In questi giorni si è molto parlato del tipo di operazioni concesse dal governo italiano agli aerei militari americani partiti dalle basi Usa in Italia: «Missioni che», ci spiega Andrea Gilli, già professore al Nato defense college, oggi docente di studi strategici alla Univesity of St. Andrews, «hanno raccolto informazioni sui lanci missilistici iraniani o hanno trasportato missili per la difesa antiaerea nelle basi americane in Medio Oriente, ma che non hanno lanciato direttamente bombe o missili».
L’Italia trova il suo spazio tra i Volenterosi per rinnovare il pieno sostegno all’Ucraina e alla pace Iran-Usa. Può esistere una difesa europea senza Usa?
«Bisogna capire cosa intendiamo per difesa ed europea. Già oggi esiste una difesa europea: questa, però, né può difendere l’Europa né si fonda solo o principalmente su capacità militari europee. I Paesi europei, in futuro, possono aumentare le loro capacità militari, un po’ alzando la spesa, un po’ cooperando maggiormente, ma la questione dirimente riguarda i loro obiettivi, e ciò complica la situazione. Perché gli europei, storicamente, non riescono a mettersi d’accordo su cosa sia necessario fare con questa difesa, una volta costruita: solo difesa del fianco Est o anche del fianco Sud, solo difesa convenzionale o anche nucleare, solo difesa dei propri confini o anche dei propri interessi esterni? Dopo la Seconda guerra mondiale, gli Usa speravano di poter affidare la sicurezza europea agli europei, ma questi, non essendo d’accordo su nulla, riuscirono solo a mettersi d’accordo su un punto: avere gli Stati Uniti per aiutarli a mettersi d’accordo».
Il segretario della Nato Rutte ha attribuito un ruolo chiave all’Italia nell’operazione contro l’Iran, parlando di 500 voli Usa partiti dalle basi militari sul nostro territorio. Il ministero della Difesa ha specificato che sono state autorizzate attività di natura tecnica e logistica. Non cinetiche. Che osa significa?
«Le operazioni militari sono complesse e riguardano migliaia di persone, mezzi, e tecnologie differenti. Oltre alle missioni di combattimento, ci sono molti altri tipi di missioni, dal trasporto di mezzi, munizioni e pezzi di ricambio, alla raccolta informativa, dall’addestramento alle esercitazioni. Il ministero della Difesa ha chiarito che sono state autorizzate solo missioni che non implicavano un diretto uso della forza cinetica. Ciò significa che dalle basi americane in Italia sono partite missioni che, per esempio, hanno raccolto informazioni sui lanci missilistici iraniani o che hanno trasportato missili per la difesa antiaerea nelle basi americane in Medio Oriente, ma che non hanno lanciato direttamente bombe o missili».
Se si fosse trattato di operazioni del secondo tipo, di quali autorizzazioni avrebbe avuto bisogno il governo?
«Ci sono due questioni differenti, una costituzionale e una politica. La questione costituzionale riguarda la necessità o meno, da parte del governo di esprimere un’autorizzazione esplicita, tramite un passaggio attraverso il Parlamento. Immagino che ci saranno costituzionalisti che sosterranno la prima interpretazione e altrettanti studiosi che propenderanno per la seconda. C’è poi, però, una questione politica, che riguarda da una parte i rapporti Usa-Italia e dall’altra il rapporto governo-Parlamento. E qui bisogna guardare gli accordi».
Ma gli accordi Nato nello specifico che cosa prevedono?
«Bisogna distinguere: ci sono la Nato e ci sono gli accordi bilaterali tra Italia e Usa sulla presenza militare americana sul nostro territorio. L’accordo quadro principale, il cosiddetto Accordo di cooperazione nel campo della Difesa del 1954, aggiornato nel 1995, è pubblico e definisce il quadro generale di questa presenza: dalla base di Aviano, dove è di stanza una componente della U.S. Air Force, alle basi di Vicenza per l’Esercito, da Camp Darby tra Pisa e Livorno, deposito di materiale e munizioni, alle basi di Gaeta e Napoli per la U.S. Navy, fino a Sigonella e Niscemi in Sicilia. Tuttavia, accanto a questo accordo quadro esistono accordi tecnici supplementari – i cosiddetti Technical Arrangements – che regolano nel dettaglio l’utilizzo delle singole basi. Questi sono classificati o comunque non integralmente pubblici, per ragioni di sicurezza nazionale. È un punto che ha generato più di una polemica politica: diversi parlamentari hanno chiesto di conoscerne i dettagli, ottenendo spesso risposte parziali».
Ma saremmo stati a conoscenza dell’utilizzo delle basi, cioè non avrebbero potuto essere aiuti «nascosti»?
«In parte sì, in parte no – e la distinzione è importante. Il quadro generale dell’utilizzo delle basi è di dominio pubblico e, con le tecnologie militari, è relativamente facile monitorare le loro attività da fonti aperte. Ma il livello di dettaglio di ciò che il governo italiano conosce e autorizza in tempo reale è una questione diversa. Gli accordi bilaterali prevedono meccanismi di consultazione, ma i Technical Arrangements che regolano operativamente le singole basi sono classificati: non sappiamo con certezza esattamente cosa prevedano in termini di obblighi informativi verso il governo italiano per ogni tipo di missione. È quindi plausibile che il governo fosse a conoscenza della natura generale delle attività senza essere stato informato missione per missione».
