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2026-02-25
Von der Leyen punge Zelensky sul petrolio ma lui la gela subito: «Parlate con Orbán»
Ursula von der Leyen e Volodymyr Zelensky (Ansa)
Quattro anni di guerra e quella avvilente sensazione di stallo totale: la Russia, seppure lentamente, avanza, l’Ucraina resiste grazie agli aiuti occidentali ma il recupero dei territori persi è un’utopia, gli Usa si sono praticamente disimpegnati e il cerino in mano è rimasto all’Europa, manco a dirlo divisa al suo interno, anche perché Ucraina e Slovacchia non vogliono (e non possono) rinunciare al petrolio russo. «La guerra in Ucraina», ha scritto ieri su X il presidente francese Emmanuel Macron, «è un triplice fallimento per la Russia: militare, economico e strategico. Mentre il Cremlino aveva promesso di conquistare l’Ucraina in pochi giorni, solo l’1% del territorio ucraino è stato conquistato, e Kiev ha persino riconquistato un po’ di terreno. A quale costo per i russi? Oltre 1,2 milioni di soldati russi sono stati feriti o uccisi: il numero più alto di vittime russe in combattimento dalla Seconda guerra mondiale. La guerra della Russia», ha aggiunto Macron, «ha rafforzato la Nato, di cui cercava di impedire l’espansione, ha unito gli europei che mirava a indebolire e ha messo a nudo la fragilità di un imperialismo obsoleto». Unito gli europei, ma mica tanto: di fronte ai proclami di Ursula von der Leyen e dei governi schierati sulla linea della resistenza, Mosca fa la voce grossa: «Gli obiettivi dell’operazione militare speciale», ha detto il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, «non sono stati ancora pienamente raggiunti, quindi l’operazione continua. La Russia rimane aperta a raggiungere i suoi obiettivi con mezzi politici e diplomatici.
Il lavoro in questo campo continua, gli interessi della Russia saranno garantiti in ogni caso». In sostanza, il Donbass sarà nostro, con le buone o con le cattive, fa sapere Vladimir Putin. Dicevamo delle divisioni interne alla Ue: ieri la presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola, ha firmato il prestito di sostegno all’Ucraina da 90 miliardi di euro a nome del Parlamento europeo per «per sostenere i servizi pubblici essenziali in funzione, per mantenere forte la difesa dell’Ucraina, per salvaguardare la nostra sicurezza e libertà condivise, per conseguire una pace reale e duratura e per ancorare il futuro dell’Ucraina in Europa». Ma il prestito è bloccato dal veto del premier ungherese Viktor Orbán, che nonostante il suo via libera al Consiglio europeo di dicembre, un semaforo verde arrivato attraverso una assenza «tecnica», assieme a Repubblica Ceca e Slovacchia, ora vuole bloccare tutto. Pietra del dissidio tra Ungheria e Slovacchia da una parte e il resto dei 27 dall’altra, l’oleodotto Druzhba, che porta il petrolio a Budapest e Bratislava e che è stato seriamente danneggiato durante la guerra, con diversi attacchi soprattutto tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026.
Niente petrolio, niente prestito: ieri, attraverso una lettera inviata al presidente del Consiglio europeo Antonio Costa, che lo aveva sollecitato a rispettare le decisioni della Ue, sottolineando che «qualsiasi violazione di tale impegno costituisce una violazione del principio di leale cooperazione», Orbán ha risposto a muso duro: «I fatti sono fatti», ha sottolineato il leader ungherese, «non ci sono ostacoli tecnici alla ripresa dei trasferimenti di petrolio all’Ungheria attraverso l’oleodotto Druzhba. Richiede solo una decisione politica dall’Ucraina. Come sai, sono uno dei più disciplinati e fattuali membri del Consiglio europeo», ha aggiunto Orbán rivolgendosi a Costa, come scrive Public Policy, «comprendo pienamente le tue preoccupazioni. Ma di certo vedrai anche l’assurdità della situazione: noi prendiamo una decisione finanziaria a favore dell’Ucraina che io personalmente disapprovo, poi l’Ucraina crea una emergenza energetica in Ungheria e tu mi chiedi di fare finta che non sia successo nulla. Gli ucraini sanno esattamente cosa fanno e perché lo fanno. Lo fanno per rovesciare il nostro governo e sostituirlo con uno favorevole a Kiev. Non sosterremo il blocco petrolifero ucraino, lo romperemo. Di questo possono essere certi sia a Bruxelles sia a Kiev».
