Gli attacchi ibridi dei russi «non resteranno senza risposta». Chissà se è un caso che l’avvertimento di Emmanuel Macron sia arrivato proprio ieri. Nel giorno in cui lo spread tra i titoli di Stato francesi e quelli tedeschi è schizzato a 102 punti, un picco che non si vedeva dal 2012. In soccorso di Parigi è voluta intervenire persino Christine Lagarde, la presidente della Bce.
Calata nel suo ruolo anfibio di arbitro delle finanze europee e potenziale dimissionaria anticipata, con lo scopo di facilitare una successione all’istituto di Francoforte sfavorevole a Marine Le Pen, che è sempre più lanciata nella corsa per le prossime presidenziali transalpine. «Monitoriamo il mercato e non vediamo movimenti disordinati né tensioni», ha assicurato Lagarde per calmare le acque.
Lagarde rassicura Parigi, Meloni frena sulle provocazioni
Intanto, l’Eliseo, come già altre volte nei momenti di maggior crisi interna, è tornato a giocarsi la carta delle scintille con il Cremlino. Macron ha avvisato Vladimir Putin: sarebbe «un errore da parte della Russia continuare ad agire in questo modo nei confronti degli europei», tentando di sabotarli, o addirittura di provocare incidenti, tipo nell’episodio del drone all’aeroporto di Lipsia. Il presidente francese, quindi, ha invocato un «rafforzamento della nostra postura» per «proteggersi dalle ingerenze e dagli attacchi informatici».
È la tesi opposta a quella di Giorgia Meloni: giovedì, la presidente del Consiglio ha esortato gli alleati a non lasciarsi trascinare nella spirale delle provocazioni dello zar. D’altra parte, mentre la Lituania ringraziava l’Italia per aver abbattuto, nella notte tra il 14 e il 15 settembre, un velivolo senza pilota che aveva invaso i suoi cieli, ancora non è stato possibile stabilire se l’apparecchio appartenesse a Mosca o a Kiev. La verità è che, per l’Europa, i guai arrivano da entrambi i belligeranti.
Zelensky e i cinque accordi di pace secondo Mendel
È istruttivo leggere le dichiarazioni di Iuliia Mendel, ex portavoce di Volodymyr Zelensky, secondo la quale il leader ucraino «ha respinto almeno cinque accordi di pace» dal 2022 in avanti. A cominciare dall’ipotesi discussa nel marzo 2022 a Istanbul, quando Kiev fece saltare il tavolo all’improvviso, in seguito all’intervento dell’allora premier britannico, Boris Johnson, che circuì la resistenza con la prospettiva di una vittoria sul campo.
Quella dello zampino di Londra doveva essere una bufala, figlia della disinformazione filorussa. L’ex capo ufficio stampa di Zelensky, nella sua intervista al settimanale svizzero Die Weltwoche, ha però garantito di aver «parlato con due persone presenti al tavolo dei negoziati» e che «entrambe hanno confermato che la posizione» dell’Ucraina cambiò «dopo l’arrivo di Boris Johnson.
Lo ha detto anche un alto funzionario ucraino». Certo, le parole della Mendel non vanno prese come oro colato. Lasciato l’incarico già a luglio 2021, prima della guerra, dal 2025 la giornalista ha iniziato a diffondere appelli per il cessate il fuoco.
Lo scorso maggio, in un colloquio con Tucker Carlson, ha affermato che i cittadini venivano spediti in prima linea come punizione per le critiche a Zelensky. È stata contestata per non aver documentato le accuse e per aver contribuito a rilanciare le fake news dei russi.
Ucraina, la guerra interna al potere di Zelensky
Dopodiché, va riconosciuto che la dubbia affidabilità della Mendel è specchio di un Paese lacerato, oltre che dalla guerra contro l’invasore, dalle contese intestine tra gruppi di potere. L’ultima faida è quella che ha investito l’ex superprocuratore, destituito dal Parlamento su impulso del presidente, dopo che era entrato in rotta di collisione con l’Anticorruzione.
Che nel frattempo ha pressoché decimato il cerchio magico di Zelensky, con l’inchiesta sulle tangenti per i cessi d’oro. Capire a chi bisogna dar retta, lì in mezzo, è un’impresa complicata.
Da Bruxelles 3,3 miliardi per armi e droni a Kiev
A Bruxelles, nonostante tutto, non hanno mai avuto dubbi. Tant’è che ieri, a 24 ore dal discorso sullo stato dell’Unione, in cui Ursula von der Leyen ha promesso nuovi aiuti, la Commissione ha comunicato di aver erogato 3,3 miliardi all’Ucraina per l’acquisto di materiali bellici.
È la quarta tranche del prestito da 90 miliardi, negoziato mesi fa. In particolare, questo pagamento servirà a comprare droni e missili. Ciò avviene in un contesto in cui, stando alle ricostruzioni comparse una decina di giorni fa sul Wall Street Journal, tra i funzionari Ue montano crescenti preoccupazioni sulla sostenibilità degli impegni economici assunti con Kiev.
Sintesi brutale ma efficace: senza aver mai portato avanti una iniziativa diplomatica degna di questo nome, ci stiamo svenando per finanziare la campagna militare di un politico che potrebbe aver respinto almeno cinque proposte di pace in quattro anni e mezzo.
E che, con i raid sulle raffinerie nemiche (ieri un drone ha invece colpito una centrale nucleare a Kursk), non ha ribaltato la situazione nei territori occupati, ma in compenso ha messo ancora più sotto pressione il mercato energetico. Contribuendo così al caro carburanti che ci sta soffocando. Grande lungimiranza strategica, la nostra.
In Europa, le uniche frizioni sembra si stiano consumando sulla partita delle sanzioni. Ieri, il Comitato dei rappresentanti permanenti (Coreper) ha fatto sapere che non è stata raggiunta l’intesa sulla proroga. La prossima riunione si terrà lunedì. Dio solo sa quanti altri soldati cadranno, nel giro di questi due giorni.
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