorso di più fattori. Si è ridotta la «prevenzione» al solo consumo di farmaci, quando occorrerebbe agire su altri e più complessi livelli (alimentazione, esercizio fisico, relazioni sociali).
Sono stati rivisitati, arbitrariamente, i limiti dei parametri che definiscono lo stato di salute: abbassando livelli di colesterolo e glucosio, si sono enormemente ampliati i margini della popolazione cui potevano essere prescritti i farmaci correlati. E sono state inventate, letteralmente, nuove malattie, etichettando come «patologiche» condizioni che connotano tratti di personalità (ansia, timidezza, noia), particolari fasi della vita (menopausa, vecchiaia) o semplici caratteristiche fisiche (calvizie, cellulite). Per risolvere il problema occorre ricostruire il modello medico-paziente degenerato negli ultimi 40 anni, intervenendo realmente sui fattori di prevenzione primaria prima ricordati. Inoltre, occorre tutelare l’integrità degli enti regolatori, impedendo che ricevano sussidi da Big Pharma.
Simonetta Pulciani
Biofisica in pensione, esperta di trasformazioni cellulari e di retrovirus, di microarray, epidemiologia genetica e malattie rare.
La domanda fondamentale resta: «I dati oggi a disposizione possono garantire l’estrapolazione di una diagnosi o la predizione di una futura malattia con un’alta probabilità di veridicità», come proponeva il ricercatore Leroy Hood con una medicina definita 4P: predittiva, preventiva, personalizzata e partecipata? Sicuramente i successi non devono essere ignorati o svalutati, ma una certa precauzione è d’obbligo. E la prevenzione non si deve limitare a indagini strumentali, ad analisi cliniche. Lo stile di vita potrebbe essere più importante di continui consulti medici. Il periodo del Covid è stato emblematico di come l’industria medica non sia più allineata alla prosperità del paziente. Non bisogna dimenticare che il Sars-CoV-2 era un coronavirus e sui coronavirus si sapeva molto, una cura era possibile e dovuta. Su quali basi scientifiche, davanti a un paziente infetto da un coronavirus e affetto da una sindrome respiratoria, i promotori di una prevenzione sfrenata hanno appoggiato «la vigile attesa»? Poter dare risposte sincere a questa domanda spiegherebbe anche la continua spinta a farci consumare sempre più farmaci.
Fabio Angeli
Professore al dipartimento di medicina e innovazione tecnologica (Dimit) dell’Università degli Studi dell’Insubria.
Le malattie cardiovascolari sono la principale causa di morte a livello globale, includendo condizioni come infarto, ictus, scompenso cardiaco e malattie ischemiche. Malattie in gran parte prevenibili attraverso uno stile di vita sano, controlli medici regolari e una appropriata terapia farmacologica. Nonostante questo, negli ultimi anni si sta assistendo a una richiesta di esami diagnostici molto costosi per il nostro sistema sanitario e molto spesso non appropriati, se eseguiti prima di un oculato intervento mirato a valutare i vari fattori di rischio cardiovascolari modificabili. La vera sfida è quella di generare percorsi di prevenzione che siano sia sostenibili, sia realmente utili per ridurre l’impatto delle varie patologie, con esami diagnostici universalmente fruibili e a basso costo (come, ad esempio, l’elettrocardiogramma e «semplici» esami del sangue). La richiesta che si può inviare all’industria farmaceutica è di supportare non solo studi clinici sui farmaci ma, anche e soprattutto, studi utili a generare percorsi per corrette strategie preventive a livello di popolazione.
Mario Mantovani
Bioimmunologo all’Istituto di medicina biologica di Milano ricerca e sviluppo.
Ritengo fondamentale una giusta e corretta informazione per quanto riguarda la prevenzione con alcuni esami che indagano «sotto il pelo dell’acqua», senza porre il paziente in uno stato di ansia, molto spesso inutilmente. Dalla salute alla malattia vi è una scala di grigi direi abbastanza dinamica ed è lì che bisognerebbe agire. D’altro canto molto spesso, quando vi è la necessità di indagini strumentali o per imaging, si nota una certa reticenza a svolgere i suddetti esami o vengono rimandati per diversi mesi, senza giungere a una diagnosi e quindi a una cura. Oggi in ambito diagnostico c’è la possibilità di capire se alcuni parametri di II o III livello sono difformi da ciò che è «normale», e quindi agire preventivamente. Faccio riferimento per esempio all’infiammazione cronica di basso grado, chiamata anche infiammazione subclinica o asintomatica. I soggetti che ne soffrono presentano uno stato di estremo equilibrio, e sono inclini a un eventuale condizione clinica che può sfociare in una vera e propria patologia. L’autoimmunità è un esempio classico. Purtroppo, a livello si sanità pubblica non è ancora possibile un’indagine, per poi agire a livello preventivo.
