Howard Lutnick (Ansa)
Il presidente americano striglia gli europei su immigrazione, green, farmaci e insiste: «Dovete darmi la Groenlandia. Non voglio usare la forza ma mi serve per la difesa nazionale ed è un bene anche per voi». Poi vede Rutte e annuncia lo stop ai dazi verso i Paesi europei. Intanto Lutnick fa il funerale alla globalizzazione e Ursula viene sconfitta sul Mercosur. Meloni frena sull’ingresso nel Board per Gaza.
È stata una giornata di tensione, quella di ieri, tra le due sponde dell’Atlantico. Mentre l’Europarlamento sospendeva indefinitamente la ratifica dell’accordo commerciale tra Stati Uniti e Ue, Donald Trump è intervenuto al Forum di Davos, tenendo un intervento battagliero in cui ha criticato i Paesi europei su svariati fronti. «Certi luoghi in Europa, francamente, non sono più riconoscibili», ha dichiarato. «Vorrei che l’Europa andasse bene, ma non sta andando nella giusta direzione», ha aggiunto, citando «l’aumento della spesa pubblica, l’immigrazione di massa incontrollata e le importazioni straniere senza fine». «Qui in Europa abbiamo visto il destino che la sinistra radicale ha cercato di imporre all’America», ha anche affermato. Trump ha poi criticato il Vecchio continente sulla questione energetica. «Grazie alla mia vittoria elettorale a valanga, gli Stati Uniti hanno evitato il catastrofico collasso energetico che ha avuto luogo in ogni nazione europea, che ha perseguito il “Green new scam”: forse il più grande imbroglio della Storia», ha dichiarato, storpiando il nome del Green new deal («scam», in inglese, significa infatti «truffa»). Sotto questo aspetto, l’inquilino della Casa Bianca ha messo nel mirino l’energia eolica e ha sottolineato come il ricorso alla tecnologia green aumenti la dipendenza da Pechino. «Più turbine a vento ha un Paese, più ci perde. Gli stupidi le comprano, ma la Cina vince», ha detto. Trump è poi andato all’attacco della Danimarca sulla questione della Groenlandia («un pezzo di ghiaccio in cambio della pace»). «La Danimarca è caduta in mano alla Germania dopo appena sei ore di combattimenti ed è stata totalmente incapace di difendere sia sé stessa sia la Groenlandia. Quindi gli Stati Uniti sono stati costretti a farlo e lo abbiamo fatto», ha tuonato, riferendosi all’invasione della Danimarca da parte del Terzo Reich durante la seconda guerra mondiale. Il presidente americano ha inoltre bollato Copenaghen come «ingrata», ribadendo di aver bisogno della Groenlandia per una necessità di «sicurezza nazionale strategica». Al tempo stesso, Trump ha però escluso l’uso della forza per acquisire l’isola più grande del mondo. «Non devo usare la forza, non voglio usare la forza, non userò la forza. Tutto ciò che gli Stati Uniti chiedono è un posto chiamato Groenlandia», ha dichiarato, senza tuttavia rinunciare a mettere sotto pressione gli europei. «Potete dire di sì e vi saremo molto grati, oppure potete dire di no e ce ne ricorderemo», ha infatti affermato, riferendosi all’acquisizione dell’isola. In questo quadro, il presidente americano ne ha anche approfittato per dare una bacchettata alla Nato. «Gli Stati Uniti sono trattati in modo molto ingiusto dalla Nato. Diamo così tanto e riceviamo così poco in cambio». Insomma, Trump non ha risparmiato dure critiche agli alleati europei. Ma il presidente americano, ieri, si è occupato anche di vari dossier internazionali, a partire della crisi ucraina. «Credo che ora siano arrivati al punto in cui possono unirsi e raggiungere un accordo», ha affermato, parlando di Vladimir Putin e Volodymyr Zelensky. «Se non ci riescono», ha continuato, «sono stupidi. Questo vale per entrambi. E so che non sono stupidi. Ma se non ci riescono, sono stupidi». Ieri pomeriggio, la Cnn ha, in particolare, riferito che Trump dovrebbe