Sulla stessa linea dura la Slovacchia, che lunedì scorso ha sospeso l’assistenza elettrica d’emergenza all’Ucraina, in attesa della ripresa delle forniture di petrolio. Confusa e infelice, come di consueto, Ursula von der Leyen: la presidente della Commissione ieri ha detto che l’Ucraina dovrebbe «accelerare» la riparazione dell’oleodotto Druzhba, e pochi secondi dopo lo stesso Volodymyr Zelensky, accanto a lei in conferenza stampa, l’ha gelata: Riparare l’oleodotto Druzhba, che è stato «distrutto dai russi», ha detto il presidente ucraino a quanto riporta l’Adnkronos, «costerebbe all’Ucraina in termini di persone, un prezzo molto alto da pagare. Sta a Viktor Orbán parlare con Vladimir Putin: non può essere che la Russia distrugge, l’Ucraina ripara e poi la Russia attacca ancora, mentre stiamo riparando le infrastrutture. Nel caso dell’oleodotto Druzhba», ha aggiunto Zelensky, «è già successo una volta, e ci sono stati feriti tra il personale inviato a rimediare ai danni causati dai russi. Quindi dovremmo riparare per cosa? Per perdere gente? E’ un prezzo molto alto». Si brancola nel buio, dunque, mentre anche dalla Conferenza episcopale dei vescovi arriva l’invito a perseguire le strada dei negoziati: «Quattro anni», ha detto ieri il presidente della Cei, il cardinale Matteo Zuppi, «di enormi sofferenze. Quindi, speriamo che finiscano presto. Dobbiamo spingere tutti quanti e speriamo che anche l’Europa scelga di aiutare più che può la composizione, il dialogo per mettere fine a questa tragedia, che ogni giorno che passa vuol dire persone che non tornano a casa e sofferenze che durano tutta quanta la vita. L’impegno è questo e speriamo anche che l’Europa scelga diciamo una presenza ancora più forte». Fino ad ora l’Europa ha spinto più per continuare la guerra che per cercare la pace. A quattro anni dall’inizio del conflitto, questo è un dato di fatto incontrovertibile.
La coalizione per portare aiuti (durante la prima missione davvero pochi) a Gaza
Open Arms sta annunciando ai quattro venti che il 12 aprile salperà da Barcellona per Gaza. Assieme a movimenti globali come Maghreb Sumud Flotilla, Global Movement to Gaza, Sumud Nusantara, People's Flotilla Movement e sostenuta da organizzazioni locali e internazionali, prenderà parte alla missione primaverile della Global Sumud Flotilla.
Coalizione «nata come risposta diretta alle richieste dei palestinesi di Gaza», e che attraverso un tam-tam mediatico compiacente rimette in mare piccole (costose) imbarcazioni «per rompere l’assedio illegale imposto dall’occupazione israeliana a Gaza» e portare aiuti umanitari. La scorsa estate si era visto il flop della prima spedizione proprio nel portare viveri e medicinali.
Trasportavano «una quantità irrisoria» di beni, «inferiore a quella contenuta in un singolo camion», denunciò a ottobre l’ambasciatore israeliano a Roma, Jonathan Peled. Quella di Flotilla era poco più che una provocazione politica, come lo sarà anche la crociera d’aprile al di là degli accorati appelli ad aiutare in concreto la popolazione di Gaza. L’ha dichiarato la stessa portavoce, Maria Elena Delia, spiegando la portata della nuova missione «la più ampia mai realizzata in questo contesto: oltre cento imbarcazioni, più di tremila partecipanti provenienti da oltre cento Paesi, almeno mille operatori sanitari insieme a ingegneri, educatori, osservatori dei diritti umani e giornalisti».
