Poche settimane fa, il 7 agosto 2026, è stato firmato a La Mecca uno storico patto di difesa congiunta fra tre grandi potenze musulmane sunnite, ovvero Arabia Saudita, Pakistan e Turchia. Un evento che ridisegna gli assetti strategici del Medio Oriente e che è passato quasi in sordina sulla stampa dei Paesi occidentali, ma che arriva in un momento di estrema instabilità, con gli Stati Uniti ancora impegolati in una crisi senza sbocco con l’Iran, e Israele che mantiene la sua pressione su tutti i fronti.
Ne abbiamo parlato con Daniele Lazzeri, presidente della fondazione Il Nodo di Gordio, che si occupa di analisi geopolitiche ed è intitolata al famoso episodio che nel 332 a.C. vide Alessandro Magno tranciare con la spada il mitico nodo rivendicando la conquista dell’Oriente.
Dottor Lazzeri, con il recentissimo patto di difesa fra Ankara, Riad e Islamabad abbiamo visto nascere un’alleanza fra l’enorme esercito terrestre turco, la potenza nucleare pachistana e la forza economica saudita. Qual è la sua reale portata?
«A mio avviso è un accordo molto importante, ma non se ne parla abbastanza. È già stato ribattezzato “patto della Mecca” e accomuna non a caso tre potenze sunnite che di fatto circondano l’Iran sciita. Anche se la dirigenza di Teheran lo minimizza e lo bolla come “patto di carta”, di carta non è affatto. Sostanzialmente è una sorta di corrispettivo dell’articolo 5 della Nato, poiché stabilisce che un attacco militare contro una delle parti del trattato è considerato un attacco a tutti e tre. È stato scritto e concluso piuttosto in fretta perché nasce dalla constatazione che in Medio Oriente è ormai venuto a mancare un efficace ombrello da parte degli Stati Uniti, a cagione del caos provocato dal presidente americano Donald Trump con la sua guerra contro l’Iran. In primis, questo patto è un segnale nei confronti di Israele. Forse per questo motivo, credo che sotto sotto Trump sia contento, almeno in parte, di questo patto sunnita, dato che negli ultimi tempi la Casa Bianca sta cercando di sganciarsi dalle politiche del premier israeliano Benjamin Netanyahu».
Già, ricordiamo infatti che l’attuale guerra tra Stati Uniti e Iran è stata in pratica causata dal fatto che Netanyahu ha trascinato Trump contro Teheran. Ma chi altri è compiaciuto dell’accordo Riad-Ankara-Islamabad?
«Senza dubbio la Cina ha plaudito alla firma del trattato. I cinesi hanno, per motivi diversi, ottimi rapporti politici ed economici con tutti e tre i Paesi del patto della Mecca. Pechino punta sempre a una stabilizzazione del Medio Oriente, sua basilare fonte di petrolio, e già nel marzo 2023 aveva mediato con successo la normalizzazione dei rapporti fra Iran e Arabia Saudita. In più, non dimentichiamo che la Cina è un ottimo partner anche per lo stesso Iran, sia economicamente, sia sotto l’aspetto delle forniture di armamenti, come i missili antinave. Certamente il presidente cinese Xi Jinping può aspirare a diventare, dietro le quinte, un arbitro della regione mediorientale essendo amico di tutte queste nazioni. Come anche il Pakistan, che Pechino arma da decenni. Questo del ruolo della Cina nella vicenda è un aspetto del patto che ovviamente non piace agli Stati Uniti, altrimenti soddisfatti che sorga un argine a Israele e all’Iran».
Se così è, allora, il fatto che la Cina possa sfruttare il patto della Mecca come controparte dell’Iran per poi mediare e riconciliare, entro certi limiti, queste potenze regionali, significa che, anche se fra gli scopi dell’accordo ci sarebbe una sorta di contenimento dell’Iran, si tratterebbe di una specie di contenimento morbido. È d’accordo?
«È proprio così. Le tre potenze sunnite vogliono certamente arginare l’Iran, che è una potenza non solo economica e militare, ma anche culturale. Ma lo fanno in modo morbido, senza una contrapposizione frontale. Sono pronte a un modus vivendi, come per esempio quello fra Iran e Pakistan nonostante gli scambi di missili che ebbero nel 2024, mirati a rispettivi campi di guerriglieri, e seguiti da una riappacificazione. Dietro c’è l’’spirazione a un nuovo equilibrio in Medio Oriente, nonostante sia una zona da sempre altamente instabile».