incontrare oggi il presidente ucraino a Davos. Ma non è tutto. Oltre a sottolineare di avere un «ottimo rapporto» con il leader cinese, Xi Jinping, l’inquilino della Casa Bianca si è infatti espresso anche sul Medio Oriente, auspicando che Hamas proceda con il disarmo. «Se non lo faranno, saranno spazzati via. Molto rapidamente», ha affermato, per poi rivendicare gli attacchi statunitensi di giugno ai siti nucleari iraniani. «Erano molto vicini ad avere un’arma nucleare e li abbiamo colpiti duramente, e la distruzione è stata totale», ha detto. Tra l’altro, proprio ieri, il cardinal segretario di Stato, Pietro Parolin, ha reso noto che Trump ha invitato papa Leone XIV a entrare nel Board of peace per Gaza. Inoltre, sempre ieri, l’inquilino della Casa Bianca, a margine del Forum di Davos, ha avuto degli incontri con il presidente polacco, Karol Nawrocki, con quello egiziano, Abdel Fattah Al Sisi, e con quello elvetico, Guy Parmelin, oltre che con il segretario generale dell’Alleanza atlantica, Mark Rutte. Con quest’ultimo, Trump ha annunciato di aver raggiunto un accordo sulla Groenlandia che, se dovesse concretizzarsi, offrirebbe un’«ottima soluzione» per i Paesi della Nato e scongiurerebbe i nuovi dazi americani ai Paesi europei.Nel suo intervento in Svizzera, Trump ha parlato anche di questioni interne: ha definito Jerome Powell uno «stupido», rendendo noto che annuncerà presto la scelta del suo successore. La centralità è comunque spettata alla politica internazionale, con speciale riferimento, alle crescenti tensioni con gli alleati europei. In particolare, chi, nel Vecchio continente, sta tornando a premere per la linea dura nei confronti della Casa Bianca è Emmanuel Macron che, proprio ieri, Trump ha deriso per gli occhiali da sole con cui si era presentato martedì. Il presidente francese sta del resto cercando di spingere Bruxelles a ricorrere allo strumento anti coercizione: uno scenario che acuirebbe le fibrillazioni transatlantiche. Non dimentichiamo che il vicepremier cinese, He Lifeng, ha criticato i dazi statunitensi. E che l’inquilino dell’Eliseo ha rafforzato i legami con Pechino. In Svizzera sta, insomma, andando in scena uno scontro geopolitico particolarmente serrato. Tuttavia, spingendo sul pedale della linea dura con Washington - soprattutto su input francese - gli europei rischiano di finire tra le braccia della Cina. Il che non sarebbe uno scenario esattamente allettante.
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(Imagoeconomica)
Si sostiene che la separazione delle carriere sia un primo passo per poi assoggettare la magistratura ai politici. Perché il centrodestra dovrebbe rimandare al futuro questo presunto disegno, visto che ha la maggioranza?
Gli interventi sul referendum della giustizia si stanno moltiplicando e offrono continui spunti di riflessione. E, dopo un inizio che sembrava quasi a senso unico, molti colleghi, orientati a votare Sì, stanno legittimamente esprimendo la loro opinione e sviluppando le loro argomentazioni. È un bene per chi vuole approfondire e votare con consapevolezza.
di Catello Maresca, Magistrato, ex sostituto procuratore a Napoli
Ho molto apprezzato, sul punto, le posizioni del collega D’Avino, oggi procuratore di Parma, con cui ho avuto la fortuna di lavorare qualche anno fa, quando eravamo entrambi alla Procura antimafia di Napoli (articolo pubblicato sulla Verità del 18 gennaio). Mi ha confermato, con motivazioni lucide e convincenti, una impressione, sorta ascoltando i sostenitori del No.
Soprattutto dopo il contestatissimo manifesto, apparso in alcune stazioni italiane, sul presunto intento di sottomettere la magistratura alla politica, mi è sembrato che si fosse superato il limite della correttezza istituzionale, nel pur aspro dibattito in corso.
