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2026-02-25
Von der Leyen punge Zelensky sul petrolio ma lui la gela subito: «Parlate con Orbán»
Ursula von der Leyen e Volodymyr Zelensky (Ansa)
Quattro anni di guerra e quella avvilente sensazione di stallo totale: la Russia, seppure lentamente, avanza, l’Ucraina resiste grazie agli aiuti occidentali ma il recupero dei territori persi è un’utopia, gli Usa si sono praticamente disimpegnati e il cerino in mano è rimasto all’Europa, manco a dirlo divisa al suo interno, anche perché Ucraina e Slovacchia non vogliono (e non possono) rinunciare al petrolio russo. «La guerra in Ucraina», ha scritto ieri su X il presidente francese Emmanuel Macron, «è un triplice fallimento per la Russia: militare, economico e strategico. Mentre il Cremlino aveva promesso di conquistare l’Ucraina in pochi giorni, solo l’1% del territorio ucraino è stato conquistato, e Kiev ha persino riconquistato un po’ di terreno. A quale costo per i russi? Oltre 1,2 milioni di soldati russi sono stati feriti o uccisi: il numero più alto di vittime russe in combattimento dalla Seconda guerra mondiale. La guerra della Russia», ha aggiunto Macron, «ha rafforzato la Nato, di cui cercava di impedire l’espansione, ha unito gli europei che mirava a indebolire e ha messo a nudo la fragilità di un imperialismo obsoleto». Unito gli europei, ma mica tanto: di fronte ai proclami di Ursula von der Leyen e dei governi schierati sulla linea della resistenza, Mosca fa la voce grossa: «Gli obiettivi dell’operazione militare speciale», ha detto il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, «non sono stati ancora pienamente raggiunti, quindi l’operazione continua. La Russia rimane aperta a raggiungere i suoi obiettivi con mezzi politici e diplomatici.
Il lavoro in questo campo continua, gli interessi della Russia saranno garantiti in ogni caso». In sostanza, il Donbass sarà nostro, con le buone o con le cattive, fa sapere Vladimir Putin. Dicevamo delle divisioni interne alla Ue: ieri la presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola, ha firmato il prestito di sostegno all’Ucraina da 90 miliardi di euro a nome del Parlamento europeo per «per sostenere i servizi pubblici essenziali in funzione, per mantenere forte la difesa dell’Ucraina, per salvaguardare la nostra sicurezza e libertà condivise, per conseguire una pace reale e duratura e per ancorare il futuro dell’Ucraina in Europa». Ma il prestito è bloccato dal veto del premier ungherese Viktor Orbán, che nonostante il suo via libera al Consiglio europeo di dicembre, un semaforo verde arrivato attraverso una assenza «tecnica», assieme a Repubblica Ceca e Slovacchia, ora vuole bloccare tutto. Pietra del dissidio tra Ungheria e Slovacchia da una parte e il resto dei 27 dall’altra, l’oleodotto Druzhba, che porta il petrolio a Budapest e Bratislava e che è stato seriamente danneggiato durante la guerra, con diversi attacchi soprattutto tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026.
Niente petrolio, niente prestito: ieri, attraverso una lettera inviata al presidente del Consiglio europeo Antonio Costa, che lo aveva sollecitato a rispettare le decisioni della Ue, sottolineando che «qualsiasi violazione di tale impegno costituisce una violazione del principio di leale cooperazione», Orbán ha risposto a muso duro: «I fatti sono fatti», ha sottolineato il leader ungherese, «non ci sono ostacoli tecnici alla ripresa dei trasferimenti di petrolio all’Ungheria attraverso l’oleodotto Druzhba. Richiede solo una decisione politica dall’Ucraina. Come sai, sono uno dei più disciplinati e fattuali membri del Consiglio europeo», ha aggiunto Orbán rivolgendosi a Costa, come scrive Public Policy, «comprendo pienamente le tue preoccupazioni. Ma di certo vedrai anche l’assurdità della situazione: noi prendiamo una decisione finanziaria a favore dell’Ucraina che io personalmente disapprovo, poi l’Ucraina crea una emergenza energetica in Ungheria e tu mi chiedi di fare finta che non sia successo nulla. Gli ucraini sanno esattamente cosa fanno e perché lo fanno. Lo fanno per rovesciare il nostro governo e sostituirlo con uno favorevole a Kiev. Non sosterremo il blocco petrolifero ucraino, lo romperemo. Di questo possono essere certi sia a Bruxelles sia a Kiev».