- Dopo la terza dose, a Vladimiro Zarbo si bloccarono gambe e braccia. Poi smise di vedere. Ma il Ssn ancora non riconosce la patologia.
- I pazienti pediatrici che assumono antidepressivi o similari sono raddoppiati dal 2020. Lo psichiatra Perna: «In quella fase la socialità è centrale. Il lockdown gliel’ha tolta».
Lo speciale contiene due articoli.
Il nostro Sistema sanitario nazionale continua a non voler riconoscere, anche nei casi più conclamati, cure ad hoc per le malattie correlate al vaccino anti Covid che stanno colpendo soprattutto chi si è sottoposto a più dosi. Stiamo parlando di tutta una serie di patologie croniche che spesso hanno reso o stanno rendendo tanti di questi danneggiati invalidi. Nelle linee guida che regolano le prestazioni terapeutiche con il ticket, questo tipo di patologie «post vaccinali» non esistono, nonostante vi siano, nella letteratura scientifica internazionale, almeno «un migliaio di studi peer-review (cioè pubblicati dopo revisioni e approvazioni di più scienziati, ndr) che certificano una correlazione temporale, causale, o con-causale, tra le vaccinazioni anti Covid in ripetute dosi e la manifestazione clinica di patologie croniche su base infiammatoria, anche di tipo autoimmunitario», come spiega Ciro Isidoro, biologo e medico, professore ordinario di patologia e immunologia generale presso il dipartimento di scienze della salute dell’Università del Piemonte orientale.
«Tra gli studi pubblicati, alcuni certificano la riattivazione di virus latenti che possono creare patologie che coinvolgono più organi», aggiunge Isidoro, informandoci dunque sulle prove scientifiche raccolte in questi cinque anni riguardo a quegli effetti nocivi per la salute a lungo termine dei cosiddetti vaccini anti Covid di nuova generazione di cui ci avvisò, nel 2020, il virologo premio Nobel per la medicina Luc Montagnier. Cassandra di questa tragedia collettiva che ha distrutto la vita a persone come Vladimiro Zarbo, cinquantatreenne di Palermo, che prima del vaccino faceva decine di chilometri al giorno di marcia per tenersi in forma e ora sta in sedia a rotelle.
Nel gennaio 2022, a tre settimane dalla terza dose di Pfizer, a Vladimiro Zarbo nel giro di 24 ore prima si sono paralizzate le gambe, poi le braccia. Qualche ora dopo ha perso totalmente la vista, che ora ha in parte recuperato. Resta tuttora impossibilitato a camminare, tranne che qualche passo in casa per andare al bagno. «Fin dall’inizio, tre, quattro medici specialisti neurologi che mi hanno visitato», racconta Vladimiro, «negli ospedali dove sono stato ricoverato, sia al Cervello che al Villa Sofia di Palermo, mi hanno detto a voce che era stata colpa del vaccino contro il Covid, e la cosa mi aveva sorpreso perché io avevo fatto il vaccino perché pensavo, così, di essere tutelato. Ho subito capito che i medici non sapevano che cosa fare: andavano a tentoni prescrivendomi esami, ma nessuno indagava sulla causa più probabile di quello che mi stava capitando, e questo a detta loro».