I romani, a cui si deve la nascita del diritto delle civiltà moderne, sostenevano che «cogitationis poenam nemo patitur», vale a dire che: «Nessuno può essere punito per un semplice pensiero». Oggi, si parla di processo alle intenzioni per indicare una valutazione, quasi sempre di condanna, che si fonda sulla supposizione delle intenzioni del soggetto sottoposto al giudizio, indipendentemente da suoi comportamenti o da suoi atti concreti. In sostanza, questo accade quando si tende ad accusare qualcuno per ciò che si presume voglia o volesse fare, e non per ciò che ha effettivamente fatto. Ovviamente, in ambito giuridico, dove contano le prove sui fatti e non sulle mere intenzioni, fare un processo alle intenzioni è considerato assolutamente scorretto.
Io non ho condiviso la discesa in campo della magistratura associata contro la riforma della giustizia, perché mi sarei aspettato una più cauta e tranquillizzante posizione di rispettosa attesa delle decisioni dei rappresentanti del popolo, che nel nostro sistema costituzionale sono i parlamentari, e, nel caso di specie, anche degli stessi italiani, direttamente chiamati ad esprimersi tra poco col referendum. Ma tant’è, la scelta è stata diversa e diffusamente condivisa dai rappresentanti di categoria, per cui non si può che prenderne atto.
Quello che, però, potrebbe ragionevolmente aspettarsi da chi ha fatto, fa e dovrà continuare a fare dell’applicazione del diritto «in nome del popolo» il fondamento del suo agire professionale quotidiano, sarebbe un corretto esercizio del potere che si è scelto di esercitare.
Il rischio è davvero elevato Scendere in campo significa, infatti, già aver compiuto la propria scelta irreversibile, senza volontà, né capacità, forse, di ripensamento. E i toni, a tratti, si avvicinano proprio a quelli usati per i processi.
caccia alle streghe
Il campo è quello del giudizio sulle scelte del Parlamento ed in questo contesto si è deciso di fare la parte del peggior esempio di pubblico ministero; quello che ha già in tasca la soluzione, che è già convinto che l’indagato abbia sbagliato e vada condannato, senza se e senza ma. Si tratta di una scelta quantomeno bizzarra, perché si vestono i panni di quel pubblico ministero, di cui, almeno dichiaratamente, si sostiene di voler difendere l’indipendenza. Sì, proprio di quei magistrati che hanno contribuito ad allontanare i cittadini dalla giustizia, coi loro eccessi, mascherati da autonomia, che, invece, sarebbe stato quantomeno opportuno stigmatizzare e da cui si sarebbe dovuto prendere le distanze.
E, così, presi dal sacro fuoco di chi si è autoproclamato portatore assoluto di verità e di ragione, si sta compiendo, sommessamente credo, l’errore più grave: ci si sforza, proprio come quei pubblici ministeri (fortunatamente non tanti), innamorati delle loro incrollabili convinzioni, di trovare a tutti i costi argomenti sostenibili, anche travalicando le regole stesse del giudizio.
Con l’Illuminismo, soprattutto grazie a Cesare Beccaria, il cui pensiero si può ritrovare nelle pagine del suo Dei delitti e delle pene, si afferma con forza l’idea, fino ad allora assolutamente non scontata, che lo Stato non possa giudicare l’interiorità dell’individuo, ma solo dei suoi comportamenti sulla base di solide prove. Punire le intenzioni porta all’arbitrio del potere, proprio dei sistemi nei quali il sospetto vale quanto la prova e la presunta pericolosità morale giustifica di per sé sola la punizione. È qui, quasi 300 anni fa, che nacque l’idea moderna che il «processo alle intenzioni» fosse tipico dei regimi ingiusti. Continuare ad arrampicarsi sugli specchi alla ricerca di elementi, almeno lontanamente indizianti, a me sembra evocare più che un giusto processo, lontani ricordi più prossimi alla caccia alle streghe.
Valga per tutti l’esempio della discussione sulla separazione delle carriere di giudici e pubblici ministeri, che è uno dei cardini della riforma.