Al quotidiano online Faro di Roma ha però precisato «Ripartiamo perché riteniamo che il silenzio e la normalizzazione siano ormai parte del problema. La nostra missione vuole interrompere questa dinamica: riportare l’attenzione sulla realtà, riaffermare la centralità dei diritti umani e impedire che la crisi di Gaza venga trasformata in una condizione permanente accettata dal mondo».
L’aveva osservato uno come Simone Perotti, fondatore di Progetto Mediterranea e sempre pronto a partire, scrivendo lo scorso agosto sul Fatto Quotidiano che non si sarebbe unito alla flotta. Per diversi motivi: «Nemmeno un pacco di farina verrà recapitato ai palestinesi, ne possiamo essere certi. E poi non condivido la logistica, che sembra più imposta dall’esigenza di spettacolarizzazione che dal senso economico e organizzativo di ogni impresa». Perché partire da porti così lontani da Gaza come Barcellona, scriveva, perché «sperperare centinaia di migliaia di euro in materiali, gasolio, pezzi di ricambio».
Con il protagonismo di chi salpa, aggiungiamo noi, in una missione sicuramente molto lontana dalle esigenze dei palestinesi. Eppure, Open Arms sostiene di muoversi perché «l’invasione, il genocidio continuano», così come attacca la politica migratoria europea per le morti nel Mediterraneo «conseguenza di decisioni politiche convenienti, codarde e disumane». Assieme a World Central Kitchen, organizzazione fondata dallo chef José Andrés, ha già realizzato due missioni verso Gaza.
La Ong, fondata e diretta dall’attivista catalano Òscar Camps, riceve sempre il sostegno, anche finanziario, dell’attore Richard Gere che assieme alla moglie Alejandra era in prima linea ai festeggiamenti dello scorso settembre per i dieci anni di Open Arms. Gere appoggia Flotilla, così come nel 2019 era salito sull’imbarcazione per «portare solidarietà» ai migranti che la Ong voleva a tutti costi far sbarcare a Lampedusa e non portare in Spagna, come invece doveva fare secondo quanto stabilito dal Tribunale di Palermo che ha assolto il vicepremier Matteo Salvini, allora ministro dell’Interno.
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Ursula von der Leyen chiede che venga riparato l’oleodotto Druzhba, distrutto dai russi. Impossibile per Kiev a livello di costi e vite. Torna in mare la Sumud Flotilla e con lei parte pure Open Arms.Lo speciale contiene due articoliQuattro anni di guerra e quella avvilente sensazione di stallo totale: la Russia, seppure lentamente, avanza, l’Ucraina resiste grazie agli aiuti occidentali ma il recupero dei territori persi è un’utopia, gli Usa si sono praticamente disimpegnati e il cerino in mano è rimasto all’Europa, manco a dirlo divisa al suo interno, anche perché Ucraina e Slovacchia non vogliono (e non possono) rinunciare al petrolio russo. «La guerra in Ucraina», ha scritto ieri su X il presidente francese Emmanuel Macron, «è un triplice fallimento per la Russia: militare, economico e strategico. Mentre il Cremlino aveva promesso di conquistare l’Ucraina in pochi giorni, solo l’1% del territorio ucraino è stato conquistato, e Kiev ha persino riconquistato un po’ di terreno. A quale costo per i russi? Oltre 1,2 milioni di soldati russi sono stati feriti o uccisi: il numero più alto di vittime russe in combattimento dalla Seconda guerra mondiale. La guerra della Russia», ha aggiunto Macron, «ha rafforzato la Nato, di cui cercava di impedire l’espansione, ha unito gli europei che mirava a indebolire e ha messo a nudo la fragilità di un imperialismo obsoleto». Unito gli europei, ma mica tanto: di fronte ai proclami di Ursula von der Leyen e dei governi schierati sulla linea della resistenza, Mosca fa la voce grossa: «Gli obiettivi dell’operazione militare speciale», ha detto il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, «non sono stati ancora pienamente raggiunti, quindi l’operazione continua. La Russia rimane aperta a raggiungere i