È stato così sottoposto a terapie che curavano solo i sintomi, senza tener conto della probabile causa. D’altra parte, nessuno di quei medici che davano la colpa al vaccino si è preso poi la briga di segnalare la sospetta correlazione alla farmacovigilanza dell’Aifa, e l’uomo per farlo ha dovuto rivolgersi a un’associazione. Fatto sta che ora, dopo tre anni di sofferenze, Zarbo ha avuto una diagnosi ufficiale: «Mielomeningoencefalopatia post vaccinale», certificata da parte di due neurologi ospedalieri, uno di Villa Sofia di Palermo e l’altro del Vesta di Milano. Ciononostante, i protocolli di cura del Servizio sanitario nazionale continuano a non voler riconoscere questa sua malattia «post vaccinale»: all’uomo infatti è stata rifiutata di recente, dal Cup di Palermo, una ricetta del suo medico di base che gli ha prescritto, su indicazione di uno specialista affinché non peggiori, una terapia di purificazione del sangue con la diagnosi di «intossicazione da farmaco». Il medico di base ha inteso, per intossicazione da farmaco, un’intossicazione dal vaccino anti Covid, ma questa per il nostro Sistema sanitario nazionale non esiste.
Eppure si tratta dell’«intossicazione», genericamente parlando, che ha colpito in vari modi tante persone, provocata, «come è stato documentato scientificamente già dal 2021, dal fatto che l’Rna messaggero dei vaccini ha la capacità di entrare in circolo nell’organismo e dunque stimolare la produzione della proteina spike in tutti gli organi, non solo nel pressi del muscolo del braccio su cui veniva fatta la puntura come era stato raccontato». «Ciò ha provocato infiammazioni e disfunzioni al sistema immunitario», spiega ancora il professor Ciro Isidoro, alla luce di evidenze scientifiche che però le nostre autorità sanitarie continuano a ignorare.
Così, a gente come Vladimiro Zarbo anche le cure prescritte dal medico di base per i danni generati dal vaccino vengono negate. Non rientrano, hanno scritto dal Cup, tra le prestazioni prenotandoli con quel tipo di diagnosi. «Volevo anche aggiungere che dopo aver recuperato in parte la vista mi è rimasto tuttavia un occhio totalmente strabico come conseguenza di quello che mi è successo tre anni fa, ed è da un anno che sono in attesa per l’intervento chirurgico, per via dei tempi delle liste d’attesa», racconta ancora Vladimiro, che si è fidato dello Stato.
Boom di ragazzi sotto psicofarmaci
«Nella fascia 15‐-24 anni cresce la quota di consumo dei farmaci appartenenti all’Atc N‐-Sistema nervoso centrale, in particolar modo nelle femmine», segnala il rapporto OsMed 2024 sull’uso dei medicinali in Italia, realizzato dall’Agenzia italiana del farmaco (Aifa) e presentato a Roma. Se in generale, nel corso del 2024, circa 4,6 milioni di bambini e adolescenti hanno ricevuto almeno una prescrizione farmaceutica, pari al 50,9% della popolazione pediatrica italiana con una prevalenza leggermente superiore nei maschi rispetto alle femmine (51,9% contro 49,9%), è significativo l’aumento di antipsicotici, antidepressivi e farmaci per l’Adhd, il disturbo da deficit di attenzione con iperattività. Tra i farmaci maggiormente prescritti agli under 18, quelli per il sistema nervoso centrale occupano il quarto posto, con una prevalenza di 13,4 per 1.000 bambini e un consumo di 184,7 confezioni per 1.000 bambini, in aumento rispetto all’anno precedente (+4,1%). Un minorenne su 175 (0,57%) ne ha fatto uso nel 2024, otto anni fa la percentuale era dello 0,26%. Nella fascia 12-‐17 anni si registra un consumo di 129,1 confezioni per 1.000 e una prevalenza dell’1,17%.Il metilfenidato, utilizzato nel trattamento del disturbo da deficit di attenzione, sale al ventisettesimo posto tra i farmaci a maggior consumo nella popolazione pediatrica, risalendo di ben tre posizioni rispetto al ranking osservato nel 2023. Tra i farmaci più prescritti c’è anche la sertralina, con 9,8 confezioni per 1.000 bambini, un antidepressivo autorizzato per il trattamento del disturbo ossessivo‐-compulsivo nei bambini e adolescenti di età compresa tra 6 e 17 anni. Come per il 2023, anche nel 2024 il metilfenidato, psicostimolante che migliora la disattenzione e l’iperattività aumentando la concentrazione