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2026-02-25
Famiglia nel bosco, gli assistenti sociali chiamano l’avvocato
Famiglia Trevallion (Ansa)
Come siamo stati ingenui: pensavamo che, nella triste vicenda della famiglia nel bosco, le vittime fossero prima di tutto i bambini, strappati alla loro casa e trattati come piccoli selvaggi. E poi i loro genitori Nathan e Catherine, assaltati dalle istituzioni e presentati alla stampa come pericolosi squinternati. Ma ci sbagliavamo. Le vere vittime, scopriamo, sono gli assistenti sociali. Davvero. Il punto è che in tutta questa storia essi rischiano un grosso danno di immagine. Motivo per cui, poveri, hanno dovuto trovarsi un avvocato che li tuteli, ovviamente a spese dei contribuenti.
Non è uno scherzo di cattivo gusto: sta tutto scritto in un documento ufficiale scovato di cui Gianluca Lettieri ha pubblicato stralci sul quotidiano il Centro. Si tratta del verbale di deliberazione dell’ufficio di piano dell’Ecad 14 Alto Vastese, cioè l’ente che si occupa della gestione dei servizi sociali di 21 Comuni abruzzesi. Il 19 febbraio questo ufficio «si è riunito per discutere e organizzare le attività in merito al seguente ordine del giorno: incarico di consulenza e assistenza stragiudiziale per la tutela della funzione e dell’immagine di codesto ente d’ambito quale gestore dei servizi sociali dell’Ambito in relazione alla vicenda dei minori T». Tradotto dal burocratese, significa che i responsabili hanno discusso di come tutelare l’immagine degli assistenti sociali alle loro dipendenze coinvolti nel caso della famiglia Trevallion.
Giova ricordare che da questo Ecad dipende tra gli altri Veruska D’Angelo, ovvero l’assistente sociale di cui gli avvocati dei Trevallion, circa un mese fa, hanno chiesto la revoca definendola «ostile» e spiegando che non avrebbe «svolto il proprio incarico con l’imparzialità richiesta dal ruolo». Secondo i legali, la donna mostrava pregiudizi, scagliandosi «contro metodi educativi ritenuti diversi e per ciò sbagliati». Atteggiamenti che, a detta degli avvocati, «hanno compromesso il sereno accertamento degli accadimenti». Anche parlando con la Verità, i rappresentanti dei Trevallion avevano contestato il fatto che l’assistente sociale avesse espresso giudizi molto duri dopo avere «visto i genitori ed i minori per un totale complessivo di cinque incontri» di cui tre «ingiustificatamente e incomprensibilmente alla presenza delle forze dell’ordine». Il procedimento nei riguardi della D’Angelo è stato archiviato, e ora arriva questa surreale decisione dell’ente gestore dei servizi sociali. Nella delibera si legge che è stata approvata «la bozza disciplinare di incarico di consulenza e assistenza stragiudiziale per la tutela della funzione e dell’immagine di codesto ente d’ambito quale gestore dei servizi sociali dell’Ambito in relazione alla vicenda dei minori T. all’avvocata Maria Benedetti».
Viene poi dato «mandato al responsabile del servizio finanziario del Comune di Monteodorisio a procedere alla sottoscrizione dell’incarico con l’avvocata Maria Benedetti». E viene approvato «l’impegno di spesa per il compenso spettante per quanto detto in premessa per un importo complessivo di euro 500». Certo, non è una cifra spaventosa, ma è il principio che conta: perché mai i contribuenti dovrebbero pagare per proteggere i servizi sociali da un danno di immagine? E quale danno poi? La verità è che in questa assurda vicenda i disastri comunicativi li hanno causati i rappresentanti delle istituzioni. Assistenti, tutrici, curatrici, maestre.... Tra queste figure non ve n’è una che non abbia rilasciato dichiarazioni alla stampa, per lo più ostili nei riguardi della famiglia o gravemente irrispettose della privacy dei bambini. È stato persino consentito l’accesso alla casa protetta di Vasto dove risiedono i piccoli Trevallion a una troupe televisiva.
Forse i servizi sociali hanno davvero bisogno di una consulenza d’immagine, ma non per proteggersi dagli attacchi di giornali e tv, bensì per difendersi da sé stessi. Oppure, se proprio vogliono tirare in ballo chi ha danneggiato la credibilità delle istituzioni, dovrebbero prendersela con la psicologa che pubblicava post insultanti contro la famiglia nel bosco sui suoi profili social. Quello si che è stato un colpo davvero brutto.