suoi obiettivi con mezzi politici e diplomatici.Il lavoro in questo campo continua, gli interessi della Russia saranno garantiti in ogni caso». In sostanza, il Donbass sarà nostro, con le buone o con le cattive, fa sapere Vladimir Putin. Dicevamo delle divisioni interne alla Ue: ieri la presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola, ha firmato il prestito di sostegno all’Ucraina da 90 miliardi di euro a nome del Parlamento europeo per «per sostenere i servizi pubblici essenziali in funzione, per mantenere forte la difesa dell’Ucraina, per salvaguardare la nostra sicurezza e libertà condivise, per conseguire una pace reale e duratura e per ancorare il futuro dell’Ucraina in Europa». Ma il prestito è bloccato dal veto del premier ungherese Viktor Orbán, che nonostante il suo via libera al Consiglio europeo di dicembre, un semaforo verde arrivato attraverso una assenza «tecnica», assieme a Repubblica Ceca e Slovacchia, ora vuole bloccare tutto. Pietra del dissidio tra Ungheria e Slovacchia da una parte e il resto dei 27 dall’altra, l’oleodotto Druzhba, che porta il petrolio a Budapest e Bratislava e che è stato seriamente danneggiato durante la guerra, con diversi attacchi soprattutto tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026. Niente petrolio, niente prestito: ieri, attraverso una lettera inviata al presidente del Consiglio europeo Antonio Costa, che lo aveva sollecitato a rispettare le decisioni della Ue, sottolineando che «qualsiasi violazione di tale impegno costituisce una violazione del principio di leale cooperazione», Orbán ha risposto a muso duro: «I fatti sono fatti», ha sottolineato il leader ungherese, «non ci sono ostacoli tecnici alla ripresa dei trasferimenti di petrolio all’Ungheria attraverso l’oleodotto Druzhba. Richiede solo una decisione politica dall’Ucraina. Come sai, sono uno dei più disciplinati e fattuali membri del Consiglio europeo», ha aggiunto Orbán rivolgendosi a Costa, come scrive Public Policy, «comprendo pienamente le tue preoccupazioni. Ma di certo vedrai anche l’assurdità della situazione: noi prendiamo una decisione finanziaria a favore dell’Ucraina che io personalmente disapprovo, poi l’Ucraina crea una emergenza energetica in Ungheria e tu mi chiedi di fare finta che non sia successo nulla. Gli ucraini sanno esattamente cosa fanno e perché lo fanno. Lo fanno per rovesciare il nostro governo e sostituirlo con uno favorevole a Kiev. Non sosterremo il blocco petrolifero ucraino, lo romperemo. Di questo possono essere certi sia a Bruxelles sia a Kiev». Sulla stessa linea dura la Slovacchia, che lunedì scorso ha sospeso l’assistenza elettrica d’emergenza all’Ucraina, in attesa della ripresa delle forniture di petrolio. Confusa e infelice, come di consueto, Ursula von der Leyen: la presidente della Commissione ieri ha detto che l’Ucraina dovrebbe «accelerare» la riparazione dell’oleodotto Druzhba, e pochi secondi dopo lo stesso Volodymyr Zelensky, accanto a lei in conferenza stampa, l’ha gelata: Riparare l’oleodotto Druzhba, che è stato «distrutto dai russi», ha detto il presidente ucraino a quanto riporta l’Adnkronos, «costerebbe all’Ucraina in termini di persone, un prezzo molto alto da pagare. Sta a Viktor Orbán parlare con Vladimir Putin: non può essere che la Russia distrugge, l’Ucraina ripara e poi la Russia attacca ancora, mentre stiamo riparando le infrastrutture. Nel caso dell’oleodotto Druzhba», ha aggiunto Zelensky, «è già successo una volta, e ci sono stati feriti tra il personale inviato a rimediare ai danni causati dai russi. Quindi dovremmo riparare per cosa? Per perdere gente? E’ un prezzo molto alto». Si brancola nel buio, dunque, mentre anche dalla Conferenza episcopale dei vescovi arriva l’invito a perseguire le strada dei negoziati: «Quattro anni», ha detto ieri il presidente della Cei, il cardinale Matteo Zuppi, «di enormi sofferenze. Quindi, speriamo che finiscano presto. Dobbiamo spingere tutti quanti e speriamo che anche l’Europa scelga di aiutare più che può la composizione, il dialogo per mettere fine a questa tragedia, che ogni giorno che passa vuol dire persone che non tornano a casa e sofferenze che durano tutta quanta la vita. L’impegno è questo e speriamo anche che l’Europa scelga diciamo una presenza ancora più forte». Fino ad ora l’Europa ha spinto più per continuare la guerra che per cercare la pace. 