del piccolo paziente, e il risperidone (antipsicotico atipico) e l’aripiprazolo, che aiutano in casi di iperattività, aggressività, nei comportamenti poco sociali e per trattare l’irritabilità nei pazienti con autismo, si confermano i principi attivi con gli incrementi maggiori dei consumi rispetto all’anno precedente (rispettivamente +28,8%, +14,3% e +10,4%). Per metilfenidato e risperidone, principi attivi con una prevalenza d’uso pari a 1,3 per 1.000 bambini, «si segnalano livelli di utilizzo superiori nei maschi rispetto alle femmine», si legge nel rapporto. I giovanissimi stanno senza dubbio pagando anche gli effetti della gestione della pandemia, manifestando un disagio che può diventare disturbo mentale (la percentuale di pazienti pediatrici sotto psicofarmaci è raddoppiata dal 2020) . «Il lockdown ha colpito tanti bambini e giovani, sono stati privati della socialità in una fase in cui invece è centrale. Noi son sappiamo quali saranno nel futuro gli effetti sulla loro salute mentale, sappiamo che il disagio giovanile c’è, è un problema serio e va affrontato dalla collettività», dichiara il professor Giampaolo Perna, psichiatra, super esperto di disturbi d’ansia, direttore dell’area salute mentale del ramo Ets della Congregazione delle Suore ospedaliere del Sacro Cuore di Gesù. «Arrivare a curare questi bambini e adolescenti vuol dire che non abbiamo fatto un buon lavoro di prevenzione», puntualizza l’esperto. «I giovani devono essere al centro dell’attenzione. Si prevede che nel 2050 il picco di pazienti con disturbi d’ansia - che includono panico, fobie - possa essere addirittura tra i 15 e i 19 anni. C’è un abbassamento dell’età di esordio, i dati ci dicono che sarà un problema importante del prossimo futuro». Conclude il professore: «Questi giovani vanno gestiti beni, con la psicoterapia tendenzialmente cognitiva comportamentale o con la terapia farmacologica, ma dopo una diagnosi corretta: non vanno dati farmaci a caso. La fase diagnostica è fondamentale. L’utilizzo delle benzodiazepine e degli antipsicotici nei giovanissimi deve essere fatto con grande attenzione».
Dopo l’alert dell’Oms del 5 gennaio 2020 il nostro Paese «si sarebbe dovuto muovere verso un livello più elevato di allerta e di attenzione, predisponendosi in maniera chiara», anche cercando informazioni provenienti «dalla sorveglianza territoriale […] Il mese di febbraio si poteva utilizzare in maniera diversa». Nuove informazioni sui ritardi nel predisporre la riposta a un virus che già era entrato in Italia arrivano dall’audizione dello scorso 22 luglio del dottor Ranieri Guerra, già direttore generale aggiunto dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), nonché componente del Comitato tecnico scientifico (Cts). Intervento desecretato e di cui La Verità è in grado di fornire alcuni dei passaggi più rilevanti.
«Il 27 gennaio 2020 partecipo a una riunione della task force del ministero della Salute su invito del ministro (allora era Roberto Speranza, ndr) […] Raccomandai in quell’occasione al ministro anche di recuperare tutti i materiali, Dpi e mascherine disponibili in giro per il mondo, perché avevo notato, viaggiando molto purtroppo, come tedeschi e francesi si stessero già attivando in quel senso», precisa Guerra. Sappiamo invece con quanta lentezza e approssimazione ci si mosse.
Secondo evidenze scientifiche, il Sars-Cov 2 circolava già da settembre-ottobre del 2019 in Italia. «Ci sono dei reperti di biopsie, compiute ai primi di settembre a Milano da parte dell’Istituto tumori […] con delle tracce virali, ma soprattutto ci sono i prelievi che l’Istituto superiore di sanità compì su una campionatura di acque reflue a Milano, a Torino e a Bologna, a partire dalla metà di dicembre del 2019, con presenza di tracce massicce del virus già allora», rivela l’esperto.
«Avremmo dovuto realizzare un sistema di sorveglianza sulle acque reflue in tutte le Regioni, in tutti i plessi scolastici, in tutte le stazioni ferroviarie, in tutti gli aeroporti, in modo tale da intercettare in maniera tempestiva l’ingresso del virus e dare una definizione quantitativa dell’incidenza e della prevalenza del virus nella popolazione afferente», sostiene Guerra.