«Se sbagli, paghi» vale solo per le divise. Non per chi distrugge una famiglia unita
Chi sbaglia paga, dice Elly Schlein riferendosi al poliziotto Carmelo Cinturrino che pare abbia disonorato la divisa prima ancora che sé stesso. Trattandosi di una figura su cui gravano pesanti ombre, la severità è più che giustificata.
Il fatto, però, è che questo tipo di atteggiamento viene esercitato spesso e volentieri nei confronti di tutti gli esponenti delle forze dell’ordine e non soltanto verso coloro che si sono macchiati di nefandezze di varia natura. Di nuovo, potrebbe anche essere sensato: chi rappresenta le istituzioni deve mantenere integrità e rendere onore alla posizione che occupa. La sensazione, tuttavia, è che nei riguardi delle divise si esageri un poco: sui media si passano ai raggi x le loro azioni, si tende a stigmatizzarne gli interventi appena più ruvidi, si vaglia con puntiglio ogni azione. E va bene, sia pure. Ma ci si domanda legittimamente: perché con altri rappresentanti dello Stato la vigilanza non è così attenta? Come mai non si pretende la stessa, irreprensibile serietà da altre figure istituzionali?
Un esempio interessante ci è tornito dagli assistenti sociali, dai tutori e curatori che a vario titolo si occupano della cosiddetta famiglia nel bosco. Nell’arco di pochi mesi costoro hanno inanellato una serie quasi infinita di scivoloni, errori e pasticci (per essere gentili). C’è chi ha parlato con i media rivelando dettagli sensibili sulla vita dei bambini e dei genitori. Chi ha firmato con superficialità relazioni grossolane e carenti, piene di pregiudizi e piuttosto ostili.
Insomma, ci sarebbe molto da criticare, contestare e rimarcare. E in effetti molto è stato contestato anche dagli avvocati dei Trevallion. Tuttavia, sui media e nel dibattito politico, sembra che le carenze e gli errori di questi professionisti non rilevino. Anzi, guai ad avanzare qualche contestazione: subito sui giornali appaiono con grande risalto i comunicati indignati degli ordini professionali e dei difensori d’ufficio della categoria. Si pretende rispetto, si grida allo scandalo, si bercia di lesa maestà.
Quando un agente di polizia solleva il manganello in uno scontro di piazza non passa un istante che già si odono le voci degli illustri custodi mediatici della democrazia, pronti a deprecare atti tanto violenti e indegni. Si dice ogni volta che poliziotti e carabinieri siano professionisti e, dunque, dovrebbero sapere gestire con disinvoltura anche le situazioni più complicate, le emergenze più complesse. Ebbene, perché questo non vale per altri professionisti, quelli che portano via i bambini alle famiglie anche in assenza di maltrattamenti e abusi? Non dovrebbero costoro, in quanto appunto professionisti, evitare con estrema cura tutte le situazioni tensive? Non dovrebbero questi operatori sociali, esattamente come i poliziotti, lavorare al servizio dei cittadini e non contro?
L’assistente sociale che entra in conflitto con una famiglia (soprattutto se questa è fragile o problematica) è equiparabile a un poliziotto che picchia e spara senza ragionare come se fosse un giustiziere della notte. La differenza è che con gli agenti ogni volta si producono radiografie dettagliate di ogni caso, con molti altri si sorvola allegramente. Un discorso che dovrebbe essere esteso anche ai magistrati, sui quali una buona parte del mondo progressista sembra avere più di un pregiudizio favorevole. Non che la categoria sia composta da deprecabili, ci mancherebbe. Ma se un agente sbaglia lo si crocifigge, se lo fa un giudice la cosa passa senza eccessive conseguenze e sui media viene spesso accolta con tenerezza.
Chi veste una divisa ha il dovere di essere irreprensibile perché incarna la Repubblica. Chi segue bambini e genitori ha il dovere di esserlo ancora di più, perché impersona la mano dello Stato che interviene sui più deboli. Ma sembra che si tenda a dimenticarlo.
