
I giudici liberano dal Cpr in Albania 4 marocchini condannati per gravi reati tra cui violenza sessuale, anche su minori. Hanno fatto domanda di protezione internazionale. A pensar male si fa peccato, ma a vedere le sentenze spesso ci si azzecca. Dopo il caso del marocchino Fatallah Ouardi, trentanovenne con «condanne per spaccio di droga, resistenza a pubblico ufficiale, violenza sessuale in concorso e violenza sessuale di gruppo», per il quale la Corte d’appello di Roma ha annullato il trattenimento nel Cpr albanese di Gjadër, i magistrati della Capitale hanno compiuto nuove prodezze. Liberando altri galantuomini, soltanto perché hanno presentato istanza di protezione internazionale.
Nello specifico, si tratta di Ahmed Aittorka, classe 1992, pure lui marocchino, condannato nel 2023 per violenza sessuale e nel 2024 per furto aggravato; del suo connazionale Mohamed Errami, ventisettenne, con a carico reati tra cui la resistenza a pubblico ufficiale, le lesioni personali, il tentato furto in abitazione, oltre a una condanna per rapina impropria; di Abdelkrim Chahine, anche lui nato in Marocco, nel 1960, condannato a due anni per violenza sessuale su minore di 14 anni; e di Mehdi El Antaky, ennesimo marocchino, che nonostante la giovanissima età (è del 2004) è stato già condannato per omicidio quando era minorenne, reato poi riqualificato in lesioni personali e porto di armi od oggetti atti a offendere.
In effetti, l’articolo 6 del decreto legislativo 142/2015, varato in attuazione della direttiva Ue sull’accoglienza del 2013, stabilisce che chi richiede la protezione internazionale «non può essere trattenuto al solo fine di esaminare la domanda» stessa. Però la stessa norma prevede che il migrante sia tenuto in un Cpr qualora la sua istanza sia ritenuta strumentale a evitare l’espulsione, oppure se egli costituisce un pericolo per l’ordine pubblico o la sicurezza dello Stato. Ammettiamo che invocare l’asilo non sia una tattica. Ma non occorre essere dei giuristi per immaginare che gente con precedenti per stupro, pedofilia, rapine, aggressioni a poliziotti, risse e porto abusivo di armi, rappresenti un problema di sicurezza.
E pensare che l’Europa, il cui primato giuridico gli stessi giudici hanno più volte ribadito, ha cambiato passo: anticipando l’entrata in vigore delle regole del Patto sulla migrazione e l’asilo, che scatteranno da giugno, ha accelerato proprio sui rimpatri e si appresta a introdurre una lista unica di Paesi sicuri. Alcuni Stati Ue si sono già mossi e non sono tutti governati dalla destra. La Germania aveva reintrodotto i controlli alle frontiere con il cancelliere socialdemocratico Olaf Scholz. Poi ha stipulato un’intesa con i talebani, per rispedire in Afghanistan gli immigrati che commettono reati. E la Danimarca della socialdemocratica Mette Frederiksen intende espellere gli immigrati condannati a pene superiori a un anno. Il Regno Unito dei laburisti ha varato una stretta sulle domande d’asilo e sulla concessione della cittadinanza.
I nostri magistrati si aggrappano a una sentenza della Corte di giustizia, che ha lasciato loro la facoltà di valutare caso per caso la conformità dei provvedimenti restrittivi nei confronti dei migranti. In linea di principio, è comprensibile. Nella pratica, questo margine di discrezionalità si è trasformato in una gabola per neutralizzare i tentativi del governo Meloni di arginare l’invasione. E la delinquenza che ne deriva: facendo due conti con i dati del Viminale, si vede che gli stranieri irregolari hanno una propensione a delinquere dieci volte superiore a tutti gli altri gruppi, nativi italiani e stranieri regolari. È giusto riconoscere delle tutele agli immigrati. Ma la gente perbene non ha diritti?