Sulla stessa linea dura la Slovacchia, che lunedì scorso ha sospeso l’assistenza elettrica d’emergenza all’Ucraina, in attesa della ripresa delle forniture di petrolio. Confusa e infelice, come di consueto, Ursula von der Leyen: la presidente della Commissione ieri ha detto che l’Ucraina dovrebbe «accelerare» la riparazione dell’oleodotto Druzhba, e pochi secondi dopo lo stesso Volodymyr Zelensky, accanto a lei in conferenza stampa, l’ha gelata: Riparare l’oleodotto Druzhba, che è stato «distrutto dai russi», ha detto il presidente ucraino a quanto riporta l’Adnkronos, «costerebbe all’Ucraina in termini di persone, un prezzo molto alto da pagare. Sta a Viktor Orbán parlare con Vladimir Putin: non può essere che la Russia distrugge, l’Ucraina ripara e poi la Russia attacca ancora, mentre stiamo riparando le infrastrutture. Nel caso dell’oleodotto Druzhba», ha aggiunto Zelensky, «è già successo una volta, e ci sono stati feriti tra il personale inviato a rimediare ai danni causati dai russi. Quindi dovremmo riparare per cosa? Per perdere gente? E’ un prezzo molto alto». Si brancola nel buio, dunque, mentre anche dalla Conferenza episcopale dei vescovi arriva l’invito a perseguire le strada dei negoziati: «Quattro anni», ha detto ieri il presidente della Cei, il cardinale Matteo Zuppi, «di enormi sofferenze. Quindi, speriamo che finiscano presto. Dobbiamo spingere tutti quanti e speriamo che anche l’Europa scelga di aiutare più che può la composizione, il dialogo per mettere fine a questa tragedia, che ogni giorno che passa vuol dire persone che non tornano a casa e sofferenze che durano tutta quanta la vita. L’impegno è questo e speriamo anche che l’Europa scelga diciamo una presenza ancora più forte». Fino ad ora l’Europa ha spinto più per continuare la guerra che per cercare la pace. A quattro anni dall’inizio del conflitto, questo è un dato di fatto incontrovertibile.
La coalizione per portare aiuti (durante la prima missione davvero pochi) a Gaza
Open Arms sta annunciando ai quattro venti che il 12 aprile salperà da Barcellona per Gaza. Assieme a movimenti globali come Maghreb Sumud Flotilla, Global Movement to Gaza, Sumud Nusantara, People's Flotilla Movement e sostenuta da organizzazioni locali e internazionali, prenderà parte alla missione primaverile della Global Sumud Flotilla.
Coalizione «nata come risposta diretta alle richieste dei palestinesi di Gaza», e che attraverso un tam-tam mediatico compiacente rimette in mare piccole (costose) imbarcazioni «per rompere l’assedio illegale imposto dall’occupazione israeliana a Gaza» e portare aiuti umanitari. La scorsa estate si era visto il flop della prima spedizione proprio nel portare viveri e medicinali.
Trasportavano «una quantità irrisoria» di beni, «inferiore a quella contenuta in un singolo camion», denunciò a ottobre l’ambasciatore israeliano a Roma, Jonathan Peled. Quella di Flotilla era poco più che una provocazione politica, come lo sarà anche la crociera d’aprile al di là degli accorati appelli ad aiutare in concreto la popolazione di Gaza. L’ha dichiarato la stessa portavoce, Maria Elena Delia, spiegando la portata della nuova missione «la più ampia mai realizzata in questo contesto: oltre cento imbarcazioni, più di tremila partecipanti provenienti da oltre cento Paesi, almeno mille operatori sanitari insieme a ingegneri, educatori, osservatori dei diritti umani e giornalisti».
Al quotidiano online Faro di Roma ha però precisato «Ripartiamo perché riteniamo che il silenzio e la normalizzazione siano ormai parte del problema. La nostra missione vuole interrompere questa dinamica: riportare l’attenzione sulla realtà, riaffermare la centralità dei diritti umani e impedire che la crisi di Gaza venga trasformata in una condizione permanente accettata dal mondo».