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Per l’ufficio pubblico che li dirige serve un legale per proteggere dalla «cattiva stampa» chi è coinvolto nel caso. A nostre spese.Si mettono in croce le forze dell’ordine ma si fa spallucce con altri servitori dello Stato.Lo speciale contiene due articoliCome siamo stati ingenui: pensavamo che, nella triste vicenda della famiglia nel bosco, le vittime fossero prima di tutto i bambini, strappati alla loro casa e trattati come piccoli selvaggi. E poi i loro genitori Nathan e Catherine, assaltati dalle istituzioni e presentati alla stampa come pericolosi squinternati. Ma ci sbagliavamo. Le vere vittime, scopriamo, sono gli assistenti sociali. Davvero. Il punto è che in tutta questa storia essi rischiano un grosso danno di immagine. Motivo per cui, poveri, hanno dovuto trovarsi un avvocato che li tuteli, ovviamente a spese dei contribuenti.Non è uno scherzo di cattivo gusto: sta tutto scritto in un documento ufficiale scovato di cui Gianluca Lettieri ha pubblicato stralci sul quotidiano il Centro. Si tratta del verbale di deliberazione dell’ufficio di piano dell’Ecad 14 Alto Vastese, cioè l’ente che si occupa della gestione dei servizi sociali di 21 Comuni abruzzesi. Il 19 febbraio questo ufficio «si è riunito per discutere e organizzare le attività in merito al seguente ordine del giorno: incarico di consulenza e assistenza stragiudiziale per la tutela della funzione e dell’immagine di codesto ente d’ambito quale gestore dei servizi sociali dell’Ambito in relazione alla vicenda dei minori T». Tradotto dal burocratese, significa che i responsabili hanno discusso di come tutelare l’immagine degli assistenti sociali alle loro dipendenze coinvolti nel caso della famiglia Trevallion.Giova ricordare che da questo Ecad dipende tra gli altri Veruska D’Angelo, ovvero l’assistente sociale di cui gli avvocati dei Trevallion, circa un mese fa, hanno chiesto la revoca definendola «ostile» e spiegando che non avrebbe «svolto il proprio incarico con l’imparzialità richiesta dal ruolo». Secondo i legali, la donna mostrava pregiudizi, scagliandosi «contro metodi educativi ritenuti diversi e per ciò sbagliati». Atteggiamenti che, a detta degli avvocati, «hanno compromesso il sereno accertamento degli accadimenti». Anche parlando con la Verità, i rappresentanti dei Trevallion avevano contestato il fatto che l’assistente sociale avesse espresso giudizi molto duri dopo avere «visto i genitori ed i minori per un totale complessivo di cinque incontri» di cui tre «ingiustificatamente e incomprensibilmente alla presenza delle forze dell’ordine». Il procedimento nei riguardi della D’Angelo è stato archiviato, e ora arriva questa surreale decisione dell’ente gestore dei servizi sociali. Nella delibera si legge che è stata approvata «la bozza disciplinare di incarico di consulenza e assistenza stragiudiziale per la tutela della funzione e dell’immagine di codesto ente d’ambito quale gestore dei servizi sociali dell’Ambito in relazione alla vicenda dei minori T. all’avvocata Maria Benedetti».Viene poi dato «mandato al responsabile del servizio finanziario del Comune di Monteodorisio a procedere alla sottoscrizione dell’incarico con l’avvocata Maria Benedetti». E viene approvato «l’impegno di spesa per il compenso spettante per quanto detto in premessa per un importo complessivo di euro 500». Certo, non è una cifra spaventosa, ma è il principio che conta: perché mai i contribuenti dovrebbero pagare per proteggere i servizi sociali da un danno di immagine? E quale danno poi? La verità è che in questa assurda vicenda i disastri comunicativi li hanno causati i rappresentanti delle istituzioni. Assistenti, tutrici, curatrici, maestre.... Tra queste figure non ve n’è una che non abbia rilasciato dichiarazioni alla stampa, per lo più ostili nei riguardi della famiglia o gravemente irrispettose della privacy dei bambini. È stato persino consentito l’accesso alla casa protetta di Vasto dove risiedono i piccoli Trevallion a una troupe televisiva.Forse i servizi sociali hanno davvero bisogno di una consulenza d’immagine, ma non per proteggersi dagli attacchi di giornali e tv, bensì per difendersi da sé stessi. Oppure, se proprio vogliono tirare in ballo chi ha danneggiato la credibilità delle istituzioni, dovrebbero prendersela con la psicologa che pubblicava post insultanti contro la famiglia nel bosco sui suoi profili social. Quello si che è stato un colpo davvero brutto.