La chiamano «resilienza democratica», perché «polizia del pensiero» sembrava brutto. Ieri, nel giorno del quarto anniversario della guerra in Ucraina, l’Ue ha lanciato il suo Centro che dovrebbe occuparsi di combattere le fake news. Ma chi pensa che si tratti solo dell’ennesimo capitolo della crociata antirussa si sbaglia. Le ambizioni sono ben più alte. «Non ci concentreremo esclusivamente sulla manipolazione delle informazioni straniere, sull’interferenza e sulla disinformazione», ha garantito Michael McGrath, che è commissario alla Democrazia, allo Stato di diritto e pure alla Giustizia.
«Ci saranno altri filoni di lavoro in cui cercheremo di investire nella resilienza democratica». Possiamo immaginare quali saranno: profilare i cittadini sui social e reprimere le opinioni scomode sull’immigrazione, su Bruxelles, sui conflitti in corso e su tutto quello che minaccia di disturbare il manovratore. È malafede? A osservare cosa già sta succedendo in diversi Paesi, c’è più di un motivo per essere diffidenti.
In Germania, ad esempio, è appena finito sotto indagine un pensionato di Heilbronn che, su Facebook, aveva osato definire «Pinocchio» Friedrich Merz. Lo scorso ottobre, l’uomo, evidentemente (e legittimamente!) adirato per il deterioramento della situazione dell’ordine pubblico in patria, aveva comunicato la propria esasperazione con un commento sotto a un post della polizia locale, diffuso in occasione di una visita del cancelliere nella città del Baden-Württemberg. L’articolo 188 del Codice penale tedesco prevede pene severe - fino a cinque anni di carcere - per le offese all’onore di politici e funzionari, se esse complicano lo svolgimento della loro attività. «Pinocchio arriva a Heilbronn»: ci credereste che un signore potrebbe finire in cella per questa frase? Nell’Europa che spaccia la sorveglianza psicopolitica per difesa della democrazia, basta poco per ritrovarsi nei guai.
Ne sanno qualcosa nel Regno Unito. La distopia laburista ha prodotto una tale quantità di pazzie, che ci si potrebbe scrivere un’enciclopedia. C’è stato il caso di Lucy Connolly, moglie di un esponente conservatore, sbattuta in galera perché su X, dopo un attentato all’arma bianca, aveva invocato l’«espulsione di massa» dei clandestini, precisando che se ne sarebbe infischiata se qualcuno l’avesse considerata razzista. Troppo ardire, per la terra che 800 anni fa promulgò la Magna charta libertatum. Keir Starmer non è stato capace di proteggere i confini dagli irregolari, però li ha interdetti all’attivista olandese Eva Vlaardingerbroek: a gennaio, è stata bandita dalla Gran Bretagna in quanto la sua presenza «non è da considerarsi favorevole al bene pubblico». Devono esserle costati cari i suoi legami con Tommy Robinson, il capofila della destra movimentista che si oppone all’invasione. D’altra parte, nella Francia di Emmanuel Macron, di recente sono stati arrestati proprio due inglesi che avrebbero incitato all’odio contro gli stranieri. Meraviglie di Internet: doveva essere il paradiso della democrazia, è diventata il mezzo per perseguire i reati d’opinione.
L’episodio surreale accaduto in Germania, intanto, ha riacceso lo scontro con gli Usa, che almeno dal discorso di JD Vance a Monaco, a febbraio 2025, strapazzano l’Europa per la sua smania censoria. Secondo il sottosegretario di Stato per la diplomazia, Sarah Rogers, l’inchiesta sull’affaire Pinocchio «somiglia a un caso di lesa maestà. La maggior parte dei tedeschi con cui ho parlato non vuole che le leggi siano applicate in questa maniera. Ma vaghe e ampie restrizioni della libertà d’espressione generano sempre casi al limite dell’abuso ed effetti raggelanti».
La Rogers è la stessa che, stando a quanto riferito alcuni giorni fa da Reuters, si sta occupando dello sviluppo di un portale online, sul quale verrebbero resi visibili i contenuti che sono stati fatti rimuovere dai governi nel Vecchio continente, o in altre parti del mondo. Il lancio del sito, che dovrebbe appartenere al dominio freedom.gov, era atteso all’ultima Conferenza di Monaco, ma per ora è stato rimandato. Sullo sfondo, c’è il serrato confronto tra Washington e Bruxelles sulle regole del Digital services act, che la Casa Bianca concepisce come una deriva oscurantista, oltre che come un tentativo di danneggiare il giro d’affari delle Big tech. Ragion per cui, negli attriti, rientra pure la partita sui dazi. Donald Trump mal sopporta anche l’analogo regolamento di Londra, l’Online safety act. E a quanto pare, non ha tutti i torti. Certo: non c’è da fidarsi ciecamente di Mark Zuckerberg e compagnia. Ma voi comprereste mai un’auto usata da chi - per il vostro bene, eh - prova a rifilarvi la «resilienza democratica»?