I sostenitori del No, e quindi, in primis, la magistratura associata, sostengono tra le altre cose che sarebbe inutile, perché di fatto già insita in un sistema in cui negli anni, a furia di ostacoli e divieti, il passaggio tra funzioni è diventato quasi impossibile. Niente di più vero! Ma appunto tra funzioni e non di carriere. La confusione che si ingenera tra separazione di funzioni e di carriere (voluta?) tradisce le intenzioni. Se, infatti, già ci fosse la separazione non si comprende perché, se si è davvero contrari, non si è manifestata con forza tale convinzione contro chi, come la ministra Cartabia, quella separazione l’ha realizzata, inserendola in maniera addirittura subdola, senza fare ricorso a riforme costituzionali. Se la separazione la attua di fatto una ministra va bene; se, invece, la propone apertamente un altro no? Allora forse si tratta di cose ben diverse? E la separazione delle carriere (non delle funzioni), allora, serve davvero ad assicurare la terzietà del giudice, già riconosciuta dalla Costituzione.
E vi è di più. Non comprendo sinceramente perché, se davvero, come sostengono i comitati per il No, il malcelato intento del legislatore sia quello «di mettere il pubblico ministero sotto al governo», o «ridurre il potere della magistratura», o qualche altro nascosto proposito complottista, questa maggioranza, la più solida della storia del nostro Paese, non di sinistra, proprio oggi, si lascerebbe scappare questo obiettivo, rimandando il raggiungimento del risultato a domani o dopodomani o a quando, chissà, presumibilmente gli equilibri politici saranno molto più complicati o, addirittura, non ci sarà più una maggioranza che la pensa allo stesso modo.
un punto di partenza
E un’altra circostanza mi induce ancora a riflettere. Non ho mai fatto processi alle intenzioni e nel mio ruolo di pubblico ministero ho cercato, sicuramente non riuscendoci sempre, di non innamorarmi delle mie posizioni e di lasciare sempre uno spazio al dubbio. Io non so se le intenzioni della maggioranza dei parlamentari che hanno votato la riforma siano tutte, o in parte, e in che quota parte, punitive per la magistratura, o ispirate a sentimenti di rivalsa o prevaricazione della politica sulla magistratura, e, devo dire la verità, non mi interessa più di tanto. E, se anche così fosse, mi dispiacerebbe umanamente solo per chi avesse tale bassa considerazione delle istituzioni.
Quel che conta, però, è ciò che è stato scritto nero su bianco (i loro comportamenti, eventualmente censurabili, aldilà delle intenzioni) e ciò che possa derivare da una riforma che, comunque vada, segnerà un passaggio epocale per il sistema giustizia in Italia, anche per effetto della chiara discesa in campo dell’Associazione nazionale magistrati che nell’immaginario collettivo rappresenta tutta la magistratura. Anche per questo ribadisco di non aver condiviso tale posizione. Il referendum sta diventando, infatti, una questione di tifoseria.
E, se il popolo voterà No vorrà dire che si sarà schierato dalla parte dei magistrati, condividendone l’agire e le preoccupazioni. E questo realisticamente non potrà che portare ad una sostanziale prosecuzione dello stato attuale della giustizia in Italia. Se voterà Sì, invece, il popolo deciderà di cambiare rotta, di scegliere un modello di magistratura diversa, auspicando un sistema giustizia migliore. E a quel punto, agendo in nome del popolo, i magistrati dovranno contribuire a costruire qualcosa di diverso che non potrà, comunque, funzionare senza di loro.
Dopo la riforma, nella eventualità che sia approvata, bisognerà pensare alla giustizia, alle carceri, alla sicurezza, all’antimafia. Sarà solo un nuovo inizio.
Quando sono entrato in magistratura, ormai nel lontano 1999, ho avuto netta l’impressione di un meccanismo farraginoso, a tratti illogico, spesso incomprensibile per i cittadini. Col tempo è cresciuta in me la consapevolezza di trovarmi in un sistema poco efficiente, in cui dovevi attrezzarti sostanzialmente da solo per provare a raggiungere degli obiettivi. E, pensate come possa essere complesso continuare a fare con coscienza il proprio lavoro, anche quando ti rendi conto di far parte di un sistema che funziona a singhiozzo o, a tratti, non è affatto adeguato. Quando vedi che molte decisioni, anche strategiche, sembrano dettate da criteri tutt’altro che lineari e spesso per nulla orientati alla funzionalità del servizio giustizia. E poi scopri il caso Palamara e all’improvviso ti sembra tutto più chiaro.