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/famiglia-bosco-assistenti-sociali-avvocato-2675328624.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="se-sbagli-paghi-vale-solo-per-le-divise-non-per-chi-distrugge-una-famiglia-unita" data-post-id="2675328624" data-published-at="1771979549" data-use-pagination="False"> «Se sbagli, paghi» vale solo per le divise. Non per chi distrugge una famiglia unita Chi sbaglia paga, dice Elly Schlein riferendosi al poliziotto Carmelo Cinturrino che pare abbia disonorato la divisa prima ancora che sé stesso. Trattandosi di una figura su cui gravano pesanti ombre, la severità è più che giustificata.Il fatto, però, è che questo tipo di atteggiamento viene esercitato spesso e volentieri nei confronti di tutti gli esponenti delle forze dell’ordine e non soltanto verso coloro che si sono macchiati di nefandezze di varia natura. Di nuovo, potrebbe anche essere sensato: chi rappresenta le istituzioni deve mantenere integrità e rendere onore alla posizione che occupa. La sensazione, tuttavia, è che nei riguardi delle divise si esageri un poco: sui media si passano ai raggi x le loro azioni, si tende a stigmatizzarne gli interventi appena più ruvidi, si vaglia con puntiglio ogni azione. E va bene, sia pure. Ma ci si domanda legittimamente: perché con altri rappresentanti dello Stato la vigilanza non è così attenta? Come mai non si pretende la stessa, irreprensibile serietà da altre figure istituzionali?Un esempio interessante ci è tornito dagli assistenti sociali, dai tutori e curatori che a vario titolo si occupano della cosiddetta famiglia nel bosco. Nell’arco di pochi mesi costoro hanno inanellato una serie quasi infinita di scivoloni, errori e pasticci (per essere gentili). C’è chi ha parlato con i media rivelando dettagli sensibili sulla vita dei bambini e dei genitori. Chi ha firmato con superficialità relazioni grossolane e carenti, piene di pregiudizi e piuttosto ostili.Insomma, ci sarebbe molto da criticare, contestare e rimarcare. E in effetti molto è stato contestato anche dagli avvocati dei Trevallion. Tuttavia, sui media e nel dibattito politico, sembra che le carenze e gli errori di questi professionisti non rilevino. Anzi, guai ad avanzare qualche contestazione: subito sui giornali appaiono con grande risalto i comunicati indignati degli ordini professionali e dei difensori d’ufficio della categoria. Si pretende rispetto, si grida allo scandalo, si bercia di lesa maestà.Quando un agente di polizia solleva il manganello in uno scontro di piazza non passa un istante che già si odono le voci degli illustri custodi mediatici della democrazia, pronti a deprecare atti tanto violenti e indegni. Si dice ogni volta che poliziotti e carabinieri siano professionisti e, dunque, dovrebbero sapere gestire con disinvoltura anche le situazioni più complicate, le emergenze più complesse. Ebbene, perché questo non vale per altri professionisti, quelli che portano via i bambini alle famiglie anche in assenza di maltrattamenti e abusi? Non dovrebbero costoro, in quanto appunto professionisti, evitare con estrema cura tutte le situazioni tensive? Non dovrebbero questi operatori sociali, esattamente come i poliziotti, lavorare al servizio dei cittadini e non contro?L’assistente sociale che entra in conflitto con una famiglia (soprattutto se questa è fragile o problematica) è equiparabile a un poliziotto che picchia e spara senza ragionare come se fosse un giustiziere della notte. La differenza è che con gli agenti ogni volta si producono radiografie dettagliate di ogni caso, con molti altri si sorvola allegramente. Un discorso che dovrebbe essere esteso anche ai magistrati, sui quali una buona parte del mondo progressista sembra avere più di un pregiudizio favorevole. Non che la categoria sia composta da deprecabili, ci mancherebbe. Ma se un agente sbaglia lo si crocifigge, se lo fa un giudice la cosa passa senza eccessive conseguenze e sui media viene spesso accolta con tenerezza.Chi veste una divisa ha il dovere di essere irreprensibile perché incarna la Repubblica. Chi segue bambini e genitori ha il dovere di esserlo ancora di più, perché impersona la mano dello Stato che interviene sui più deboli. Ma sembra che si tenda a dimenticarlo.
Jannik Sinner trionfa a Montecarlo (Getty Images)
Sinner batte Alcaraz 7-6, 6-3 nella finale del Masters 1000 di Montecarlo e si riprende la vetta Atp. Primo set deciso al tie-break dopo oltre un’ora, poi la rimonta nel secondo: è l’ottavo titolo 1000 per l’azzurro.
