Il ministro degli Esteri taiwanese Lin Chia-lung chiede alla comunità internazionale di sostenere la partecipazione di Taiwan alle Nazioni Unite. Un appello che si inserisce nella difesa dell’ordine internazionale basato sulle regole e della stabilità nello Stretto di Taiwan.
La battaglia di Taiwan non si combatte soltanto nello Stretto, tra navi militari, caccia e continue prove di forza con Pechino. Si combatte anche alle Nazioni Unite, sul terreno della diplomazia e soprattutto sull’interpretazione delle regole internazionali. A rilanciare la sfida è il ministro degli Esteri taiwanese Lin Chia-lung, che accusa apertamente la Cina di voler riscrivere a proprio vantaggio l’ordine mondiale.
«L’ordine internazionale basato sulle regole è sottoposto a pressioni sempre più intense, poiché gli Stati autoritari cercano di indebolirne le garanzie e di rimodellare le norme internazionali per asservirle ai propri interessi», sostiene Lin. Un attacco che punta direttamente a Pechino e alle sue crescenti pressioni militari, economiche e diplomatiche nell’Indo-Pacifico.
Per il ministro, la comunità internazionale sarebbe ormai davanti a una scelta senza molte vie intermedie: «O agiamo insieme per sostenere la giustizia, difendere lo stato di diritto e preservare la pace e la sicurezza, oppure assistiamo al progressivo crollo dell’ordine mondiale, che si porta via con sé la libertà, l’autodeterminazione e la democrazia».
Il punto più caldo resta naturalmente lo Stretto. Lin denuncia le tattiche di “zona grigia” utilizzate dalla Cina, dalle intimidazioni militari alle intrusioni informatiche fino alla coercizione economica, sostenendo che Pechino tenti così di modificare unilateralmente gli equilibri esistenti. Taiwan, assicura, non intende però cambiare linea: «In prima linea nella difesa della libertà e della democrazia, Taiwan continuerà a sostenere con fermezza lo status quo. Tuttavia, preservare la pace e la stabilità nella regione non è solo nell’interesse di Taiwan, ma è una preoccupazione condivisa dalla comunità internazionale».
Del resto, lo Stretto di Taiwan è una delle principali arterie commerciali mondiali e rappresenta un passaggio decisivo per le catene globali di approvvigionamento. Non è quindi soltanto una contesa territoriale tra Taipei e Pechino. Stati Uniti, Giappone, Regno Unito, Australia, Nuova Zelanda e G7 hanno più volte sottolineato l’importanza della stabilità dell’area.
Ma la vera battaglia diplomatica riguarda l’Onu. Taipei contesta l’interpretazione cinese della risoluzione 2758 dell’Assemblea generale, approvata nel 1971 e relativa alla rappresentanza della Cina alle Nazioni Unite. Secondo Lin, «il testo non menziona Taiwan, non ne definisce lo status politico né affronta la questione della sua partecipazione al sistema delle Nazioni Unite».
Pechino, accusa il ministro, avrebbe invece cercato di sovrapporre quella risoluzione al cosiddetto «principio di una sola Cina», utilizzandola per escludere Taiwan dalle organizzazioni internazionali. E Lin avverte: «Se non contrastata, questa distorsione potrebbe costituire un pericoloso precedente giuridico e fungere da pretesto per future azioni militari nello Stretto di Taiwan».
Taipei prova così a ribaltare la questione: da territorio escluso dalle Nazioni Unite a partner indispensabile delle democrazie occidentali. Il governo taiwanese rivendica il proprio peso nella produzione avanzata, nei semiconduttori, nell’intelligenza artificiale e nella tecnologia e punta sulla costruzione di catene di approvvigionamento «sicure, resilienti e libere da qualsiasi dipendenza da regimi autoritari».
Non soltanto chip. Attraverso il “Diplomatic Allies Prosperity Project”, Taiwan finanzia e sviluppa progetti tecnologici e infrastrutturali insieme ai propri alleati: dal sistema informativo sanitario in Paraguay alla riserva strategica di petrolio in Eswatini, fino all’assistenza sanitaria intelligente nell’Ospedale nazionale di Palau.
Il messaggio politico resta però rivolto soprattutto alle Nazioni Unite. «Per ripristinare la fiducia nelle Nazioni Unite occorre innanzitutto trattare ogni membro della comunità internazionale in modo equo e giusto. La trasformazione non potrà dirsi completa finché un membro costruttivo e affidabile continuerà a essere ingiustamente escluso».
Da qui l’appello finale di Taipei: «Chiediamo alla comunità internazionale di difendere i principi di inclusività, di non lasciare indietro nessuno, di risolvere le controversie in modo pacifico e di astenersi dal ricorrere alla minaccia o all’uso della forza».
E Lin condensa la strategia taiwanese in una frase destinata soprattutto alle capitali occidentali: «Il mondo libero ha bisogno di Taiwan — e un’Organizzazione delle Nazioni Unite più forte e credibile ha bisogno della partecipazione significativa di Taiwan».
Per Taipei, dunque, aprire maggiormente le istituzioni internazionali all’isola non sarebbe soltanto una questione di riconoscimento diplomatico. «Lavorare fianco a fianco con Taiwan rafforzerà la sicurezza collettiva, migliorerà la resilienza economica e tecnologica e consoliderà la nostra capacità comune di resistere alle pressioni autoritarie». Una richiesta di spazio internazionale che è, inevitabilmente, anche una nuova sfida a Pechino.
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