L’aveva osservato uno come Simone Perotti, fondatore di Progetto Mediterranea e sempre pronto a partire, scrivendo lo scorso agosto sul Fatto Quotidiano che non si sarebbe unito alla flotta. Per diversi motivi: «Nemmeno un pacco di farina verrà recapitato ai palestinesi, ne possiamo essere certi. E poi non condivido la logistica, che sembra più imposta dall’esigenza di spettacolarizzazione che dal senso economico e organizzativo di ogni impresa». Perché partire da porti così lontani da Gaza come Barcellona, scriveva, perché «sperperare centinaia di migliaia di euro in materiali, gasolio, pezzi di ricambio».
Con il protagonismo di chi salpa, aggiungiamo noi, in una missione sicuramente molto lontana dalle esigenze dei palestinesi. Eppure, Open Arms sostiene di muoversi perché «l’invasione, il genocidio continuano», così come attacca la politica migratoria europea per le morti nel Mediterraneo «conseguenza di decisioni politiche convenienti, codarde e disumane». Assieme a World Central Kitchen, organizzazione fondata dallo chef José Andrés, ha già realizzato due missioni verso Gaza.
La Ong, fondata e diretta dall’attivista catalano Òscar Camps, riceve sempre il sostegno, anche finanziario, dell’attore Richard Gere che assieme alla moglie Alejandra era in prima linea ai festeggiamenti dello scorso settembre per i dieci anni di Open Arms. Gere appoggia Flotilla, così come nel 2019 era salito sull’imbarcazione per «portare solidarietà» ai migranti che la Ong voleva a tutti costi far sbarcare a Lampedusa e non portare in Spagna, come invece doveva fare secondo quanto stabilito dal Tribunale di Palermo che ha assolto il vicepremier Matteo Salvini, allora ministro dell’Interno.
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Ursula von der Leyen chiede che venga riparato l’oleodotto Druzhba, distrutto dai russi. Impossibile per Kiev a livello di costi e vite. Torna in mare la Sumud Flotilla e con lei parte pure Open Arms.Lo speciale contiene due articoliQuattro anni di guerra e quella avvilente sensazione di stallo totale: la Russia, seppure lentamente, avanza, l’Ucraina resiste grazie agli aiuti occidentali ma il recupero dei territori persi è un’utopia, gli Usa si sono praticamente disimpegnati e il cerino in mano è rimasto all’Europa, manco a dirlo divisa al suo interno, anche perché Ucraina e Slovacchia non vogliono (e non possono) rinunciare al petrolio russo. «La guerra in Ucraina», ha scritto ieri su X il presidente francese Emmanuel Macron, «è un triplice fallimento per la Russia: militare, economico e strategico. Mentre il Cremlino aveva promesso di conquistare l’Ucraina in pochi giorni, solo l’1% del territorio ucraino è stato conquistato, e Kiev ha persino riconquistato un po’ di terreno. A quale costo per i russi? Oltre 1,2 milioni di soldati russi sono stati feriti o uccisi: il numero più alto di vittime russe in combattimento dalla Seconda guerra mondiale. La guerra della Russia», ha aggiunto Macron, «ha rafforzato la Nato, di cui cercava di impedire l’espansione, ha unito gli europei che mirava a indebolire e ha messo a nudo la fragilità di un imperialismo obsoleto». Unito gli europei, ma mica tanto: di fronte ai proclami di Ursula von der Leyen e dei governi schierati sulla linea della resistenza, Mosca fa la voce grossa: «Gli obiettivi dell’operazione militare speciale», ha detto il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, «non sono stati ancora pienamente raggiunti, quindi l’operazione continua. La Russia rimane aperta a raggiungere i suoi obiettivi con mezzi politici e diplomatici.Il lavoro in questo campo continua, gli interessi della Russia saranno garantiti in ogni caso». In sostanza, il Donbass sarà nostro, con le buone o con le cattive, fa sapere Vladimir Putin. Dicevamo delle divisioni interne alla Ue: ieri la presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola, ha firmato il prestito di sostegno all’Ucraina da 90 miliardi di euro a nome del Parlamento