Resta tesa la situazione relativa alla crisi iraniana. Teheran ha espresso irritazione per il patto di difesa firmato venerdì da Arabia Saudita, Pakistan e Turchia. «I sauditi dovrebbero capire che un accordo sulla carta con la Turchia e il Pakistan non garantirà loro la sicurezza», ha affermato il membro della Commissione sicurezza del parlamento iraniano, Ebrahim Rezaei.
«Il patto tra Arabia Saudita, Pakistan e Turchia»
Sottoscritto nel mezzo delle tensioni tra Riad e gli Huthi alimentate dai pasdaran, il nuovo accordo di sicurezza, secondo un comunicato congiunto, «mira a rafforzare la deterrenza collettiva contro qualsiasi atto di aggressione e stabilisce che qualsiasi attacco armato contro uno qualsiasi dei tre Stati debba essere considerato un attacco contro tutti e tre».
Si tratta di un’intesa tra tre Paesi sunniti, di cui uno in possesso di armamenti atomici, a cui Teheran guarda con una certa preoccupazione. Anche Israele è irritato per il nuovo accordo, soprattutto alla luce dei suoi tesi rapporti con Ankara e Islamabad. «Israele rappresenta una minaccia per l’intero mondo musulmano», ha affermato ieri il ministro della Difesa pakistano, Khawaja Asif, per poi bollare lo Stato ebraico come «illegittimo».
«Hormuz resta il nodo della crisi»
Continua nel frattempo a tenere banco la crisi di Hormuz. Se il ministero degli Esteri di Teheran ha fatto sapere ieri di essere «molto vicino» al raggiungimento di un accordo con l’Oman sul futuro dello Stretto, il governo di Muscat ha reso noto che i negoziati starebbero procedendo «in un clima positivo e costruttivo». Al contempo, le Guardie della rivoluzione iraniana hanno ribadito la linea dura nei confronti di Washington.
«La riapertura dello Stretto di Hormuz è soggetta ai meccanismi e alle condizioni specifiche della Repubblica islamica dell’Iran e non è correlata ai negoziati tra Iran e Oman», ha tuonato, ieri, il portavoce dei pasdaran, Hossein Mohebbi. «Ci aspettiamo che la quantità di petrolio e gas estratta dal Golfo rimanga la stessa di prima dell’inizio del conflitto», ha invece affermato JD Vance, parlando del possibile accordo. Frattanto, sempre ieri, una nave appartenente alla Abu Dhabi national oil company è stata colpita da Teheran a Hormuz: una circostanza che ha spinto gli Emirati Arabi, il Qatar e l’Arabia Saudita a condannare il regime khomeinista.
È in questo quadro che, secondo Iranwire, la Guida suprema dell’Iran, Mojtaba Khamenei, sarebbe addirittura in punto di morte. Quasi a voler smentire l’indiscrezione, i media statali iraniani hanno pubblicato ieri un video del figlio di Ali Khamenei, ma era senza data. Se confermate, le gravi condizioni della Guida suprema potrebbero aggravare la lotta di potere in seno alla Repubblica islamica. Al netto della compattezza di facciata, il presidente iraniano, Masoud Pezeshkian, è da tempo in rotta di collisione con le Guardie della rivoluzione.
Preoccupato dalla situazione economica disastrosa in cui versa il regime khomeinista, il primo punta a rilanciare la diplomazia con gli Stati Uniti, sperando tanto nella revoca delle sanzioni quanto nello sblocco dei beni iraniani congelati. I pasdaran, al contrario, premono per mantenere la linea dura nei confronti di Washington: non a caso, hanno contribuito significativamente a far deragliare il memorandum d’intesa che era stato sottoscritto a Islamabad in giugno. Il problema è che la loro strategia di bloccare gli Stretti (Hormuz in modo diretto e Bab el-Mandeb attraverso gli Huthi) sta irritando alcuni Paesi storicamente tutt’altro che ostili a Teheran (soprattutto Turchia e Pakistan).
«Anche Washington cerca una via d’uscita»
Dall’altra parte, anche l’amministrazione Trump è spaccata. Secondo la Cnn, il capo di stato maggiore congiunto degli Stati Uniti, Dan Caine, avrebbe affermato in privato che Washington deve trovare una «via d’uscita». Il generale riterrebbe infatti che fare affidamento esclusivamente sulla potenza aerea non porterà a una svolta. Peserebbe inoltre, a suo giudizio, l’esaurimento delle scorte di munizioni da parte degli Usa: una situazione, questa, che, nonostante le smentite ufficiali della Casa Bianca, avrebbe portato a un aumento della tensione tra Trump e il capo del Pentagono, Pete Hegseth. Si tratta di un quadro complessivo che potrebbe restituire a Vance, notorio fautore della via diplomatica, un parziale margine di manovra, per far recuperare influenza alla propria linea.
In tutto questo, bisognerà vedere come si evolverà la situazione a Gaza. «Hamas e altre fazioni hanno confermato ai mediatori la loro disponibilità ad avviare l’attuazione dell’accordo e a passare alla seconda fase, a condizione che riceva l’approvazione israeliana e che Israele inizi ad attuarlo», ha detto ieri un funzionario della stessa Hamas all’Afp. «Hamas», ha aggiunto, «sta sollecitando l’amministrazione statunitense a esercitare pressioni su Israele per costringerlo a rispettare l’accordo e a passare alla seconda fase». Alcuni giorni fa, Benjamin Netanyahu aveva ammesso delle «divergenze» con Trump in riferimento all’accordo con Hamas. «Hamas deve essere disarmato e la Striscia di Gaza smilitarizzata prima di poter passare alla fase di ricostruzione», aveva aggiunto.
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