Eppure, si va avanti moltiplicando gli sforzi, fondamentalmente perché ci credi, perché sei cresciuto nel mito di Falcone e Borsellino, e speri, comunque, che prima o poi cambi qualcosa.
Ma sono passati governi e ministri e, se possibile, la situazione è anche peggiorata, fino all’apoteosi del disastro Cartabia.
Ecco, forse con la riforma questo momento dell’inversione di rotta sta arrivando. E la speranza è che questo non sia un punto di arrivo, ma solo quello di partenza per una giustizia vera, più giusta e più equa per tutti.
Perché una convinzione credo possa essere condivisa, almeno questa. E cioè che non c’è sicurezza senza giustizia, non si può aspirare ad un progresso sano senza giustizia. Non serve a nulla parlare ai ragazzi e praticare l’antimafia, se poi la giustizia non funziona. E potrei continuare per ore, passando per la sanità, per la tutela dei più deboli, e via dicendo.
La giustizia giusta in un Paese è tutto ed è quello a cui tutti dobbiamo aspirare.
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Invece di disarmare i baby assassini, la sinistra ci vuole parlare Ma una predica non ferma un omicidio. Il contrasto al crimine sì.
A sinistra sta prendendo piede l’idea che per fermare i maranza, ossia le bande di giovani armati di coltello, bastino gli assistenti sociali. Ne ho avuto prova anche l’altra sera in tv, dove una giuliva Irene Tinagli, ex deputata montiana migrata nelle liste del Pd, spiegava che per evitare gli accoltellamenti nelle aule scolastiche non serve il modello securitario, ma sono necessari professionisti che operino per prevenire i conflitti e i disagi sociali. Il concetto che la mediazione di un terzo, estraneo alla famiglia e alla scuola ma anche alle forze dell’ordine, possa impedire che le bande giovanili si affrontino a colpi di machete è molto di sinistra e trae origine dalla convinzione che un bel dibattito e, magari, una successiva assemblea possano curare ogni cosa, anche i maranza. È il sociologismo applicato alla criminalità dove, alla fine, ogni colpa è riconducibile alla società brutta, sporca e cattiva. Non ci sono delinquenti, ma solo persone che non hanno avuto la possibilità di imboccare la retta via. Tutti nascono buoni, è la società, poi, che li fa diventare criminali. Dunque, per rimetterli in carreggiata servono gli assistenti sociali, ovvero il confronto. Del resto, non è lo stesso concetto per cui si vorrebbe introdurre l’educazione affettiva a scuola, per spiegare quali debbano essere i rapporti che regolano le relazioni uomo-donna e quanto sia sbagliata una società patriarcale, dove le faccende si risolvono a colpi di coltello?
In pratica, invece di disarmare maranza e assassini, si invoca il potere taumaturgico della parola. Come con il confetto Falqui, basta la parola. Solo che qui non siamo di fronte a problemi di stitichezza, ma di delinquenza. E la colpa non è dei giornali di destra, come sostiene Concita De Gregorio. La nota editorialista di Repubblica, già direttrice e affondatrice dell’Unità, infatti, si culla nella convinzione che Youssef Abanoub, il ragazzino di La Spezia accoltellato per questioni di gelosia, sia morto perché la mano del suo assassino è stata armata dagli articoli di giornali come La Verità. «Altre lame hanno armato il loro modo di pensare e di agire». «Le parole con cui cresciamo», ha scritto, «costruiscono il nostro mondo, a ogni latitudine diverso». Peccato che Zouhair Atif, il ragazzo che ha sferrato la coltellata mortale, sia marocchino e non risulti essere un assiduo lettore della Verità. Ammesso e non concesso che, come dice De Gregorio, sul nostro quotidiano «ogni parola sia uno sfregio, un’irrisione, una caricatura offensiva, un’accusa arbitraria, un insulto» (ciò che ho appena riportato ovviamente non è un’accusa ma un’opera di bene), Abu non è stato ucciso da chi è cresciuto leggendoci. Le filastrocche, le favole, le parabole, le canzoni sono quelle che gli hanno trasmesso i suoi genitori, di sicuro non quelle che gli abbiamo comunicato noi. Fosse stato lettore del nostro quotidiano e ne avesse assimilato la cultura, avrebbe scoperto che siamo per il rispetto della legge e delle forze dell’ordine e che non risolviamo le controversie con un coltello, al massimo incrociamo le penne stilografiche.
