La Corte Usa salva lo ius soli. Trump: «Un successo di Xi». Ma sugli atleti trans vince lui
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È stata una giornata in chiaroscuro, quella di ieri, per Donald Trump. La Corte suprema ha infatti principalmente emesso due sentenze: una in linea e l’altra contraria alle politiche dell’attuale presidente americano.

Innanzitutto, con una decisione di sei contro tre, i togati hanno cassato l’ordine esecutivo con cui l’inquilino della Casa Bianca aveva stabilito un’interpretazione restrittiva dello ius soli, previsto dal Quattordicesimo emendamento in base alla cosiddetta «clausola della cittadinanza». Una clausola, secondo cui «tutte le persone nate o naturalizzate negli Stati Uniti e soggette alla giurisdizione degli stessi sono cittadini degli Stati Uniti».

Ebbene, nel suo decreto firmato l’anno scorso, il presidente aveva affermato che lo ius soli avrebbe dovuto essere applicato soltanto ai figli di persone con domicilio legale, escludendo quindi quelli degli immigrati irregolari, in quanto, sosteneva la Casa Bianca, questi ultimi non sarebbero effettivamente «soggetti alla giurisdizione» degli Usa.

Un’interpretazione, questa, che ieri la maggioranza dei togati ha respinto, rifacendosi principalmente al precedente di United States v. Wong Kim Ark: una sentenza del 1898 che riconobbe la cittadinanza statunitense a una persona nata a San Francisco da genitori sudditi dell’Impero cinese, che svolgevano attività commerciali in territorio americano. «Ciò che la Corte ha stabilito nel caso Wong Kim Ark è semplice: la clausola di cittadinanza incorporava il common law e concedeva la cittadinanza a quasi tutti i bambini nati negli Stati Uniti. Non sorprende, quindi, che nei 128 anni successivi, abbiamo ripetutamente interpretato la sentenza Wong Kim Ark come una garanzia per conferire la cittadinanza a tutti i bambini nati negli Stati Uniti e soggetti alla loro giurisdizione», si legge nella sentenza emessa ieri. «Se il Congresso intendeva limitare la cittadinanza americana ai figli di coloro che erano domiciliati negli Stati Uniti, nulla nel linguaggio conciso della clausola sulla cittadinanza esprimeva tale intento», ha aggiunto la maggioranza dei supremi giudici. «A mio giudizio, la Corte ha commesso un errore che influenzerà seriamente il futuro del Paese», ha dichiarato Samuel Alito, uno dei tre giudici dissenzienti. «La Corte suprema ha confermato la cittadinanza per diritto di nascita, il che è un male per il nostro Paese, ma possiamo facilmente porvi rimedio al Congresso tramite una legge. Non è necessario alcun emendamento costituzionale. Il Congresso dovrebbe iniziare oggi stesso a lavorare per porre fine alla cittadinanza per diritto di nascita», ha detto il presidente americano. Che ha anche ironizzato: «Vorrei congratularmi con il presidente Xi e con la Cina per la loro enorme vittoria sulla cittadinanza per ius soli».

Ma per Trump, ieri, si è registrata anche una vittoria. Con una maggioranza di sei a tre, la Corte suprema ha infatti confermato due leggi che, in Idaho e in West Virginia, impediscono alle persone transgender di prendere parte alle competizioni sportive femminili. In particolare, i togati hanno stabilito che queste norme non violano né il Quattordicesimo emendamento, sulla cui base la legge va applicata equamente a tutti, né il cosiddetto Titolo IX, che vieta discriminazioni sulla base del sesso nell’ambito scolastico. «Il termine “sesso” nella legge del Titolo IX del 1972, nell’emendamento Javits del 1974 e nei regolamenti del Titolo IX del 1975 non può essere plausibilmente interpretato come riferito a qualcosa di diverso dal sesso biologico. Il significato ordinario del termine “sesso” al momento della sua promulgazione, all’inizio degli anni Settanta, era sesso biologico e non identità di genere, in particolare nel contesto sportivo», recita la sentenza, per poi aggiungere: «Inoltre, i regolamenti del Titolo IX consentivano squadre sportive separate proprio a causa delle differenze biologiche tra i sessi, ovvero le differenze fisiche intrinseche tra donne e uomini dal punto di vista biologico».

«Grande vittoria: la Corte suprema degli Usa si è appena pronunciata contro la partecipazione degli uomini agli sport femminili. Wow! Questo mette fine a questa situazione ridicola», ha esultato Trump su Truth. Non dimentichiamo che il contrasto alla partecipazione dei transgender negli sport femminili è un vecchio cavallo di battaglia tanto dell’attuale presidente americano quanto dello stesso Partito repubblicano. Era del resto l’anno scorso, quando Trump firmò un ordine esecutivo che proibiva ai trans di prendere parte alle competizioni sportive femminili. Va detto che, sempre ieri, il presidente americano ha ottenuto una seconda vittoria, visto che la maggioranza dei supremi giudici ha abolito le restrizioni ai finanziamenti elettorali che un comitato politico nazionale può effettuare in coordinamento con i singoli candidati. In particolare, secondo i togati, tali limitazioni violerebbero la libertà di espressione, sancita dal Primo emendamento. E infatti ieri Trump ha definito la decisione come «una grande vittoria per i repubblicani e, cosa ancora più importante, per il Primo emendamento».

Insomma, la giornata di ieri, per il presidente, si è rivelata in chiaroscuro. Resta però un dato di fatto: l’inconsistenza della narrazione che, per anni, ha dipinto il massimo organo giudiziario statunitense come di estrema destra, oltreché come genuflesso a Trump (visto che, attualmente, sei giudici su nove sono di nomina repubblicana). Basti ricordare la sentenza che, a febbraio, ha cassato una parte dei dazi imposti dal presidente. O anche il fatto che, a sostegno della decisione di ieri a favore dello ius soli, si è schierata Amy Coney Barrett: uno dei giudici nominati dallo stesso Trump alla Corte suprema durante il primo mandato.

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