Sulla effettiva competenza del Cts ha dei dubbi in quanto mancavano «un rappresentante dell’Associazione italiana di epidemiologia e uno statistico competente […] questa è una carenza seria perché non garantiva il dibattito interno su quali fossero i numeri veri, quelli che ci si poteva aspettare, o i numeri che bisognava andare a investigare e identificare».
Però abbiamo scoperto che l’Oms poteva contare su un ex premier, il dem Massimo D’Alema. «Era un punto di consulenza per quanto riguardava l’evoluzione verso il G7 e il G20 per riportare all’interno del dibattito una serie di questioni che riguardavano la vaccinologia, la produzione decentrata di presidi», ha chiarito Guerra, spiegando che non era una scelta politica, «ho cercato di consultarmi praticamente con tutti». Baffino pure nelle vesti di «esperto di vaccinologia» come l’ha definito Galeazzo Bignami, capogruppo di Fdi alla Camera.
Tornando alle misure non adottate, almeno due cose erano da impostare e realizzare subito dopo l’alert. «In primo luogo, un rafforzamento della catena logistica di supply, ossia tutto quello che riguarda l’immagazzinamento di dispositivi e altro», dal momento che la segnalazione riguardava una patologia a trasmissione respiratoria. E la verifica «avrebbe dovuto riguardare la catena operativa, ossia il livello di preparazione delle Regioni e delle singole aziende sanitarie e ospedaliere», così pure «l’allerta della medicina di base, che è sempre la grande assente in tutte queste vicende».
Un’ordinanza dell’allora capo della Protezione civile, Angelo Borrelli prevedeva di attivare una sorveglianza epidemiologica, una sorveglianza microbiologica e una sorveglianza clinica ma quest’ultima rimase disattesa con pesanti conseguenze in quanto la mancanza dei relativi dati non permetteva di trovare una cura, o un insieme di cure utili alla guarigione.
«Non era stata fatta, perché non c’era un’unica piattaforma su cui riversare le cartelle cliniche per strutturare una sorveglianza di livello nazionale», fa sapere Guerra. «Noi proponemmo come Oms la messa a disposizione di una piattaforma per la raccolta e la sorveglianza clinica che avevamo sviluppato e che era già in utilizzo in Gran Bretagna in quel momento […] Non se ne fece nulla».
I documenti dimostrano come Brusaferro, Miozzo e Urbani non avessero letto il piano pandemico 2006 non aggiornato prima di maggio o giugno, nonostante ne avessero ricevuto una copia a febbraio del 2020 e «anche i piani regionali che derivano dal piano 2006 nessuno ha pensato di attivarli», segnala l’esperto.
Guerra parla anche di Piano nazionale di difesa che riguarda attacchi di natura biologica, nucleare, chimica e fisica: «È un piano segreto, che prevede l’attivazione delle prefetture nel caso di una emergenza o di una calamità. Non credo che sia mai stato attivato, ma mi lascia molto perplesso che nessuno ne abbia mai parlato e non sia mai stato discusso».
L’audizione è stata occasione per ricordare la vergognosa questione degli anticorpi monoclonali, offerti gratuitamente a Speranza, a Ippolito e al direttore generale dell’epoca dell’Aifa, Nicola Magrini e rifiutati. Furono acquistati mesi dopo «però non servivano a nulla, visto che la variante emersa nel gennaio 2021 non rispondeva a quel presidio». Guerra ha svelato pure l’offerta snobbata dall’Italia di un ventilatore meccanico innovativo, che il fisico italiano Cristiano Galbiati stava assemblando all’università di Princeton.
«L’offrì pro bono all’Italia data la crisi in atto. Io ho trasmesso l’intera corrispondenza per competenza (sono nove email in tutto) al direttore Borrelli e al commissario Arcuri». Nemmeno si degnarono di rispondere e «la donazione venne eseguita a favore dei Paesi in via di sviluppo».
«Una vergogna», commentano Marco Lisei e Alice Buonguerrieri di Fdi, rispettivamente presidente e capogruppo in commissione d’inchiesta. «Mentre il governo Conte II spendeva ingenti somme di soldi pubblici per acquistare inutili banchi a rotelle, rifiutava offerte gratuita di strumento rivelatisi molto utile».