Tuttavia, pur essendo le parole il nostro pane quotidiano, non pensiamo certo che basti una predica per impedire un assassinio. Se anche mobilitassimo tutti gli assistenti sociali d’Italia, distogliendoli da attività preziose come sottrarre i figli alle famiglie che vivono nel bosco per far crescere i bambini in ambienti sani e sterilizzati, ci sarebbe sempre qualcuno che gira con il coltello in tasca, pronto a colpire chiunque consideri un nemico. Altro che parole. Infatti Atif, l’assassino, era seguito dai servizi sociali che, immagino, l’avranno riempito di parole ma alla fine, dopo averlo curato con le loro chiacchiere, lo hanno giudicato «non pericoloso», lasciandolo libero di accoltellare un coetaneo.
Nei Paesi scandinavi, dove peraltro sono molto tolleranti e dove qualcuno si era convinto che bastassero gli assistenti sociali per risolvere i conflitti, ci si ammazza più che da noi. Perché il tema non è costringere i giovani a partecipare a una seduta di psicologia, ma impedire che circolino con una lama nella cintola dei pantaloni. Abbassare la soglia dell’età per punire quindici o sedicenni è una necessità, perché a quell’età si può già essere baby criminali e la coltellata di un minorenne non fa meno male di quella di un maggiorenne.
Altro che potere della parola. Qui l’unica soluzione è il potere della legalità, che non fa distinzione in base al ceto sociale o alla provenienza, ma adotta misure per prevenire il crimine e, quando questo è commesso, non offre alcuna attenuante. È la soluzione a cui sono arrivati Paesi che hanno sbagliato prima di noi, convinti che bastasse parlare per fermare il crimine. Poi si sono resi conto che serviva arrestare.
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Emmanuel Macron (Ansa)
L’Eliseo accusa l’inquilino della Casa Bianca di fake: «Valori stabili». Farage lo appoggia sulla Groenlandia. Gentiloni: «Torniamo a parlare di Ucraina». Il governatore della California, Newsom: «Un discorso noioso».
Le parole del presidente americano, Donald Trump, al World economic forum non hanno allentato le tensioni con gli alleati del Vecchio continente, anzi. La Francia si è risentita per i commenti del tycoon, che ha dipinto il leader francese come una personalità incline a cedere se messa alle strette. Ha infatti affermato di aver costretto il presidente transalpino, Emmanuel Macron, ad aumentare i prezzi dei farmaci per diminuire le sovvenzioni statunitensi. «Ho visto Macron con i suoi bei occhiali da sole. Gli ho detto: Emmanuel devi raddoppiare il prezzo dei vostri medicinali, ma forse triplicare. Perché ci avete sfruttato per 30 anni. E lui mi ha detto: “no, no, non lo faccio”». Ma, sotto la minaccia dei dazi, il leader francese avrebbe ceduto «in tre minuti». L’Eliseo ha quindi risposto in maniera piccata, accusando il tycoon di diffondere «fake news». «Sembra che il presidente Macron abbia aumentato i prezzi dei medicinali. Non li fissa lui. Sono regolati dalla previdenza sociale. Sono del resto rimasti stabili», ha scritto su X l’Eliseo.