europeo per «per sostenere i servizi pubblici essenziali in funzione, per mantenere forte la difesa dell’Ucraina, per salvaguardare la nostra sicurezza e libertà condivise, per conseguire una pace reale e duratura e per ancorare il futuro dell’Ucraina in Europa». Ma il prestito è bloccato dal veto del premier ungherese Viktor Orbán, che nonostante il suo via libera al Consiglio europeo di dicembre, un semaforo verde arrivato attraverso una assenza «tecnica», assieme a Repubblica Ceca e Slovacchia, ora vuole bloccare tutto. Pietra del dissidio tra Ungheria e Slovacchia da una parte e il resto dei 27 dall’altra, l’oleodotto Druzhba, che porta il petrolio a Budapest e Bratislava e che è stato seriamente danneggiato durante la guerra, con diversi attacchi soprattutto tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026. Niente petrolio, niente prestito: ieri, attraverso una lettera inviata al presidente del Consiglio europeo Antonio Costa, che lo aveva sollecitato a rispettare le decisioni della Ue, sottolineando che «qualsiasi violazione di tale impegno costituisce una violazione del principio di leale cooperazione», Orbán ha risposto a muso duro: «I fatti sono fatti», ha sottolineato il leader ungherese, «non ci sono ostacoli tecnici alla ripresa dei trasferimenti di petrolio all’Ungheria attraverso l’oleodotto Druzhba. Richiede solo una decisione politica dall’Ucraina. Come sai, sono uno dei più disciplinati e fattuali membri del Consiglio europeo», ha aggiunto Orbán rivolgendosi a Costa, come scrive Public Policy, «comprendo pienamente le tue preoccupazioni. Ma di certo vedrai anche l’assurdità della situazione: noi prendiamo una decisione finanziaria a favore dell’Ucraina che io personalmente disapprovo, poi l’Ucraina crea una emergenza energetica in Ungheria e tu mi chiedi di fare finta che non sia successo nulla. Gli ucraini sanno esattamente cosa fanno e perché lo fanno. Lo fanno per rovesciare il nostro governo e sostituirlo con uno favorevole a Kiev. Non sosterremo il blocco petrolifero ucraino, lo romperemo. Di questo possono essere certi sia a Bruxelles sia a Kiev». Sulla stessa linea dura la Slovacchia, che lunedì scorso ha sospeso l’assistenza elettrica d’emergenza all’Ucraina, in attesa della ripresa delle forniture di petrolio. Confusa e infelice, come di consueto, Ursula von der Leyen: la presidente della Commissione ieri ha detto che l’Ucraina dovrebbe «accelerare» la riparazione dell’oleodotto Druzhba, e pochi secondi dopo lo stesso Volodymyr Zelensky, accanto a lei in conferenza stampa, l’ha gelata: Riparare l’oleodotto Druzhba, che è stato «distrutto dai russi», ha detto il presidente ucraino a quanto riporta l’Adnkronos, «costerebbe all’Ucraina in termini di persone, un prezzo molto alto da pagare. Sta a Viktor Orbán parlare con Vladimir Putin: non può essere che la Russia distrugge, l’Ucraina ripara e poi la Russia attacca ancora, mentre stiamo riparando le infrastrutture. Nel caso dell’oleodotto Druzhba», ha aggiunto Zelensky, «è già successo una volta, e ci sono stati feriti tra il personale inviato a rimediare ai danni causati dai russi. Quindi dovremmo riparare per cosa? Per perdere gente? E’ un prezzo molto alto». Si brancola nel buio, dunque, mentre anche dalla Conferenza episcopale dei vescovi arriva l’invito a perseguire le strada dei negoziati: «Quattro anni», ha detto ieri il presidente della Cei, il cardinale Matteo Zuppi, «di enormi sofferenze. Quindi, speriamo che finiscano presto. Dobbiamo spingere tutti quanti e speriamo che anche l’Europa scelga di aiutare più che può la composizione, il dialogo per mettere fine a questa tragedia, che ogni giorno che passa vuol dire persone che non tornano a casa e sofferenze che durano tutta quanta la vita. L’impegno è questo e speriamo anche che l’Europa scelga diciamo una presenza ancora più forte». Fino ad ora l’Europa ha spinto più per continuare la guerra che per cercare la pace. A quattro anni dall’inizio del conflitto, questo è un dato di fatto incontrovertibile. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ursula-zelensky-oleodotto-druzhba-guerra-2675328626.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-coalizione-per-portare-aiuti-durante-la-prima-missione-davvero-pochi-a-gaza" data-post-id="2675328626" data-published-at="1771980093" data-use-pagination="False"> La coalizione per portare aiuti (durante la prima missione davvero pochi) a Gaza Open Arms sta annunciando ai quattro venti che il 12 aprile salperà da Barcellona per Gaza. Assieme a movimenti globali come Maghreb Sumud Flotilla, Global Movement to Gaza, Sumud Nusantara, People's Flotilla Movement e sostenuta da organizzazioni locali e internazionali, prenderà parte alla missione primaverile della Global Sumud Flotilla.Coalizione «nata come risposta diretta alle richieste dei palestinesi di Gaza», e che attraverso un tam-tam mediatico compiacente rimette in mare piccole (costose) imbarcazioni «per rompere l’assedio illegale imposto dall’occupazione israeliana a Gaza» e portare aiuti umanitari. La scorsa estate si era visto il flop della prima spedizione proprio nel portare viveri e medicinali.Trasportavano «una quantità irrisoria» di beni, «inferiore a quella contenuta in un singolo camion», denunciò a ottobre l’ambasciatore israeliano a Roma, Jonathan Peled. Quella di Flotilla era poco più che una provocazione politica, come lo sarà anche la crociera d’aprile al di là degli accorati appelli ad aiutare in concreto la popolazione di Gaza. L’ha dichiarato la stessa portavoce, Maria Elena Delia, spiegando la portata della nuova missione «la più ampia mai realizzata in questo contesto: oltre cento imbarcazioni, più di tremila partecipanti provenienti da oltre cento Paesi, almeno mille operatori sanitari insieme a ingegneri, educatori, osservatori dei diritti umani e giornalisti».Al quotidiano online Faro di Roma ha però precisato «Ripartiamo perché riteniamo che il silenzio e la normalizzazione siano ormai parte del problema. La nostra missione vuole interrompere questa dinamica: riportare l’attenzione sulla realtà, riaffermare la centralità dei diritti umani e impedire che la crisi di Gaza venga trasformata in una condizione permanente accettata dal mondo».L’aveva osservato uno come Simone Perotti, fondatore di Progetto Mediterranea e sempre pronto a partire, scrivendo lo scorso agosto sul Fatto Quotidiano che non si sarebbe unito alla flotta. Per diversi motivi: «Nemmeno un pacco di farina verrà recapitato ai palestinesi, ne possiamo essere certi. E poi non condivido la logistica, che sembra più imposta dall’esigenza di spettacolarizzazione che dal senso economico e organizzativo di ogni impresa». Perché partire da porti così lontani da Gaza come Barcellona, scriveva, perché «sperperare centinaia di migliaia di euro in materiali, gasolio, pezzi di ricambio».Con il protagonismo di chi salpa, aggiungiamo noi, in una missione sicuramente molto lontana dalle esigenze dei palestinesi. Eppure, Open Arms sostiene di muoversi perché «l’invasione, il genocidio continuano», così come attacca la politica migratoria europea per le morti nel Mediterraneo «conseguenza di decisioni politiche convenienti, codarde e disumane». Assieme a World Central Kitchen, organizzazione fondata dallo chef José Andrés, ha già realizzato due missioni verso Gaza.La Ong, fondata e diretta dall’attivista catalano Òscar Camps, riceve sempre il sostegno, anche finanziario, dell’attore Richard Gere che assieme alla moglie Alejandra era in prima linea ai festeggiamenti dello scorso settembre per i dieci anni di Open Arms. Gere appoggia Flotilla, così come nel 2019 era salito sull’imbarcazione per «portare solidarietà» ai migranti che la Ong voleva a tutti costi far sbarcare a Lampedusa e non portare in Spagna, come invece doveva fare secondo quanto stabilito dal Tribunale di Palermo che ha assolto il vicepremier Matteo Salvini, allora ministro dell’Interno.
