Inizia il lungo funerale di Khamenei. «Donald e Bibi si vedranno negli Usa»
I funerali di Khamenei (Ansa)

Mentre iniziano le celebrazioni pubbliche per i funerali di Ali Khamenei, il futuro dei colloqui tra Stati Uniti e Iran resta in gran parte da scrivere.

Ieri, durante una cerimonia solenne, alcuni alti esponenti del regime khomeinista hanno reso onore alla bara dell’ayatollah, ucciso a febbraio da un attacco israelo-americano. In particolare, a essere presenti, tra gli altri, sono stati: il capo del governo, Masoud Pezeshkian, il ministro degli Esteri, Abbas Araghchi, il comandante dei pasdaran, Ahmad Vahidi, e il presidente del parlamento, Mohammad Bagher Ghalibaf. Non solo. Alla cerimonia hanno partecipato anche ospiti internazionali, come il primo ministro pakistano, Shehbaz Sharif. Da oggi, cominceranno le celebrazioni pubbliche per i funerali che si concluderanno giovedì con la tumulazione della salma nella città di Mashhad. La Repubblica islamica teme tuttavia la possibilità di attacchi e delle falle nella sicurezza. «Avvertiamo i nemici dell’Iran, in particolare gli Stati Uniti e il regime sionista, di evitare qualsiasi errore di valutazione e di considerare la dura rappresaglia che le nostre forze armate infliggerebbero a qualsiasi minaccia e aggressione contro il nostro Paese», ha, in tal senso, affermato il comandante delle forze militari iraniane, Ali Abdollahi.

In questo quadro, Washington e Teheran hanno concordato di sospendere i negoziati nel corso dei funerali. Tuttavia, i due rivali non stanno rinunciando a mettere i propri paletti. «Esigeremo con forza la piena attuazione degli accordi e, se gli Stati Uniti e il regime sionista non rispetteranno i loro impegni, l’Iran riprenderà azioni proporzionate», ha dichiarato Ghalibaf. «Questa non è una guerra in senso stretto. Si tratta del disarmo nucleare dell’Iran», aveva detto, dal canto suo, Donald Trump giovedì. «Credo che abbiano accettato praticamente tutto ciò di cui abbiamo bisogno», aveva aggiunto, riferendosi agli iraniani.

Ricordiamo che, mercoledì, si è tenuto, a Doha, un round di colloqui indiretti a livello tecnico. Nel corso di questa tornata, si è stabilito un canale di comunicazione volto alla risoluzione delle controversie e si è inoltre discusso dello sblocco di sei miliardi di dollari di fondi iraniani congelati. Durante i colloqui si è parlato anche dello Stretto di Hormuz. Stando ad Al Jazeera, sarebbero state altresì affrontate le questioni del nucleare iraniano e della crisi libanese. Bisognerà quindi vedere se, quando le trattative riprenderanno, verranno o meno compiuti dei passi avanti su tutti questi dossier.

Nel frattempo, secondo il New York Times, i funzionari americani, ad aprile, avrebbero avvertito indirettamente i negoziatori iraniani, Araghchi e Ghalibaf, della possibilità che Israele cercasse di eliminarli. In particolare, stando alla testata, Washington avrebbe ritenuto che lo Stato ebraico avrebbe potuto di assassinarli nelle settimane successive all’accordo per il cessate il fuoco, raggiunto tra Stati Uniti e Iran all’inizio di aprile. «Come al solito, l’ultimo articolo del New York Times su Israele e i negoziatori iraniani è una notizia falsa. Una completa invenzione della realtà», ha commentato, ieri, l’ufficio di Benjamin Netanyahu.

Al contempo, lo Stato ebraico punta a rafforzare i rapporti con Washington, dopo alcune tensioni registratesi nelle scorse settimane. Il presidente israeliano, Isaac Herzog, ha infatti indirizzato a Trump una lettera per celebrare il 250° anniversario dell’indipendenza statunitense. Congratulazioni in tal senso sono state espresse all’inquilino della Casa Bianca, sempre ieri, anche da Netanyahu nel corso di una telefonata. Nell’occasione secondo una nota del governo israeliano, il presidente americano e il premier israeliano hanno inoltre «concordato di incontrarsi presto negli Stati Uniti».

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