Sul tema che ha acceso i contrasti con gli alleati europei, vale a dire il dossier Groenlandia e la conseguente minaccia di dazi, si è espressa principalmente la più esposta: la Danimarca. Il ministro degli Esteri danese, Lars Lokke Rasmussen, pur non avendo personalmente seguito in diretta il discorso del tycoon, ha affermato: «Da queste parole è chiaro che l’ambizione del presidente» di possedere la Groenlandia «è intatta». Pare però sollevato, in parte, perché Trump non intende usare l’esercito per prendere l’isola: «Preso singolarmente, è positivo. Naturalmente bisogna tenerne conto, ma questo non risolve il problema. La sfida è ancora presente». Infatti, le dichiarazioni del tycoon non hanno cambiato le posizioni di Copenaghen: «Non avvieremo alcun negoziato sulla base della rinuncia ai principi fondamentali. È qualcosa che non faremo mai», ha detto Rasmussen. Ad apparire per certi versi rassicurato è stato anche il ministro delle Finanze norvegese, nonché ex segretario generale della Nato, , Jens Stoltenberg: è «importante» che almeno Trump abbia escluso l’uso della forza militare. E se non viene messo in campo l’esercito nell’Artico, per l’ex premier Paolo Gentiloni ora l’attenzione può tornare su Kiev. Ha infatti scritto su X: «Del fiume di parole di Trump a Davos segnatevi una frase: non userò la forza per la Groenlandia. Bene, torniamo a occuparci di Ucraina».
Nel frattempo, proprio mentre il presidente americano parlava davanti alla platea del forum, il Parlamento europeo ha confermato di aver sospeso l’intesa sui dazi con Washington. Ad annunciare l’ufficializzazione, in una conferenza stampa a Strasburgo, è stato il presidente della commissione commercio internazionale dell’Eurocamera, Bernd Lange: il tycoon «ha rotto» il patto firmato a luglio in Scozia dopo aver minacciato di imporre i dazi. Ha poi aggiunto in un post su X: «La nostra sovranità e integrità territoriale sono in gioco. Non è possibile continuare come prima».
Ma c’è chi si è spinto oltre: l’ex commissario Ue, Thierry Breton, ha addirittura inserito gli Stati Uniti nella lista dei nemici del Vecchio continente. «Trump, Putin, Xi: tre imperi ci minacciano, ognuno a suo modo. Il risveglio dell’Europa è brutale. Deve dotarsi dei mezzi per far fronte a questa situazione. È giunto il tempo della resistenza. Oggi mi appello al patriottismo europeo», ha scritto su X.
A comprendere la linea dell’amministrazione americana è invece il leader di Reform Uk, Nigel Farage. Premettendo il rispetto «del principio di autodeterminazione», ha sottolineato di non avere «dubbi» sul fatto che «il mondo sarebbe un posto migliore e più sicuro se un’America forte possedesse la Groenlandia, per ragioni di equilibri geopolitici». Ed è convinto che anche la Nato ne trarrebbe giovamento in termini di sicurezza. A essersi apertamente schierato con Trump è stato poi il premier ceco, Andrej Babis. Ha raccontato di aver «comprato un mappamondo» per cercare la Groenlandia. Ma ha soprattutto rivelato che i missili russi Oreshnik, sorvolando l’isola contesa, impiegherebbero solamente 26 minuti per colpire la Casa Bianca. Ed è per questo che concorda con la posizione americana. Tra l’altro, precisando che la questione non coinvolge la Repubblica ceca, si è rifiutato di sostenere la Danimarca.
Dagli Stati Uniti sono arrivate invece le dure critiche del governatore della California, Gavin Newsom: ha bollato il discorso del tycoon come «una delle ore più insignificanti che abbia trascorso negli ultimi anni» e lo stesso vale «per il mondo intero». Anche perché, a suo dire, «ha detto quello che tutti sapevamo: che non invaderà la Groenlandia». Nell’ottica di Newsom, il presidente americano si sarebbe ammorbidito dopo «il discorso di Macron, del presidente dell’Ue e di Carney», ma anche per «i mercati».
A scagliarsi contro le parole di Trump riservate allo stato di salute dell’economia americana è stato il direttore senior per la giustizia economica di Oxfam America, Nabil Ahmed: «Questo discorso negazionista non ha riconosciuto la miseria materiale che tanti americani provano. In realtà, le politiche dell’amministrazione Trump hanno contribuito a creare una delle economie più a forma di K degli ultimi tempi, in cui i ricchi e le grandi aziende prosperano mentre le famiglie dei lavoratori sopportano tagli drastici e costi alle stelle».
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