Instabilità regionale peraltro aggravata negli ultimi mesi dalla maldestra avventura americana contro l’Iran, da cui Trump non sa più come uscire. A suo parere come farà l’America ad uscire da questo stallo?
«La campagna militare statunitense contro l’Iran non ha sortito effetti decisivi, il Paese è troppo vasto, armato e organizzato. E ora che gli americani scarseggiano di missili ad alta tecnologia con cui attuare nuove offensive protratte, Trump si è messo a lanciare proclami che sono chiaramente un segno della sua debolezza. Lo abbiamo visto nei giorni scorsi con la pretesa ridicola di dichiarare lo stretto di Hormuz “territorio degli Stati Uniti”. Più di recente ha detto di voler avviare contro Teheran una guerra economica che, a suo dire, sarebbe “potente come il D-Day”. Idem per le minacce di bombardare l’Oman per le sue trattative con l’Iran riguardo allo stretto di Hormuz. Alla fine, la partita fondamentale resta quella per Hormuz, per la sua importanza petrolifera globale. Trump non ha altre opzioni che passare gradualmente da una guerra di tipo militare a una guerra economica, in sostanza le solite vecchie sanzioni, contro l’Iran. Sa che in questi mesi deve sparare tutte le sue cartucce, tirar fuori un asso dalla manica, perché sono ormai vicine le elezioni americane di mid term».
Quindi dal Medio Oriente dipende anche il corso politico dell’America?
«Certamente. Il fronte conservatore è in crisi. Se i repubblicani perdono il controllo del Congresso di Washington, tutto diventa più difficile per la Casa Bianca. E Trump sa anche di aver deluso tutta quella fetta di elettorato americano, tipicamente “trumpiana”, localizzata negli Stati del Midwest, lontano dalle megalopoli costiere. A questi cittadini, che chiedono soprattutto provvedimenti di politica interna, Donald aveva promesso, nella campagna presidenziale del 2024, che non avrebbe fatto guerre e non avrebbe sperperato soldi pubblici in operazioni all’estero. E invece eccolo invischiato nel Golfo Persico…».
E perciò la sta giurando a Netanyahu. Veniamo quindi a Israele, ormai da tre anni in prima linea su vari fronti. Pochi giorni fa gli israeliani hanno perfino attaccato una base siriana dove sarebbero stanziati militari turchi. E in Libano la pace è ancora lontana. Cosa accadrà?
«Anche se si avvicinano le elezioni israeliane d’autunno, Netanyahu non arretrerà di un passo, non può permettersi di diminuire la pressione militare ebraica su tutti i fronti, da Gaza alla Cisgiordania, dal Libano alla Siria. Oltre al fatto che teme di essere presto o tardi arrestato, in caso di perdita del potere, per le sue note pendenze giudiziarie. Ciò riconferma l’importanza del patto saudita-pachistano-turco come monito a Israele. Riguardo al Libano, in particolare, io amo definirlo “il fegato del Medio Oriente”, poiché è in quel Paese che vanno a sfogarsi tutte le tensioni della regione, a causa della sua natura multietnica e multireligiosa. Pochi giorni fa il presidente libanese Joseph Aoun ha incontrato papa Leone XIV e gli ha chiesto di premere per il ritiro israeliano dal Sud del Paese dei Cedri. Ma credo che Israele non ritirerà mai le sue truppe dall’ampia fascia del Libano meridionale da esse occupato, inficiando quel piano di cessate il fuoco che prevede la tutela delle “zone pilota” da parte dell’esercito nazionale libanese».
Questa vasta area del mondo, tanto ricca di petrolio, e per giunta, relativamente vicina all’Europa, è dunque destinata a restare instabile indefinitamente?
«Il Medio Oriente sarà sempre una polveriera. Ma a parte i suoi intrinseci attriti geopolitici e religiosi, è interesse degli Stati Uniti che resti una zona instabile. In tal modo, infatti, Washington persegue il suo obbiettivo di lungo periodo che è mantenere l’Europa debole, insicura e sempre più dipendente dal petrolio e dal gas di cui negli ultimi anni gli americani sono diventati grandissimi esportatori. Il caos mediorientale, così come le ripetute crisi dei migranti, sono alle frontiere dell’Europa, dietro l’angolo di casa nostra, e non certo sul limitare degli Stati Uniti. Ma i governi europei mi sembrano ancora dei sonnambuli che non se ne rendono pienamente conto».
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