Ursula von der Leyen (Ansa)
Il messaggio suona più o meno così: volete soldi per affrontare il caro energia? Benissimo. Però prima assicuratevi di non rallentare la corsa al riarmo. Mercoledì la Commissione presenterà il pacchetto di primavera del semestre 2026. Una sorta di pagella in cui Bruxelles distribuisce voti, bacchettate e consigli non richiesti. Quest’anno, tuttavia, il clima è diverso. Sullo sfondo ci sono la guerra commerciale globale, i prezzi energetici che continuano a tormentare famiglie e imprese, la crescita asfittica dell’economia europea e soprattutto la nuova ossessione comunitaria: la spesa militare. La coincidenza è singolare. Quando si tratta di finanziare carri armati, missili, sistemi di difesa e programmi militari, le regole del Patto di stabilità possono essere piegate senza problemi. Quando invece si tratta di aiutare imprese e famiglie a pagare bollette diventate insostenibili ricompaiono i ragionieri del rigore. A metà maggio Giorgia Meloni ha scritto direttamente alla presidente della Commissione Ursula von der Leyen. Nella lettera ha chiesto di estendere all’emergenza energetica la clausola di salvaguardia che Bruxelles ha già aperto per le spese militari. Una richiesta semplice: se si possono fare deroghe ai vincoli di bilancio per acquistare armamenti, perché non consentirle anche per proteggere il sistema produttivo dall’esplosione dei costi energetici? Domanda apparentemente logica. Ma proprio la logica sembra essere la grande assente nei palazzi europei. Venerdì il portavoce della Commissione, Balazs Ujvari, ha spiegato che il semestre europeo «sarà un’occasione per affrontare i temi indicati nella lettera». Per la serie: ne parleremo.
Purtroppo le probabilità che l’Italia ottenga un’estensione della clausola sembrano ridotte. Le fonti comunitarie parlano apertamente di forti resistenze. «A livello tecnico e di ministri c’è piena opposizione», riferisce una fonte europea.
In compenso, mentre si chiude una porta, Bruxelles ne apre un’altra. O almeno finge di aprirla. Secondo indiscrezioni potrebbe essere predisposto «un qualche strumento di credito».
La risposta farà probabilmente eco alle indicazioni già fornite dal commissario all’Economia, Valdis Dombrovskis, raccomandando di restare all’interno del quadro fiscale e di privilegiare gli investimenti energetici rispetto ai sussidi. Il parametro è sempre lo stesso. Le regole restano regole. Purché non riguardino la difesa.
Infatti sedici Stati membri hanno già attivato la clausola per gli investimenti militari. Sedici. Nessun dramma. Nessun richiamo ai sacrifici delle generazioni future.
Per le armi il portafoglio si apre. Per le bollette si discute. Per le imprese si riflette. Per i cittadini si studia. Per il riarmo si firma. Naturalmente Bruxelles respinge qualsiasi accusa di doppio standard. E il commissario europeo Raffaele Fitto continua a ripetere che si lavora «con spirito costruttivo». Espressione meravigliosa.
Talmente costruttiva che, pochi giorni fa, i governi sono stati invitati a utilizzare le risorse dei fondi di coesione. Una scelta che, ovviamente, ha suscitato le proteste delle comunità che si vedrebbero tagliare i finanziamenti.
Così si fa avanti. Mercoledì la procedura per deficit eccessivo dovrebbe essere confermata. Il deficit del 2025 si è attestato al 3,1% del Pil, appena sopra la soglia magica del 3%. Ci sarà poi il consueto richiamo al consolidamento dei conti pubblici. Ci sarà il controllo sulla crescita della spesa netta. Ci saranno le raccomandazioni. Ci saranno gli ammonimenti. Ci sarà il rituale. Peccato che i numeri raccontino un’altra storia. Nel 2025 la spesa netta italiana è cresciuta dell’1,9%, oltre il limite dell’1,3% fissato dal percorso concordato con Bruxelles. Ma una parte significativa dell’incremento deriva dall’accelerazione nell’utilizzo dei fondi del Pnrr, elemento che le regole europee consentono di sterilizzare nei conteggi. Insomma, anche stavolta la realtà è più complicata delle formule burocratiche.
E come sempre il Semestre europeo si concluderà con il tradizionale elenco delle virtù obbligatorie: innovazione, capitale di rischio, aggregazioni tra imprese, elettrificazione, energie rinnovabili, politiche climatiche e ambientali. Il catalogo delle buone intenzioni non mancherà. Manca invece una risposta convincente alla domanda fondamentale che attraversa tutta questa vicenda. Perché l’Europa considera strategico finanziare la difesa ma non considera altrettanto strategico difendere famiglie e imprese? Una domanda che a Bruxelles preferiscono non sentire.
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(iStock)
Veniamo ai numeri: dalle dichiarazioni dei redditi del 2024, l’Irpef media pagata dagli imprenditori e dai lavoratori autonomi si è attestata a 8.331 euro mentre i dipendenti si sono fermati a 4.215 euro e i pensionati a 4.006. In termini percentuali, significa che le partite Iva versano circa il 98% in più rispetto ai dipendenti e addirittura il 108% in più rispetto ai pensionati.