Jannik Sinner torna sul trono del tennis mondiale e lo fa vincendo uno dei tornei più prestigiosi della stagione sulla terra battuta. Nella finale del Masters 1000 di Montecarlo, l’altoatesino supera Carlos Alcaraz in due set, 7-6(5), 6-3, al termine di una partita lunga oltre due ore e combattuta soprattutto nel primo parziale. Un successo che vale il titolo e anche il ritorno al numero uno del ranking Atp.
La sfida si gioca in condizioni non semplici, con il vento a disturbare costantemente il ritmo degli scambi e a rendere complicato il controllo dei colpi. Il primo set è segnato da diversi errori, ma anche da una tensione evidente: i game scorrono senza un vero padrone, tra occasioni mancate e improvvisi cambi di inerzia. Sinner fatica a trovare continuità con la prima di servizio, mentre Alcaraz alterna soluzioni brillanti a passaggi a vuoto, soprattutto con il dritto. L’equilibrio resta intatto fino al 6-6, con entrambi costretti più volte ai vantaggi. Nel tie-break l’azzurro cambia passo: alza la qualità al servizio, prende l’iniziativa negli scambi e si costruisce due set point. Sul secondo, un doppio fallo dello spagnolo chiude il parziale dopo oltre un’ora di gioco. L’avvio del secondo set sembra premiare Alcaraz, più aggressivo in risposta e capace di strappare il servizio a Sinner nel terzo gioco. Il match, però, non prende la direzione che lo spagnolo sperava. Sinner resta lucido, non forza le soluzioni e torna subito in partita con un controbreak costruito sulla profondità dei colpi e su una maggiore solidità negli scambi lunghi. Da quel momento cresce progressivamente, mentre Alcaraz perde precisione e si espone a qualche errore di troppo, anche nei momenti in cui avrebbe la possibilità di consolidare il vantaggio. Il passaggio chiave arriva sul 3-3, in un game lungo e molto combattuto: Sinner si procura più di una palla break e alla fine riesce a convertire grazie a una risposta aggressiva seguita da un dritto decisivo. È lo strappo che indirizza definitivamente la partita. L’italiano, avanti nel punteggio, gestisce con attenzione i propri turni di servizio, senza concedere occasioni, mentre lo spagnolo fatica a rientrare. Nel nono game arriva la chiusura: Sinner sale rapidamente sul 40-0 e, alla prima occasione utile, archivia l’incontro con una prima vincente. È il punto finale di una partita meno spettacolare del previsto ma estremamente solida da parte di Sinner, capace di adattarsi alle condizioni e di leggere meglio i momenti del match. Per lui si tratta dell’ottavo titolo Masters 1000 in carriera, un traguardo che conferma la sua continuità ai massimi livelli.
A fine partita Sinner ha espresso tutta la sua gioia: «Non so da dove cominciare per commentare questa settimana. Sono venuto qui per accumulare più partite possibili in vista dei grandi tornei che si avvicinano e ho ottenuto un altro traguardo incredibile» - ha detto il tennista altoatesino - «Tornare numero 1 è importante per me, ma la classifica è secondaria, voglio vincere trofei». Il campione italiano ha poi aggiunto: «Ho cercato di restare lì mentalmente anche quando ero sotto, è stata una partita di alti e bassi per tutti e due, ma oggi non era semplice per il vento che continuava a cambiare. Questo torneo per me vuol dire tanto. Sono super super contento di avere almeno un trofeo come questo a casa». Il successo di Montecarlo ha anche un peso simbolico: Sinner interrompe la serie negativa contro Alcaraz sulla terra battuta e si riprende la vetta del tennis mondiale. Un segnale importante all’inizio della stagione sul rosso, proprio contro il rivale che negli ultimi anni lo aveva più spesso messo in difficoltà su questa superficie.