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Assieme a movimenti globali come Maghreb Sumud Flotilla, Global Movement to Gaza, Sumud Nusantara, People's Flotilla Movement e sostenuta da organizzazioni locali e internazionali, prenderà parte alla missione primaverile della Global Sumud Flotilla.Coalizione «nata come risposta diretta alle richieste dei palestinesi di Gaza», e che attraverso un tam-tam mediatico compiacente rimette in mare piccole (costose) imbarcazioni «per rompere l’assedio illegale imposto dall’occupazione israeliana a Gaza» e portare aiuti umanitari. La scorsa estate si era visto il flop della prima spedizione proprio nel portare viveri e medicinali.Trasportavano «una quantità irrisoria» di beni, «inferiore a quella contenuta in un singolo camion», denunciò a ottobre l’ambasciatore israeliano a Roma, Jonathan Peled. Quella di Flotilla era poco più che una provocazione politica, come lo sarà anche la crociera d’aprile al di là degli accorati appelli ad aiutare in concreto la popolazione di Gaza. L’ha dichiarato la stessa portavoce, Maria Elena Delia, spiegando la portata della nuova missione «la più ampia mai realizzata in questo contesto: oltre cento imbarcazioni, più di tremila partecipanti provenienti da oltre cento Paesi, almeno mille operatori sanitari insieme a ingegneri, educatori, osservatori dei diritti umani e giornalisti».Al quotidiano online Faro di Roma ha però precisato «Ripartiamo perché riteniamo che il silenzio e la normalizzazione siano ormai parte del problema. La nostra missione vuole interrompere questa dinamica: riportare l’attenzione sulla realtà, riaffermare la centralità dei diritti umani e impedire che la crisi di Gaza venga trasformata in una condizione permanente accettata dal mondo».L’aveva osservato uno come Simone Perotti, fondatore di Progetto Mediterranea e sempre pronto a partire, scrivendo lo scorso agosto sul Fatto Quotidiano che non si sarebbe unito alla flotta. Per diversi motivi: «Nemmeno un pacco di farina verrà recapitato ai palestinesi, ne possiamo essere certi. E poi non condivido la logistica, che sembra più imposta dall’esigenza di spettacolarizzazione che dal senso economico e organizzativo di ogni impresa». Perché partire da porti così lontani da Gaza come Barcellona, scriveva, perché «sperperare centinaia di migliaia di euro in materiali, gasolio, pezzi di ricambio».Con il protagonismo di chi salpa, aggiungiamo noi, in una missione sicuramente molto lontana dalle esigenze dei palestinesi. Eppure, Open Arms sostiene di muoversi perché «l’invasione, il genocidio continuano», così come attacca la politica migratoria europea per le morti nel Mediterraneo «conseguenza di decisioni politiche convenienti, codarde e disumane». Assieme a World Central Kitchen, organizzazione fondata dallo chef José Andrés, ha già realizzato due missioni verso Gaza.La Ong, fondata e diretta dall’attivista catalano Òscar Camps, riceve sempre il sostegno, anche finanziario, dell’attore Richard Gere che assieme alla moglie Alejandra era in prima linea ai festeggiamenti dello scorso settembre per i dieci anni di Open Arms. Gere appoggia Flotilla, così come nel 2019 era salito sull’imbarcazione per «portare solidarietà» ai migranti che la Ong voleva a tutti costi far sbarcare a Lampedusa e non portare in Spagna, come invece doveva fare secondo quanto stabilito dal Tribunale di Palermo che ha assolto il vicepremier Matteo Salvini, allora ministro dell’Interno.