La normativa delle imposte vede l’evoluzione della flat tax per questa categoria di contribuenti che si è concretizzata nell’innalzamento della soglia massima di ricavi e compensi. Dal 2023 il limite per accedere all’aliquota del 15% (o del 5% per i primi 5 anni) è fissato a 85.000 euro. Partito inizialmente nel 2016 con limiti variabili (da 25.000 a 50.000 euro in base all’attività), il tetto è stato unificato e portato a 65.000 euro nel 2019, per poi subire l’ultimo incremento a 85.000 euro. Il sistema attuale sostituisce l’Irpef progressiva e le relative addizionali regionali/comunali con un’imposta sostitutiva secca. L'imponibile non viene calcolato sui costi reali, ma attraverso specifici coefficienti di redditività legati al codice Ateco.
Il prelievo dell’Irpef sulle partite Iva è superiore da anni. Ad esempio nel 2018, le imposte versate dai lavoratori autonomi sono state pari a 5.091 euro mentre quelle dei dipendenti di 3.927 e quelle dei pensionati di 3.047 euro. Anche allora le partite Iva pagavano il 30% in più di Irpef all’anno rispetto ai dipendenti e il 67% in più di quanto versavano i pensionati. «È importante chiarire questa questione per smentire la tesi molto diffusa secondo la quale in Italia le tasse sono onorate quasi esclusivamente da coloro che subiscono il prelievo alla fonte», afferma il coordinatore dell’Ufficio studi della Cgia di Mestre, Paolo Zabeo. «Fermo restando che la lotta all’evasione e alla sotto-dichiarazione è una priorità imprescindibile anche tra gli autonomi e ci mancherebbe, non può diventare un alibi per trascurare un dato altrettanto evidente. Mediamente le partite Iva figurano oggi tra i contribuenti più esposti al prelievo fiscale».
Complessivamente i contribuenti Irpef sono 42,5 milioni: di cui 23,8 sono lavoratori dipendenti (56%), 14,5 milioni pensionati (34%) e 3,3 milioni sono partite Iva (8%). Il gettito totale Irpef, è pari a quasi 190 miliardi di euro; di questi, 100,3 miliardi sono prelevati dai dipendenti (53%), 58,1 miliardi dai pensionati (31%) e 27,4 miliardi dai lavoratori autonomi (14%). Il gettito medio dei contribuenti Irpef è di 4.462 euro; tuttavia, se l’importo medio versato all’erario dai pensionati è di 4.006 euro, sale a 4.215 euro per i dipendenti e si attesta a 8.331 euro per gli imprenditori e lavoratori autonomi. Infine, se disaggreghiamo il dato riferito a quest'ultima categoria professionale, emerge che i lavoratori autonomi (ovvero i liberi professionisti) pagano mediamente 21.528 euro di Irpef pro capite, 5.959 euro gli imprenditori (artigiani, commercianti e piccoli imprenditori che nel 80% dei casi lavorano da soli), e 5.616 euro i collaboratori familiari/soci di società di persone. Anche in questi ultimi due casi, il versamento medio è superiore a quello dei pensionati e, in particolare, dei dipendenti che includono anche soggetti con elevati livelli retributivi (come medici, professori universitari, magistrati, dirigenti, manager).
La Cgia lancia una proposta provocatoria: eliminare il sostituto d’imposta. «Tutti i contribuenti sarebbero chiamati a dichiarare e versare in prima persona, aumentando trasparenza e responsabilizzazione. Questo potrebbe ridurre il pregiudizio secondo cui i lavoratori autonomi avrebbero maggiori possibilità di evasione/elusione: al contrario, emergerebbe con maggiore evidenza il reale livello di contribuzione di ciascuna categoria».
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Nel riquadro il vicepresidente comunale di Avs a Firenze, Vincenzo Pizzolo (iStock)
Così come non sembra sufficiente l’alta probabilità che a stretto giro (la giunta ha già approvato una delibera) i vincoli e i paletti (camere singole e cucine da almeno 9 metri quadrati, norme rigide sull’impatto acustico ecc) vengano estesi ad altre 500 e passa strade della cosiddetta “prima cintura” urbana. No a Firenze, la sinistra vuole di più e quel di più è scappato in modo consapevolmente semi-ufficiale al vicepresidente del Consiglio Comunale a Vincenzo Pizzolo.