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Autorevoli commentatori italiani scrivono che sarebbe necessario un «Re-Made in Italy». Inoltre, Giorgio Parisi, premio Nobel 2021 per la fisica invoca (dal 2025) la creazione di un centro di ricerca europeo sull’Intelligenza artificiale con visione sistemica e non solo settoriale per la seguente argomentazione: l’Intelligenza artificiale non è soltanto una nuova tecnologia computazionale, ma è un fenomeno fisico, energetico e informazionale di scala inedita. Concordo, ma data la quasi certa concorrenza intraeuropea suggerisco di crearne intanto uno in Italia con missione d’avanguardia dedicata alla super robotica multifunzionale. Da un paio d’anni sento crescere nel mondo industriale piccolo e grande l’inquietudine per le strategie di competitività futura globale e una crescente domanda per acquisire un maggiore potere cognitivo sia per la conduzione di un’azienda sia per la sua riorganizzazione interna. Sempre più imprenditori, in particolare giovani, mostrano la consapevolezza della discontinuità in atto. Per inciso, si veda il libro di Giordano Riello e Carlo Pelanda Gestire la discontinuità. Dialogo futurizzante tra imprenditore e professore (Rubbettino, luglio 2025). La società di investimento italiana in cui opero ha creato un fondo in collaborazione con una grande azienda statunitense produttrice di sistemi di Intelligenza artificiale per dare il giusto capitale di sviluppo ad aziende innovative. Semplificando, anche se ora il sistema italiano appare in ritardo nelle statistiche comparative internazionali sul piano dell’adeguamento rapido alla rivoluzione tecnologica in atto, ritengo che il potenziale scientifico-tecnico residente in Italia abbia un’elevata capacità di mettersi nel gruppo di testa mondiale della rivoluzione tecnologica, ma a date condizioni.
Prima di suggerirle, devo citare il caso del sistema robotico Mythos prodotto dall’azienda statunitense Anthropic guidata da Dario Amodei che è la prova concreta della discontinuità in corso: è emerso che Mythos ha la capacità di penetrare tutti gli attuali sistemi informatici e, volendo, anche sabotarli. Consapevole di avere in mano una sorta di bomba nucleare e perseguendo un comportamento etico-prudenziale, Amodei la ha immessa solo selettivamente sul mercato (statunitense) ed in configurazione difensiva contro cyberattacchi. Ciò ha irritato il Pentagono, interessato ad avere il sistema completo, e creato un conflitto tra Washington ed Anthropic dopo informazioni che lo spionaggio cinese è riuscito a rubare alcune parti di Mythos. E ciò è una parte della storia. L’altra parte riguarda le riunioni con toni d’emergenza convocate da Scott Bessent, ministro del Tesoro Usa, e Jerome Powell, presidente della Fed, per valutare la vulnerabilità del sistema bancario americano a nuovi «gizmo» come Mythos. Mossa adeguata perché il tenere segreta una tecnologia così potente è impossibile. Infatti ci sono segnali crescenti che alcune potenze stanno cercando non solo sistemi simili a Mythos, ma anche più penetranti. Questo cenno serve intanto a definire una priorità di adattamento: la guerra sta evolvendo dalla cinetica tradizionale a quella informatica con competizione accelerata per la superiorità sulla seconda. Tale evidenza pone in priorità la sicurezza di tutti i sistemi chiave attraverso i quali si svolge la nostra vita civile. In altri termini, per la sicurezza del prossimo futuro non serve solo uno scudo antimissile e antidroni, ma anche uno cibernetico.
Ma se si capisce anche vagamente come Mythos riesca a penetrare tutto l’esistente elettronico è facile immaginare quanto ampia sia l’innovazione possibile. Sia per sfruttarne il potenziale sia per restare concorrenziali e in sicurezza secondo me servono, in valutazione preliminare, le seguenti soluzioni.
1 Creare un Nasdaq italiano, cioè una Borsa dedicata alla tecnologia che possa incrociare bene capitale di investimento e aziende tecnologiche promettenti, in particolare startup. Dalle mie ricerche ricavo che ce ne sono più di 1.000 residenti in Italia, ma con problemi di capitalizzazione. Già Mario Draghi aveva sostenuto l’urgenza di rivedere le regole che limitano i flussi di capitale di rischio (venture capital) per evitare che le startup europee (qui enfatizzo le italiane) migrassero in America dove il capitale di investimento è più fluido.
2 Unire sicurezza e futurizzazione tecnologica. Tema delicato, ma penso inevitabile usare la concentrazione di capitale per programmi militari e di polizia per ricadute rapide sulla futurizzazione dei sistemi civili, soprattutto, robotica eso, endo, sub e cognitiva.
3 Stimolare una rivoluzione cognitiva di massa per diffondere la cultura tecnica utile a costruire una competenza diffusa, per esempio aumentando i programmi universitari di Terza missione, cioè collegando di più università, centri di ricerca e suole superiori.
4 Competizioni a premio per la robotica operativa e cognitiva meglio performante.
Tanto altro, ma suggerisco questi primi passi futurizzanti.
www.carlopelanda.com
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