Rutte con la sua uscita ha messo in difficoltà Giorgia Meloni.
«Premesso che fare il segretario generale della Nato, in questo momento storico, è un lavoro estremamente difficile, credo che Mark Rutte sia incorso in un incidente di percorso: nel suo legittimo e giustificato tentativo di favorire il consenso tra alleati – che è l’obiettivo della sua carica – ha finito per mettere in difficoltà il governo di un Paese per aiutare quello di un altro. La diplomazia multilaterale funziona perché, con tutti i suoi limiti, evita questi epiloghi. Ovviamente ho letto ricostruzioni più maliziose che però mi paiono poco probabili, soprattutto pensando alla personalità di Rutte. Ciò detto, il governo italiano ha fatto bene a correggere le affermazioni del segretario generale senza trasformare la questione in un confronto personale. La diplomazia multilaterale opera in altri formati».
Trump ci contesta il mancato aiuto nelle operazioni e Teheran, nel frattempo, ci accusa di complicità nella guerra. Siamo esposti a un doppio fuoco nemico?
«Un po’ paradossale, sì. La verità è che l’Italia si è trovata in una situazione scomoda. L’Italia è sempre stata un alleato fedele degli Usa a prescindere dal colore del governo. Il nostro Paese ha sempre fornito le proprie basi militari, anche per missioni cinetiche, quando le è stato chiesto: penso al Kosovo, col governo D’Alema, e alla Libia, col governo Berlusconi. Fino a pochi giorni fa, Usa e Italia avevano un ottimo rapporto tra governi e leader. La presidente del Consiglio ha dunque preso una decisione di rottura. Fa riflettere pensare che D’Alema e Diliberto acconsentirono all’uso delle basi militari americane in Italia per operazioni cinetiche mentre non ha dato il lasciapassare Giorgia Meloni. È evidente, però, che il conflitto non godesse di molto supporto popolare e, soprattutto, non fosse del tutto nei nostri interessi. Dubito gli ayatollah generino molta simpatia nell’attuale maggioranza, ma è altrettanto evidente come la guerra in Iran abbia generato instabilità geoeconomica in un momento storico già complesso. Il disappunto di Washington è comprensibile, ma lo ritengo più retorico che pratico: dubito che chi professa America First si aspetti che gli alleati mettano il loro stesso Paese per secondo».
Il 7 e 8 luglio ad Ankara ci sarà il summit Nato che in molti hanno già ribattezzato «il vertice della verità». Il disimpegno Usa è ormai sotto gli occhi di tutti e il segretario alla Difesa Usa Pete Hegseth ha definito gli alleati europei «vergognosi» per i ritardi sugli obiettivi di spesa. Gli alleati presenteranno nuovi piani di spesa in vista della soglia del 5% del Pil ?
«Il summit di Ankara arriva in un momento di pressione straordinaria. L’obiettivo del 5% del Pil concordato all’Aia un anno fa è politicamente ambizioso al punto da sembrare, per molti Paesi europei, irrealistico. La maggior parte è ancora poco sopra o poco sotto la soglia del 2%. Credo all’interno della Nato si stia lavorando duramente per un compromesso. L’Italia è fortunata perché ha, e ha sempre avuto, ottimi rappresentanti a Bruxelles. Detto ciò, guardando la storia e la traiettoria politica di Trump, mi aspetto qualche uscita con i botti. Finora, il grande annuncio sulla spesa c’è stato: un anno fa. L’annunciata riduzione delle forze americane in America è avvenuta: qualche settimana fa».
C’è poi una spaccatura intraeuropea su come finanziare l’Ucraina. Lei teme la spaccatura dell’Alleanza su questo prima o poi?
«Le spaccature esistono già, e sarebbe ingenuo negarlo. Il nodo non è solo finanziario: è politico e strategico. Alcuni Paesi – in primo luogo quelli dell’Europa orientale – considerano il sostegno all’Ucraina una priorità esistenziale. Altri, inclusa l’Italia, lo sostengono per convinzione atlantica ma con crescenti riserve interne, sia di bilancio che di opinione pubblica. La formula diplomatica adottata finora – impegni collettivi sufficientemente vaghi da includere tutti – ha retto, ma a costo di una progressiva erosione della sostanza. Una rottura dell’Alleanza è inverosimile. È più probabile che all’interno della Nato si formino mini-coalizioni tra volenterosi. Ciò potrebbe cambiare le dinamiche interne della Nato e anche della politica europea».
Qual è il ruolo della Turchia in questo scacchiere?
«La storia della Nato si può capire, secondo alcuni storici, sulla base del ruolo di tre Paesi membri: gli Stati Uniti, la Francia e la Turchia. È chiaro, quindi, quanto peso possa avere la Turchia. In questi anni, Ankara ha mantenuto canali aperti sia con Mosca che con Teheran, pur rimanendo formalmente nell’Alleanza. Questo le consente un ruolo di mediatore – come si è visto nei negoziati sul grano ucraino e, più recentemente, in alcune fasi della crisi mediorientale – ma crea anche frizioni strutturali con Washington e Bruxelles. Erdogan usa la collocazione geografica e strategica della Turchia come leva negoziale: è difficile fare a meno di un Paese che controlla lo stretto del Bosforo, ospita le seconde forze armate della Nato per dimensioni e confina con Siria, Iraq e Iran. Ad Ankara, il summit si svolge in casa sua: è un segnale diplomatico che non va sottovalutato».
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