Il rappresentante del gruppo consiliare AVS-Ecolò che un paio di giorni fa, nel corso di un’accalorata riunione della Commissione Sviluppo, ha apertamente dichiarato la disponibilità dei suoi a sostenere forme di requisizione delle case sfitte. «...Non so se suggerivano una forma di requisizione delle case sfitte», ha replicato a un intervento di alcuni colleghi in aula, «nel caso noi come gruppo consiliare siamo favorevoli, a livello parlamentare abbiamo anche fatto una proposta di legge». Boom.
Quanto c’è da tremare? Per quanti giorni un legittimo proprietario di casa può lasciare il suo immobile «vuoto» prima che arrivi l’esproprio di Stato? Alla fine sarà prevista un’indennità, un risarcimento o neanche quello?
Di primo acchito sembra una provocazione, ma visto che Pizzolo non è un passante ma un rappresentante autorevole della maggioranza di governo in città, è difficile derubricare la faccenda a boutade. E visto che già oggi il capoluogo toscano fa da battistrada nel Paese rispetto alla nuova battaglia rossa contro gli affitti brevi, la cosa diventa seria.
E seriamente la prende anche il vicepresidente del consiglio comunale fiorentino, lato opposizione, Alessandro Draghi di Fdi. «Credo sia allucinante», spiega alla Verità, «proporre di requisire le case sfitte dei nostri concittadini, nemmeno il Venezuela di Maduro era giunto a tanto. La proposta di legge di Avs sulla patrimoniale la conoscevo, la pirateria no! Forse il consigliere Pizzolo è stanco ed ha voglia di vacanze, gli suggerirei Pyongyang, dove magari le sue idee dell’abitare attecchiscono di più».
E a dimostrazione che Venezuela e Corea del Nord possono essere meno distanti di quanto si pensa, va presa sul serio anche la seconda parte dell’esternazione di Pizzolo. A cosa si riferisce l’avvocato di Avs quando dice che «a livello parlamentare abbiamo già fatto una proposta di legge...»?.
Basta fare qualche passo indietro con la memoria per ricordare che non molti mesi fa (eravamo a ottobre 2025), Pd, Avs e M5s avevano presentato quello che potremmo definire l’anti piano Casa che prevedeva la «requisizione temporanea, non per la piccola proprietà, ma per i grandi speculatori che tengono immobili sfitti».
I testimonial della proposta a Montecitorio erano Marco Furfaro, elemento di spicco del Partito Democratico, Marco Grimaldi, pro-Pal di Alleanza Verdi e Sinistra, e Agostino Santillo del Movimento 5 Stelle. «Non è estremismo, piuttosto giustizia abitativa», evidenziava Grimaldi. «Vogliamo trasformare la casa in un diritto reale», sentenziava Furfaro, «perché avere un tetto sopra la testa non è un lusso ma la base della dignità, della sicurezza di ogni persona».
Parole in libertà dietro alle quali si nascondeva un principio decisamente illiberale: il censimento delle case degli italiani con minacce di requisizioni degli immobili vuoti. Oggi Furfaro, Grimaldi e Santillo sono all’opposizione, quindi la proposta resterà sulla carta. Ma domani?
Del resto c’è poco da essere sorpresi. A indicare la direzione dell’esproprio ci ha pensato da tempo fa uno dei nuovi punti di riferimento della sinistra. Da anni ormai Ilaria Salis spiega tra gli applausi dei suoi che «chi entra in una casa disabitata prende senza togliere a nessuno, se non al degrado, al racket e ai palazzinari». «Anche perché», prosegue, «vivere in una casa occupata non è una svolta, non è qualcosa da furbetti. È logorante».
Diciamo che il consigliere fiorentino Pizzolo, ma anche Pd, Avs e Movimento 5 Stelle non stanno facendo altro che estendere i concetti della maestra «ungherese» ad libitum. Dal blocco degli sfratti, dalla resistenza agli sgomberi e dalle pratiche collettive dell’occupazione di case sfitte, siamo passati all’esproprio di Stato.
A ben guardare, la naturale evoluzione della deriva illiberale della sinistra di Elly Schlein.
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